I SETTE VIZI CAPITALI – L’IRA

Charles Antoine Coypel - L'ira di Achille ©DDF

« Cantami, o Diva, del Pelide Achille
l’ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei…”

Chi  non conosce questi versi?

 

Quelli che seguono sono del faraone Akhenaton,  XVIII Dinastia. Sono meno noti, ma non meno riflessivi:

“Come il vortice nella sua furia sradica gli alberi, e deforma il volto della natura, o come il terremoto nelle sue scosse stravolge intere città; così la furia di un uomo arrabbiato getta rancore attorno a lui.”

 

Che cosa è l’Ira? Ecco come recita il dizionario:

“Movimento disordinato dell’animo onde siamo violentemente eccitati”

Ma che cosa la scatena e quali soggetti particolarmente ne sono affetti? L’iracondo è un individuo chiuso di carattere, in cui la collera  costituisce l’emozione predominante aggressivo, prepotente ed assai suscettibile.       A scatenare la sua ira, basta poco: basta anche solo una parola o un gesto di mancanza di rispetto. O che tale egli ritenga.

La collera   è un violento impulso capace di offuscare  la mente e il cuore; assale come un vento impetuoso, emerge improvviso dall’intimo e scatena un incendio. rimuovere i freni inibitori  e spingere l’individuo verso i più bassi istinti  e le azioni più  sconsiderate. E’  un bisogno violento di reagire contro chi ci fa torti o semplicemente ci contraria.  Scatena  in noi una forte emozione, un desiderio di rivalsa, vendetta, ecc contro quella che riteniamo una provocazione. L’ira è uno stato psichico che genera frustrazione e danneggia la nostra stessa salute.

Si tratta anche del vizio più facile da riconoscere perché giunge finanche  a cambiare i connotati della persona che ne è preda. Parte, improvvisa, dall’intimo più profondo, come una folgore ed esplode come un incendio, manifestazione di quel ribollire turbinoso di tutte le inquiete essenze che dimorano nell’animo umano.

Ma non sono tutte uguali, queste manifestazioni. Possono essere assai diverse.

C’è una collera fredda e calcolata e una collera calda e istintiva. Nella prima, le parole sono urlate, l’atteggiamento è scomposto e violento; nel secondo, invece,  le parole sono calcolate e i gesti  misurati.

La prima, chiamata anche collera attiva o aggressiva, si manifesta attraverso esplosione  improvvisa, sollecitata dall’istinto di conservazione, quando l’individuo si sente minacciato o in pericolo. Ma può essere collegata anche alla percezione di un torto o danno subito o semplicemente per predisposizioni caratteriali, in persone colleriche, aggressive, ecc.  Si tratta di un’ira furibonda che si manifesta attraverso atti violenti  contro gli altri e non raramente anche  contro se stessi, contro animali o  contro le cose. E non raramente contro persone innocenti ed estranei ai fatti:  picchiare, ad esempio, mogli e figli come sfogo per un torto subito sul lavoro o altrove.

La seconda, chiamata anche ira passiva, si manifesta attraverso un falso atteggiamento atto a  nascondere  quello che l’individuo prova realmente: falsa mitezza, falsa accondiscendenza, falsi sorrisi, ecc…

L ira aggressiva è un sentimento irrefrenabile e lo si legge chiaramente sulla faccia dell’individuo: paonazza ed alterata, come si è detto prima. In realtà,  è una passione che fa parte di noi ed è un indicatore di qualcosa di  irrisolto  che è in noi e ci fa perdere  il controllo.

Però esiste anche un’ira giusta e legittima, che mira a punire il colpevole con un giusto castigo adeguato  all’offesa arrecata; un’ira pacata, in grado di produrre qualcosa di positivo. Anche gli effetti visivi, sulla faccia dell’individuo sono diversi: non faccia alterata e sguardo lampeggiante, ma il contrario:l’individuo legittimamente irato è pallido in volto, ha il cuore serrato e la gola chiusa.

E’ errato, però, pensare che, a rispondere a slanci di collera siano solo persone dal temperamento collerico. L’ira può manifestarsi anche nel più pacifico degli  individui. Soprattutto se giusta e legittima; può manifestarsi perfino nel bambino, in cui non esistono ancora passioni, ma solo istinti.

E allora? Meglio reprimere o assecondare queste nostre intemperanze?

Non è facile controllare tali moti dell’animo. Di certo, l’ira è una pessima emozione da cui tenersi lontano, ma, come tutti i sentimenti  anche l’ira può avere qualche lato positivo.

Innanzitutto è sempre consigliabile non reprimere l’ira, ma affrontarne la causa . Se si riesce a mantenere un certo equilibrio, non è detto che un sentimento d’ira sia sempre da condannare. Esprimere la propria contrarietà a certe situazioni o prendere atto delle proprie frustrazioni  non è sempre negativo. Occorre, però, farlo nel  modo più giusto e pacato. Senza reprimere l’ira, ma tenendola sotto controllo.

Il consiglio di saggi e filosofi aiuta molto. Ecco cosa diceva Socrate: “Arrabbiarsi con la persona giusta, nel modo giusto e nella misura giusta.”

E ancora, il consiglio dei saggi egizi: “Se un saggio non è calmo, il suo comportamento non è pergetto.”

Infine il buonsenso: un sorriso ironico aumenta l’ira, mentre un sorriso dolce la smonta.

Sappiamo che gli effetti dell’ira possono essere devastanti e i danni, sia con parole che con atti compiuti  in un eccesso d’ira, possono  essere irreversibili. Sappiamo anche che in certe situazioni mantenersi calmi è davvero assai difficile:l’atteggiamento aggressivo oppure offensivo di certe persone é capaci di rimuovere nostri freni inibitori e far precipitare la nostra ira in un atto di intemperanza. Mantenersi calmi, dunque, è la forza dei saggi.

Ed a livello religioso come è contemplato questo vizio? Per la religione cristiana é uno dei vizi capitali e come tale, non si deve commettere.

Lo stesso per la religione ebraica, la quale, però, riconosce  “l’ira di Dio”o la “collera divina”  che è da intendersi come “Giustizia di Dio, però, restiamo sorpresi e  anche   scandalizzati da alcune affermazione o da alcuni fatti presenti nella Bibbia e Dio ci appare vendicativo e furente, diverso dal Dio misericordioso del Vangelo.

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I SETTE VIZI CAPITALI – LA SUPERBIA

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Superbia, il primo dei 7 vizi capitali
Dal latino superbia, ossia, esagerata stima di sé e delle proprie qualità, come recita il dizionario.
Il superbo è una persona che si sente superiore agli altri e che come tale si comporta; ama se stesso e non considererà mai la superbia come un difetto, sono gli altri a riscontrarlo in lui e semmai, farglielo notare. Ma il superbo non teme le critiche, né i giudizi del suo prossimo. Essendo un perfezionista, egli tende ad acquistare la piena consapevolezza di sé assieme alla cognizione delle cose e non risparmia critiche a se stesso fino al raggiungimento dello scopo. Non scende mai a compromessi. Questo gli permette di conoscere perfettamente le proprie qualità e talenti e di metterli a frutto. Possiamo, dunque, affermare che non esiste superbo che non abbia un minimo di qualità.
Una persona con delle qualità, dunque, di cui è perfettamente consapevole e che lo rendono talmente sicuro di sé, da non fargli sentire la necessità di farne mostra. Non lo si sentirà mai vantarsi. Non gli occorre.
E’ brillante, possiede intuito; é sicuro e soddisfatto di sé; ama primeggiare.
Per tutte queste ragioni è assai invidiato, ma, a causa della sua irrefrenabile sincerità, che lo conduce spesso alla critica, è anche temuto ed evitato. Ma solo dalle persone permalose e troppo suscettibili, poiché tutti gli altri finiscono sempre per apprezzarne i giudizi sempre sinceri e mai dettati da invidia o malanimo, egli, infatti, non conosce sentimenti di invidia e spesso è disponibile verso gli altri.
Il superbo, in quanto tale, ama il sogno ed è un romantico, capace di conservare, però, un perfetto equilibrio tra realtà e fantasia, qualità che lo rendono bene accetto nella società.
Quando, però, la Superbia assume connotati negativi come l’arroganza o, peggio ancora , la presunzione, allora diventa un difetto. Un difetto grave ed intollerabile. Soprattutto la presunzione, che è, come dice il dizionario: opinione di chi pretende di sapere quel che non sa. In tal caso, la superbia può essere scambiata per una presunta, ma inesistente intelligenza che, però, è assai facile individuare e smascherare.
Da dove nasce questa Superbia dai connotati così negativi? Nasce da una esasperata ed illimitata considerazione di sé che spinge l’individuo a mettersi al centro dell’universo ed a pretendere di dominare sugli altri.
La Storia è piena di esempi di individui superbamente arroganti e tracotanti

I SETTE VIZI CAPITALI – L’AVARIZIA

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Dal latino avaritia, ossia, scarsa disponibilità a spendere.
Recita il dizionario: Eccessivo ritegno nello spendere, a causa di smodato desiderio di possesso di denaro e averi.
“Crepi l’avarizia!”
Quante volte abbiamo pronunciato questa frase? Tutte le volte che ci siamo concessi un piccolo lusso. Questo perché l’avarizia è uno dei vizi più spregevoli ed intollerabili.
Non è difficile riconoscere l’avaro, ma è difficile che l’avaro si riconosca tale.
Egli è un individuo che non metterà mai mano al portafoglio, non regalerà mai nulla, non inviterà mai gli amici… se ne ha!
Riconoscere un individuo posseduto da questo vizio è assai facile: basta guardarlo negli occhi quando maneggia oro o denaro.
L’avaro prova un tale immisurabile piacere nel contemplare i suoi averi, che gli occhi gli brillano di una luce particolare: è l’irrefrenabile passione per il possesso
Un piacere fisico.
Non solamente accumulare ed accrescere quanto già si possiede, vizio riconducibile più al termine “Avidità”, ma piuttosto mantenere e conservare con la più grande cura, quello che già si possiede:
“Roba mia!… Che appartiene a me!… ”
Il possesso!
L’avaro è abituato a concentrare le proprie azioni e i propri sforzi unicamente nel soddisfare questo bisogno di possesso.. Egli ama possedere denaro, accumularlo, maneggiarlo, contemplarlo, contarlo e ricontarlo.
Ama sentirne il contatto.
Possedere denaro, ma non spenderlo. Separarsi da una sola delle sue “creature” è un sacrificio immane.
Per l’avaro, quel ritegno nello spendere non è per nulla un vizio, ma una virtù. Possedere,ma non utilizzare.
Egli considera peccato non il risparmio, ma l’uso del denaro. L’avaro è un egoista.
L’avaro è un individuo che nutre soverchio amore per se stesso e per le cose che gli appartengono e che non vuole dividere e non dividerà mai con alcuno.
Sospettoso ed egoista, l’avaro, soprattutto quello patologico, è anche ansioso. Ansia che gli viene dal timore di perdere quello che possiede. Ansia che altera le sue emozioni.
L’avaro vive assai male il suo vizio capitale
Ma, poiché egli non considera l’avarizia un difetto, ritiene che lo sia invece la generosità. Generosità ed l’altruismo sono per l’avaro forme di debolezza propria e di opportunismo altrui.
La generosità rende sospettoso un avaro.
Uscire da questa spirale non è facile. Anzi, è impossibile. Non perché l’avaro sia necessariamente una persona cattiva o meschina, ma perché egli non è consapevole del proprio stato, dal momento che non considera affatto l’avarizia come un difetto.
Esistono, però, due tipi di avarizia, quella misera e gretta, che è solo un principio di avarizia e che, pur restando un vizio, è meno grave ed esiste un’altra avarizia, quella sordida e misera, spinta all’estremo.
Quest’ultima, soprattutto, può risultare amorale e dannosa per la società, perché, sottrarre benessere agli altri, crea povertà e disuguaglianze sociali.

L'immagine può contenere: 1 persona, cappello

I SETTE VIZI CAPITALI – LA LUSSURIA

3. Cratere proveniente da una colonia pugliese della magna grecia. IV sec. British Museum

Dal latino luxuria, ossia, rigoglio, ma anche dissolutezza, incontrollato desiderio sessuale e abbandono ai piaceri dei sensi.

Comunemente la lussuria  è associata all’eros, la componente sessuale dell’amore. Non, però, quando l’individuo si lascia travolgere da smodata passione.

Il lussurioso, infatti, colloca  se stesso e  l’appagamento  delle proprie pulsazioni sessuali al di sopra di ogni altra cosa, avendo come fine unico, la sola soddisfazione personale, indipendentemente  da qualunque altra esigenza: sentimenti, procreazione, ecc. Il lussurioso, dunque, è un individuo che nutre un egoistico amore soltanto per sé, chiuso a qualsivoglia sentimento per gli altri.

Indifferente alle necessità altrui, dunque, ed alle sofferenze che il suo comportamento può arrecare, questo individuo mira a perseguire un unico  scopo che è solo quello di raggiungere il piacere fisico.

Un comportamento che è indice di scarsa considerazione nei confronti della persona oggetto delle sue attenzioni,  la quale  diventa “strumento” e “oggetto”.

Al contrario,  costui ha di sé  immensa considerazione . Considerazione così eccessiva, da procurargli talvolta scompensi mentali e alterazione della volontà,  così da renderlo incapace di controllare la propria libidine.

Disinibito e senza freni, schiavo del proprio vizio, il lussurioso  non prova  rimorsi, né sensi di colpa e cerca sempre una giustificazione ai suoi comportamenti.

L’esigenza ed il bisogno di appagare queste sue irrefrenabili pulsazioni, finiscono per disattivare ogni freno  inibitore: stupratori, pedofili, ecc  sono tutti lussuriosi.

Nessun sentimento, dunque, nessuna intesa affettiva o psicologica legherà mai il lussurioso  all’”oggetto” dei suoi desideri; nessuna emozione che non sia la ricerca spasmodica  di soddisfare il piacere della carne. Il corteggiamento non è contemplato, ma solo l’appagamento e il piacere personale, trascurando  l’appagamento e il piacere del partner, condotta che impedisce la costru di un rapporto solido e duraturo.

A livello generale, tale condotta non può che  svilire qualunque tipo di rapporto con l’altro sesso e sprofondarlo nel degrado: depravazione,  violenza, egoismo, infedeltà.

A livello morale, ed etico, l’emancipazione della donna  ha liberato una sessualità repressa ed   ha spostato i limiti del senso del pudore;  ha permesso ai sessi, assai distanti, di avvicinarsi, un tempo, invece,  la differenza dei sessi era assai marcata.

Tutto questo   ha  reso tollerabile quello che un tempo non lo era.

A livello religioso, nel cristianesimo il desiderio sessuale è contemplato e legittimato, ma se resa fine  a se stesso,  diventa vizio.

Cosa c’è, ci si chiede, alla base di questo vizio?  Innanzitutto insoddisfazione e vuoto interiore, che portano l’individuo alla ricerca di qualcosa che  riesca a colmarlo. Si cerca la felicità e la si cerca nel sesso. Soprattutto in un sesso sfrenato e continuativo.    Ad un’avventura ne segue un’altra e poi un’altra e un’altra ancora e poi si cerca la novità,  l’avventura  trasgressiva.

La sessualità, però, è un istinto naturale. Va vissuto osservando delle regole; uscire da queste regole ha degli effetti disastrosi, capaci di danneggiare la società e in primo luogo la famiglia. La sessualità è un istinto innato. E’ comune sia nell’uomo che nella donna. Diventa vizio solo in caso di pratica smodata del piacere fisico, poichè, l’appagamento degli istinti più bassi conduce inevitabilmente al degrado umano dell’individuo.

La sessualità è un istinto  indiscutibile.   Come dice Agostino: “Ciò che è il cibo per la conservazione dell’individuo, lo è la copula per la conservazione della specie”.

Ma, quando l’istinto alla sessualità è diventato un vizio? Ogni tipo di inclinazione, se eccessiva e smodata diventa dannosa per l’individuo. Ne risente la salute psichica e fisica e per questo a volte viene in parte represso. Soprattutto in passato. In particolare  questo tipo di inclinazione era condannato senza riserve. Basta citare gli esempi biblici di Sodoma,ecc…

Oggi, rispetto a ieri, la sessualità conosce una più ampia libertà. Soprattutto con l’ingresso della donna in questo scenario e il suo nuovo approccio  e partecipazione. Anche i giovani, oggi godono di maggior libertà nei confronti del sesso. Ci si approccia, oggi,  più con il  gioco della seduzione che con l’inclinazione alla lussuria:non solo fisicità, ma anche emotività psicologica.

APERITIVO FILOSOFICO – Romantico tra gli Idealisti: Friedrich Schelling” di Sabrina GRANOTTI

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Nato a Leomberg nel 1775, Schelling fu amico del poeta romantico Hölderlin e di Hegel; a Jena ascoltò le lezioni di Fichte e in seguito prese il suo posto nell’insegnamento. Ebbe contatti con il Circolo dei Romantici. In seguito a duri attacchi rivoltigli da Hegel, l’amicizia tra i due filosofi si ruppe. Morì nel 1854 a Bad Ragaz, in Svizzera. Schelling rivolse il suo interesse principalmente alla natura e all’arte; nella vecchiaia prevalsero invece i temi metafisico-religiosi. La sua opera maggiore è il Sistema dell’Idealismo trascendentale; in contrapposizione alla filosofia fichtiana, il suo idealismo viene definito oggettivismo estetico.
Nel primo periodo della sua riflessione filosofica Schelling fu entusiasta di Fichte; ma cambiò parere, rivolgendogli l’accusa di aver sottovalutato la natura, rendendola del tutto dipendente dall’Io; secondo Schelling il principio primo è un Assoluto ( = Dio) che è contemporaneamente soggetto e oggetto, Ragione e Natura; egli riporta così l’Io assoluto alla Sostanza di Spinoza, che è il principio primo dell’infinità oggettiva (mentre l’Io di Fichte è il principio dell’infinità soggettiva). Alla natura Schelling congiunge strettamente l’arte, ammettendo due possibili direzioni nella ricerca filosofica: 1) la filosofia della Natura; le caratteristiche attribuite da Fichte allo Spirito secondo Schelling valgono anche per la Natura, che quindi non è pura e semplice passività, ma ha una sua propria struttura dialettica e spirituale: la Natura agisce attraverso la lotta di forze opposte. Vi è una continuità tra mondo organico e mondo inorganico, in un tutto che è esso stesso organismo vivente; la Natura ha un’anima, che corrisponde all’unità delle forze di attrazione e repulsione che agiscono in essa. La Natura è un tutto vivente e ogni cosa al suo interno è provvista di vita (quindi Schelling propone una dottrina panteista); 2) la filosofia trascendentale: Schelling riconosce nell’Io una dualità di forze; se l’Io, nell’atto del produrre, fosse consapevole della propria produzione, non esisterebbe per lui un oggetto opposto, perché tale oggetto gli si rivelerebbe immediatamente come sua stessa attività; ma l’atto con cui l’Io produce l’oggetto, ovvero l’intuizione, è diverso da quello con cui diviene consapevole di averlo prodotto, che è la riflessione. Vi sono dunque, nell’io, un’attività reale, che produce l’oggetto, e un’attività ideale, che ne fa acquisire consapevolezza. In questo modo la realtà si identifica con la produzione inconscia e l’idealità con la conoscenza del prodotto e con la coscienza del produrre. L’inconsapevolezza della produzione originaria da parte dell’Io fonda la realtà della conoscenza, poiché l’Io sente nell’oggetto una negazione rispetto alla propria attività, quindi una reale passività; ma l’Io ha coscienza di ciò che avverte come una sua sensazione grazie ad una sua attività che va la di là della sensazione stessa. Così l’io reale finito (limitato dall’oggetto sentito) e l’Io ideale infinito (che procede al di là del limite dell’oggetto) si identificano e si uniscono. Per Schelling la costruzione che l’Io fa della materia procede di pari passo alla costruzione che fa di sé stesso, è una cosa unica con essa.
La filosofia della storia di Schelling si fonda sul presupposto che, essendo unico il principio che agisce nella Natura, lo sarà anche quello che agisce nella storia (che quindi sarà caratterizzata da una connessione di attività consapevole e inconsapevole analoga a quella della Natura). La storia è sintesi di libertà ( = consapevolezza) e necessità ( = inconsapevolezza): gli uomini credono di agire liberamente, ma in realtà obbediscono ad un disegno provvidenziale che si realizza gradualmente nel tempo. Se la storia è un dramma all’interno del quale ognuno recita la propria parte, il poeta della storia ( = Dio) si attua e si rivela mediante la libera azione degli uomini, che collaborano attivamente allo svolgimento della storia stessa. Ciò che nella storia si rivela progressivamente (ovvero l’armonia e la coincidenza tra uomo e natura, tra soggetto e oggetto) nell’arte è intuito immediatamente; quindi nell’arte l’Assoluto si rivela nei suoi caratteri di infinità, consapevolezza ed inconsapevolezza al tempo stesso. Mentre crea l’artista è preda di una forza inconsapevole, che lo ispira e fa sì che la sua opera risulti sintesi di un momento inconscio ( = l’ispirazione) e uno conscio ( = l’esecuzione dell’opera). Nell’Idealismo estetico schellinghiano, per il quale ricreare il bello significa ricreare le cose del mondo, al fine di conferirgli un significato spirituale, l’arte non è affatto semplice imitazione della natura e l’io è l’animatore onnipotente dell’attività estetica.
Tratto da Sabrina Granotti – “S.O.S Filosofia”, vol. 3

“Aperitivo filosofico – PLATONE… la teoria della Conoscenza” di Sabrina Granotti

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La teoria della conoscenza viene chiarita da Platone mediante il mito della caverna: egli immagina degli schiavi incatenati all’interno di una caverna e costretti a guardare sempre davanti a loro; alle spalle essi hanno un grande fuoco, che proietta sulla parete rocciosa le ombre di alcune statuette di cera, che raffigurano ogni genere di cose.
Non avendo mai visto altro, gli schiavi ritengono che le proiezioni delle ombre corrispondano alla realtà.
Gli schiavi rappresentano la maggioranza degli uomini, che si fermano all’apparenza illusoria e ignorano la verità.
Uno schiavo riesce però a fuggire: liberatosi, esce all’esterno e dapprima resta abbagliato dalla luce del sole (ovvero dalla verità autentica del mondo delle Idee), poi vede e conosce che né le ombre né le statuette sono la realtà.
Scoperto l’inganno, lo schiavo torna dai suoi compagni per metterli al corrente di quanto ha scoperto (infatti egli rappresenta il filosofo che si libera dall’ignoranza e desidera indirizzare anche gli altri verso la conoscenza); ma viene prima deriso, poi ucciso (questo è il destino del filosofo, Socrate per primo, proprio perché si adopera per istruire gli uomini).

“Aperitivo filosofico – PLATONE e la Teoria della Conoscenza”di Sabrina Granotti

La teoria della conoscenza viene chiarita da Platone mediante il mito della caverna: egli immagina degli schiavi incatenati all’interno di una caverna e costretti a guardare sempre davanti a loro; alle spalle essi hanno un grande fuoco, che proietta sulla parete rocciosa le ombre di alcune statuette di cera, che raffigurano ogni genere di cose.
Non avendo mai visto altro, gli schiavi ritengono che le proiezioni delle ombre corrispondano alla realtà.
Gli schiavi rappresentano la maggioranza degli uomini, che si fermano all’apparenza illusoria e ignorano la verità.
Uno schiavo riesce però a fuggire: liberatosi, esce all’esterno e dapprima resta abbagliato dalla luce del sole (ovvero dalla verità autentica del mondo delle Idee), poi vede e conosce che né le ombre né le statuette sono la realtà.
Scoperto l’inganno, lo schiavo torna dai suoi compagni per metterli al corrente di quanto ha scoperto (infatti egli rappresenta il filosofo che si libera dall’ignoranza e desidera indirizzare anche gli altri verso la conoscenza); ma viene prima deriso, poi ucciso (questo è il destino del filosofo, Socrate per primo, proprio perché si adopera per istruire gli uomini).