“AQUILINUS”

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Come sempre, c’era grande animazione in giro a quell’ora del mattino. Marco Valerio, l’indomani, stava tornando a casa dal Campo Marzio dopo una visita ai suoi uomini.

Sciami di ragazzini si muovevano in gruppi di cinque o sei, come stormi di uccelli in migrazione, spostandosi qua e là per i vicoli.

Uno di loro lo fissò con insistenza e lo urtò all’altezza della spalla, proprio mentre smontava di sella, davanti a casa. Si accorse subito che la phalera  attaccata al petto sul lato sinistro della lorica era sparita. Affidate le redini del cavallo a uno schiavo, si girò; il ladruncolo andava  per la sua strada, ostentando  tranquillità.

Marco lo raggiunse e l’afferrò per il cordino di pelle che gli assicurava al collo la bulla  infantile e gli fece fare una piroetta.

“No! No! – disse in tono ironico – Non è la tattica giusta! Il tocco è leggero e veloce, sì… ma va perfezionato con un po’ più di morbidezza. E sorridi. Un sorriso distoglie sempre l’attenzione…”

L’altro ascoltava impassibile.

“Guarda in faccia la preda, ma non portare mai lo sguardo su ciò che vuoi portarle via…- riprese – Ed ora, tira fuori la mia phalera.”

“Quale  phalera?” fece il piccolo, per tutta risposta, abbozzando un’espressione smarrita e innocente.

“Quella che nascondi sotto gli stracci. Quella borchia mi è costata questa ferita. – Marco, che in altra circostanza lo avrebbe mandato a gambe levate, si limitò a mostrargli la vistosa cicatrice al braccio sinistro – Come ti chiami?” chiese.

“Mi chiamo Vinicio. – rispose quello con una scrollatina di spalle e due occhietti furbi sulla faccia sporca, accesi come faretti – Ma anche Valerio o Giulio… perciò, tribuno, chiamami come ti pare.”

Marco lo ascoltava esterrefatto e ammirato insieme: quella piccola canaglia non mostrava il minimo segno di rispetto o timore, il timbro della voce era sfacciato e lo sguardo disincantato.

“… ma gli amici mi chiamano Aquilinus – lo sentì riprendere – e ti concedo di chiamarmi così! Tra uccelli di rapina ci si comprende.”

“Ah.ah.ah… – Marco non riuscì proprio a trattenere una sonora risata – Non sono tuo amico e…”

“Vuoi consegnarmi alle guardie?” l’interruppe quello.

“E’ quello che meriteresti, insieme ad una buona dose di frustate… ma oggi sono magnanimo e mi basta riavere la mia phalera… Uccelli di rapina… Che mi tocca sentire… – l’altro tese la borchia d’oro – Vai, ora. Corri… prima che ci ripensi… Uccelli di rapina!”

Aquilinus si dileguò immediatamente.

“Uccelli di rapina! – continuava a ripetere sottovoce il giovane –Ah.ah.ah… se è vero! Quella piccola canaglia ha proprio ragione! Quella volta tra i Rostri…”

Quanto tempo era passato? Quanti anni? Era ancora ragazzo e il tempo per lasciare la bulla infantile era ancora lontano. Si aggiravano, ricordò, tra le viuzze del mercato, lui e quella banda di oziosi e prepotenti, vestiti come servi, ghignando e sbeffeggiando. Chi erano i compagni di quelle scorribande? Otone, Silio, Metello e… e Cesare, naturalmente. Sua madre, ricordò, gli aveva proibito quella licenziosa compagnia. Si lasciò andare in un sospiro, poi si girò verso lo schiavo atriense.

(continua)

brano tratto da “LA DECIMA LEGIONE”

“L’ATTACCO” brano tratto da DUNE ROSSE di Maria Pace

 

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Meno di un miglio e furono in vista di Sahab.

Il vento torrido portava il sapore e il fumo delle pallottole e l’aria ne era satura; scariche di fucileria.

Sta cantando la polvere! – gridò Harith – Presto… Presto!” e conficcò gli speroni nel fianco del cavallo, che balzò in avanti, subito seguito dagli altri.

Le mura diroccate del fortino, la Fontana del Fico, le prime palme… solo poche decine di metri li separavano dall’oasi.   Il bagliore della canna di un  fucile si alzò tra le palme da dattero e tamarindo.   Rashid scorse alcune sagome acquattate. Puntò il fucile e fece fuoco; risposero urla scomposte.

Il drappello di cavalieri  balzò in avanti.

Un nutrito gruppo di uomini a cavallo armati di fucili era piazzato davanti alla Fontana del Fico;  sorpreso alle spalle, si scompose.  Si divise in due gruppi: uno fronteggiò gli uomini a piedi guidati da Ashraf che incalzavano alle spalle e l’altro si lanciò al galoppo puntando in direzione dei nuovi arrivati.

Il rais dei Kinda lanciò il suo agghiacciante urlo d’attacco, subito imitato dai suoi uomini. Risuonò immediata una scarica di fucileria e le pallottole ronzarono sulle loro teste; Rashid ordinò la carica.

Al galoppo serrato, il lembo svolazzante del mantello gettato sulla spalla sinistra, giunti a pochi metri dal gruppo degli avversari, i cavalieri si fermarono di colpo. Tutti insieme.

La testa bassa, il collo arcuato la bocca spalancata sotto la pressione del morso, i cavalli  si irrigidirono, puntando i garretti.

Presi tra due fuochi, gli uomini a piedi di Ashraf e quelli a cavallo di Rashid,  Ben e gli alleati Kaathan provarono a rispondere con una rabbiosa scarica di fucili; cespi di banane e pezzi di calcinacci, si staccavano da palme e mura diroccate della fortezza.

Il cerchio si serrò intorno agli assalitori e il gioco della polvere da sparo divenne una vera battaglia. Di ardimento e di coraggio.  Con fucili il cui tiro era insicuro e la portata breve, bisognava avvicinarsi all’avversario fin quasi a sfiorarlo e fare fuoco corto.

Il rais dei Kinda era imbattibile in quella manovra azzardata e pericolosa. Pochi altri, come lui: lo sceicco Harith e il suo vice Ibrahim.

Al galoppo furibondo i tre amici eseguirono l’insidiosa accostata;  una rabbiosa scarica di piombo e poi tornavano indietro con precipitosa rapidità per evitare il fuoco avversario e ricaricare le armi. Il tutto, in un sincronismo impressionante con i propri cavalli. Per due o tre volte ancora ripeterono i furiosi assalti e le precipitose ritirate, con quella foga ed ostinazione ardente e trascinante che metteva a dura prova il coraggio degli avversari.  Sullo scalpittio degli zoccoli dei cavalli al galoppo sempre più sfrenato, s’illuminavano di gioia spietata gli occhi dei cavalieri e mandavano scintille spiritate quelli dei cavalli.

Animali prodigiosi. Sembravano conoscere le azzardate manovre dei cavalieri e le assecondavano quasi per istinto. Arrestavano di scatto la foga della corsa e con un’impennata indicibile si giravano di fianco e si allontanavano al galoppo col manto madido di sudore,  le froge dilatate e la bocca fumante. Uno spettacolo superbo e terrificante.

Atterriti, Ben e i suoi alleati si arresero: i Kaza, ma soprattutto i Kaathan, che, abbagliati dalle promesse di Ben di raccogliere oro da quella sortita, scoprivano, invece, che era più facile ricevere piombo. Atteggiamento cupo, sguardo feroce, abbassarono i fucili e si arresero.

“La Porta degli Hotep Jaru (il Paradiso egizio) – di Maria Pace”

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……………….

Era l’ora quarta della notte e Djoser sentì un certo disagio ed una lieve inquietudine strisciargli addosso; il principe Thaose e il venerabile Hetpher lo avevano lasciato da solo ed egli quasi non se n’era accorto.

“Avessi qui lo Scettro di Anubi!” si sorprese a pensare a voce alta, stupito e turbato dal modo in cui l’eco della propria voce tornava indietro.

Chiuse gli occhi. Quando li riaprì, davanti a lui c’era una Sekhet, una grande Porta sormontata da un architrave ornato di Ank e Urex: Croce-della-Vita ed Ureo.  Una porta, in verità, che pareva cosa viva e pulsante e di cui gli pareva perfino di sentirne il respiro.

Non si stupì, perciò, nel sentire una voce torrenziargli sulla testa, che lo inquietò non poco:

“Chi sei?  Qual è il tuo nome?”

Il ragazzo fece passare un lungo attimo per permettere al Ka di riprendere possesso delle emozioni minacciate da quel prodigio. In verità, si aspettava che a porgli le domande fosse uno Spirito, Benevolo o Maligno che fos-se e non  certo una Sekhet, una Porta.

“Sono Djoser, allievo di Ptha, figlio di Bafra e Ptha-hotep. – Il mio ren, il mio nome segreto è: Coluicheescedaipapiri.”

“Che cosa vuoi?”

“Sbaglio – disse tra sè il ragazzo – o la domanda arriva dallo stipite di questa Porta?”

Poi, appena riavutosi dalla sorpresa

“Voglio attraversare questa Porta e raggiungere gli Hotep Jaru, i Giardini di Osiride.” rispose, facendo l’atto di avanzare.

“Ti concedo di passare attraverso di me – lo fermò lo Stipite della Porta – solamente se conosci il mio nome e la maniera giusta di pronunciarlo.”

“Indice-della-Bilancia-della-Verità è il tuo nome.” rispo-se senza incertezze il ragazzo, lieto dell’aiuto che gli forniva la memoria, nonostante l’ansietà del momento.

Rinfrancato,  allungò una mano verso la chiave.

“Non ti concedo di passare attraverso di me, – una voce stridula, però, proveniente  dalla sua destra, lo costrinse a ritirare il braccio –  se non conosci il mio nome e la maniera giusta di pronunciarlo.”

Era il Pannello-destro della Porta e subito dopo il Pannello-sinistro faceva eco:

“Neppure io ti concedo di passare attraverso di me, se non pronunci bene il mio nome.”

Preso alla sprovvista, Djoser cercò di tenere a freno l’inquietudine che lo stava afferrando: l’idea di restare bloccato davanti a quella porta lo terrorizzava. Cercò nella memoria e infine:

“Difensore-di-Maat,  è il nome segreto del Pannello-di-destra e  Piatto-della-Bilancia é quello del Pannello-di-sinistra.” rispose,  ma ecco un’altra voce incalzarlo:

“Non ti  aprirò, se non reciti bene il mio nome.”

Era la Serratura e egli tornò a recitare:

“Pilastro di Geb è il tuo nome.”

“Non ti aprirò se non pronunci bene il mio ren.” fece sentire la sua voce la  Chiave.

“Corpo-nato-da-Mut, è il tuo nome.”

“Né io, il Saliscendi, ti aprirò se non conosci e non pronunci bene il mio nome.”

“Occhio-di-Sobek!”

Djoser si lasciò andare in un profondo sospiro: le Anime Akh, le Anime Gloriose pensava, di ritorno, dopo aver visitato i cari lasciati nel Mondo-di-Sopra, si sottopone-vano ogni volta a quell’interrogatorio?

Quasi che gli fosse stato letto dietro la fronte corrugata,  ecco  che  i due Montanti della Porta fecero sentire la loro voce:

“Noi non lasciamo passare nessuno che non sappia pro-nunciare bene i nostri nomi. Pronuncia bene i nostri nomi e noi ti lasceremo passare.”

E Djoser fu grato alla costanza del caro maestro Pthahotep che gli aveva messo tra le mani i Sacri Testi Funerari.

“Figli-di-Buto è il nome di voi due.” rispose ed aspettò che anche la Porta ponesse la sua domanda:

“Conosci il mio nome? Conosci la maniera giusta per pronunciarlo?” domandò, infatti, la Porta ed egli:

“Conosco il nome segreto di questa Porta: è Ginocchia-di-Shu!” recitò.

Djoser non aveva ancora terminato di pronunciare il nome della Porta, che la Chiave girò nella toppa, il Chiavistello strisciò, l’Architrave scricchiolò, il Sali-scendi cigolò, i Montanti rintronarono e i Battenti si spalancarono ed egli attraversò la Porta, i cui Battenti gli si richiusero alle spalle.

“Oh!” esclamò.

(continua)

brano tratto da “I GIARDINI  di OSIRIDE”di Maria Pace

prossimamente sul mercato editoriale.

 

 

“LA BAMBOLA” favola…di Maria Pace

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Un pino faceva bella mostra di sé lungo il viale del giardino della casa di Emma Vittoria, una bella bambina allegra e vivace, con due occhi carichi di splendore e verdi come il colore di quel pino; il babbo lo aveva fatto piantare il giorno in cui era nata, proprio quattro anni prima.

Era dicembre e faceva freddo; era arrivata anche la neve, che aveva imbiancato ogni cosa come con panna montata. Il pino, addobbato con nastri e filamenti luccicanti, sembrava un albero di Natale. C’era stata gran festa quel pomeriggio, con giochi, dolci, coriandoli, bevande e zucchero filato. Il babbo aveva perfino fatto arrivare un clown dal Circo accampato alla periferia della città.  Il pomeriggio era passato in un baleno e già le amichette e gli amichetti di Emma, l’uno dopo l’altro, avevano lasciato la casa.

Emma Vittoria, però, era ancora tutta eccitata e, soprattutto, soddisfatta dei regali ricevuti che erano stati veramente belli e numerosi. Uno, particolarmente gradito, era  arrivato con la zia Maria: una bella bambola vestita alla marinara, con un vestitino bianco e celeste proprio come il suo e i lunghi capelli raccolti  dietro la nuca da un nastrino.

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Approfittando della presenza della zia Maria, Stefy e Dario, la mamma e il babbo della piccola, si offrirono di accompagnare a casa uno dei piccoli ospiti della loro bambina e lasciarono la casa.

Rimasta da sola con la zia, Emma prima cominciò con un’interminabile “filastrocca dei perché”, poi la pregò di raccontarle una favola e la zia Maria non si fece pregare; le piaceva raccontare e ad Emma piaceva ascoltare. Sedettero davanti al camino acceso e scoppiettante: la zia su una poltroncina ed Emma accanto a lei

La piccola Emma Vittoria stringeva fra le braccia la sua bambola; con quei capelli raccolti, il cestino di fiori e la letterina di auguri in mano, sembrava proprio una bambina.

La zia cominciò a raccontare:

“Nei tempi dei tempi che furono, viveva, in una grande casa dell’Antica Roma, un bimbo di nome Fabio, assai biricchino e vivace… Il posto preferito per le sue marachelle era  la stanza delle sorelline…La piccola Emma ascoltava attenta.

Nel camino, intanto, la legna scoppiettava allegra e le scintille salivano verso l’alto, simili a abbaglianti stelle; zia e nipotina, l’una accanto all’altra, erano davvero felici e contente.

Vuoi vedere – continuava il racconto – come trasformo la bambola di legno della mia sorellina nelle ruote del mio carretto? Si  disse un giorno il piccolo discolo, guardando soddisfatto la bambola sottratta alla sorellina minore…”

La zia s’interruppe.

Emma la vide appoggiare il capo alla spalliera della poltrona e socchiudere gli occhi; le parve che volesse addormentarsi e allora la sollecitò:

“Avanti, zia. Racconta. Chi era Fabio? Era un piccolo mago capace di fare magie come il clown della mia festa? Racconta, ti prego. Racconta.”

La zia riaprì gli occhi, sorrise e riprese:

“Oh, no! Fabio era solo un bambino assai ingegnoso, capace di fare agli amici scherzi molto divertenti… – s’interruppe ancora e ancora richiuse gli occhi, ma li riaprì subito – La piccola canaglia…” riprese, ma s’interruppe nuovamente: gli occhi chiusi, il capo reclinato, un dolce sorriso sulle labbra.

“Ed ora? – la invitò Emma, ma anche lei sentiva una gran voglia di chiudere gli occhi – Racconta, zia, racconta… come fece quella pi…piccola   ca…canaglia a…”

“La… la bambola di le…legno…” continuò la zia, ma, per la terza volta, s’interruppe e questa volta la piccola non la sollecitò più a proseguire: un dolce sopore aveva preso anche lei.  Smise di fare domande, chiuse gli occhi e si abbandonò a quello strano torpore; la zia aveva smesso di raccontare e le sue mani, abbandonate in grembo, non accarezzavano più il suo capo.

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Nel camino, intanto, la legna era diventata brace e la brace andava consumando ed assumendo una tinta sempre più scura e minacciosa

Un penetrante odore, dolciastro e amaro insieme, aveva cominciato a saturare la stanza.


Nel frattempo, nella villetta accanto, la casa della piccola ospite di Emma,  si stava conversando amabilmente; tra un pasticcino, un pettegolezzo e una cioccolata calda, il tempo scorreva veloce e inavvertito.

Qualcuno bussò alla porta.

La padrona di casa andò ad aprire e si trovò di fronte una bambina con sulle spalle un bel mantello di velluto ricoperto di neve e un capello in testa, trattenuto da nastrini rossi.

 

f3e85efa40669f5a630f0398c2c7fcee“Entra. Entra, piccina. – la donna si fece da parte per lasciarla entrare – Chi sei? Hai bisogno di qualcosa?”

“Sono l’amica di Emma Vittoria e cerco il suo babbo e la sua mamma.” rispose la piccola sconosciuta.

“Ma certo, cara. Entra… I genitori di Emma sono in salotto… ma dov’è la piccola Emma?”

“Non è con me. La mia amica Emma Vittoria è a casa con zia Maria, ma bisogna correre subito da loro perché sono in grave pericolo.”

“Santo Cielo! E’ accaduto qualcosa?” esclamò la donna.

Richiamati dalle loro voci, i genitori di Emma  si precipitarono sulla porta d’ingresso.

“Che cosa è successo a Emma Vittoria e alla zia Maria? – cominciarono a tempestare di domande la piccola – E tu, chi sei? Non ti ho mai vista prima.”

“Sono Laetitia-Angiolina, la nuova amica di Emma e sono corsa ad avvertirvi che la mia amica e la zia stanno molto male.”

“Oh, mio Dio! Che cosa è successo alla mia bambina?” si allarmò la mamma di Emma.

“Sembrano addormentate. – spiegò la piccola, scuotendosi la neve di dosso – La legna… la legna, bruciando, ha liberato uno strano odore e tutta la stanza ne è piena… tutta la stanza…”

Senza aggiungere altro, la piccola si voltò per raggiungere l’uscita.

“Presto… presto!” esclamò il babbo, che aveva afferrato la gravità della situazione e senza altri indugi, si lanciò di fuori, lungo il sentiero che portava a casa

“Le esalazione di gas prodotto dalla legna – andava ripetendo – … la legna del camino..”

La mamma di Emma si gettò addosso in tutta fretta il cappotto e seguì il marito sotto la neve che fioccava sempre più abbondante.

Seguiti dagli amici, raggiunsero la loro casa.
Trovarono Emma Vittoria e zia Maria accanto al camino non più scoppiettante, ma scuro di cenere.
Parevano addormentate, proprio come aveva detto la piccola sconosciuta. In realtà, erano svenute, ma rinvennero subito, appena furono apprestate loro le cure e le attenzioni necessarie.

 

“Dov’è Laetitia Angiolina? – la mamma di Emma si guardò intorno alla ricerca della piccola sconosciuta – Voglio ringraziarla. Non oso immaginare quello che sarebbe potuto accadere senza di lei.”

“Chi è questa nuova amichetta della nostra Emma? – anche il babbo la cercò – Ma dove sarà andata? Era tutta bagnata, povera piccola. Potrebbe prendersi un malanno.”

“Di chi state parlando?” domandò Emma, sollevando la testa dal divano del soggiorno su cui era stata adagiata insieme alla zia.

“Della tua amica Laetitia Angiolina. – risposero tutti in coro – E’ venuta ad avvertirci di quanto stava accadendo qui.”

“Ah! La mia amica Laetitia Angiolina… – Emma Vittoria riempì con un lungo respiro la pausa che seguì, poi –  E’ lì, accanto al fuoco.” continuò e con la manina sollevata indicò la bambola seduta per terra accanto al camino.
“E’ Laetitia Angiolina. – ripeté – E’ la bambola che mi ha regalato zia Maria. E’ lei la mia  nuova amica.”

Si girarono tutti a guardare in direzione del camino.
Il volto della bambola era lo stesso della bambina venuta a dare l’allarme; anche le scarpine erano bagnate e il mantello verde era ancora ricoperto di qualche pagliuzza di neve.

Mamma Stefy scoppiò a piangere:

“Oh, piccola mia! Era  Laetitia Angiolina… Angiolina… il tuo Angelo Custode. Era il tuo Angelo Custode che ha preso le sembianze della tua bambola.”

tratto da  “VISCHIO  E  AGRIFOGLIO – Racconti di Natale”di Maria Pace

si possono richiedere scontati e con  DEDICA PERSONALIZZATA

“Roma 1920 – brano tratto da L’ODORE DELLA MUFFA… di LIA JONESCU”

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Roma 1920

 

Nessuno poteva godere del fascino che emanava dalla pineta di Monte Mario se non chi ci viveva dentro. Il tratto che va da viale delle Medaglie d’Oro all’Osservatorio Astronomico, quello che dai romani è chiamato “Lo Zodiaco”, quando l’Olimpica non era ancora stata costruita e la via Trionfale non era ancora a grande scorrimento; oggi di quel pezzo di Pineta sono rimasti solo pochi alberi che delimitano i residence, le palazzine signorili e, non ultimo, l’Hilton, l’albergo a cinque stelle.

Oramai la zona è coperta da strade e stradine che si intersecano e non fanno lontanamente immaginare ciò che una volta era stata la “Pineta di Monte Mario”.

Per raggiungere la casa di Adele bisognava passare dentro la zona che poi dagli anni ’40 sarebbe stata chiamata “Balduina”, che si apriva a metà circa di via delle Medaglie d’Oro.

Superata la stradina sterrata in salita, si arrivava alla casa demaniale e già si respirava aria di campagna, anche se San Pietro era a due passi.

Anni e anni di passaggi avevano formato un camminamento che costeggiava un vasto campo su cui gli alberi di acacia la facevano da padroni. Si arrivava su un piazzale circondato da eucalipti alti e imponenti e profumati, e in un punto proprio sopra il dirupo si poteva godere di uno degli spettacoli più belli del mondo: si vedeva tutta Roma, e non solo, in giornate particolarmente limpide si riuscivano a vedere i Castelli, i Monti Tiburtini, i Sibillini e il mare e poi gli occhi vedevano deserti africani, montagne gigantesche, oceani, fiumi e sogni che non si realizzavano.

Girando a sinistra si saliva su un piccolo colle, ma con poco dislivello, sul quale il nonno di Lidia aveva installato un’altalena che proiettava in alto e dava la sensazione a chi si dondolava di volare nel vuoto.

Dietro l’altalena si apriva un cancello di legno che immetteva nella pineta vera e propria. Risalendo la strada bianca costeggiata dagli alberi si arrivava in un punto comunemente chiamato la rotonda, in quanto dal terreno uscivano delle mura diroccate poste a semicerchio alte più o meno settanta centimetri, usate per sedersi a parlare schiacciando i pinoli che si raccoglievano a palate.

Sulla destra si apriva un lungo e stretto viale alberato contornato da cespugli di lillà che portava verso l’alto del “monte”.

Scendendo invece si arrivava sino alla casa degli affittuari del terreno e lo spettacolo, seppur meno suggestivo, si faceva più affascinante proprio per lo stato di immobilità nel tempo con i radi pini secolari e gli arbusti fatiscenti. Improvvisi ruderi di scale coperte dai più vari tipi di muschio, che forse nei secoli passati portavano alle case considerate di campagna, ti apparivano dove meno te lo aspettavi.

Non mancava neanche la tradizionale “casa degli spiriti”: non che qualcuno vi avesse mai visto i fantasmi, ma l’aspetto nel suo complesso era così diroccato e squallido, coi buchi neri delle finestre e le assi incrociate sulle inesistenti porte, che dava sfogo alle più tenebrose immagini dell’orrore; per un bambino era un luogo proibito e per questo ancora più affascinante. In questa zona era stato impiantato un carciofeto, scorciatoia per chi veniva da viale Angelico doveva risalire a Monte Mario. Se si aveva la costanza di proseguire ci si trovava dietro e a volte dentro Villa Miani, che già da sola era un gioiello di architettura senza contare il plurifilmato parco.

Si racconta che proprio nella pineta di Monte Mario fosse accampato Mario, avversario di Silla, quando si ammalò di febbre e morì e che il sacrificio a lui dedicato ai danni di Scevola fosse avvenuto proprio da queste parti. Sentenza esecranda Scevola fu ucciso da un boia con la mano leggera e morì dopo una lunga agonia.

A Roma basta poco per creare attorno a un evento storico un alone di mistero e trasformare la storia in leggenda, in questa città dove gli eventi vivono e rivivono in ogni angolo e in ogni uomo.

In nessuna città come a Roma c’è questo interesse per le cose del passato e alla luce di tutto ciò, per chi aveva sentito o letto anche soltanto un po’ di Monte Mario, questo assumeva l’aspetto affascinante del mistero e si poteva sempre, bazzicando quelle parti, scoprire fatti o cose, che portavano a nutrire rispetto per un luogo considerato speciale.

Adele era andata ad abitare nella casa sul “Monte” appena sposata e i primi tempi soltanto l’amore per il suo uomo l’aveva convinta a rimanere.

 

 

“I bimbi della fornace” brano tratto da AGAR di Maria Pace

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Un frastuono insolito mi svegliò un mattino assai di buon’ora. Da qualche tempo, in verità, gli ospiti della colombaia della terrazza adiacente alla mia stanza, m’impedivano di prendere sonno e riposare.

Prigioniere delle grosse gabbie di paglia e fango, sei coppie di colombi covavano le uova e non facevano che tubare, garrire e starnazzare.

Erano numerose le specie d’uccelli che si allevavano al Santuario: oche, anatre, gru e un pennuto che il Faraone aveva portato da una delle sue campagne militari e che chiamava “gallina”. Non troppo elegante, la sua carne e le uova erano, però, assai gustose.

Qualche volta aiutavo la sacerdotessa Neferhotep ad alimentare gru e oche con grosse polpette di farina per renderle ben grasse e buone per lo spiedo.

La notte precedente avevo vegliato con un gruppo di novizie e solo verso l’alba es, il Signore della Soglia, aveva cosparso le mie palpebre con le Sabbie del Sonno.

Stavo registrando offerte appena giunte al Tempio; la clessidra chioccolava lenta. Due sacerdotesse portarono in mia presenza una bambina di cinque o sei anni. Era nera di fuliggine da capo a piedi.

“Chi sei?” le domandai e non avendo ottenuto risposta, una delle novizie la sollecitò con uno stiletto gridandole:

“Rispondi alle domande, stupida.- poi a me – E’ Cenere, signora.”

Licenziai la solerte novizia e rifeci la domanda a Shannaz, che stava giungendo di corsa. Lei tese la mano oltre il giardino dagli intensi profumi e indicò il recinto da cui arrivavano odori di vasellame e mattoni appena cotti. Riprese fiato, con un lungo e profondo respiro, poi mi fece cenno di seguirla.

Al Santuario ogni cosa aveva una precisa collocazione: i giardini, le case delle sacerdotesse, le cucine, le dispense, le scuole, i magazzini, le abitazioni degli addetti ai lavori, le stalle. Varcammo la soglia di un piccolo portale che interrompeva il perimetro del recinto. Il muro, di mattoni cotti e legati tra loro da una malta d’argilla e paglia, era fiancheggiato da due grossi sicomori, la pianta sacra alla Signora del Santuario.

Al riparo della sua ombra, un gruppo di novizie stava imparando l’arte della filatura del lino. Una mano protesa verso l’alto per tendere il filo, l’altra a girare il fuso contro la coscia per attorcigliarlo, le ragazze davano vita a una scenetta serena e lieta che mi riportò con la mente alle terrazze del gineceo a Tebe.

Non tutte, però, filavano seguendo quei gesti. C’era una ragazza, appena giunta da Sais, città nota ovunque per la filatura e la tessitura delle sue finissime tele di lino, che lo faceva in modo diverso e che m’incuriosì.

Ammorbidiva il filo facendolo passare attraverso un anello sistemato sul bordo di una bacinella piena d’acqua.

“Bisogna che me ne ricordi – dissi a Shannaz che mi precedeva di un passo – quando sarò tornata a Palazzo. Mi pare che in questo modo il filato sia più sottile e perfetto.”

Proseguimmo. All’interno del recinto rasentammo le prime piante del vigneto del Tempio. Erano il vanto di Nefermut, il capo dei vignaioli ed erano cariche di grappoli azzurrognoli e maturi.

Due ancelle stavano deponendo in piccole ceste di giunchi intrecciati, grappoli destinati alla tavola. Il bravo Nefermut, che nell’arte della preparazione del vino era davvero un maestro, aveva creato le condizioni più favorevoli per ottenere un’uva d’ottima qualità. Aveva fatto arrivare da riva un piccolo canale protetto da un breve argine; ogni mattina, il pio uomo deponeva doni e offerte per propiziarsi la benevolenza di Sha, il Signore delle Vigne.

A un cenno di Shannaz rasentammo un laghetto frequentato da anatre ed oche e confortato dall’ombra di palme e sicomori che ospitavano famiglie di chiassosi pivieri, ibis ed altri uccelli. D’intorno, il profumo di piante rare ed esotiche, giunte da luoghi lontani, menta e incenso, rose e gigli, si mescolava con quello di loti azzurri e bianchi, rampicanti, piante di fichi e tamarindi.

Un alto muro di cinta interruppe d’un tratto i nostri passi. Attraverso una stretta apertura e un tortuoso budello, passammo dall’altra parte.

Ci vennero incontro macerie ed immondizia, insieme ad un penetrante odore di terracotta ancora calda. Di colpo si aprì davanti a noi un mondo da incubo.

Un esercito di piccoli fantasmi si muoveva in mezzo a un denso fumo nero che ammorbava l’aria: fanciulli e fanciulle di tenera età. Inorridii e mi girai verso la mia amica.

“E’ da qui che vengo io.” disse lei. Io non trovavo parole per quel luogo di castigo a cielo aperto.

Guardavo cumuli d’argilla scavata e impastata, trasportata e lavorata da piccoli piedi e piccole braccia, che lavoravano credendo di giocare; che giocavano faticando.

Volti sporchi ridevano ed urlavano; sguardi immobili penetravano l’aria. Piccole mani rovistavano, trovavano, raccoglievano oggetti tra montagne di spazzatura e rifiuti. Cercavano tutto quanto serviva ad alimentare il fuoco di alcuni forni le cui bocche vomitavano fumi maleodoranti: bimbi curvi sotto grosse ceste di polvere e cenere e altri che setacciavano e impastavano.

Piccole mani d’artista davano vita e forma all’argilla. Io guardavo l’argilla superflua che cadeva dalla superficie tondeggiante dei vasi come grossi trucioli. Guardavo i mucchi informi che prendevano vita. Guardavo la fatica e lo spasmo nascosto sotto sguardi e sorrisi: guardavo la fatica e la sofferenza!

Piccoli fantasmi ridevano, piangevano, scherzavano, gridavano, tossivano, starnutivano e ancora ridevano, litigavano, come in un gioco, tra fango e sporcizia: tutto questo sotto lo sguardo impenetrabile di vecchie sacerdotesse guardiane, indolenti e ben pasciute dalle carni dei sacrifici giornalieri. Sedute per terra o su basse sporgenze sassose, bevevano birra e biascicavano preghiere e con gesti stanchi di noia cercavano di liberarsi dal tormento delle mosche, ma seguivano con occhio vigile ed espressione assuefatta ognuno di quei fantasmi.

E’ facile che un bimbo scambi per gioco il lavoro e allora bisogna mutilarne gli slanci!

Tutte loro, mi spiegò Shannaz, avevano conosciuto quella sorte.

“Chi sono questi bambini e queste bambine?” chiesi.

“Sono chiamati a servire la Splendente.” rispose una vecchia sacerdotessa alle mie spalle.

“La Splendente non è mai entrata qui.” replicò Shannaz.

“Non servi anche tu la Splendente, forse?” l’apostrofò con accento di rimprovero la vecchia.

“Non ho scelto io di servirla. – rispose Shannaz – E neppure tu hai avuto scelta, vecchia Semet.”

La vecchia ebbe un moto di stizza e si girò verso di me.

“Ma non la senti, mia signora, questa scervellata? Questa sfrontata? Ciò che esce dalla sua bocca è empio e…”

“No! – non la lasciai finire – Empio è questo luogo!”

Fu così che scoprii la sofferenza.(CONTINUA)

 

brano tratto da  AGAR  di Maria Pace

“Luna in Scorpione” di Maria Stefania Dutto – brano

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“Valentina indossava un costume blu notte, un blu intenso, profondo e sensuale, bordato di tessuto dorato e decorato con pagliuzze dorate, a voler rappresentare la volta celeste, il firmamento, uno splendido cielo notturno. L’effetto risultante era come se vi fosse stata spruzzata sopra polvere di stelle. Il velo, leggerissimo, era anch’esso blu notte, bordato d’oro. Inoltre, portava una parure composta da collana e orecchini con ciondolo in lapislazzuli.
Si era truccata con molta cura, riprendendo i colori del vestito, utilizzando un ombretto dorato e uno blu notte, sapientemente sfumati, mentre per il fard, il rossetto e lo smalto aveva optato per un rosa intenso, molto vicino al fucsia. Lo smalto l’aveva applicato sia sulle unghie delle mani, sia su quelle dei piedi.
Non indossava calzature perché preferiva danzare scalza.
– E così… finalmente, ballerai per me la danza dei sette veli?
– Sette è un numero magico… I sette veli corrispondono ai sette chakra…
Si scambiarono uno sguardo intenso. Fra loro c’era molto di più di ciò che si stavano dicendo a parole. Una saggezza antica pervadeva l’ambiente. Una sapienza millenaria si accingeva a rivivere nel linguaggio occulto, mistico e ricco d’Amore di quella Danza, come una preghiera in movimento.
– Comunque, oggi mi limiterò a usarne uno solo… – aggiunse Valentina, a proposito dei veli.
[…]
Il brano che aveva selezionato si intitolava “The Path to Goa”, di Issam Houshan.
[…]
Il fianco ondeggiava, formando un “otto orizzontale”… il fianco saliva e scendeva, formando un “otto verticale”…
Valentina guardava Marco negli occhi, poi si guardava il fianco ondeggiante, poi guardava di nuovo Marco negli occhi, richiamando così lo sguardo dell’amato. I muscoli dell’addome che si contraevano e si rilasciavano al ritmo delle percussioni… Lo shimmy che scuoteva e faceva vibrare, come per magia, tutto il suo corpo… I suoi movimenti erano sensuali e pieni di grazia al contempo. Danzava leggiadra come una farfalla e voluttuosa come un’odalisca. Padroneggiava molto bene il velo, con cui riusciva a creare movimenti sinuosi ed eleganti.”
Tratto da: “Luna in Scorpione” – ebook disponibile su Amazon: http://www.amazon.it/gp/product/B0154XW9M4
(Immagini reperite nel web)
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