“Colpo di fulmine” da dove arriva questo termine?

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Da arriva il termine “COLPO di FULMINE?”

Perché diciamo “colpo di fulmine” in caso di innamoramento rapido e appassionato? E’ una frase da ricondurre alla mitologia nordica della quale facevano parte due stirpi: i Giganti e gli Asi, o Divinità, nemici giurati.
Farbouti, un Gigante, un giorno incontrò Lanfey, della stirpe degli Asi e se ne innamorò a prima vista. Per possederla, non potendola avvicinare, le scagliò contro un fulmine che la mise incinta…
Da qui il termine “colpo di fulmine”

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Lo sapevate che… da dove arriva il termine eroe?

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Durante l’età del matriarcato, il Re Sacro,  Paredro della Regina, alla fine del tempo concessogli dalla consuetudine, veniva sacrificato alla dea Era, il cui nome significa Signora,  da Herwa,  ossia  Protettrice.

Il corpo del Re Sacro, il cui sangue veniva sparso sui prati per renderli fecondi,  riposava sotto terra, ma la sua anima cavalcava il Vento-del-Nord, in viaggio per il Paradiso.

Il linguaggio della NATURA – I FUNGHI

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Una prelibatezza, questi meravigliosi “frutti di bosco”, conosciuti ed apprezzati fin dall’antichità.    Le prime testimonianze sulla raccolta e il consumo dei funghi risalgono alla Preistoria, quando, però, il loro impiego non era solo alimentare.  Per via delle proprietà curative, ma anche  per quelle allucinogene,  i funghi venivano utilizzati soprattutto come medicamento e come strumento nei rituali magici.

La prima testimonianza documentata del suo consumo alimentare, in realtà, risale al 2000  a.C. ed alla civiltà mesopotamica, i cui Sovrani, pare, ne fossero assai golosi, ma erano apprezzati anche in Cina, dove erano erano chiamati “Cibo degli Dei” ed in Egitto, dove avevano un posto d’onore  sulle tavole. Così anche sulla tavola dei Greci prima e dei Romani poi, presso cui questo frutto meraviglioso, era diventato “simbolo di vita”.  Pausania, scrittore greco, racconta, infatti che l’eroe  Perseo, dopo essersi dissetato con l’acqua raccolta nel cappello di un fungo, decise di fondare la potente città di Micene. A classifiicarli e descriverne per primo le caratterisiche, pare sia stato Teofrasto, un discepolo di Aristotele.

I Romani apprezzavano così tanto questo frutto, da dargli il nome di “Amanita caesarea”, un cibo, dunque,  degno di un Cesare. Avevano perfino dei “raccoglitori” espertissimi e fidatissimi;  di sicuro, i primi raccoglitori devono aver fatto delle spiacevoli esperienze prima di stabilire  quali fossero i funghi “buoni” e quali,  quelli “cattivi”.  Apprezzato dai buongustai, ed esaltato da poeti e scrittori, come Giovenale, Plutarco, Apicio o Plinio il Vecchio, nella sua opera “Naturalis Historia”, questa meraviglia della natura cominciò a coprirsi di miti e leggende.

Fu proprio in questa epoca, infatti,  che i funghi,  da simbolo di vita, presero pian piano a diventare simbolo di morte, complici anche tutte le nefaste esperienze di avvelenamento con tutte quelle specie  velenose.  Famoso, il piatto servito da Agrippina al marito, l’imperatore Claudio, a base di funghi. Funghi velenosi naturalmente .

Risalgono proprio  all’epoca,  e si sono tramandate fino ad oggi, fantastiche e improbabili interpretazioni sulla loro origine,  a causa delle loro proprietà e soprattutto  della loro tossicità: origine diabolica, si diceva, oppure divina.

Per una classificazione più scientifica bisogna aspettare  il XVI secolo e per sfatare l’alone negativo di miti e leggende creatosi intorno a questo meraviglioso e gustosissimo frutto della natura, dovranno passare altri secoli ancora.

Nel Medio Evo, nonostante il grande utilizzo della cacciagione. i funghi erano largamente consumati sulle tavole dei nobili,  ma, grazie anche alle conoscenze acquisite ed alle ricette preparate nei conventi,  il suo uso divenne sempre più popolare. Così popolare e così comune come peccato di gola e prodotto afrodisiaco, da  indurre il Santo Uffizio a proibirne il consumo, perché distoglieva il fedele dall’idea della penitenza.

Dopo il Medioevo,  ritroviamo i funghi in tutti i grandi pranzi delle corti europee, soprattutto sulla tavola di  Re Sole; sempre presente anche nelle grandi cene di rappresentanza di  madame Pompadour, come, più tardi, in quelle  galanti della  spia più famosa  al mondo,  la  danzatrice Mata Hari.

Un prodotto ricercato, dunque,  chetroviamo su tavole insospettabili, come quella  di un grande della  musica italiana, Gioacchino Rossini, il quale definì il tartufo: “Il Mozart dei funghi”;  in verità, troviamo perfino nel menu del pranzo servito a Vienna alla fine del  Congresso del 1815.

Questi fantastici frutti di bosco, si sa,  nascono spontaneamente ovunque. Ciò, però, non significa che  siano da tutti apprezzati: in America,ad esempio, i funghi coltivati sono preferiti a quelli freschi, mentre in Russia e in  Estremo Oriente,  il consumo è davvero assai ridotto; in Inghilterra, infine, i funghi freschi sono quasi ignorati, sostituiti fa quelli coltivati.  Da qui, l’abitudine di coltivarli, sia pur con molte difficoltà. Ultimamente, però, è nata l’abitudine di surgelare i funghi spontanei, benché, sapore e gusto  finiscano per  risentirne.

Tanti i perché senza risposta, riguardo questa meraviglia della natura. Ad esempio,  un ottimo e commestibile fungo spontaneo delle Alpi, può essere velenoso  se cresce sugli Urali; e ancora: uno stesso fungo può assumere forma e sapore diverso, a seconda del posto, dell’altitudine e dell’humus in cui cresce. E tanti altri interrogativi ancor.

Nello studio di questi strani organismi si è sempre occupati più delle loro proprietà terapeutiche,  che della vita e crescita. Bisognerà attendere l’800  e la nascita di una moderna ricerca scientifica  per scoprire molti dei misteri che li circondavano e giungere ad una sicura classificazione.

Purtroppo, nonostante tali progressi e l’esistenza di ottimi libri scientifici, molte sono ancora le persone che continuano  a dare credito alle antiche dicerie… dicerie risalenti addirittura ad epoca romana, con le conseguenze che possiamo immaginare.

 

 

 

 

 

La spada e la croce… pellegrini in Terra Santa

220px-Godefroy_de_Bouillon         L’ imperatore Alessio Comeno che discute con Goffredo da Buglione.

Si legge su tutti i libri di Storia che l’ispirato appello  di papa Urbano II a liberare il Santo Sepolcro  dalla presenza musulmana e di troncare le persecuzioni contro i cristiani,  abbia agito come una parola d’ordine: mobilitò il vecchio continente e spinse verso Oriente una gran folla di pellegrini.

Ma fu proprio così?  Forse non proprio.

Gli appelli del papa e quelli dei numerosissimi predicatori itineranti che incitavano a prendere spada e croce e partire, contribuirono a far nascere l’dea di una spedizione in Oriente, ma non furono il fattore dominante…  stiamo parlando della prima Crociata, per intenderci.  Oltre a questi, ci furono altri fattori, dettati dalla situazione sociale, politica e, naturalmente, religiosa.

Da secoli, i cristiani si recavano in Terra Santa per venerare il Santo Sepolcro e non  erano certamente oggetto di persecuzione da parte dei musulmani i quali, dietro pagamento di un congruo tributo, li  lasciavano in pace; fu perfino permesso loro la costruzione di diversi  ospedali.

Che cosa, dunque, cambiò quello scenario? Osserviamo un po’ la situazione storica e politica di quei Paesi. Intanto, da tempo, cristiani ed islamici era diventati irriducibili  avversari:  le conquiste arabe in Spagna, Sicilia, Francia, avevano prodotto solchi profondi e così gli attacchi dei pirati saraceni a Genova, Pisa, in Sardegna e, quando i Normanni iniziarono la conquista della Sicilia, esplose quel clima anti-islamico che  non era solo religioso, ma anche sociale e politico.

Qual era la situazione politica?

Era l’anno  1095 e l’Impero Romano d’Oriente aveva appena subito un brutto colpo: aveva perduto i possedimenti asiatici ad opera dei Turchi. L’imperatore  Alessio Comneno, nel timore di perdere anche Costantinopoli, lanciò un appello a papa Urbano II  ed a tutta la cristianità occidentale.

Ravvisando in questa, l’occasione di riunire le due Chiese, quella Orientale e quella Occidentale, divise dallo Scisma del 1054, il Papa la colse  al volo e lanciò il suo appello al mondo criatiano, Franchi e Normanni in particolare.

Il 27 novembre si concluse a Cletmont un Concilio presieduto dal Papa, nel quale si erano discusse le motivazioni di una spedizione militare e religiosa in Terra Santa, che portasse alla liberazione dei Luoghi Sacri  dal dominio dei Turchi, ma che fosse condotta nello spirito di un principio riformatore della Chiesa. In altre parole, invitava ad agire secondo principi di umiltà e penitenza cristiana, proprio come quella croce cucita sulla veste,  stava a sottolineare.

Furono molti i Cavalieri che risposero all’appello, nobili e feudatari. Ma  non furono essi i primi  partire.  A precederli, fu una massa di gente turbolenta e disorganizzata: mendicanti, miserabili e contadini privi di mezzi di sostentamento, in cerca di fortuna. Una massa che si dispose subito a partire, incalzata dalla miseria e infervorata dai tanti, tantissimi predicatori, quasi sempre monaci,  che passavano di città in città, villaggio in villaggio, borgo in borgo, mercato in mercato.

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A guidarli erano spesso “cavalieri” senza arte né mezzi,  emarginati e poveri in canna. Un ottimo esempio lo ha dato il cinema con la figura di Brancaleone. Masse di disperati che lungo il cammino perdevano principi ed ideali per abbandonarsi ad ogni tipo di sopruso  ai dannddelle popolazioni e finedno, spesso, per essere a loro volta massacrati dai Turchi.

Al contrario, i Cavalieri si concessero tutto il tempo necessario per organizzare la spedizione. Partirono in centomila circa, l’autunno dell’anno dopo, ma non tutti insieme, bensì, divisi in tre scaglioni, attraverso tre vie diverse e sotto la guida di diversi comandanti. I primi furono Roberto, figlio di Guglielmo il Conquistatore e Roberto di Fiandre, in partenza da Lione, seguì Roberto il Guiscardo da Taranto e infine partirono il vescovo  Ademaro di Monteil e Raimondo di Tolosa,  sempre da Lione.

Le truppe marciarono su Costantinopoli per via terra lungo il litorale balcanico e infine, guidate da Goffredo da Buglione, giunsero a Costantinopoli, passando per Ungheria, Romania e Bulgaria.

A Costantinopoli l’incontro con l’imperatore Alessio Comneno.

Alessio Comneno, Imperatore di Bisanzio era un uomo accorto e diplomatico:              sventato l’attacco alla capitale ad opera dei Turchi, aveva stretto pacifici rapporti con i califfi di Bagdad e del Cairo e quello voleva, non era proprio una guerra all’Islam. Egli voleva solamente neutralizzare i Turchi,  perciò, l’arrivo di Goffredo da Buglione non lo fece completamente contento: voleva servirsi delle truppe, ma non vedeva proprio di buon occhio tutta quella folla di pellegrini al  loro seguito . Soprattutto, come si è già detto, non voleva una guerra all’Islam.

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Quale fu l’epilgo di quella avventura durata 3 annii?

Alla vista delle sacre mura di Gerusalemme, un isterismo collettivo colse quasi tutti: cavalieri e pellegrini: lacrime e preghiere, cui fecero seguito processioni e penitenze.

Seguì l’attacco. Fu brevissimo. Durò solamente tre giorni, ma fu tremendo e feroce.

I Cavalieri,  che solo tre giorni prima, davanti alle mura della Città Santa  avevano pianto di emozione e devozione, si abbandonarono agli istinti più rabbiosi e incontrollabili. Fu un massacro di inaudita violenza ed enorme spargimento di sangue: proprio quello che l’imperatore Alessio Comneno avrebbe voluto  scongiurare.  Episodi di  violenza e crudeltà  cieca, messi in atto contro una popolazione quasi inerme: non solo  musulmani, anche ebrei e perfino cristiani scambiati per nemici a causa dell’abbigliamento.

Conclusione! I Cavalieri, i Liberatori del Santo Sepolcro si erano trasformati in implacabili predoni armati di Croci e stavano per aprire un Capitolo  assai particolare della Storia.

IL LINGUAGGIO della NATURA – I FIORI

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Donare dei fiori, affidando loro una emozione da comunicare,  è un gesto  semplice, ma significativo che risale fin all’antichità.  Florigrafia è il nome dato al linguaggio dei fiori.

Ogni fiore ha un proprio significato, legato al colore, al  profumo, alla forma e il dono di ognuno di esso è accompagnato da una sensazione… da una emozione: l’amore, l’amicizia,  il ringraziamento… ma anche la gelosia, l’indifferenza,  ecc…

LA ROSA

La rosa è un fiore antico, da sempre amato edesaltato; dall’alto Medioevo in poi, assurse  a simbolo di bellezza ed integrità di sentimenti.   Nella mitologia  romana, la rosa era il fiore sacro a Venere, dea dell’amore e della bellezza, e veniva considerata come il fiore degli amanti. Fiore per antonomasia,  la rosa  è  il capolavoro della natura. L’aspetto e  il  profumo, alludono alla femminilità: allo stato di bocciolo simboleggia la castità, mentre  aperta  e rigogliosa, è simbolo della bellezza assoluta della gioventù.  La Rosa è soprattutto il fiore dell’Amore, l ’unico in grado di esprimere un sentimento sincero, profondo e, soprattutto, appassionato   ed è il fiore più donato, ma  il suo linguaggio è pieno di sfumature: il messaggio può cambiare in base al colore, ma anche al numero. Le Rose Rosse implicano  l’amore  intenso e profondo,  le Rose Rosa, invece,  sono indicate per esprimere un  amore romantico, mentre il colore Arancio,  comunica  il desiderio d’amore.  Giallo  è  il colore  della gelosia e la  Rosa Bianca  suggerisce il candore della virtù e della castità. Rosa Muschiata, infine  é l’omaggio alla bellezza in sè.

L’ORCHIDEA

Fiore  di straordinaria  armonia, per la particolare  forma e bellezza, l’Orchidea è assurta a simbolo di  forte sensualità. Adatto, perciò,  a donne sensuali e dal fascino misterioso. Fiore dalle origini mitiche, l’orchidea  è legata al mito di Orchide. Un’antica leggenda greca  racconta di un fanciullo bellissimo, di nome Orchide,  il quale, pur essendo maschio, era dotato di attributi femminili. Diverso ed ambiguo anche nei comportamenti, era evitato sia da femmine che da maschi. Disperato per questa sua condizione,  un giorno si gettò da una rupe e  nel posto dove precipitò e morì, spuntarono  fiori dall’aspetto bellissimo e sensuale. Donare orchidee significa esprimere un sentimento profondo e sincero.

LA GARDENIA

E’ il fiore dell’amicizia e della simpatia. Regalare questo fiore  è un segno di grande disponibilità  nei confronti degli altri,  basato  sul rispetto e  la stima reciproca e caratterizzato da una forte carica emotiva. Essendo anche  simbolo di sincerità, questo delizioso fiore,  donato a chi  non possiede questa qualità, dovrebbe spingerlo a qualche riflessione.
In alcuni Paesi la Gardenia,però,  ha significato della bellezza che svanisce, a causa, forse, dell’apetto dimesso che assume quando appassisce. Ciò nonostante, era il fiore  che, nell’ Ottocento,  nobili ed aristocratici amavano esibire, appuntato  all’occhiello, e donare alle loro amanti, che lo portavano sui vestiti per recarsi a teatro.

IL GAROFANO

E’ il fiore simbolo della fiducia e della fedeltà  in amore. Amore reciproco e corrisposto. e con qualche sfumatura, soprattutto riguardante il colore.  Il  rosso indica  l’amore  passionale,  mentre  il colore bianco suggerisce  un  amore fedele, ma tranquillo. Fiore dalle origini antiche, il garofano è legato a diversi miti. Una leggenda narra  di un giovane pastore innamorato, ma  senza speranze, nientemeno che di Diana, Dea cacciatrice,  da cui fu prima sedotto e poi  abbandonato. Dalle copiose lacrime versate, mentre si  lasciava morire d’amore,  narra la leggenda, spuntarono  bellissimi fiori, coloratissimi e profumati. Anche nella tradizione cristiana  una leggenda narra che dalle lacrime di Maria addolorata ai piedi della croce del Cristo nacquero dei garofani.

LA VIOLA

Fiore umile e modesto, assai apprezzato, però, per  la sua bellezza, il colore intenso e il delicato profumo, la viola è  considerata il fiore degli innamorati non ancora dichiarati. Fiore perfetto, dunque, da donare alla persona oggetto del proprio desiderio. Si dice che a bene osservare  tra i delicati poetali della viola,  è possibile scorgere il volto della persona amata.

Fin dall’antichità e presso varie culture,  vi è l’uso di  aggiungere alle  bevande  estratti di viola  per  renderle delicate e più gradevoli.

 

IL TULIPANO

Proveniente da terre orientali, il Tulipano è smpre stato un fiore amato ed apprezzato per  la forma e la grande varietà di colori. Come la Primula, ilTulipamo è tra i primi fiori a sbocciare con l’anno nuovo, quando la neve non è ancora scomparsa, per cui viene accolto come simbolo di rinascita e vita eterna,  ricchezza e potere. Nell’antichità la sua prima  fioritura, soprattutto in Oriente, era accolta con grandi feste.  A questo splendido fiore possono essere affidati numerosi messaggi, legati soprattutto alla sua colorazione.. Bianchi devono essere i tulipani per chiedere perdono,  gialli, invece,  per  inviare un saluto di amicizia;  se si vuole omaggiare la bellezza , soprattutto quella degli occhi, inviare un  bel bouquet di tulipani variegati, è il miglior messaggio. Nel contesto amoroso, la tonalità rosa è la più indicata per  esprimere un  amore appena nato, quella rossa, invece, per dichiarare un amore intenso e profondo e perfetto. Simbologia nata da una antica leggenda che narra di una regina e del suo amante fedele che, alla falsa notizia della morte dell’amata si uccise; da ogni goccia del suo sangue che cadde al suolo, nacque un tulipano rosso. Nel mondo  occidentale  invece,  il tulipano non è simbolo di amore fedele, ma proprio il contrario: amore inconstante.

LA CAMELIA

Fiori dai molteplici simboli: di fedeltà eterna fra innamorati e di buona fortuna verso amici e persone care, ma anche di buon augurio nel campo delle arti.  Alcune persone  attribuiscono  a questo fiore un significato di freddezza e distacco, in realtà, poche piante possiedono una bellezza così perfetta. Si dice che la rosa, fiore  amato ed  ammirato in ogni parte parti del mondo,  fiorisce e sorride quando tutta la natura sorride. Non  la camelia. Questo straordinario fiore  fiorisce  e sorride quando la Natura è ancora triste e coperta dal manto invernale, perché essa fiorisce  con la caduta delle ultime foglie d’autunno  e lo spuntare delle prime gemme primaverili.

IL CICLAMINO

E’ uno dei fiori più frequentemente regalati e forse ben pochi sanno che è il fiore più indicato per esprimere diffidenza. Bello e dai petali allegri e coloratissimi, sembra proprio il fiore perfetto da regalare, eppure, fin dall antichità, gli sono stati attribuiti  significati a volte  anche  contraddittori.  E’ un fiore tra i più generosi e facili da coltivare ma, al contempo, bellissimo e velenoso. Ambiguo, dunque. Pericoloso per il veleno contenuto nel suo  tubero, ma utile, quello stesso veleno,  come antidoto contro i morsi di serpenti. Regalarlo, però è un omaggio alla sincerità… Il suo messaggio è proprio questo:  invito alla sincerità ed alla  schiettezza. Per questo, forse, la sua origine  si perde nella leggenda . Che cosa raccontano le leggende?  La leggenda racconta del misterioso giardino di Ecate, di cui il ciclamino era la pianta regina. Ecate, dea della Magia, degli Incantesimi e degli Spettri, in grado di attraversare il mondo dei vivi e  quello dei morti; a lei si ispirava la Sibilla Cumana per i suoi responsi. Le radici di ciclamino contengono una piccola quantità di veleno pericoloso per gli uomini: per questo motivo viene associato alla diffidenza e allo scoraggiamento.  Tuttavia in passato si riteneva che chi lo piantasse non potesse più essere colpito da possibili malefici: funzionava insomma come un vero e proprio amuleto contro la sfortuna!

LA MARGHERITA

Fiore dai moltiplici significati, ma tutti legati alla sincerità ed alla verità. Fiore semplice e delicato,  è assurto a simbolo di  innocenza e purezza,  modestia e  semplicità.  Le ragazze le coglievano nei prati e se ne ornavano, ma  le ricevevano anche in dono, come tacita dichiarazione d’amore e di elogio alla loro semplicità, modestia e onorabilità. Il dono delle magherite tra innamorati è da sempre considerato messagio  d’amore e pegno di fedeltà. La tradizione  affida a questo semplice fiore anche  facoltà profetiche ed ecco il  gioco  del “m’ama  o  non m’ama”, affidato ai suoi petali.

IL NARCISO

 Mitico fiore dai vari significati, primo fa i quali la fortuna, la rinascita e il ritorno  del passato. Gli antichi romani usavano adornare le tombe con questo fiore e  nel cristianesimo era simbolo di rinascita;  simbolo di purezza, invece,   per i celti e di fertilità per gli ebrei.  Del mondo greco, invece, il Narciso arriva come simbolo di amore di se stessi,  amore egoistico e  incapace di aprirsi verso gli altri.

IL MESSAGGIO della NATURA – Piante da Frutto…

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La Natura pare silenziosa, ma lancia i suoi messaggi attraverso fiori, frutta, alberi… Il suo linguaggio è simbolico: ad ogni forma, colore, profumo, affida una proposta di riflessione.

FRUTTI di BOSCO  –  La Segretezza:  l’ambiente in cui nascono e maturano è  nascosto e segreto, a contatto diretto con la natura:

MORE   ossia  la FORTUNA:  sono il simbolo dell’amore e degli affetti che superano ogni ostacolo e difficoltà. Più il loro colore è scuro,  maggior fortuna portano a chi le coglie; più il roveto su cui maturano è grande, esteso e folto, più numerosi sono gli anni d’amore, affetto e serenità che ci aspettano. Se poi capita che qualche spina ci trafigga un dito, il messaggio è tutt’altro che negativo: significa che abbiamo già pagato il nostro tributo alla gioia ed alla serinità.

FRAGOLINE SELVATICHE ovvero  la SPERANZA: simboleggiano le gioie nascoste ed inaspettate della vita.  Quanto più sono ravvicinate e numerose, colorate e profumate,  tanto più  ci sorrideranno gli affetti e la fortuna. Ma attenzione. Se non si lasciano scoprire a prima vista, il loro è un messaggio di monito contro la falsità e l’ipocrisia di persone di cui troppo leggermente, abbiamo acocrdato la nostra fiducia.

RIBES  ossia  la DIFFICOLTA’. Rossi oppure neri, simboleggiano  contrattempi.  Più il grappolino è ricco e folto, più gli ostacoli da superare saranno numerosi o  difficili da superare… Siccome, però, i messaggi affidati ai frutti di bosco non sono mai negativi, la loro presenza è da considerarsi uno stimolo o un incoraggiame, piuttosto che un vero ostacolo.

LAMPONI  e il  SENTIMENTO:  rossi.  dolci e morbidi, simboleggiano le gioie dell’amore, la tenerezza dell’affetto,  il calore dell’amicizia,  ma anche le occasioni facili a cui non si sa o non si vuole rinunciare. Molta prudenza, dunque.

MIRTILLO  ovvero il  DUBBIO.   Imbattersi in un folto tappeto di mirtilli  è  il più belmessaggio di buon auspicio per un domani ricco di promesse; se invece se ne trovano pochi e sparsi qua e là, le occasioni che la vita ci offrirà, saranno rare e difficili.

 

GLI AGRUMI

ARANCE – il fiore d’arancio  è il più bel simbolo d’amore e anche il frutto porta messaggi  di amore, pace, serenità… Tutto, però, condizionato dal colore:  più si avvicina al rosso, più possono presentarsi imprevisti  e piccoli contrattempi.  Tutt’altro che come messaggio negativo, però, ciò è da intendee  come uno stimolo  e un incoraggiamento  ad agire per qualcosa di ancora più importante.

MANDARINI  –  troppa facilità, per questo frutto dolce  e profumato,  offrire il suo cuore: la pelle  sottile e morbida non offre troppa resistenza. Quale il  suo messaggio, dunque?  Quello di non fidarsi troppo delle apparenze e. di conseguenza, di non fare troppo affidamento nemmeno su un certo tipo di persone e di ponderare bene ogni tipo di  scelta.

POMPELMO  –  ritorno al passato, Il colore  del succo ci annuncia  il passato che ritorna:  un ritorno di fiamma,  un’amicizia dell’infanzia, un lavoro lasciato in sospeso… Le possibilità aumentano, quanto più il colore  si avvicina  a quella magnifica tonalità di rosa.

 

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CHICCHI SCURI  –  simboli di sicurezza e  determinazione,  sono generalmente  i preferiti di quelle persone che amano le situazioni ben definite e senza imprevisti. Pratiche e realiste,  queste persone, però,  non indietreggiano mai davanti a difficoltà e situazioni contrarie, ma cercano sempre la maniera di ovviare agli inconvenienti.

CHICCHI CHIARI  –  simbolo di chiarezza e  schiettezza, sono i preferiti di quelle persone che guardano più alla sostanza che all’apparenza, persone che vogliono intorno a loro, persone  belle interiormente, sincere e  spontanee. Ma, essendo anche persone piene di ideali, che vorrebbero cambiare il mondo e renderlo migliore,  sono disponibili  e  molto generose.

CHICCHI ROSA  – se la scelta cade su un grappolo d’uva dai chicchi tendenzialmente rosa, non si può che avere l’animo dell’artista.  La vita dell’artista, si sa, è un’altalena, un susseguirsi  di alti e bassi. Sentimenti forti. Grandi entusiasmi e altrettanto grandi sconforti , ma…  con una virtù: l’incondizionata fiducia nel domani e nella vita.

 

CILIEGIA

Colore  ROSA   –  simboli di novità,  annunziano colpi di scena ed imprevisti. E’ consigliabile, per  coloro che hanno preferenza  per questo frutto, di mostrarsi un po’  più avveduti e di non cadere in facili  ottimismi.

Colore  ROSSO  –  una ciliegia tira l’altra, si dice, ma chi sceglie subito nel mucchietto una ciliegia rossa,  si aspetti notizie da parenti  o amici lontani, ma  non conti troppo sulla loro  generosità o disponibilità.

Colore NERO  –  simboli di fortuna,  portano a chi le sceglie in mezzo al mucchio,  vincite, gratificazioni, miglioramenti… ma, al contempo, attirano anche invidie,  rivalità e gelosie. Attenzione, dunque,   a non mostrare troppa soddisfazione nel raggiungimento delle proprie mete..

AMARENA  – morbido, polposo e profumato, facile da staccare dal nocciolo, l’amarena può assurgere degnamente a frutto dell’amore e della tenerezza. Il  sapore tra il dolce e l’acidulo,  il suo piacevole contrasto, riconducono alle piccole scherma glie in amore.

IL MESSAGGIO del corpo… Le dita delle mani

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Fin dall’antichità, ad ogni dito  delle mani è stato attribuito una  perculiarità,  una particolare qualità e caratteristica. Immaginiamo di  mettere un anello alle dita di entrambe le mani.  Quale  mano e quale dito scegliamo?

MANO  DESTRA

POLLICE…  Il comando. Infilare un anello al pollice destro, vuol dire  decidere e farsi carico delle proprie responsabilità ed  essere arbitro delle proprie azioni. Era con il pollice che nell’antica Roma  si concedeva o si negava la vita ad un gladiatore.

INDICE…  La persuasione. Decidere  per l’indice della mano destra, significa  saper fare da guida ed essere capace di  farsi seguire dagli altri.  Saper imporre agli altri il proprio punto di vista.

MEDIO… La razionalità.  Chi sceglie un anello per il dito medio dellamano destra è senza dubbio  una persona  che non si lascia trasportare dall’istinto, ma che pondera ogni decisione da prendere. E non solo le decisioni personali, ma anche quelle altrui, verso le quali, però, si pone con atteggiamento critico.

ANULARE…  L’affettività. Scegliere l’anulare della mano destra è segno di disponibilità verso gli altri, di grande fiducia, amorevolezza  e benevolenza.

MIGNOLO…  L’irresponsabilità. Scegliere di infilare un anello al dito mignolo della mano destra vuol dire affrontare la vita con troppa leggerezza. e poca responsabilità, fidando sul fatto che ogni cosa, alla fine, si aggiusterà..

MANO SINISTRA

POLLICE…  La prepotenza. E’ tipico delle persone prepotenti infilarsi un anello al pollice della mano sinistra. Aggressive e violente, queste persone tendono ad imporsi sugli altri anche con la forza.

INDICE… La saggezza. Chi sceglie un anello da infilare all’indice della mano sinistra è di certo una persona ricca di intuito la quale  segue sempre il proprio istinto, quasi sempre infallibile, prima di intraprendere una qualunque azione.

MEDIO… La giustizia. Innato il senso della giustizia in chi ama portare anelli al dito medio della mano sinistra. Insieme alla costanza ed alla perseveranza,  questa persona  si vedrà alla fine, riconsciuti  i propri meriti, qualità e capacità

ANULARE…  L’amore. Scegliere di portare un anello all’anulare della mano sinistra significa  voler dichiarare al mondo i propri sentimenti… un amore… un legame.

MIGNOLO… La Vanità. Chi ubbidisce al desiderio di adornare il mignolo della mano sinistra con un anello, è solitamente una persona un po’ vanitosa, sempre al centro dell’attenzione, a cui, però, non mancano davvero qualità e capacità.