“ALLA CORTE di NERONE”

 

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Tornò a guardare Cesare.

La voce era bassa, ben modulata ed a tratti tragica e drammatica.

Recitava con speditezza, ma non di corsa. Con pause e interruzioni ben studiate, capaci di allentare o aumentare  la stretta della dialettica; gesti e mimica erano calcolati e dosati, come un  artista di professione. Scuoteva la testa per raccogliere fiato e si sollevava sulla punta dei piedi per accompagnare il ritmo delle note.

La folla applaudiva e l’entusiasmo pareva sincero. E se così non fosse stato, se così non fosse apparso, c’erano gli Augustiani, sempre vigili e sempre in piedi, a prendere nota degli applausi o degli sbadigli.  C’erano perfino i perfezionisti dell’applauso, fatti arrivare da Corinto e da Alessandria d’Egitto.

Marco continuò a fissare il suo imperatore. Guardava il suo volto dal sembiante pacato, quasi disposto alla bonomia: come sempre, quando si esibiva.  Quei piccoli scatti, però, mal trattenuti e quasi regolari, quei gesti spigolosi e rigidi, per chi lo conosceva bene, erano indizi di carattere irascibile e con attitudine alla finzione.

Marco Valerio conosceva bene Cesare.

“Finzione scenica!” pensava, con indulgenza.

Sapeva che Cesare era rientrato da poco a Roma dal suo viaggio in Grecia e a Napoli, dove s’era esibito come un vero artista e dove lo avevano raggiunto le notizie della rivolta di Giulio Vindice, il Legato della Gallia, che lo aveva costretto a rientrare precipitosamente  a Roma.

“Finzione scenica!” continuava a ripetersi, ma anch’egli applaudiva e cercava su quel sembiante eccitato d’estasi, le tristi inclinazioni di cui lo sapeva accusato: voci, giunte in Giudea, di stravaganze e dissolutezze.

Egli ricordava, invece, il principe inviso a Senato e Ceto Equestre per la predilezione verso il popolo. Di lui ricordava il sovrano che il giorno dell’incoronazione aveva fatto distribuire grano alla plebe, abolire o diminuire tasse, assegnare appannaggi.

 

Cercò il corteggio di filosofi e poeti che era stata la sua corte: gli animatori delle Neroniae, le feste quinquennali di musica e poesia.

Non c’era quasi più nessuno. Le facce conosciute, fra quelle che lo circondavano, ora, erano poche. Molte, invece, quelle nuove, assurte da chissà quali gradi, pensò, ai favori della corte.

Invano cercò la figura severa di Seneca, quella elegante di Petronio. Non c’era Burro e nemmeno Trasea. Non c’era Poppea.

Non mancava, invece, quell’anima nera di Caio Ofonio Tigellino, Prefetto dei Pretoriani, la potente e temibile Guardia Imperiale.

Elegante e togato, Tigellino portava sul volto l’impronta della tendenza alla corruzione e al malcostume, vizi che ne avevano fatto il personaggio più chiacchierato della corte, che pur era  frequentata da gente priva di ogni morale. Nerone lo aveva imposto alle Coorti Pretoriae, nel 61, come comandante assieme a Rufo, in sostituzione di Seneca e Burro. Una vita politica assai tempestosa, quella di Tigellino, agrigentino di bassa estrazione, arrivato, però, a ricoprire le cariche più importanti.

Al suo fianco Marco vide Annio Fausto.

Piccolo e grasso, viso rubicondo ed espressione innocente, nessuno gli avrebbe dato mai del delatore, se non fosse che era proprio quella l’attività cui si dedicava con maggior fortuna; l’altra attività era farsi invitare a banchetti da amici e conoscenti. Di lui si diceva che, terminato il pranzo da Tizio, era pronto a buttarsi sulla cena  di Caio, intanto che da Sempronio si spremeva le meningi  su come fregare tutti e tre!

 

Vicino ai due sedeva Silone, centurione esente dal servizio per meriti di denaro: una categoria che, da buon legionario combattente, Marco disprezzava con tutte le forze.

L’esenzione dal servizio era riconosciuta per meriti e come tale anche apprezzata, ma negli ultimi tempi quel privilegio era concesso anche contro pagamento di somme raccolte taglieggiando i soldati: troppo, per l’innato senso di giustizia e lo spirito di disciplina che caratterizzavano il tribuno Flaviano.

Al fianco di Silone, Marco  vide il mago Tolomeo, che riconobbe dalla veste prima ancora che dal nome. Era l’unico a non indossare tunica e clamide, ma uno schebiu intorno al collo, tipico collare egizio, e una schendit: triangolo trattenuto intorno ai fianchi da un complicato nodo. In testa esibiva una nemes, il copricapo triangolare, a fasce gialle e blu; lunghi orecchini ai lobi forati delle orecchie e larghi bracciali ai polsi completavano il suo abbigliamento. Gli occhi, infine, erano bistrati di nero e allungati verso le tempia e le palpebre erano colorate di verde malachite.

Marco lo vedeva   per la prima volta,    ma sapeva     che Cesare ne aveva fatto la sua ombra e lo teneva in grande considerazione. Tolomeo era diventato il suo vates preferito e Cesare non avrebbe fatto un sol passo né mosso un dito senza prima consultarlo.

Nerone era molto superstizioso. Come la quasi totalità dei suoi contemporanei.

Anche Marco Valerio, in una certa misura, lo era.

 

Fra i volti che invece conosceva bene, Marco riconobbe quelli di Faone, Egialo ed Epafrodito: tutti affidabili, competenti ed efficienti Amministratori Pubblici.

Accanto ad Epafrodito scorse una donna dalla giunonica bellezza. Stava  appoggiata ad una balaustra, ammantata di seta trasparente che nulla lasciava all’immaginazione. La bocca sensuale era ingrandita e accesa dal rosso del minio e gli occhi erano truccati col nero dell’antimonio e allungati verso le tempie. Era letteralmente coperta di gioielli. In testa portava una parrucca di capelli veri. Biondi. Tagliati, forse,  a qualche schiava germanica. Composti in treccine raccolte a crocchia, erano trattenuti sulla nuca; una ghirlanda di foglioline d’oro faceva risaltare i riccioli sapientemente disposti sulla fronte.

Anche alcuni di quei gioielli erano stati sicuramente predati a qualche regina lontana. Erano preziosi e di squisita fattura. Soprattutto il collier, lungo ben oltre i due metri e mezzo, che le avvolgeva collo, busto e vita. Altre collane le appesantivano braccia e caviglie: maglie d’oro che la facevano assomigliare a un idolo luccicante che mandava bagliori al più piccolo movimento. Un idolo annoiato, a giudicare dalla piega delle labbra e dallo sguardo assente e svagato.

Quella donna era Statilia Messalina, ultima moglie di Cesare, e più di ogni altra, incarnava il concetto di emancipazione della donna romana. Di nobile famiglia, era cresciuta a corte. Bella e spregiudicata, era subito entrata a far parte della cerchia ristretta ed intima di Nerone, di cui era diventata l’amante fin dai tempi in cui questi brigava per disfarsi della moglie, l’infelice Ottavia.

Non era stata la travolgente passione che lo  aveva legato alla bella Poppea, ma, alla morte di questa,  aveva finito per sposarla.

Quasi nell’ombra, Marco vide un’altra delle donne che tanto avevano contato nella vita di Nerone: la liberta Atte, che lui conosceva assai bene e che era stata il grande amore di Cesare prima della comparsa di Poppea.

Nerone n’era stato così innamorato che c’era mancato poco la impalmasse ed elevasse al rango di imperatrice. Finita la passione, però, non l’aveva “gettata via” come aveva fatto con le altre donne, ma tenuta a corte.

Neppure Poppea era riuscita  ad allontanarla.

Atte era sempre lì: ombra discreta ma onnipresente.

Era bella come la ricordava, pensò il giovane: la figura slanciata e aggraziata, il volto bello e sensuale e il portamento quasi regale. Sulla stola verde smeraldo, raccolta in vita da una cintura dorata, portava una mantella dello stesso colore che le copriva il capo e parte del volto, ma le esaltava lo sguardo: due occhi di un nero africano ancora intenso e fiammeggiante, lo stesso che aveva ammaliato e soggiogato Cesare.

Lo stesso che, forse, ancora continuava a soggiogarlo.

Scorrendo lo sguardo dall’una all’altra, appariva evidente l’abisso sociale delle due donne: se Messalina rappresentava l’emancipazione femminile più di fatto che di diritto, poiché sul codice restava sempre sotto tutela maschile, nella sua condizione di liberta, Atte, invece, incarnava la vera e sola indipendenza.

 

Ma ecco un altro volto distrarlo dalle sue riflessioni: Calvia Crispinilla, venticinque anni e tre matrimoni alle spalle.

Calvia era una vecchia conoscenza di Marco quando era ancora ragazzo e lo era dello stesso Cesare, fin dai tempi delle bravate al Ponte Milvio. Era lì che, all’epoca, si incontravano i giovani gaudenti della buona società. La “banda” arrivava tutte le sere attraverso i Giardini di Sallustio, tra il Pincio e il Quirinale e si aggirava tra banchi e tavole, saccheggiando e rubacchiando.

Quando a Roma si seppe che a guidare quella banda di teppisti era Cesare in persona, furono molti i delinquenti che si organizzarono per emularne le prodezze e spacciarsi per la teppa imperiale.

Erano i primi anni di regno e Cesare tornava spesso da quelle scorribande notturne con la faccia tumefatta.

 

Una figura ancora più appariscente di Calvia e Messalina dirottò l’attenzione di Marco verso la zona più riservata del salone.

“Sporo!” pensò sottovoce il tribuno.

Sporo era il ragazzo che Cesare aveva fatto evirare per farne la sua concubina; accanto a lui sedeva anche Pitagora, a cui Nerone s’era unito in matrimonio con in testa il flammeum, il velo nuziale, come una vera sposa; circostanza che fece dire allo storico Orosio: “Cesare si prese un uomo in moglie e fu moglie di un uomo!”

In verità, Marco lo sapeva accusato di ben altri crimini: aver fatto uccidere amici e vecchi compagni, perfino sua madre e forse anche Poppea… d’un tratto Marco sentì il suo sguardo su di sé.

“Ave Cesare.” salutò togliendosi l’elmo e mettendolo sotto il braccio; l’elsa della spada spuntò da sotto il mantello trattenuto da una borchia sulle spalle,

“Salute, Marco Valerio Flavio. Salute al guerriero valoroso.”

Marco avanzò a lunghi passi e Nerone lo attese con le braccia allargate e quando incrociò con lui sguardo e braccia, sotto la sua stretta poderosa gli  parve che la figura di Cesare si fosse appesantita: la carne era flaccida e il ventre prominente.

Si sciolse dall’abbraccio e lo guardò in volto.

L’occhio azzurro un po’ vacuo, quelle due tristi e gonfie protuberanze carnose che circoscrivevano una bocca un tempo sempre sorridente, erano indizi di sensi di colpa? Di tardivi pentimenti… di nascente pazzia? Quelli che lo accusavano di aver provocato l’incendio di Roma, giuravano anche di averlo visto cantare sulle rovine come davanti alle mura di Troia.

“Ti porto, o Divino, gli omaggi e i saluti del mio generale.” salutò e Cesare parlò con lui amabilmente.

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“ALLA FINE del VIAGGIO” di Maria Pace – traduzione di Yomna Ahmed c

 

 

 

 

ALLA FINE del VIAGGIO

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Erano partiti da Bir Fadhit cinque settimane prima. A Bir erano giunti dopo un volo di sette ore messo a disposizione dall’agenzia di viaggio. Ormai erano prossimi alla meta.ùIl cammello su cui Beatrice e la sua giovane compagna di viaggio, Jasmine, ciondolavano, stanche della fatica, affondava i garretti nella sabbia della Haramam, il territorio sacro della Mecca.

Beatrice aveva simpatizzato con Jasmine fin dal momento in cui erano state presentate, nell’ufficio dell’agenzia di viaggio araba che, insieme a quella torinese, aveva organizzato quel viaggio e il relativo soggiorno in Arabia.

Le due ragazze si somigliavano perfino un po’ e svolgevano un lavoro molto simile: Beatrice per una agenzia di assicurazione e Jasmine, per un’agenzia turistica.

Quel viaggio, la ragazza l’aveva sempre desiderato. Nutriva una grande passione per tutto ciò che aveva sapore arabo e conosceva piuttosto bene gli usi, i costumi e le tradizioni di quel popolo. Sapeva, ad esempio, che ai non musulmani era vietato l’accesso alla Kahab, il Sacro Cubo della Mecca e che senza quella opportunità, non avrebbe potuto mai farlo. Per questo a Bir Fadhit l’avevano affidata ad una hostess: Jasmine, per l’appunto.

Il viaggio era stato lungo e sfibrante, ma infine era giunto al termine.

La pista che Abud, il capo-carovana, un giovane arabo appartenente ad una tribù dell’interno aveva scelto per i suoi ospiti, era tra le più battute del Paese e il percorso era confortato dalla presenza di numerosi  pozzi che un tempo neanche esistevano.

In quelle settimane la carovana aveva macinato chilometri su chilometri. Là dove era stato possibile, l’uso della jeep aveva accorciato il percorso, ma alcuni tratti era stato possibile percorrerli solo a dorso di cammello.

Sotto gli occhi della ragazza il panorama era in continua trasformazione: case bianche unite da perimetri di mura ininterrotte, case fortificate come piccole fortezze, costruzioni rupestri e tante tende: bianche, grigie, a righe.

Avevano attraversato vasti deserti percorsi da oleodotti e disseminati di impianti di trivellazione e raffinazione del petrolio. Avevano sostato in oasi lussureggianti e superato brevi monti.

Beatrice, una vacanza così, non l’avrebbe mai dimenticata.

La cosa più considerevole, però, era stata la vista del Rub-al- Khaly, il deserto più deserto del mondo.

I nomadi, che in quel mondo inospitale ed affascinante insieme riescono a vivere, lo chiamano anche Ar-Rimal: Le Sabbie, poiché non esiste null’altro che sabbia, sabbia ed ancora sabbia.

No… in realtà non è proprio esatto: in tanta desolazione si possono incontrare creature sorprendentemente vive, come rettili, insetti, lucertole, a testimonianza della lotta per la vita e della sua vittoria sulla morte.

L’occhio vigile di Abud, il capo-carovana, aveva scorto anche tracce degli ultimi predoni del deserto: ultimo palpito di un antico sistema di vita, cosicché, macchine fotografiche, registratori, computer e provviste alimentari, furono immediatamente messi sotto stretta sorveglianza.

 

Nonostante il flagello della febbre delle sabbie che  l’aveva colpita per due giorni o tre, l’entusiasmo della ragazza era altissimo. Le notti, trascorse a ridosso di qualche duna a semicerchio, erano meravigliose e terse e tingevano il cielo di un azzurro intenso,  sconosciuto sotto altre latitudini.

Le albe erano stupende; si avvicinavano prima ancora che la luna fosse scomparsa ed abbracciavano le tende ancora sommerse dal blu notturno. Mandavano giù dal cielo un chiarore di una brillantezza accecante, in un’opalescenza sfumata di mille colori, prima di sollevare la linea che separa il cielo dalla sabbia.

“Guarda. – le diceva tutte le mattine Jasmine – Ibrahim è già sveglio.”

Ibrahim era il secondo di Abud.

 

Si erano lasciati alle spalle Ar-Rimal, un angolo del nostro mondo che pare appartenere ad un altro pianeta ed erano arrivati alla Città Santa della Mecca.

La vista delle prime case accese una strana, incontenibile inquietudine nella ragazza. Era con Jasmine ed Ibrahin, poiché alla Città Santa una donna dev’essere sempre accompagnata da un uomo e  stavano attraversando a piedi scalzi il sentiero di marmo che conduce alla Kaaba.

Beatrice si guardò intorno; guardò Jasmine: superbia, vanità, orgoglio, parevano cancellati sull’immensa marea di visi che la circondava. Anche il volto dell’amica appariva sereno e in pace.

“Vorrei tanto un po’ di pace anche per me…” pensò con un filo di voce

Guardò il drappo di seta nera che ricopriva il cubo di pietra, lesse le parole ricamate in oro:

“La itaha illa Allah wa Muhammad rasul Allah.” (Non vi è altro Dio se non Allah e Maometto è il suo Inviato)

Avevano osservato tutti i doveri del pellegrino. Infagottate nell’ihram, il bianco mantello, avevano girato intorno al massiccio Cubo Sacro per sette volte ed in senso contrario; Beatrice era riuscita perfino a toccare la pietra appartenuta, secondo la tradizione, ad Adamo e poi all’arcangelo  Gabriele,  prima di essere affidata ad Abramo.

Quasi nessuno vi riusciva, tale era la calca.

 

Fu proprio a quel contatto che la sua inquietudine si trasformò in apprensione, prima di precipitare nell’angoscia. Faceva molto caldo; un caldo opprimente ed implacabile: causa di molti malori.

La ragazza ebbe l’inatteso impulso di fuggire, ma si trattenne, soprattutto per riguardo verso la sua compagna, che seguì fino alla fontana di Zam-Zam.

Qui, la sua angoscia precipitò nel terrore; un terrore incontrollabile che la costrinse a staccarsi dai compagni e dirigersi, in una corsa sfrenata, verso i ponticelli di Safa e Marwal,  bisbigliando frasi sconnesse:

“Signore, Signore. – diceva – Salva la vita di Ismaele… figlio di Agar e  figlio di Abramo. Abbi pietà di Agar… Agar… Agar..”

Portava ancora nelle orecchie la voce di Sara, la prima moglie di Abramo, gelosa di lei, da quando aveva partorito il suo figliolo… il piccolo Ismaele.

Sara era sterile e la Legge le consentiva di diventare madre per mezzo suo, ma poi, anche Sara era diventata madre… madre di Isacco. Aveva ancora negli occhi la visione della sposa di Abramo offesa perché Ismaele si era preso gioco del figlio di lei.

“Scaccia questa donna. – aveva detto ad Abramo – E scaccia anche suo figlio. Io non voglio che sia erede con mio figlio Isacco.”

Era stata scacciata, col figlio  Ismaele, ed aveva lasciato la tribù assieme ad una fedele ancella. Con del pane ed un otre d’acqua, che Abramo aveva fatto mettere in una bisaccia, avevano affrontato il deserto; l’acqua, però, era venuta presto a mancare nell’otre.

Lei avrebbe voluto raggiungere il Nilo, il fiume lontano presso la cui riva era nata; avrebbe voluto tornare nella sua terra, ma non conosceva la strada e il deserto era grande, terribile e soprattutto implacabile con la gente sprovveduta.

La sete aveva cominciato a minare la loro resistenza fisica ed a confondere le idee, che si agitavano scomposte dietro la fronte come calabroni nei nidi.

Un pensiero, però, più degli altri, l’atterriva: quello di veder morire la sua creatura.

Aveva cominciato a pregare tutti gli Dei, quelli lasciati nella terra d’Egitto e quello incontrato nella terra di Abramo:

“Abbiate pietà… – pregava – Abbiate pietà del figlio innocente di Agar.”

Aveva visto un arboscello; null’altra vegetazione poteva crescere in quel deserto pietroso. Sotto quell’ombra avevano cercato un momentaneo riparo, prima di tornare a vagare alla ricerca di acqua. Le vesti erano lacere, i piedi tormentati, il volto arso dal sole;  la stanchezza in agguato aveva finito per rubare le loro ultime forze.

“Pietà per mio figlio Ismaele… pietà per mio figlio… un sorso d’acqua.” continuava ad invocare,  quand’ecco una voce piovere dal cielo:

“Agar, non temere… Dio ha ascoltato le tue preghiere.”

Si era fermata ed aveva finalmente scorto la presenza di un pozzo che prima, accecata dalla disperazione non aveva visto. Di quella s’era dissetata ed aveva dissetato suo figlio e l’ancella, poi s’era distesa al suolo come in attesa.ùEsausta, il respiro affannoso, lo sguardo perso nell’infinito, così, più tardi,  Jasmine ed Ibrahim ritrovarono Beatrice.

“Beatrice… Che cosa è successo?” chiese Jasmine con accento di stupore e un po’ di preoccupazione.

“Ismaele…la mia creatura…” rispose la ragazza sollevando sull’amica lo sguardo smarrito.

“Signorina Beatrice, che cosa sta dicendo?” anche Ibrahim la guardava stupito

“Ora che Ismaele non morirà di sete, – Beatrice riprese a balbettare – Agar ha raggiunto la serenità.”

“Chi è questa Agar?”

“Sono io, Agar.  Sara mi ha scacciata, ma il Dio di Abramo ha ascoltato le mie preghiere.”

“Ma che stranezze sta dicendo, la signorina Beatrice? – scuoteva il capo Ibrahim.- Sembra confusa… il sole… Il sole, qui, non è alleato dell’uomo.” sospirò.

“Già! – assentì Jasmine – Non è abituata a questa calura.”

“Portiamola via di qua. Che la Misericordia di Allah la sostenga.”

“E’ convinta di essere un’altra persona… una certa Agar…”

“Agar? – scosse il capo Ibrahim – Non sarà la Agar della Bibbia… la madre di Ismaele, il Patriarca?”

“Stava proprio parlando di suo figlio Ismaele… – convenne Jasmine,  poi suggerì – Portiamola fuori del Tempio. In ospedale ci diranno che cosa può esserle accaduto.”

La condussero ad un posto di soccorso, poi in ospedale, dove la ragazza fu trattenuta per più di una settimana, prima di essere rimpatriata.

Sono passati quasi quattro mesi, ma Beatrice dice ancora di chiamarsi Agar e fa rivelazioni su posti e luoghi che conosce perfettamente senza esserci mai stata.

 

TRADUZIONE IN LINGUA ARABA

 

فى نهاية الرحلة

 

رحلوا من بئر الفضة قبل خمسة أسابيع.كانو قد وصلوا إلى البئر بعد رحلة طيران دامت ست ساعات وفرتها لهم وكالة السفر. الاَن أصبحوا على مقربة من الهدف.

 

يتأرجح الجمل الذى تركب فوقه بياتريس ورفيقتها الشابة فى الرحلة, ياسمين، حيث أصبحوا

منهكين من التعب و تغرس العراقيب فى رمال الحرم، الأرض المقدسة بمكة.

تعاطفت بياتريس مع ياسمين منذ تلك اللحظة التى كانو متواجدين فيها، في مكتب وكالة السفر العربية التى نظمت الرحلة والإقامة فى الجزيرة العربية.

الفتاتان متشابهتان إلى حد ما و يقومان بعمل متشابه جدًا: تعمل بياتريس بوكالة تأمين و تعمل ياسمين بوكالة سياحية.

تلك الرحلة، التى لطالما رغبت بها الفتاة. حيث لديها شغف كبير بكل ما لديه طابع عربى و تعرف إلى حد كبيرعرف ، وعادات وتقاليد ذلك الشعب.على سبيل المثال، تعلم إنه لا يجوز لغير المسلمين دخول الكعبة، المكعب المقدس فى مكة و إنه بدون تلك الفرصة لن تستطيع فعل ذلك ابدًا.لذلك فى بئر الفضة وكلوا إليها هذه المضيفة: ياسمين، من أجل القيام بذلك.

كانت الرحلة طويلة و مُرهِقة، لكنها وصلت إلى غرضها فى النهاية.

المسار الذى اختاره عبود، قائد القافلة، و هو شاب عربى ينتمى إلى قبيلة فى المناطق الداخلية ، لضيوفه كان بين المناطق الأكثر شعبية فى البلاد و كان الطريق مزود بالعديد من الاَبار التى لم تكن موجودة من قبل.

فى تلك الأسابيع عبرت القافلة العديد من الكيلومترات . هناك حيث كان من الممكن، تقصير المسافة باستخدام السيارة ال jeep ، لكن بعض المناطق كان من المستحيل عبورها إلا على ظهر الجمل.

كان المنظر فى تغير مستمر أمام أعين الفتاة: بيوت بيضاء متصلة ببعضها عن طريق حائط موحد، بيوت محصنة أشبه بالحصون الصغيرة، مبانى من الصخور و الكثير من الستائر: البيضاء و الرمادية و المخططة.

عبروا صحاري واسعة تمر بها خطوط الأنابيب و تنتشر بها محطات تنقيب وتكرير البترول. توقفوا عند واحات خصبة و اجتازوا جبال قصيرة.

 

لن تنسَ بياتريس أجازة كهذه ابدًا.

الشئ الأكثر تميزًا, هو زيارة رب الخالى، الصحراء الأكبر فى العالم.

يستطيعون البدو الرحل معًا العيش فى ذلك العالم القاسٍ والفاتن، و يسموا ايضًا “الرمال”: الرمال، لإنه لا يوجد غير الرمال، رمال ثم رمال.

لا… فى الواقع ليس هذا بالضبط: فى الخراب نستطيع إيجاد كائنات تعيش بصورة تثير الدهشة، مثل الزواحف والحشرات و السحالى كشهود على الصراع من أجل الحياة و انتصارهم على الموت.

عين عبود الساهرة، قائد القافلة، التقطت اَثار لاَخر طغاة الصحراء: اَخر نبضات لنظام قديم فى العيش، لذلك تم وضع الكاميرات والمسجلات وأجهزة الكمبيوتر والإمدادات الغذائية على الفور تحت رقابة مشددة.

 

على الرغم من اَفة حمى الرمال التى أصابتها لمدة يومين أو ثلاث، إلا إن حماس الفتاة تخطى ذلك.كانت الليالى التى مضت بالقرب من الكثبان الرملية رائعة و نقية و تصبّغت السماء باللون الأزرق الشديد غير المسبوق.

كانت الأشجار مبهرة؛ يتقاربوا من بعضهم البعض قبل اختفاء القمر و يعانقو الخيام التى لا تزال مغمورة بلون الليل الأزرق. حيث يتخللهم بريق ساطع من السماء به اَلاَف الألوان، قبل أن يختفى الخط الفاصل بين السماء والرمل.

كانت تقول ياسمين فى كل صباح: “أنظر. لقد استيقظ إبراهيم.”

كان إبراهيم خليفة عبود.

 

تركوا “الرمال” خلف ظهورهم, جانب من عالمنا لكنه يبدو و كأنه ينتمى إلى كوكب اَخر و وصلو إلى مكة المدينة المقدسة.

اثارت رؤية البيوت السابقة فى الفتاة نوع من الإضطراب الغريب الذى لا يمكنها السيطرة عليه. كانت مع ياسمين و إبراهيم لإن المرأة فى المدينة المقدسة يجب أن يصطحبها رجل و ظلو يعبروا بأرجل عارية طريق الرخام الذى يقود إلى الكعبة.

تنظر بياتريس فى جميع الأرجاء؛ تنظر إلى ياسمين: يبدو أن الكبر و الغرور و الفخر منزوعين من وجوه هذا الكم الهائل الذى يطوف حولها. حتى وجه صديقتها يبدو عليه الطمأنينة والسلام.

تفكر بصوت خافت: “أرغب بشدة أن أنعم أنا أيضًا ببعض من هذا السلام…”

تنظر إلى ثنى الحرير الأسود الذى يغطى الكعبة، و تقرأ الكلمات المنقوشة بالذهب: لا إله إلا الله و محمد رسول الله (لا يوجد إله غير الله و محمد هو رسول الله).

 

شهِدوا كل فرائض الحج. الطواف في الحرم، زى الإحرام، قاموا بالطواف حول المكعب المقدس الضخم ست مرات و فى إتجاه معاكس؛ استطاعت بياتريس اخيرًا لمس الحجر الأسود، وفقاً للشعائر،  الذى كان ينتمى إلى اَدم ثم إلى سيد الملائكة جبريل، قبل أن يُعهد إلى إبراهيم.

تقريبًا لم يستطع احد الوصول إليه بسبب التصادم.

 

بعد لمس الحجر تحول اضطراب الفتاة إلى تخوف،و ذلك قبل أن تغرق فى المحنة. كان الجو شديد الحرارة, حر قاسِ ولا يوجد به هواء: يسبب العديد من الأمراض.

أصبح لدى الفتاة رغبة ملحة فى الهروب، لكنها توقفت، خاصة من أجل رفيقتها، التى اتبعتها حتى بئر زمزم.

هنا، تحول قلقها إلى رهبة؛ رهبة خارجة عن السيطرة والتى اضطرتها إلى الانفصال عن رفقائها والتوجه إلى ،جولة حرة،  نحو جبل الصفا و المروة،حيث همست بعبارات متقطعة:

 

” يا إلهى، يا إلهى. إنقذ حياة إسماعيل … ابن هاجر و إبراهيم. إرحم هاجر … هاجر … هاجر..”

وتسمع فى أذنيها ايضًا صوت سارة، زوجة إبراهيم الأولى، وكانت تغار منها، عندما أنجبت طفلها … الفتى إسماعيل.

كانت سارة عقيمة لكن شاء القدر بأن تصبح أم، فيما بعد، أصبحت سارة أم… أم لإسحاق. و رأت ايضًا فى أعينها مشهد لزوجة إبراهيم وهى منزعجة لإن إسماعيل كان يسخر من ابنها.

تقول لإبراهيم: “اُطرد هذه المرأة. و اطرد ابنها. لا أريده أن يكون وريث مع ابنى إسحاق.”

 

طُردت، مع الطفل إسماعيل، وتركت القبيلة مع خادمتها المخلصة. معها بعض العيش و الماء، الذى وضعهم إبراهيم فى حقيبتها، عبروا الصحراء، لكن المياة بدأت تقل من الإناء مبكرًا.

كانت تود الوصول إلى النيل، النهر الطويل التى وُلدت على ضفافه؛ أرادت أن تعود إلى أراضيها، لكنها لا تعرف الطريق وكانت الصحراء واسعة و مخيفة و فوق كل ذلك كانت مُوحشة بما فيها من أُناس بائسين.

بدأ العطش يقلل من قدرتهم الجسدية و يشتت الأفكار التى تدور فى أذهانهم مثل الدبابير فى الأعشاش.

وكان الخوف المسيطر على فكرها هو: رؤية طفلها يموت.

بدأت تدعوا كل الاَلهة، الموجودين فى أرض مصر و فى أرض إبراهيم: “إرحموا… إرحموا طفل هاجر البرئ.”

رأت شجيرة؛ لا يوجد خُضرة غيرها يمكنها النمو فى مثل هذه الصحراء القاحلة. تحت ظلها استطاعوا أن يقضوا لحظات اَمنة، قبل أن يعاودوا البحث عن الماء.

كانت الثياب بالية و الأقدام مُنهكة و الوجه تحول إلى السُمرة من الشمس؛ سرق التعب الشديد كل ما تبقى لهم من قوة.

تستمر فى الدعاء “إرحم طفلى إسماعيل… إرحم طفلى… رشفة ماء.”

إذا بصوت نزل من السماء: “هاجر، لا تخافِ… لقد سمع الله دعائك.”

توقفت و رأت أخيرًا البئر الذى لم تراه من قبل بسبب يأسها. ارتوت منه و روت طفلها والخادمة ثم استلقت على الأرض بعد ذلك مُنتظِرة.

 

فيما بعد وجدا ياسمين و إبراهيم بياتريس مُنهكة و أنفاسها ثقيلة و نظراتها حائرة.

سألتها ياسمين فى دهشة و قلق: “بياتريس… ماذا حدث؟ “

أجابت الفتاة بعد أن نظرت إلى رفيقتها نظرة مشتتة: “إسماعيل… ابنى…”

نظر إليها إبراهيم وهو مندهش ” اَنسة بياتريس، ماذا تقولين؟ “

تستأنف بياتريس حديثها متلعثمة: لقد هدأت هاجر، الاَن لن يموت إسماعيل من الظمأ. “

“من هاجر هذه؟”

“انا، هاجر. لقد طردتنى سارة لكن إله إبراهيم سمع دعائى.”

هز إبراهيم رأسه متسائلاً ” ما تلك الأشياء الغريبة التى تقوليها يا اَنسة بياتريس؟. تبدين مُشتتة… الشمس… الشمس، هنا، لا يتحملها بشر.”

وافقته ياسمين: “بالفعل! إنها ليست معتادة على مثل هذه الحرارة”

“فلنأخذها بعيدا من هنا. فليتولاها الله برحمته.”

“إنها مقتنعة بكونها شخص اَخر… يُسمى هاجر…”

هز إبراهيم رأسه: ” هاجر؟ هل تقصد هاجر المذكورة في الكتاب المقدس… والدة إسماعيل، البطريرك؟”

تؤيده ياسمين فى الرأى: ” كانت تتحدث بالفعل عن ابنها إسماعيل…”ثم اقترحت:” فلنخرجها من هذه البقعة. سيقولون لنا فى المشفى ماذا حل بها.”

نقلوها إلى مكان به إسعافات أولية، ثم إلى مستشفى، حيث تلقت العلاج لأكثر من أسبوع، قبل أن تعود إلى موطنها.

مروا كأنهم أربعة أشهر، لكن بياتريس لا زالت تدعى بأنها هاجر و أشارت إلى أماكن ومناطق لم تزورها قط و لكنها تعرفها جيداً.

 

“Di cosa parlavano i maschi alle terme di Roma?” di Maria Pace

 

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Recarsi alle Terme era per Marco  solo un pretesto per incontrare gli amici ma, all’infuori di Sabino, non avevano incontrato altri.

Dopo una breve sosta nel frigidarium, nelle cui acque si rinfrescarono, decisero di raggiungere il Gymnasium.

Ridiscesero in cortile e raggiunsero la Basilica, un grandioso edificio a forma di cupola che ospitava biblioteche e sale di conversazione. Si fermarono in una sala molto simile a un triclinio, con una via-vai di schiavi carichi di vassoi pieni di salsicce, pizze e focacce provenienti direttamente dai thermopolium.

Quello dei termopulai a Roma era uno dei mestieri più lucrosi!

Quattro colonne di marmo reggevano il soffitto decorato. Vicino alla terza colonna, sdraiato sul primo dei quattro lettini trovarono Cleonte il greco, impegnato con Metello Fabrio in una controversa conversazione sulla plebe e il suo “rancore sociale”.  Il suo gesticolare impediva a una spaurita e incauta Psiche, sulla parete alle sue spalle, di contemplare le splendide fattezze di Amore. Accanto alla pittura, una scritta dissacrante recitava: “Cornelio Lepido è il finocchio del suo schiavo Rodomonte.”

“Per Ercole! Mi piacerebbe veder nudo il focoso Rodomonte.” rise Sabino, trascinandosi dietro la risata degli altri, che si divisero subito nel giudizio come se si trattasse di un gioco combinato.

“Merito alla Legge Scantinia, senza la quale certe sfrontatezze porterebbero al degrado dell’Amore.” osservò Marco che, provenendo dall’ambiente militare, mal tollerava l’omosessualità.

La Lex Scantinia  era un insieme di norme che regolavano il dilagare delle pratiche omosessuali in Roma.

“Amore? – replicò Sabino – Ma quale Amore?”

“Chiediamolo al pedagogo Cleonte. – interloquì Metello – Chiediamogli se è Amore quello per una donna, necessario a perpetrare la specie o quello per un giovine, sollecitato da libido.”

“La Natura riesce sempre a far bene il suo mestiere.- esordì il

greco, chiamato in causa – L’Amore per donne e fanciulle?… La Natura suscita frenetiche passioni nei riguardi di donne e fanciulle,  ma accende anche irrefrenabili ardori verso altri uomini o fanciulli…. E’ un altro,  il richiamo da ignorare: quello che si prende nelle vesti o nel letto di qualcuno che ti è indifferente…. Quello il solo delitto in Amore!”

“L’intimità con un maschio è indecenza solo se la compiacenza fosse strappata con la violenza!”

“E Rodomonte? – domandò Sabino – Non mi pareva che approvassi il legame di Rodomonte con Cornelio.”

“E’ l’approccio che è disdicevole. – rettificò il filosofo – Per Cornelio Lepido è riprovevole subire gli appetiti del suo schiavo!”

“Soprattutto oggi che servi e schiavi accampano sempre nuove pretese. Parlano di giustizia e libertà… parole che hanno sempre ubriacato la gente!” fece osservare l’altro.

“Non ubriacato, ma dato la spinta a malumori apparentemente sonnacchiosi e pronti a sfociare in rivolta.” replicò Lucilio.

“Grano, spettacoli e robuste catene: così si tengono sopiti i malumori della plebe.” Silio Italico s’inserì nel dialogo fra il filosofo e il Prefetto.

“Malumori… rancori sociali! – interloquì Marco – Io sono un soldato e combatto con la spada, non con la parola, ma so che

esistono Leggi che danno regole alla società!”

“Leggi che  assicurano privilegi a chi ne hà già!” replicò Cleonte.

“Ecco cosa intendevo! – intervenne il filosofo – E’ giusto che alcuni sperperino senza misura e ad altri manchi il necessario? Che alcuni si prendano potenza, onore e ricchezze lasciando agli altri processi e condanne? – una pausa, ma solo per riprendere fiato, poi Lucilio continuò, con parole, gesti e pause ben dosati – Il malcostume scende dall’alto, ma è dal basso che il malumore si manifesta per primo: liberti arroganti, strozzini, senatori asserviti e… e dall’altro versante, contadini scacciati dalle terre, gente strozzata da debiti… ”

“Basta così! – lo interruppe Metello – Sei sapiente nell’affilare le tue parole, ma hai offeso tutti, qui! Siamo nobili e senatori e non siamo come ci dipingi tu.”

“Io non dico nulla che non sia già stato detto con i fatti. Svegliatevi! Solo un atto di coraggio può fermare questa cancrena e togliere il male alla radice. Molti la pensano così, ma pochi hanno il coraggio di affermarlo.”

“E’ l’ordine attuale, quello che tu contesti, Lucilio. – insinuò il Prefetto – E’ il sovvertimento delle regole.”

“Parole pericolose per te che le dici come per noi che le ascoltiamo. –  Silio serrò in una espressione minacciosa le gia strette fessure che erano i suoi occhi – Se continui a snocciolare il tuo “rancore sociale” con tanta sicumera, finirai male. Per cosa è che metti in gioco la tua vita, filosofo?”

“Metto in gioco la mia vita per qualcosa di molto prezioso!”

“E cosa sarebbe?” domandarono tutti in coro.

“La libertà di pensare! – rispose lapidario il filosofo – La capacità di liberarsi delle catene dello strozzino e del capestro degli interessi…. che poi è quello di cui avete bisogno voi tutti, se non sbaglio!… Per questo parlo di coraggio. Ci vuole coraggio per abbattere il malcostume. Il buon Seneca… gli Dei l’abbiano in gloria… diceva: Cum mori est nobis nullo auxilio sumus. E…”

“La tua lingua si muove troppo liberamente! – anche Metello lo ammonì, mentre continuava a battere nervosamente il coltello contro la coppa che gli stava davanti – Tienila a freno. Hai bevuto a troppe coppe imbevute di stoicismo: provvedi e non strozzarti!”

In fondo alla stanza, sull’uscio della grande porta d’accesso ai sotterranei, uomini sudati, sporchi di carbone, sepolti sotto carichi di legna, andavano e venivano gettando loro addosso stanche occhiate. Lucilio li additava di tanto in tanto, come a significare che era a gente come quella che si riferiva, ma quelli non si degnavano neppure di voltarsi a guardare.

“I fulmini della tua eloquenza vagano incontrollati – ancora Italico – e minacciano di incenerire questa allegra compagnia.”

“Le vostre sono solo pomposità verbali che servono a nascondere i vizi dei tempi in cui viviamo. – Lucilio era ormai lanciato – Parlate ma non dite! Spiegatemi… chi di voi ha scritto di Cornelio e del suo schiavo? E stato uno di voi… così, per ridere, ma non avete nemmeno il coraggio di attribuirvi ciò che dite per far ridere!”

“Lucilio mette sempre troppa passione nelle dispute.” intervenne a questo punto Marco, nel tentativo di allontanare l’amico dalla pericolosa logomachia in cui minacciava di affondare; dentro di sé, però, pensava che si commettevano più infamie là dentro nel giro di una giornata che in qualunque altro posto e temeva per l’amico.

Guardò l’abusiva giovialità di quella compagnia: l’enfasi di Lucilio, la rabbia di Silio, la bile di Metello, e si chiese se un soldato come lui  potesse raccapezzarsi in  quei discorsi ingolfati di “pomposità verbali” come diceva l’amico filosofo. Lui era un soldato e sapeva combattere solo con la spada! Ma forse c’era davvero una qualche necessità di cambiamento. Il solo rischio era che, come sempre, potesse risolversi tutto in una sanguinosa commedia. Era solo questione di tempo.  (continua)

brano tratto da  “LA DECIMA LEGIONE – Panem e Circenses”  di Maria Pace

 

“NELLA FOSSA” brano tratto da “LA DECIMA LEGIONE – Panem et Circenses”

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Passò quasi mezz’ora prima che il cancello dell’arcata centrale dell’Oppidum tornasse per l’ennesima volta a spalancarsi. Nel vano comparve un’imponente figura e un boato scosse l’arena:
“Seilace! Seilace!”
In piedi al centro della porta, l’atleta passava in rassegna la folla piegata verso di lui. Un insieme di odori gli giungeva da lassù, una combinazione non in armonia tra loro ed a tratti anche sgradevole: sangue, sudore e i penetranti profumi delle donne.
Sollevò la sinistra armata di gladio: era mancino. Avanzò nell’arena e si fermò accanto alla spina. Il sole strappava bagliori ai capelli corti, biondi e ricciuti: Seilace era un capo tribù. Un principe. Lottava nell’arena per guadagnarsi una libertà che non aveva prezzo: più facile mietere successi e allori, conseguire ricchezze e prestigio che tornare libero.
Scommesse e puntate aumentarono vertiginosamente: proprietà, case, terreni. Tutto si puntava sul magnifico atleta.
Seilace era un giovane di straordinaria avvenenza e lo sguardo era acuto come quello di un’aquila. La pelle aveva quel colore scuro dorato per esposizione al sole e le proporzioni del fisico erano straordinarie ed armoniose. Non era facile capire quanto sangue druso fosse misto a quello gallese nelle sue vene: sua madre era una principessa di quel popolo di antichi guerrieri. Poteva avere ventiquattro o forse venticinque anni. Era un mirmillone e combatteva con pugnale, scudo ed elmo dal cimiero a forma di pesce.
Il suo avversario doveva essere un reziario, ma gli organizzatori dei giochi avevano voluto introdurre delle modifiche nelle regole del gioco e gli avevano scelto quale avversario nientemeno che Milos il Trace, il gladiatore più imbattibile del momento: venti combattimenti senza neppure un graffio.
“Milos! Milos!”
Il pubblico si divise immediatamente all’apparire, tra le cancellate, dell’altro beniamino. Anche lui era simile ad un Dio, aitante e forte, spalle atletiche, potenti muscoli guizzanti sotto la pelle abbronzata, gambe come marmo brunito. Era armato di scudo e pugnale e in testa aveva un elmo dal basso cimiero.
Migliaia di occhi erano puntati sui due: il Circo conteneva più di ventimila spettatori; occhi fissi nell’arena anche da dietro i cancelli dell’Oppidum: lanisti, impresari, inservienti, atleti.

Fianco a fianco, i due si staccarono dalla Spina per raggiungere il podio: un’enorme tensione riempiva quel tempo d’attesa.
Avanzavano senza parlarsi e senza guardarsi. Senza sorridere. Avanzavano socchiudendo gli occhi all’ingiuria della luce dopo la sosta all’ombra dei sotterranei. Avanzavano al ritmo cadenzato di mani e piedi.
“Milos! Milos!” urlava metà dello stadio.
“Seilace! Seilace!” rispondeva l’altra metà.
Continuarono ad avanzare, lenti e solenni come statue portate in processione; gli splendidi volti parevano trasfigurati.
Raggiunsero il Palco imperiale
“Ave, Caesar Imperator. Morituri te salutant!” salutarono, poi invocarono il sostegno di Marte, Diana e dei loro Dei lontani.
“Vinca il migliore!” Cesare rispose al saluto.
I due tornarono nel centro della fossa; nel silenzio sceso sull’arena, si udirono solo i respiri trattenuti sugli spalti e sulle gradinate. Si fronteggiarono. Si studiarono. Seilace prese per primo l’iniziativa. Si calò la visiera dell’elmo e si fece avanti. L’altro, agile come un cerbiatto, gli si muoveva intorno saltellando e fissandolo con quell’espressione infantile che gli aveva guadagnato le simpatie del pubblico. Tutti, però, conoscevano l’insidia di quella danza; anche Seilace la conosceva e cercava di tenerlo lontano col suo scudo.
“Milos! Milos!” gridavano i sostenitori del trace.
Sicuro di sé e con la consapevolezza che ogni persona, ogni pietra, ogni granello di sabbia di quell’arena fosse per lui, Milos continuava la sua danza. Era il suo pubblico: lo adoravano, ammiravano e volevano quella danza ed egli li accontentava.
Nel sole che correva verso il crepuscolo, egli sorrideva sprezzante all’avversario; con aria irridente gli agitava davanti la spada ricurva e la parmula. Anche lui, infine, si calò la visiera e spinse in avanti il ferro, che andò a cozzare contro lo scudo dell’altro. Cominciarono gli assalti: Milos sempre danzando e Sailace sempre attaccando. Ad ogni colpo, dagli spalti i parmularii urlavano invettive e gli scutarii rispondevano con altre invettive.
Tra i sostenitori di Milos c’era anche Nerone e nel palco nessuno osava tifare troppo apertamente per l’altro. Quando un colpo più forte sull’elmo costrinse Milos con un ginocchio a terra, Cesare puntò su di lui il monocolo di smeraldo.
“Adesso lo stende.” esclamò
“Hoc Habet!” gridavano i sostenitori di Seilace.
“Non è facile per niente atterrare Milos.” facevano eco gli altri.
Il lanista Crescens, dal cancello della Porta della Pompa, gli urlò qualcosa. Si vide il trace piegare l’altro ginocchio, serrare la parmula contro il petto con entrambe le mani e con un formidabile colpo di reni, fare uno sbalorditiva piroetta in avanti. Il piccolo scudo fendette l’aria e colpì di striscio la testa del grande mirmillone.
L’arena rumoreggiava.
Seilace fece un passo indietro; dalla tempia destra cominciò a colare sangue. L’atleta barcollò, la vista per un attimo gli si appannò e l’urlo della folla sostenitrice del trace, giunse al suo orecchio come l’eco di un brusio:
“Diavolo di un trace! Il suo colpo segreto è inimitabile.” Gridavano i suoi sostenitori.
“Dannato di un trace! “ il coro degli avversari.

Ignorato da tutti, Marco Valerio subiva la stretta sorveglianza pretoriana con malcelata insofferenza. Si guardava intorno spostando lo sguardo dall’una all’altra di quelle facce che fino a qualche giorno prima erano state quelle di amici e che ora parevano timorose perfino di incrociare gli occhi con lui.
Solo Calvia Crispinilla pareva fare eccezione a quella consegna. Non per amicizia, certo, ma per stuzzicarlo e punzecchiarlo:
“Su chi stai puntando? Corre voce che tu sia a caccia di sesterzi!”
Marco la ignorò.
La folla prese a rumoreggiare: poteva sembrare che i due grandi atleti evitassero il contatto fisico. Impensabile, però, tra due atleti di quel valore.
In realtà, trucchi per evitare di uccidersi erano conosciuti e risaputi: ferite lievi ma spettacolari, con tanto sangue e slabbrature potevano salvare la vita ad entrambi gli avversari. Se solo, però, l’ombra del dubbio sfiorava la folla, la jagulatio era la punizione per entrambi.
La cruenta schermaglia durò un bel pezzo ancora, infine, Milos cessò di danzare e Seilace, ginocchio piegato in fuori e gladio ben stretto nella destra, attese l’attacco. Quello vero.
“Forza, Milos. – lo incoraggiavano – Sei forte. Attaccalo!”
Se Milos era forte e irruente, l’altro, però, aveva dalla sua cinque anni di esperienze nelle arene di tutto l’impero; le ombre del pomeriggio scivolavano lungo il perimetro della grande fossa: nessuna esclusione di colpi.
Fu Milos a dare per primo segni di stanchezza. Sailace, che aveva bene amministrato forze ed energie, si preparò alla battaglia finale.
Mise a segno una terribile stoccata sullo scudo del trace che barcollò e indietreggiò incespicando. Cadde all’indietro e piegò un ginocchio a terra.
L’arena balzò in piedi urlando:
“Seilace, sei tu il più forte!”
Milos si rialzò. Seilace lo serrò da vicino, ma lo trovò pronto a sostenere l’attacco. Tale, però, fu l’impeto che Milos mise nel braccio nello stoccare lo scudo avversario, che il gladio gli sfuggì di mano. Cercò subito di recuperarlo, chinandosi in avanti, ma Seilace approfittò del vantaggio e s’avventò su di lui col gladio. Fece l’atto di conficcarglielo nell’incavo tra la gola e la spalla sinistra, ma pareva esitare.
Milos, che nel frattempo s’era rialzato ed aveva recuperato l’arma, abbandonò lo scudo e si avventò sull’avversario. Anche Seilace lasciò andare il suo grande scudo e i ferri si incrociarono: gladio contro gladio, braccio contro braccio, un groviglio di muscoli vibranti e nervi tesi.
Un magnifico simulacro di pietra vivente.
Le donne, sporgendosi in avanti col busto e le braccia, invocavano i loro nomi. Neppure le Vestali, nascoste nelle loro nuvole bianche di velo, parevano insensibili al fascino perverso che i due splendidi corpi in lotta esercitava sulle loro fantasie.
Quando i due si staccarono, Milos sanguinava dalla spalla sinistra, all’altezza dell’omero. Lo splendore vermiglio del proprio sangue, fece avvampare il principe trace di nuovo vigore e di orgoglio, ma gli fece anche dimenticare la prudenza. Si avventò sull’avversario come una furia, ma andò incontro alla sua arma tesa.
“La guardia…- gli gridarono dagli spalti – Attento alla guardia…”
L’arma di Seilace lo raggiunse al fianco sinistro lasciato scoperto.
Milos cadde
“Habet!” gridò Calvia Crispinilla, che sosteneva Seilace.
“Jugola! “ le rispose Marcia Rufo, che sosteneva Milos.
Marco Valerio guardò l’una, poi l’altra.
“Seilace… Milos!” Umbricio, l’aruspice di Cesare, non aveva ancora fatto la sua scelta.
“Quale dei due, indovino?” chiesero i cortigiani.
“Orsù! Ho ben riposto i miei sesterzi?” anche Cesare sollecitò.
“Milos, naturalmente!” rispose senza esitazione l’indovino.
“Hai una risposta anche per il nemico di Cesare? – lo provocò Pudente – Il generale Galba che sta guidando la sua Legione…”
“Chi osa pronunciare quel nome davanti a me? – lo interruppe l’urlo soffocato di Nerone – Chi osa parlare di Legioni in marcia contro Roma? -Nerone appariva davvero arrabbiato – Fuori di qui! Portate le vostre misere persone lontano dalla mia vista o, Per Giove, vi faccio scaraventare nell’arena a misurarvi con quei due!”
C’era sempre una certa soddisfazione in quella corte di parassiti quando qualcuno di loro cadeva in disgrazia, cosicché la loro uscita fu accompagnata da sguardi e risatine compiaciuti.
Marco, intanto, pensava che la vittoria dell’uno o dell’altro dei due atleti, così come gli aveva assicurato Quintilius, non avrebbe cambiato il destino di Lucilla. Era necessario, però, che il Campione dei Giochi, dal momento che Valentinus aveva lasciato l’arena con le sue gambe, ma seriamente ferito, fosso proprio uno di loro due e non qualcun altro.
La sua attenzione tornò all’arena.
Milos, riverso al suolo, con una mano si comprimeva il fianco; rivoletti di sangue gli scorrevano tra le dita contratte andando ad arrossare l’arena già rossa di altro sangue. Il ragazzo lasciò andare il gladio e si accasciò ai piedi dell’avversario.
Con la punta del sandalo ferrato, Seilace lo girò sulla schiena e gli pose il piede sul petto aspettando il verdetto della folla.
“Pietà per lui!”
Un urlo si levò dagli spalti alle spalle di Cleonte, che aveva seguito con molto interesse ogni fase di quel combattimento.
“Tracia! – esclamò il greco voltandosi – Per la Barba di Nettuno! Non mi ero accorto della tua presenza.”
La ragazza, che il greco aveva chiamato per nome, pareva molto preoccupata per quanto stava accadendo nell’arena. Era molto bella. La pelle, di un candore di marmo, come di latte attraversato dal sole, era trasparente e morbida; i lineamenti del volto erano delicati e gli occhi, di un azzurro intenso. I capelli biondi, legati sulla nuca a coda di cavallo, alla maniera tracia, scendevano sulle spalle morbidi e setosi. Alta e slanciata, un fisico ben proporzionato, aveva un portamento nobile, quasi regale, ma alle braccia portava la fascia argentata delle schiave di riguardo, anche se le vesti erano di ottima fattura e qualità. Forse era una di quelle prigioniere barbare, il nome era tale, che vivevano presso famiglie patrizie o senatoriali come ostaggi imperiali, occupando posti di riguardo nella gerarchia dei servi.
Seguiva il cruento spettacolo con grande apprensione e con altrettante speranze rincorreva gli umori della folla nelle tribune, sugli spalti e intorno a lei.
“Non ti crucciare, Tracia.- cercò di tranquillizzarla il greco, facendole un affettuoso buffetto sulla guancia – Non accadrà nulla a nessuno dei due. Milos e Seilace sono entrambi beniamini delle folle e i sostenitori dell’uno impediranno a quelli dell’altro di pretendere la jagulatio del loro favorito. – poi anch’egli si girò verso il podio – Mitte!”
“Mitte!” urlarono i due amici trascinandosi la folla in un sol grido, ma qualcosa di inaspettato stava accadendo all’interno della fossa: Seilace si stava avvicinando alle gradinate occupate dal popolino.
Il biondo mirmillone conosceva bene la folla: orda insoddisfatta che riversava in quella fossa risentimenti e frustrazioni. Egli sapeva che la plebe avrebbe preteso il contrario della nobiltà: se i nobili avessero chiesto sangue, quella avrebbe concesso la vita.
“Non voglio il sangue di un valoroso.” gridò.
Non era il solo: l’intera arena era con lui e in piedi invocava la clemenza di Cesare per il magnifico atleta ferito.
Tutti i pollici erano rivolti al cielo.
“Mitte! – urlavano – La salvezza al vinto e il premio al vincitore!”
Milos ebbe salva la vita.
Trecentomila sesterzi, la verga d’oro e la Vergine dei Giochi, furono il premio per il vincitore.
(continua)
si può richiedere il libro con dedica personalizzata direttamente all’autrice  Maria Pace

mariapace2010@gmail.com

“AQUILINUS”

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Come sempre, c’era grande animazione in giro a quell’ora del mattino. Marco Valerio, l’indomani, stava tornando a casa dal Campo Marzio dopo una visita ai suoi uomini.

Sciami di ragazzini si muovevano in gruppi di cinque o sei, come stormi di uccelli in migrazione, spostandosi qua e là per i vicoli.

Uno di loro lo fissò con insistenza e lo urtò all’altezza della spalla, proprio mentre smontava di sella, davanti a casa. Si accorse subito che la phalera  attaccata al petto sul lato sinistro della lorica era sparita. Affidate le redini del cavallo a uno schiavo, si girò; il ladruncolo andava  per la sua strada, ostentando  tranquillità.

Marco lo raggiunse e l’afferrò per il cordino di pelle che gli assicurava al collo la bulla  infantile e gli fece fare una piroetta.

“No! No! – disse in tono ironico – Non è la tattica giusta! Il tocco è leggero e veloce, sì… ma va perfezionato con un po’ più di morbidezza. E sorridi. Un sorriso distoglie sempre l’attenzione…”

L’altro ascoltava impassibile.

“Guarda in faccia la preda, ma non portare mai lo sguardo su ciò che vuoi portarle via…- riprese – Ed ora, tira fuori la mia phalera.”

“Quale  phalera?” fece il piccolo, per tutta risposta, abbozzando un’espressione smarrita e innocente.

“Quella che nascondi sotto gli stracci. Quella borchia mi è costata questa ferita. – Marco, che in altra circostanza lo avrebbe mandato a gambe levate, si limitò a mostrargli la vistosa cicatrice al braccio sinistro – Come ti chiami?” chiese.

“Mi chiamo Vinicio. – rispose quello con una scrollatina di spalle e due occhietti furbi sulla faccia sporca, accesi come faretti – Ma anche Valerio o Giulio… perciò, tribuno, chiamami come ti pare.”

Marco lo ascoltava esterrefatto e ammirato insieme: quella piccola canaglia non mostrava il minimo segno di rispetto o timore, il timbro della voce era sfacciato e lo sguardo disincantato.

“… ma gli amici mi chiamano Aquilinus – lo sentì riprendere – e ti concedo di chiamarmi così! Tra uccelli di rapina ci si comprende.”

“Ah.ah.ah… – Marco non riuscì proprio a trattenere una sonora risata – Non sono tuo amico e…”

“Vuoi consegnarmi alle guardie?” l’interruppe quello.

“E’ quello che meriteresti, insieme ad una buona dose di frustate… ma oggi sono magnanimo e mi basta riavere la mia phalera… Uccelli di rapina… Che mi tocca sentire… – l’altro tese la borchia d’oro – Vai, ora. Corri… prima che ci ripensi… Uccelli di rapina!”

Aquilinus si dileguò immediatamente.

“Uccelli di rapina! – continuava a ripetere sottovoce il giovane –Ah.ah.ah… se è vero! Quella piccola canaglia ha proprio ragione! Quella volta tra i Rostri…”

Quanto tempo era passato? Quanti anni? Era ancora ragazzo e il tempo per lasciare la bulla infantile era ancora lontano. Si aggiravano, ricordò, tra le viuzze del mercato, lui e quella banda di oziosi e prepotenti, vestiti come servi, ghignando e sbeffeggiando. Chi erano i compagni di quelle scorribande? Otone, Silio, Metello e… e Cesare, naturalmente. Sua madre, ricordò, gli aveva proibito quella licenziosa compagnia. Si lasciò andare in un sospiro, poi si girò verso lo schiavo atriense.

(continua)

brano tratto da “LA DECIMA LEGIONE”

“L’ATTACCO” brano tratto da DUNE ROSSE di Maria Pace

 

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Meno di un miglio e furono in vista di Sahab.

Il vento torrido portava il sapore e il fumo delle pallottole e l’aria ne era satura; scariche di fucileria.

Sta cantando la polvere! – gridò Harith – Presto… Presto!” e conficcò gli speroni nel fianco del cavallo, che balzò in avanti, subito seguito dagli altri.

Le mura diroccate del fortino, la Fontana del Fico, le prime palme… solo poche decine di metri li separavano dall’oasi.   Il bagliore della canna di un  fucile si alzò tra le palme da dattero e tamarindo.   Rashid scorse alcune sagome acquattate. Puntò il fucile e fece fuoco; risposero urla scomposte.

Il drappello di cavalieri  balzò in avanti.

Un nutrito gruppo di uomini a cavallo armati di fucili era piazzato davanti alla Fontana del Fico;  sorpreso alle spalle, si scompose.  Si divise in due gruppi: uno fronteggiò gli uomini a piedi guidati da Ashraf che incalzavano alle spalle e l’altro si lanciò al galoppo puntando in direzione dei nuovi arrivati.

Il rais dei Kinda lanciò il suo agghiacciante urlo d’attacco, subito imitato dai suoi uomini. Risuonò immediata una scarica di fucileria e le pallottole ronzarono sulle loro teste; Rashid ordinò la carica.

Al galoppo serrato, il lembo svolazzante del mantello gettato sulla spalla sinistra, giunti a pochi metri dal gruppo degli avversari, i cavalieri si fermarono di colpo. Tutti insieme.

La testa bassa, il collo arcuato la bocca spalancata sotto la pressione del morso, i cavalli  si irrigidirono, puntando i garretti.

Presi tra due fuochi, gli uomini a piedi di Ashraf e quelli a cavallo di Rashid,  Ben e gli alleati Kaathan provarono a rispondere con una rabbiosa scarica di fucili; cespi di banane e pezzi di calcinacci, si staccavano da palme e mura diroccate della fortezza.

Il cerchio si serrò intorno agli assalitori e il gioco della polvere da sparo divenne una vera battaglia. Di ardimento e di coraggio.  Con fucili il cui tiro era insicuro e la portata breve, bisognava avvicinarsi all’avversario fin quasi a sfiorarlo e fare fuoco corto.

Il rais dei Kinda era imbattibile in quella manovra azzardata e pericolosa. Pochi altri, come lui: lo sceicco Harith e il suo vice Ibrahim.

Al galoppo furibondo i tre amici eseguirono l’insidiosa accostata;  una rabbiosa scarica di piombo e poi tornavano indietro con precipitosa rapidità per evitare il fuoco avversario e ricaricare le armi. Il tutto, in un sincronismo impressionante con i propri cavalli. Per due o tre volte ancora ripeterono i furiosi assalti e le precipitose ritirate, con quella foga ed ostinazione ardente e trascinante che metteva a dura prova il coraggio degli avversari.  Sullo scalpittio degli zoccoli dei cavalli al galoppo sempre più sfrenato, s’illuminavano di gioia spietata gli occhi dei cavalieri e mandavano scintille spiritate quelli dei cavalli.

Animali prodigiosi. Sembravano conoscere le azzardate manovre dei cavalieri e le assecondavano quasi per istinto. Arrestavano di scatto la foga della corsa e con un’impennata indicibile si giravano di fianco e si allontanavano al galoppo col manto madido di sudore,  le froge dilatate e la bocca fumante. Uno spettacolo superbo e terrificante.

Atterriti, Ben e i suoi alleati si arresero: i Kaza, ma soprattutto i Kaathan, che, abbagliati dalle promesse di Ben di raccogliere oro da quella sortita, scoprivano, invece, che era più facile ricevere piombo. Atteggiamento cupo, sguardo feroce, abbassarono i fucili e si arresero.

“La Porta degli Hotep Jaru (il Paradiso egizio) – di Maria Pace”

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……………….

Era l’ora quarta della notte e Djoser sentì un certo disagio ed una lieve inquietudine strisciargli addosso; il principe Thaose e il venerabile Hetpher lo avevano lasciato da solo ed egli quasi non se n’era accorto.

“Avessi qui lo Scettro di Anubi!” si sorprese a pensare a voce alta, stupito e turbato dal modo in cui l’eco della propria voce tornava indietro.

Chiuse gli occhi. Quando li riaprì, davanti a lui c’era una Sekhet, una grande Porta sormontata da un architrave ornato di Ank e Urex: Croce-della-Vita ed Ureo.  Una porta, in verità, che pareva cosa viva e pulsante e di cui gli pareva perfino di sentirne il respiro.

Non si stupì, perciò, nel sentire una voce torrenziargli sulla testa, che lo inquietò non poco:

“Chi sei?  Qual è il tuo nome?”

Il ragazzo fece passare un lungo attimo per permettere al Ka di riprendere possesso delle emozioni minacciate da quel prodigio. In verità, si aspettava che a porgli le domande fosse uno Spirito, Benevolo o Maligno che fos-se e non  certo una Sekhet, una Porta.

“Sono Djoser, allievo di Ptha, figlio di Bafra e Ptha-hotep. – Il mio ren, il mio nome segreto è: Coluicheescedaipapiri.”

“Che cosa vuoi?”

“Sbaglio – disse tra sè il ragazzo – o la domanda arriva dallo stipite di questa Porta?”

Poi, appena riavutosi dalla sorpresa

“Voglio attraversare questa Porta e raggiungere gli Hotep Jaru, i Giardini di Osiride.” rispose, facendo l’atto di avanzare.

“Ti concedo di passare attraverso di me – lo fermò lo Stipite della Porta – solamente se conosci il mio nome e la maniera giusta di pronunciarlo.”

“Indice-della-Bilancia-della-Verità è il tuo nome.” rispo-se senza incertezze il ragazzo, lieto dell’aiuto che gli forniva la memoria, nonostante l’ansietà del momento.

Rinfrancato,  allungò una mano verso la chiave.

“Non ti concedo di passare attraverso di me, – una voce stridula, però, proveniente  dalla sua destra, lo costrinse a ritirare il braccio –  se non conosci il mio nome e la maniera giusta di pronunciarlo.”

Era il Pannello-destro della Porta e subito dopo il Pannello-sinistro faceva eco:

“Neppure io ti concedo di passare attraverso di me, se non pronunci bene il mio nome.”

Preso alla sprovvista, Djoser cercò di tenere a freno l’inquietudine che lo stava afferrando: l’idea di restare bloccato davanti a quella porta lo terrorizzava. Cercò nella memoria e infine:

“Difensore-di-Maat,  è il nome segreto del Pannello-di-destra e  Piatto-della-Bilancia é quello del Pannello-di-sinistra.” rispose,  ma ecco un’altra voce incalzarlo:

“Non ti  aprirò, se non reciti bene il mio nome.”

Era la Serratura e egli tornò a recitare:

“Pilastro di Geb è il tuo nome.”

“Non ti aprirò se non pronunci bene il mio ren.” fece sentire la sua voce la  Chiave.

“Corpo-nato-da-Mut, è il tuo nome.”

“Né io, il Saliscendi, ti aprirò se non conosci e non pronunci bene il mio nome.”

“Occhio-di-Sobek!”

Djoser si lasciò andare in un profondo sospiro: le Anime Akh, le Anime Gloriose pensava, di ritorno, dopo aver visitato i cari lasciati nel Mondo-di-Sopra, si sottopone-vano ogni volta a quell’interrogatorio?

Quasi che gli fosse stato letto dietro la fronte corrugata,  ecco  che  i due Montanti della Porta fecero sentire la loro voce:

“Noi non lasciamo passare nessuno che non sappia pro-nunciare bene i nostri nomi. Pronuncia bene i nostri nomi e noi ti lasceremo passare.”

E Djoser fu grato alla costanza del caro maestro Pthahotep che gli aveva messo tra le mani i Sacri Testi Funerari.

“Figli-di-Buto è il nome di voi due.” rispose ed aspettò che anche la Porta ponesse la sua domanda:

“Conosci il mio nome? Conosci la maniera giusta per pronunciarlo?” domandò, infatti, la Porta ed egli:

“Conosco il nome segreto di questa Porta: è Ginocchia-di-Shu!” recitò.

Djoser non aveva ancora terminato di pronunciare il nome della Porta, che la Chiave girò nella toppa, il Chiavistello strisciò, l’Architrave scricchiolò, il Sali-scendi cigolò, i Montanti rintronarono e i Battenti si spalancarono ed egli attraversò la Porta, i cui Battenti gli si richiusero alle spalle.

“Oh!” esclamò.

(continua)

brano tratto da “I GIARDINI  di OSIRIDE”di Maria Pace

prossimamente sul mercato editoriale.