“TENEREZZA”

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Ricordava il suo ultimo incontro con la principessa, avvenuto solo due giorni prima nel peristilio del Tempio della dea Tuaret, dove Nefer s’era recata per un consulto. Lei gli aveva sorriso nel modo più particolare in cui solo lei sapeva sorridere e lui ne era rimasto turbato:  non era il sorriso di gioia della promessa sposa che con cuore trepido interroga il proprio Destino. Era il sorriso rassegnato di chi china il capo di fronte alla volontà del Fato. Diverso, invece, il sorriso che aveva riservato a lui.  A  lui soltanto!

Impossibile non riconoscere l’impronta dell’incorruttibile Meskhenet, Signora del Destino, in quell’incontro  alla vigilia della sua partenza per  Festo.

Era stato un incontro casuale. Desiderato, ma non cercato. La Veggente del Tempio lo aveva fatto chiamare per consultarsi con lui su una piccola questione e lasciando quel luogo, sacro e interdetto alla presenza maschile, i suoi passi avevano incrociato quelli della principessa Nefer che ne stava uscendo in compagnia di uno stuolo di ancelle.

Pochi, brevissimi attimi, ma avevano portato sul suo volto l’empito di un’intensa emozione, mentre alle loro spalle crepitava il fuoco di un braciere acceso. Ma era modesto e debole e presto aveva finito per covare sotto la cenere, per poi spegnersi… quasi un presentimento. Si erano salutati e mai lei gli era apparsa così bella, nello scintillio degli ori e delle perle delle sue vesti preziose. Tanto bella quasi da rammaricarsene, poiché era proprio tanta bellezza a portarla lontana da lui. Lei lo aveva guardato e la marea di luce che le si irradiava dalle pupille verdi, aveva acceso in lui un misterioso ful-gore, quando gli occhi avevano incontrato i suoi.

“La tua partenza per Festo…” aveva cominciato lui  e lei lo aveva chiamato: fratello del mio cuore e lo aveva invitato ad entrare nel suo pensiero, in quel loro gioco esclusivo ed unico di comunicare senza parole: leggeva nel suo cuore e nella sua mente e si chiedeva se erano le labbra a parlare o se invece non erano entrambi che si limitavano ad ascoltare i pensieri dell’altro.

Quanta dolcezza, quanta tenerezza lo avevano accolto là dentro. Uno slancio d’amore verso di lui, ma anche una profonda lacerazione: il dovere di ubbidienza verso il Faraone. Insieme avevano navigato in quel limbo di felicità rubata, i pensieri avviluppati come cobra attorcigliati, a bordo di quella comune barca di emozioni, fino a quando il pensiero non era diventato uno soltanto: agli Dei, anima della mia anima!…  Fino a quando i pensieri non avevano cominciato a scomporsi.  Lentamente e dolcemente. Senza strappi.  Si erano staccati, ma restando ancora a guardarsi ed ubbidendo ad un impulso più forte di ogni comando o ragione. Come due stranieri che avessero ritrovato patria e casa. Non importa se quella casa era soltanto dentro di loro.

(continua)

brano tratto da  “I GIARDINI di  OSIRIDE”

SU  AMAZON o direttamente all’autrice, scontato e con dedica personalizzata

mariapace2010@gmail.com

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“ALLA FINE del VIAGGIO” di Maria Pace – traduzione di Yomna Ahmed c

 

 

 

 

ALLA FINE del VIAGGIO

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Erano partiti da Bir Fadhit cinque settimane prima. A Bir erano giunti dopo un volo di sette ore messo a disposizione dall’agenzia di viaggio. Ormai erano prossimi alla meta.ùIl cammello su cui Beatrice e la sua giovane compagna di viaggio, Jasmine, ciondolavano, stanche della fatica, affondava i garretti nella sabbia della Haramam, il territorio sacro della Mecca.

Beatrice aveva simpatizzato con Jasmine fin dal momento in cui erano state presentate, nell’ufficio dell’agenzia di viaggio araba che, insieme a quella torinese, aveva organizzato quel viaggio e il relativo soggiorno in Arabia.

Le due ragazze si somigliavano perfino un po’ e svolgevano un lavoro molto simile: Beatrice per una agenzia di assicurazione e Jasmine, per un’agenzia turistica.

Quel viaggio, la ragazza l’aveva sempre desiderato. Nutriva una grande passione per tutto ciò che aveva sapore arabo e conosceva piuttosto bene gli usi, i costumi e le tradizioni di quel popolo. Sapeva, ad esempio, che ai non musulmani era vietato l’accesso alla Kahab, il Sacro Cubo della Mecca e che senza quella opportunità, non avrebbe potuto mai farlo. Per questo a Bir Fadhit l’avevano affidata ad una hostess: Jasmine, per l’appunto.

Il viaggio era stato lungo e sfibrante, ma infine era giunto al termine.

La pista che Abud, il capo-carovana, un giovane arabo appartenente ad una tribù dell’interno aveva scelto per i suoi ospiti, era tra le più battute del Paese e il percorso era confortato dalla presenza di numerosi  pozzi che un tempo neanche esistevano.

In quelle settimane la carovana aveva macinato chilometri su chilometri. Là dove era stato possibile, l’uso della jeep aveva accorciato il percorso, ma alcuni tratti era stato possibile percorrerli solo a dorso di cammello.

Sotto gli occhi della ragazza il panorama era in continua trasformazione: case bianche unite da perimetri di mura ininterrotte, case fortificate come piccole fortezze, costruzioni rupestri e tante tende: bianche, grigie, a righe.

Avevano attraversato vasti deserti percorsi da oleodotti e disseminati di impianti di trivellazione e raffinazione del petrolio. Avevano sostato in oasi lussureggianti e superato brevi monti.

Beatrice, una vacanza così, non l’avrebbe mai dimenticata.

La cosa più considerevole, però, era stata la vista del Rub-al- Khaly, il deserto più deserto del mondo.

I nomadi, che in quel mondo inospitale ed affascinante insieme riescono a vivere, lo chiamano anche Ar-Rimal: Le Sabbie, poiché non esiste null’altro che sabbia, sabbia ed ancora sabbia.

No… in realtà non è proprio esatto: in tanta desolazione si possono incontrare creature sorprendentemente vive, come rettili, insetti, lucertole, a testimonianza della lotta per la vita e della sua vittoria sulla morte.

L’occhio vigile di Abud, il capo-carovana, aveva scorto anche tracce degli ultimi predoni del deserto: ultimo palpito di un antico sistema di vita, cosicché, macchine fotografiche, registratori, computer e provviste alimentari, furono immediatamente messi sotto stretta sorveglianza.

 

Nonostante il flagello della febbre delle sabbie che  l’aveva colpita per due giorni o tre, l’entusiasmo della ragazza era altissimo. Le notti, trascorse a ridosso di qualche duna a semicerchio, erano meravigliose e terse e tingevano il cielo di un azzurro intenso,  sconosciuto sotto altre latitudini.

Le albe erano stupende; si avvicinavano prima ancora che la luna fosse scomparsa ed abbracciavano le tende ancora sommerse dal blu notturno. Mandavano giù dal cielo un chiarore di una brillantezza accecante, in un’opalescenza sfumata di mille colori, prima di sollevare la linea che separa il cielo dalla sabbia.

“Guarda. – le diceva tutte le mattine Jasmine – Ibrahim è già sveglio.”

Ibrahim era il secondo di Abud.

 

Si erano lasciati alle spalle Ar-Rimal, un angolo del nostro mondo che pare appartenere ad un altro pianeta ed erano arrivati alla Città Santa della Mecca.

La vista delle prime case accese una strana, incontenibile inquietudine nella ragazza. Era con Jasmine ed Ibrahin, poiché alla Città Santa una donna dev’essere sempre accompagnata da un uomo e  stavano attraversando a piedi scalzi il sentiero di marmo che conduce alla Kaaba.

Beatrice si guardò intorno; guardò Jasmine: superbia, vanità, orgoglio, parevano cancellati sull’immensa marea di visi che la circondava. Anche il volto dell’amica appariva sereno e in pace.

“Vorrei tanto un po’ di pace anche per me…” pensò con un filo di voce

Guardò il drappo di seta nera che ricopriva il cubo di pietra, lesse le parole ricamate in oro:

“La itaha illa Allah wa Muhammad rasul Allah.” (Non vi è altro Dio se non Allah e Maometto è il suo Inviato)

Avevano osservato tutti i doveri del pellegrino. Infagottate nell’ihram, il bianco mantello, avevano girato intorno al massiccio Cubo Sacro per sette volte ed in senso contrario; Beatrice era riuscita perfino a toccare la pietra appartenuta, secondo la tradizione, ad Adamo e poi all’arcangelo  Gabriele,  prima di essere affidata ad Abramo.

Quasi nessuno vi riusciva, tale era la calca.

 

Fu proprio a quel contatto che la sua inquietudine si trasformò in apprensione, prima di precipitare nell’angoscia. Faceva molto caldo; un caldo opprimente ed implacabile: causa di molti malori.

La ragazza ebbe l’inatteso impulso di fuggire, ma si trattenne, soprattutto per riguardo verso la sua compagna, che seguì fino alla fontana di Zam-Zam.

Qui, la sua angoscia precipitò nel terrore; un terrore incontrollabile che la costrinse a staccarsi dai compagni e dirigersi, in una corsa sfrenata, verso i ponticelli di Safa e Marwal,  bisbigliando frasi sconnesse:

“Signore, Signore. – diceva – Salva la vita di Ismaele… figlio di Agar e  figlio di Abramo. Abbi pietà di Agar… Agar… Agar..”

Portava ancora nelle orecchie la voce di Sara, la prima moglie di Abramo, gelosa di lei, da quando aveva partorito il suo figliolo… il piccolo Ismaele.

Sara era sterile e la Legge le consentiva di diventare madre per mezzo suo, ma poi, anche Sara era diventata madre… madre di Isacco. Aveva ancora negli occhi la visione della sposa di Abramo offesa perché Ismaele si era preso gioco del figlio di lei.

“Scaccia questa donna. – aveva detto ad Abramo – E scaccia anche suo figlio. Io non voglio che sia erede con mio figlio Isacco.”

Era stata scacciata, col figlio  Ismaele, ed aveva lasciato la tribù assieme ad una fedele ancella. Con del pane ed un otre d’acqua, che Abramo aveva fatto mettere in una bisaccia, avevano affrontato il deserto; l’acqua, però, era venuta presto a mancare nell’otre.

Lei avrebbe voluto raggiungere il Nilo, il fiume lontano presso la cui riva era nata; avrebbe voluto tornare nella sua terra, ma non conosceva la strada e il deserto era grande, terribile e soprattutto implacabile con la gente sprovveduta.

La sete aveva cominciato a minare la loro resistenza fisica ed a confondere le idee, che si agitavano scomposte dietro la fronte come calabroni nei nidi.

Un pensiero, però, più degli altri, l’atterriva: quello di veder morire la sua creatura.

Aveva cominciato a pregare tutti gli Dei, quelli lasciati nella terra d’Egitto e quello incontrato nella terra di Abramo:

“Abbiate pietà… – pregava – Abbiate pietà del figlio innocente di Agar.”

Aveva visto un arboscello; null’altra vegetazione poteva crescere in quel deserto pietroso. Sotto quell’ombra avevano cercato un momentaneo riparo, prima di tornare a vagare alla ricerca di acqua. Le vesti erano lacere, i piedi tormentati, il volto arso dal sole;  la stanchezza in agguato aveva finito per rubare le loro ultime forze.

“Pietà per mio figlio Ismaele… pietà per mio figlio… un sorso d’acqua.” continuava ad invocare,  quand’ecco una voce piovere dal cielo:

“Agar, non temere… Dio ha ascoltato le tue preghiere.”

Si era fermata ed aveva finalmente scorto la presenza di un pozzo che prima, accecata dalla disperazione non aveva visto. Di quella s’era dissetata ed aveva dissetato suo figlio e l’ancella, poi s’era distesa al suolo come in attesa.ùEsausta, il respiro affannoso, lo sguardo perso nell’infinito, così, più tardi,  Jasmine ed Ibrahim ritrovarono Beatrice.

“Beatrice… Che cosa è successo?” chiese Jasmine con accento di stupore e un po’ di preoccupazione.

“Ismaele…la mia creatura…” rispose la ragazza sollevando sull’amica lo sguardo smarrito.

“Signorina Beatrice, che cosa sta dicendo?” anche Ibrahim la guardava stupito

“Ora che Ismaele non morirà di sete, – Beatrice riprese a balbettare – Agar ha raggiunto la serenità.”

“Chi è questa Agar?”

“Sono io, Agar.  Sara mi ha scacciata, ma il Dio di Abramo ha ascoltato le mie preghiere.”

“Ma che stranezze sta dicendo, la signorina Beatrice? – scuoteva il capo Ibrahim.- Sembra confusa… il sole… Il sole, qui, non è alleato dell’uomo.” sospirò.

“Già! – assentì Jasmine – Non è abituata a questa calura.”

“Portiamola via di qua. Che la Misericordia di Allah la sostenga.”

“E’ convinta di essere un’altra persona… una certa Agar…”

“Agar? – scosse il capo Ibrahim – Non sarà la Agar della Bibbia… la madre di Ismaele, il Patriarca?”

“Stava proprio parlando di suo figlio Ismaele… – convenne Jasmine,  poi suggerì – Portiamola fuori del Tempio. In ospedale ci diranno che cosa può esserle accaduto.”

La condussero ad un posto di soccorso, poi in ospedale, dove la ragazza fu trattenuta per più di una settimana, prima di essere rimpatriata.

Sono passati quasi quattro mesi, ma Beatrice dice ancora di chiamarsi Agar e fa rivelazioni su posti e luoghi che conosce perfettamente senza esserci mai stata.

 

TRADUZIONE IN LINGUA ARABA

 

فى نهاية الرحلة

 

رحلوا من بئر الفضة قبل خمسة أسابيع.كانو قد وصلوا إلى البئر بعد رحلة طيران دامت ست ساعات وفرتها لهم وكالة السفر. الاَن أصبحوا على مقربة من الهدف.

 

يتأرجح الجمل الذى تركب فوقه بياتريس ورفيقتها الشابة فى الرحلة, ياسمين، حيث أصبحوا

منهكين من التعب و تغرس العراقيب فى رمال الحرم، الأرض المقدسة بمكة.

تعاطفت بياتريس مع ياسمين منذ تلك اللحظة التى كانو متواجدين فيها، في مكتب وكالة السفر العربية التى نظمت الرحلة والإقامة فى الجزيرة العربية.

الفتاتان متشابهتان إلى حد ما و يقومان بعمل متشابه جدًا: تعمل بياتريس بوكالة تأمين و تعمل ياسمين بوكالة سياحية.

تلك الرحلة، التى لطالما رغبت بها الفتاة. حيث لديها شغف كبير بكل ما لديه طابع عربى و تعرف إلى حد كبيرعرف ، وعادات وتقاليد ذلك الشعب.على سبيل المثال، تعلم إنه لا يجوز لغير المسلمين دخول الكعبة، المكعب المقدس فى مكة و إنه بدون تلك الفرصة لن تستطيع فعل ذلك ابدًا.لذلك فى بئر الفضة وكلوا إليها هذه المضيفة: ياسمين، من أجل القيام بذلك.

كانت الرحلة طويلة و مُرهِقة، لكنها وصلت إلى غرضها فى النهاية.

المسار الذى اختاره عبود، قائد القافلة، و هو شاب عربى ينتمى إلى قبيلة فى المناطق الداخلية ، لضيوفه كان بين المناطق الأكثر شعبية فى البلاد و كان الطريق مزود بالعديد من الاَبار التى لم تكن موجودة من قبل.

فى تلك الأسابيع عبرت القافلة العديد من الكيلومترات . هناك حيث كان من الممكن، تقصير المسافة باستخدام السيارة ال jeep ، لكن بعض المناطق كان من المستحيل عبورها إلا على ظهر الجمل.

كان المنظر فى تغير مستمر أمام أعين الفتاة: بيوت بيضاء متصلة ببعضها عن طريق حائط موحد، بيوت محصنة أشبه بالحصون الصغيرة، مبانى من الصخور و الكثير من الستائر: البيضاء و الرمادية و المخططة.

عبروا صحاري واسعة تمر بها خطوط الأنابيب و تنتشر بها محطات تنقيب وتكرير البترول. توقفوا عند واحات خصبة و اجتازوا جبال قصيرة.

 

لن تنسَ بياتريس أجازة كهذه ابدًا.

الشئ الأكثر تميزًا, هو زيارة رب الخالى، الصحراء الأكبر فى العالم.

يستطيعون البدو الرحل معًا العيش فى ذلك العالم القاسٍ والفاتن، و يسموا ايضًا “الرمال”: الرمال، لإنه لا يوجد غير الرمال، رمال ثم رمال.

لا… فى الواقع ليس هذا بالضبط: فى الخراب نستطيع إيجاد كائنات تعيش بصورة تثير الدهشة، مثل الزواحف والحشرات و السحالى كشهود على الصراع من أجل الحياة و انتصارهم على الموت.

عين عبود الساهرة، قائد القافلة، التقطت اَثار لاَخر طغاة الصحراء: اَخر نبضات لنظام قديم فى العيش، لذلك تم وضع الكاميرات والمسجلات وأجهزة الكمبيوتر والإمدادات الغذائية على الفور تحت رقابة مشددة.

 

على الرغم من اَفة حمى الرمال التى أصابتها لمدة يومين أو ثلاث، إلا إن حماس الفتاة تخطى ذلك.كانت الليالى التى مضت بالقرب من الكثبان الرملية رائعة و نقية و تصبّغت السماء باللون الأزرق الشديد غير المسبوق.

كانت الأشجار مبهرة؛ يتقاربوا من بعضهم البعض قبل اختفاء القمر و يعانقو الخيام التى لا تزال مغمورة بلون الليل الأزرق. حيث يتخللهم بريق ساطع من السماء به اَلاَف الألوان، قبل أن يختفى الخط الفاصل بين السماء والرمل.

كانت تقول ياسمين فى كل صباح: “أنظر. لقد استيقظ إبراهيم.”

كان إبراهيم خليفة عبود.

 

تركوا “الرمال” خلف ظهورهم, جانب من عالمنا لكنه يبدو و كأنه ينتمى إلى كوكب اَخر و وصلو إلى مكة المدينة المقدسة.

اثارت رؤية البيوت السابقة فى الفتاة نوع من الإضطراب الغريب الذى لا يمكنها السيطرة عليه. كانت مع ياسمين و إبراهيم لإن المرأة فى المدينة المقدسة يجب أن يصطحبها رجل و ظلو يعبروا بأرجل عارية طريق الرخام الذى يقود إلى الكعبة.

تنظر بياتريس فى جميع الأرجاء؛ تنظر إلى ياسمين: يبدو أن الكبر و الغرور و الفخر منزوعين من وجوه هذا الكم الهائل الذى يطوف حولها. حتى وجه صديقتها يبدو عليه الطمأنينة والسلام.

تفكر بصوت خافت: “أرغب بشدة أن أنعم أنا أيضًا ببعض من هذا السلام…”

تنظر إلى ثنى الحرير الأسود الذى يغطى الكعبة، و تقرأ الكلمات المنقوشة بالذهب: لا إله إلا الله و محمد رسول الله (لا يوجد إله غير الله و محمد هو رسول الله).

 

شهِدوا كل فرائض الحج. الطواف في الحرم، زى الإحرام، قاموا بالطواف حول المكعب المقدس الضخم ست مرات و فى إتجاه معاكس؛ استطاعت بياتريس اخيرًا لمس الحجر الأسود، وفقاً للشعائر،  الذى كان ينتمى إلى اَدم ثم إلى سيد الملائكة جبريل، قبل أن يُعهد إلى إبراهيم.

تقريبًا لم يستطع احد الوصول إليه بسبب التصادم.

 

بعد لمس الحجر تحول اضطراب الفتاة إلى تخوف،و ذلك قبل أن تغرق فى المحنة. كان الجو شديد الحرارة, حر قاسِ ولا يوجد به هواء: يسبب العديد من الأمراض.

أصبح لدى الفتاة رغبة ملحة فى الهروب، لكنها توقفت، خاصة من أجل رفيقتها، التى اتبعتها حتى بئر زمزم.

هنا، تحول قلقها إلى رهبة؛ رهبة خارجة عن السيطرة والتى اضطرتها إلى الانفصال عن رفقائها والتوجه إلى ،جولة حرة،  نحو جبل الصفا و المروة،حيث همست بعبارات متقطعة:

 

” يا إلهى، يا إلهى. إنقذ حياة إسماعيل … ابن هاجر و إبراهيم. إرحم هاجر … هاجر … هاجر..”

وتسمع فى أذنيها ايضًا صوت سارة، زوجة إبراهيم الأولى، وكانت تغار منها، عندما أنجبت طفلها … الفتى إسماعيل.

كانت سارة عقيمة لكن شاء القدر بأن تصبح أم، فيما بعد، أصبحت سارة أم… أم لإسحاق. و رأت ايضًا فى أعينها مشهد لزوجة إبراهيم وهى منزعجة لإن إسماعيل كان يسخر من ابنها.

تقول لإبراهيم: “اُطرد هذه المرأة. و اطرد ابنها. لا أريده أن يكون وريث مع ابنى إسحاق.”

 

طُردت، مع الطفل إسماعيل، وتركت القبيلة مع خادمتها المخلصة. معها بعض العيش و الماء، الذى وضعهم إبراهيم فى حقيبتها، عبروا الصحراء، لكن المياة بدأت تقل من الإناء مبكرًا.

كانت تود الوصول إلى النيل، النهر الطويل التى وُلدت على ضفافه؛ أرادت أن تعود إلى أراضيها، لكنها لا تعرف الطريق وكانت الصحراء واسعة و مخيفة و فوق كل ذلك كانت مُوحشة بما فيها من أُناس بائسين.

بدأ العطش يقلل من قدرتهم الجسدية و يشتت الأفكار التى تدور فى أذهانهم مثل الدبابير فى الأعشاش.

وكان الخوف المسيطر على فكرها هو: رؤية طفلها يموت.

بدأت تدعوا كل الاَلهة، الموجودين فى أرض مصر و فى أرض إبراهيم: “إرحموا… إرحموا طفل هاجر البرئ.”

رأت شجيرة؛ لا يوجد خُضرة غيرها يمكنها النمو فى مثل هذه الصحراء القاحلة. تحت ظلها استطاعوا أن يقضوا لحظات اَمنة، قبل أن يعاودوا البحث عن الماء.

كانت الثياب بالية و الأقدام مُنهكة و الوجه تحول إلى السُمرة من الشمس؛ سرق التعب الشديد كل ما تبقى لهم من قوة.

تستمر فى الدعاء “إرحم طفلى إسماعيل… إرحم طفلى… رشفة ماء.”

إذا بصوت نزل من السماء: “هاجر، لا تخافِ… لقد سمع الله دعائك.”

توقفت و رأت أخيرًا البئر الذى لم تراه من قبل بسبب يأسها. ارتوت منه و روت طفلها والخادمة ثم استلقت على الأرض بعد ذلك مُنتظِرة.

 

فيما بعد وجدا ياسمين و إبراهيم بياتريس مُنهكة و أنفاسها ثقيلة و نظراتها حائرة.

سألتها ياسمين فى دهشة و قلق: “بياتريس… ماذا حدث؟ “

أجابت الفتاة بعد أن نظرت إلى رفيقتها نظرة مشتتة: “إسماعيل… ابنى…”

نظر إليها إبراهيم وهو مندهش ” اَنسة بياتريس، ماذا تقولين؟ “

تستأنف بياتريس حديثها متلعثمة: لقد هدأت هاجر، الاَن لن يموت إسماعيل من الظمأ. “

“من هاجر هذه؟”

“انا، هاجر. لقد طردتنى سارة لكن إله إبراهيم سمع دعائى.”

هز إبراهيم رأسه متسائلاً ” ما تلك الأشياء الغريبة التى تقوليها يا اَنسة بياتريس؟. تبدين مُشتتة… الشمس… الشمس، هنا، لا يتحملها بشر.”

وافقته ياسمين: “بالفعل! إنها ليست معتادة على مثل هذه الحرارة”

“فلنأخذها بعيدا من هنا. فليتولاها الله برحمته.”

“إنها مقتنعة بكونها شخص اَخر… يُسمى هاجر…”

هز إبراهيم رأسه: ” هاجر؟ هل تقصد هاجر المذكورة في الكتاب المقدس… والدة إسماعيل، البطريرك؟”

تؤيده ياسمين فى الرأى: ” كانت تتحدث بالفعل عن ابنها إسماعيل…”ثم اقترحت:” فلنخرجها من هذه البقعة. سيقولون لنا فى المشفى ماذا حل بها.”

نقلوها إلى مكان به إسعافات أولية، ثم إلى مستشفى، حيث تلقت العلاج لأكثر من أسبوع، قبل أن تعود إلى موطنها.

مروا كأنهم أربعة أشهر، لكن بياتريس لا زالت تدعى بأنها هاجر و أشارت إلى أماكن ومناطق لم تزورها قط و لكنها تعرفها جيداً.

 

“NELLA FOSSA” brano tratto da “LA DECIMA LEGIONE – Panem et Circenses”

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Passò quasi mezz’ora prima che il cancello dell’arcata centrale dell’Oppidum tornasse per l’ennesima volta a spalancarsi. Nel vano comparve un’imponente figura e un boato scosse l’arena:
“Seilace! Seilace!”
In piedi al centro della porta, l’atleta passava in rassegna la folla piegata verso di lui. Un insieme di odori gli giungeva da lassù, una combinazione non in armonia tra loro ed a tratti anche sgradevole: sangue, sudore e i penetranti profumi delle donne.
Sollevò la sinistra armata di gladio: era mancino. Avanzò nell’arena e si fermò accanto alla spina. Il sole strappava bagliori ai capelli corti, biondi e ricciuti: Seilace era un capo tribù. Un principe. Lottava nell’arena per guadagnarsi una libertà che non aveva prezzo: più facile mietere successi e allori, conseguire ricchezze e prestigio che tornare libero.
Scommesse e puntate aumentarono vertiginosamente: proprietà, case, terreni. Tutto si puntava sul magnifico atleta.
Seilace era un giovane di straordinaria avvenenza e lo sguardo era acuto come quello di un’aquila. La pelle aveva quel colore scuro dorato per esposizione al sole e le proporzioni del fisico erano straordinarie ed armoniose. Non era facile capire quanto sangue druso fosse misto a quello gallese nelle sue vene: sua madre era una principessa di quel popolo di antichi guerrieri. Poteva avere ventiquattro o forse venticinque anni. Era un mirmillone e combatteva con pugnale, scudo ed elmo dal cimiero a forma di pesce.
Il suo avversario doveva essere un reziario, ma gli organizzatori dei giochi avevano voluto introdurre delle modifiche nelle regole del gioco e gli avevano scelto quale avversario nientemeno che Milos il Trace, il gladiatore più imbattibile del momento: venti combattimenti senza neppure un graffio.
“Milos! Milos!”
Il pubblico si divise immediatamente all’apparire, tra le cancellate, dell’altro beniamino. Anche lui era simile ad un Dio, aitante e forte, spalle atletiche, potenti muscoli guizzanti sotto la pelle abbronzata, gambe come marmo brunito. Era armato di scudo e pugnale e in testa aveva un elmo dal basso cimiero.
Migliaia di occhi erano puntati sui due: il Circo conteneva più di ventimila spettatori; occhi fissi nell’arena anche da dietro i cancelli dell’Oppidum: lanisti, impresari, inservienti, atleti.

Fianco a fianco, i due si staccarono dalla Spina per raggiungere il podio: un’enorme tensione riempiva quel tempo d’attesa.
Avanzavano senza parlarsi e senza guardarsi. Senza sorridere. Avanzavano socchiudendo gli occhi all’ingiuria della luce dopo la sosta all’ombra dei sotterranei. Avanzavano al ritmo cadenzato di mani e piedi.
“Milos! Milos!” urlava metà dello stadio.
“Seilace! Seilace!” rispondeva l’altra metà.
Continuarono ad avanzare, lenti e solenni come statue portate in processione; gli splendidi volti parevano trasfigurati.
Raggiunsero il Palco imperiale
“Ave, Caesar Imperator. Morituri te salutant!” salutarono, poi invocarono il sostegno di Marte, Diana e dei loro Dei lontani.
“Vinca il migliore!” Cesare rispose al saluto.
I due tornarono nel centro della fossa; nel silenzio sceso sull’arena, si udirono solo i respiri trattenuti sugli spalti e sulle gradinate. Si fronteggiarono. Si studiarono. Seilace prese per primo l’iniziativa. Si calò la visiera dell’elmo e si fece avanti. L’altro, agile come un cerbiatto, gli si muoveva intorno saltellando e fissandolo con quell’espressione infantile che gli aveva guadagnato le simpatie del pubblico. Tutti, però, conoscevano l’insidia di quella danza; anche Seilace la conosceva e cercava di tenerlo lontano col suo scudo.
“Milos! Milos!” gridavano i sostenitori del trace.
Sicuro di sé e con la consapevolezza che ogni persona, ogni pietra, ogni granello di sabbia di quell’arena fosse per lui, Milos continuava la sua danza. Era il suo pubblico: lo adoravano, ammiravano e volevano quella danza ed egli li accontentava.
Nel sole che correva verso il crepuscolo, egli sorrideva sprezzante all’avversario; con aria irridente gli agitava davanti la spada ricurva e la parmula. Anche lui, infine, si calò la visiera e spinse in avanti il ferro, che andò a cozzare contro lo scudo dell’altro. Cominciarono gli assalti: Milos sempre danzando e Sailace sempre attaccando. Ad ogni colpo, dagli spalti i parmularii urlavano invettive e gli scutarii rispondevano con altre invettive.
Tra i sostenitori di Milos c’era anche Nerone e nel palco nessuno osava tifare troppo apertamente per l’altro. Quando un colpo più forte sull’elmo costrinse Milos con un ginocchio a terra, Cesare puntò su di lui il monocolo di smeraldo.
“Adesso lo stende.” esclamò
“Hoc Habet!” gridavano i sostenitori di Seilace.
“Non è facile per niente atterrare Milos.” facevano eco gli altri.
Il lanista Crescens, dal cancello della Porta della Pompa, gli urlò qualcosa. Si vide il trace piegare l’altro ginocchio, serrare la parmula contro il petto con entrambe le mani e con un formidabile colpo di reni, fare uno sbalorditiva piroetta in avanti. Il piccolo scudo fendette l’aria e colpì di striscio la testa del grande mirmillone.
L’arena rumoreggiava.
Seilace fece un passo indietro; dalla tempia destra cominciò a colare sangue. L’atleta barcollò, la vista per un attimo gli si appannò e l’urlo della folla sostenitrice del trace, giunse al suo orecchio come l’eco di un brusio:
“Diavolo di un trace! Il suo colpo segreto è inimitabile.” Gridavano i suoi sostenitori.
“Dannato di un trace! “ il coro degli avversari.

Ignorato da tutti, Marco Valerio subiva la stretta sorveglianza pretoriana con malcelata insofferenza. Si guardava intorno spostando lo sguardo dall’una all’altra di quelle facce che fino a qualche giorno prima erano state quelle di amici e che ora parevano timorose perfino di incrociare gli occhi con lui.
Solo Calvia Crispinilla pareva fare eccezione a quella consegna. Non per amicizia, certo, ma per stuzzicarlo e punzecchiarlo:
“Su chi stai puntando? Corre voce che tu sia a caccia di sesterzi!”
Marco la ignorò.
La folla prese a rumoreggiare: poteva sembrare che i due grandi atleti evitassero il contatto fisico. Impensabile, però, tra due atleti di quel valore.
In realtà, trucchi per evitare di uccidersi erano conosciuti e risaputi: ferite lievi ma spettacolari, con tanto sangue e slabbrature potevano salvare la vita ad entrambi gli avversari. Se solo, però, l’ombra del dubbio sfiorava la folla, la jagulatio era la punizione per entrambi.
La cruenta schermaglia durò un bel pezzo ancora, infine, Milos cessò di danzare e Seilace, ginocchio piegato in fuori e gladio ben stretto nella destra, attese l’attacco. Quello vero.
“Forza, Milos. – lo incoraggiavano – Sei forte. Attaccalo!”
Se Milos era forte e irruente, l’altro, però, aveva dalla sua cinque anni di esperienze nelle arene di tutto l’impero; le ombre del pomeriggio scivolavano lungo il perimetro della grande fossa: nessuna esclusione di colpi.
Fu Milos a dare per primo segni di stanchezza. Sailace, che aveva bene amministrato forze ed energie, si preparò alla battaglia finale.
Mise a segno una terribile stoccata sullo scudo del trace che barcollò e indietreggiò incespicando. Cadde all’indietro e piegò un ginocchio a terra.
L’arena balzò in piedi urlando:
“Seilace, sei tu il più forte!”
Milos si rialzò. Seilace lo serrò da vicino, ma lo trovò pronto a sostenere l’attacco. Tale, però, fu l’impeto che Milos mise nel braccio nello stoccare lo scudo avversario, che il gladio gli sfuggì di mano. Cercò subito di recuperarlo, chinandosi in avanti, ma Seilace approfittò del vantaggio e s’avventò su di lui col gladio. Fece l’atto di conficcarglielo nell’incavo tra la gola e la spalla sinistra, ma pareva esitare.
Milos, che nel frattempo s’era rialzato ed aveva recuperato l’arma, abbandonò lo scudo e si avventò sull’avversario. Anche Seilace lasciò andare il suo grande scudo e i ferri si incrociarono: gladio contro gladio, braccio contro braccio, un groviglio di muscoli vibranti e nervi tesi.
Un magnifico simulacro di pietra vivente.
Le donne, sporgendosi in avanti col busto e le braccia, invocavano i loro nomi. Neppure le Vestali, nascoste nelle loro nuvole bianche di velo, parevano insensibili al fascino perverso che i due splendidi corpi in lotta esercitava sulle loro fantasie.
Quando i due si staccarono, Milos sanguinava dalla spalla sinistra, all’altezza dell’omero. Lo splendore vermiglio del proprio sangue, fece avvampare il principe trace di nuovo vigore e di orgoglio, ma gli fece anche dimenticare la prudenza. Si avventò sull’avversario come una furia, ma andò incontro alla sua arma tesa.
“La guardia…- gli gridarono dagli spalti – Attento alla guardia…”
L’arma di Seilace lo raggiunse al fianco sinistro lasciato scoperto.
Milos cadde
“Habet!” gridò Calvia Crispinilla, che sosteneva Seilace.
“Jugola! “ le rispose Marcia Rufo, che sosteneva Milos.
Marco Valerio guardò l’una, poi l’altra.
“Seilace… Milos!” Umbricio, l’aruspice di Cesare, non aveva ancora fatto la sua scelta.
“Quale dei due, indovino?” chiesero i cortigiani.
“Orsù! Ho ben riposto i miei sesterzi?” anche Cesare sollecitò.
“Milos, naturalmente!” rispose senza esitazione l’indovino.
“Hai una risposta anche per il nemico di Cesare? – lo provocò Pudente – Il generale Galba che sta guidando la sua Legione…”
“Chi osa pronunciare quel nome davanti a me? – lo interruppe l’urlo soffocato di Nerone – Chi osa parlare di Legioni in marcia contro Roma? -Nerone appariva davvero arrabbiato – Fuori di qui! Portate le vostre misere persone lontano dalla mia vista o, Per Giove, vi faccio scaraventare nell’arena a misurarvi con quei due!”
C’era sempre una certa soddisfazione in quella corte di parassiti quando qualcuno di loro cadeva in disgrazia, cosicché la loro uscita fu accompagnata da sguardi e risatine compiaciuti.
Marco, intanto, pensava che la vittoria dell’uno o dell’altro dei due atleti, così come gli aveva assicurato Quintilius, non avrebbe cambiato il destino di Lucilla. Era necessario, però, che il Campione dei Giochi, dal momento che Valentinus aveva lasciato l’arena con le sue gambe, ma seriamente ferito, fosso proprio uno di loro due e non qualcun altro.
La sua attenzione tornò all’arena.
Milos, riverso al suolo, con una mano si comprimeva il fianco; rivoletti di sangue gli scorrevano tra le dita contratte andando ad arrossare l’arena già rossa di altro sangue. Il ragazzo lasciò andare il gladio e si accasciò ai piedi dell’avversario.
Con la punta del sandalo ferrato, Seilace lo girò sulla schiena e gli pose il piede sul petto aspettando il verdetto della folla.
“Pietà per lui!”
Un urlo si levò dagli spalti alle spalle di Cleonte, che aveva seguito con molto interesse ogni fase di quel combattimento.
“Tracia! – esclamò il greco voltandosi – Per la Barba di Nettuno! Non mi ero accorto della tua presenza.”
La ragazza, che il greco aveva chiamato per nome, pareva molto preoccupata per quanto stava accadendo nell’arena. Era molto bella. La pelle, di un candore di marmo, come di latte attraversato dal sole, era trasparente e morbida; i lineamenti del volto erano delicati e gli occhi, di un azzurro intenso. I capelli biondi, legati sulla nuca a coda di cavallo, alla maniera tracia, scendevano sulle spalle morbidi e setosi. Alta e slanciata, un fisico ben proporzionato, aveva un portamento nobile, quasi regale, ma alle braccia portava la fascia argentata delle schiave di riguardo, anche se le vesti erano di ottima fattura e qualità. Forse era una di quelle prigioniere barbare, il nome era tale, che vivevano presso famiglie patrizie o senatoriali come ostaggi imperiali, occupando posti di riguardo nella gerarchia dei servi.
Seguiva il cruento spettacolo con grande apprensione e con altrettante speranze rincorreva gli umori della folla nelle tribune, sugli spalti e intorno a lei.
“Non ti crucciare, Tracia.- cercò di tranquillizzarla il greco, facendole un affettuoso buffetto sulla guancia – Non accadrà nulla a nessuno dei due. Milos e Seilace sono entrambi beniamini delle folle e i sostenitori dell’uno impediranno a quelli dell’altro di pretendere la jagulatio del loro favorito. – poi anch’egli si girò verso il podio – Mitte!”
“Mitte!” urlarono i due amici trascinandosi la folla in un sol grido, ma qualcosa di inaspettato stava accadendo all’interno della fossa: Seilace si stava avvicinando alle gradinate occupate dal popolino.
Il biondo mirmillone conosceva bene la folla: orda insoddisfatta che riversava in quella fossa risentimenti e frustrazioni. Egli sapeva che la plebe avrebbe preteso il contrario della nobiltà: se i nobili avessero chiesto sangue, quella avrebbe concesso la vita.
“Non voglio il sangue di un valoroso.” gridò.
Non era il solo: l’intera arena era con lui e in piedi invocava la clemenza di Cesare per il magnifico atleta ferito.
Tutti i pollici erano rivolti al cielo.
“Mitte! – urlavano – La salvezza al vinto e il premio al vincitore!”
Milos ebbe salva la vita.
Trecentomila sesterzi, la verga d’oro e la Vergine dei Giochi, furono il premio per il vincitore.
(continua)
si può richiedere il libro con dedica personalizzata direttamente all’autrice  Maria Pace

mariapace2010@gmail.com

“HIPERIONIDI – L’ALBA DEGLI DEI” di Marco PARISI

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CAPITOLO ZERO
La ribellione di Hiperione
Quando Urano fu spodestato da Crono, il più piccolo
dei suoi figli, i
titani, ovvero tutta la prole del primo, furono pre
posti come divinità
preminenti del pianeta, col secondo capo supremo. B
en presto però
costoro non furono ritenuti all’altezza dei loro in
carichi perché
imposero delle regole non conformi a quanto imparti
to da Fato, il
sovrano di tutti i destini degli esseri viventi e q
uindi superiore agli
stessi titani da cui hanno avuto anche l’investitur
a. I titani quindi
comandavano sul pianeta secondo le loro necessità f
isiologiche, ad
esempio il sole non sorgeva quasi mai allo stesso o
rario, il pelago
non era navigabile e le continue glaciazioni sgreto
lavano e
frammentavano interi continenti. Tutto questo di ce
rto non rendeva il
pianeta un posto vivibile per tutte le creature viv
enti, in modo
particolare per gli umani, degli esseri creati con
l’argilla di Giapeto,
uno dei titani. Costui creò gli uomini a sua immagi
ne e somiglianza
affinché adorassero lui e tutta la sua razza per l’
eternità solo per puro
piacere di essere adorati. Gli esseri umani d’altro
canto furono
decisamente insoddisfatti delle loro divinità per v
ia delle pessime
condizioni ambientali in cui erano costretti a vive
re: i terreni agricoli
erano talmente sottoposti a frequenti e continui sb
alzi di temperatura
che divennero sterili, quindi incapaci di produrre
i frutti necessari per
la loro alimentazione e molti di loro, se non periv
ano di fame,
morivano d’ipotermia. Per questo motivo, gli esseri
umani
invocarono clemenza alle loro divinità affinché ren
dessero il mondo
un posto meno freddo e più abitabile, alla fine i t
itani esaudirono i
loro desideri facendo eruttare tutti i vulcani del
mondo
contemporaneamente. Secondo la loro opinione, quest
a è la
soluzione ottima per risolvere i problemi di cui so
pra sia per il calore
prodotto delle eruzioni sia per il magma quale prin
cipale fonte di
alimentazione per il terreno. In realtà risultò ess
ere solo una scusa
per i titani per farsi quattro risate a danno degli
uomini per via
dell’ambiguità delle loro richieste.
Fato così infastidito per il loro comportamento dep
lorevole ed
infantile, si presentò in una calda sera alla reggi
a di Crono sul monte
Otri in Tessaglia dove era in corso l’ennesimo simp
osio. Quivi
spalancò le porte con veemenza, puntò l’indice cont
ro Crono ed i
12
suoi fratelli e sentenziò a tutti i presenti il lor
o destino.
Tutti i titani risero a quelle parole, di contro in
vece Fato urlò di gioia
per la loro reazione e si congedò alla platea sghig
nazzando e
strusciandosi le mani.

“L’ALTARE DELL’ABISSO” di Patrick Antegiovanni

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Bevagna, nella tranquillità apparente della piana umbra, dove il Lago Aiso si incastona tra i campi, la vita di Fedro Soli, un trentenne di Parma, proprio non va: il lavoro, l’aspirazione, i litigi con la moglie Amalia e la paternità non voluta. Ma nulla è come crede.
In pochi giorni Fedro passerà attraverso una scomparsa, un omicidio, antichi tomi di alchimia, personaggi coloriti e mescolanza di religioni fino ad affrontare l’Ordine degli Adepti e il suo scopo finale. Invischiato, senza poter scegliere, in forze oniriche ed ermetiche, nella potenza dell’amore e del fascino esotico. Ma disperazione infonderà coraggio e istintività provocandolo affinché concluda il percorso di metamorfosi e abbia la sua personale, al contempo dolorosa, rivelazione.
Anche per il lettore dell’Altare dell’Abisso nulla sarà come sembra, sballottato tra bugie e verità, colpi di scena e ribaltamenti, finta stasi e strappi improvvisi, archeologia indigena e futuro universale. Il mix deflagrante che rende questo mystery thriller un romanzo d’assaporare fino all’ultima sillaba.

– Titolo: L’Altare dell’Abisso
– Serie: è il primo della serie, il secondo è in scrittura
– Genere romanzo: Mystery Thriller
– Casa Editrice: autopubblicato con StreetLib
– Pagine: 376 pagine
– Prezzo: versione e-book € 3,99 mentre la versione cartacea in print on stamp € 16,49

L’ALTARE dell’ABISSO” di Patrich Antegiovanni

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Bevagna, nella tranquillità apparente della piana umbra, dove il Lago Aiso si incastona tra i campi, la vita di Fedro Soli, un trentenne di Parma, proprio non va: il lavoro, l’aspirazione, i litigi con la moglie Amalia e la paternità non voluta. Ma nulla è come crede.
In pochi giorni Fedro passerà attraverso una scomparsa, un omicidio, antichi tomi di alchimia, personaggi coloriti e mescolanza di religioni fino ad affrontare l’Ordine degli Adepti e il suo scopo finale. Invischiato, senza poter scegliere, in forze oniriche ed ermetiche, nella potenza dell’amore e del fascino esotico. Ma disperazione infonderà coraggio e istintività provocandolo affinché concluda il percorso di metamorfosi e abbia la sua personale, al contempo dolorosa, rivelazione.
Anche per il lettore dell’Altare dell’Abisso nulla sarà come sembra, sballottato tra bugie e verità, colpi di scena e ribaltamenti, finta stasi e strappi improvvisi, archeologia indigena e futuro universale. Il mix deflagrante che rende questo mystery thriller un romanzo d’assaporare fino all’ultima sillaba.

– Titolo: L’Altare dell’Abisso
– Serie: è il primo della serie, il secondo è in scrittura
– Genere romanzo: Mystery Thriller
– Casa Editrice: autopubblicato con StreetLib
– Pagine: 376 pagine
– Prezzo: versione e-book € 3,99 mentre la versione cartacea in print on stamp € 16,49

 

“Sono tornata. Elisabetta Malatesta Varano: l’amore,il dolore, il potere” di CLARA SCHIAVONI

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La storia narrata si svolge nella prima metà del XV secolo in Italia centrale, a Camerino, comune che dà il nome all’omonima Signoria retta dalla famiglia Varano. Quest’ultima, per importanza, per estensione territoriale e ricchezza è pari alle Signorie dei Montefeltro, dei Malatesta e, fuori dalla Marca, a quella degli Estensi. Il 10 ottobre 1434 Camerino è travolta dalla rivoluzione borghese che ha trovato un suo alleato in Francesco Sforza, condottiero di Filippo Maria Visconti, duca di Milano. Gentilpandolfo da Varano, signore di Camerino, viene ammazzato davanti alla chiesa di San Domenico insieme ai nipoti: l’eccidio dei maschi di casa Varano è appena iniziato e prosegue repentino a Palazzo Varano. Negli attimi che precedono la sua morte, Gentilpandolfo rivive le immagini degli ultimi anni della sua vita e soprattutto della congiura che ha ordito con il fratello Berardo e il legato papale Giovanni Vitelleschi per eliminare i fratellastri Giovanni e Piergentile con cui governava la Signoria di Camerino. A causa di tale congiura, Elisabetta Malatesta Varano, moglie di Piergentile, è costretta a fuggire da Camerino per portare in salvo il proprio figlio Rodolfo, e Giulio Cesare, il figlio di Giovanni, entrambi infanti. (…) Aiutata dalla cognata Tora da Varano e dal capitano d’arme di Camerino, Venanzio, la giovane trova rifugio a Visso che dopo poco tempo è cinta d’assedio da Gentilpandolfo e Berardo da Varano. In capo a tre mesi la città capitola ed Elisabetta è costretta dai cognati a ritornare a Camerino. A pochi mesi dal rientro di Elisabetta, la situazione politica della Signoria precipita: lo Sforza appoggia la rivoluzione borghese a Camerino che sfocerà nell’assassinio di Gentilpandolfo e di tutti i maschi di Casa Varano. Elisabetta, ancora una volta, riesce a mettere in salvo suo figlio Rodolfo e il nipote Giulio Cesare mentre lei con le figlie si rifugia a Pesaro presso i genitori Battista e Galeazzo da Montefeltro. Qui, vive da profuga per nove anni, anni spesi a ordire sapienti trame politiche, a lucrare in modo da essere pronta a intervenire al momento giusto e mantenere fede al suo giuramento di riportare i due cugini bambini Rodolfo e Giulio Cesare, sotto la sua reggenza, al governo di Camerino.
 Nota
Il libro ha vinto due premi(1° a Città di Pontremoli per settore romanzo storico 2015-Secondo ex aequo al Premio “L’iguana-Omaggio ad Anna Maria Ortese” 2015 e finalista al Premio Zingarelli 2015).
 
Lo si può richiedere
– in tutte le librerie tradizionali in quanto l’editore ha un distributore nazionale;
– in tutte le librerie digitali: IBS, Macrolibrarsi, Feltrinelli, Amazon (anche in

“Sono tornata. Elisabetta Malatesta Varano: l’amore, il dolore, il potere” – Edizioni Simple – 2013 – prezzo euro 15,00.