“ALLA FINE del VIAGGIO” di Maria Pace – traduzione di Yomna Ahmed c

 

 

 

 

ALLA FINE del VIAGGIO

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Erano partiti da Bir Fadhit cinque settimane prima. A Bir erano giunti dopo un volo di sette ore messo a disposizione dall’agenzia di viaggio. Ormai erano prossimi alla meta.ùIl cammello su cui Beatrice e la sua giovane compagna di viaggio, Jasmine, ciondolavano, stanche della fatica, affondava i garretti nella sabbia della Haramam, il territorio sacro della Mecca.

Beatrice aveva simpatizzato con Jasmine fin dal momento in cui erano state presentate, nell’ufficio dell’agenzia di viaggio araba che, insieme a quella torinese, aveva organizzato quel viaggio e il relativo soggiorno in Arabia.

Le due ragazze si somigliavano perfino un po’ e svolgevano un lavoro molto simile: Beatrice per una agenzia di assicurazione e Jasmine, per un’agenzia turistica.

Quel viaggio, la ragazza l’aveva sempre desiderato. Nutriva una grande passione per tutto ciò che aveva sapore arabo e conosceva piuttosto bene gli usi, i costumi e le tradizioni di quel popolo. Sapeva, ad esempio, che ai non musulmani era vietato l’accesso alla Kahab, il Sacro Cubo della Mecca e che senza quella opportunità, non avrebbe potuto mai farlo. Per questo a Bir Fadhit l’avevano affidata ad una hostess: Jasmine, per l’appunto.

Il viaggio era stato lungo e sfibrante, ma infine era giunto al termine.

La pista che Abud, il capo-carovana, un giovane arabo appartenente ad una tribù dell’interno aveva scelto per i suoi ospiti, era tra le più battute del Paese e il percorso era confortato dalla presenza di numerosi  pozzi che un tempo neanche esistevano.

In quelle settimane la carovana aveva macinato chilometri su chilometri. Là dove era stato possibile, l’uso della jeep aveva accorciato il percorso, ma alcuni tratti era stato possibile percorrerli solo a dorso di cammello.

Sotto gli occhi della ragazza il panorama era in continua trasformazione: case bianche unite da perimetri di mura ininterrotte, case fortificate come piccole fortezze, costruzioni rupestri e tante tende: bianche, grigie, a righe.

Avevano attraversato vasti deserti percorsi da oleodotti e disseminati di impianti di trivellazione e raffinazione del petrolio. Avevano sostato in oasi lussureggianti e superato brevi monti.

Beatrice, una vacanza così, non l’avrebbe mai dimenticata.

La cosa più considerevole, però, era stata la vista del Rub-al- Khaly, il deserto più deserto del mondo.

I nomadi, che in quel mondo inospitale ed affascinante insieme riescono a vivere, lo chiamano anche Ar-Rimal: Le Sabbie, poiché non esiste null’altro che sabbia, sabbia ed ancora sabbia.

No… in realtà non è proprio esatto: in tanta desolazione si possono incontrare creature sorprendentemente vive, come rettili, insetti, lucertole, a testimonianza della lotta per la vita e della sua vittoria sulla morte.

L’occhio vigile di Abud, il capo-carovana, aveva scorto anche tracce degli ultimi predoni del deserto: ultimo palpito di un antico sistema di vita, cosicché, macchine fotografiche, registratori, computer e provviste alimentari, furono immediatamente messi sotto stretta sorveglianza.

 

Nonostante il flagello della febbre delle sabbie che  l’aveva colpita per due giorni o tre, l’entusiasmo della ragazza era altissimo. Le notti, trascorse a ridosso di qualche duna a semicerchio, erano meravigliose e terse e tingevano il cielo di un azzurro intenso,  sconosciuto sotto altre latitudini.

Le albe erano stupende; si avvicinavano prima ancora che la luna fosse scomparsa ed abbracciavano le tende ancora sommerse dal blu notturno. Mandavano giù dal cielo un chiarore di una brillantezza accecante, in un’opalescenza sfumata di mille colori, prima di sollevare la linea che separa il cielo dalla sabbia.

“Guarda. – le diceva tutte le mattine Jasmine – Ibrahim è già sveglio.”

Ibrahim era il secondo di Abud.

 

Si erano lasciati alle spalle Ar-Rimal, un angolo del nostro mondo che pare appartenere ad un altro pianeta ed erano arrivati alla Città Santa della Mecca.

La vista delle prime case accese una strana, incontenibile inquietudine nella ragazza. Era con Jasmine ed Ibrahin, poiché alla Città Santa una donna dev’essere sempre accompagnata da un uomo e  stavano attraversando a piedi scalzi il sentiero di marmo che conduce alla Kaaba.

Beatrice si guardò intorno; guardò Jasmine: superbia, vanità, orgoglio, parevano cancellati sull’immensa marea di visi che la circondava. Anche il volto dell’amica appariva sereno e in pace.

“Vorrei tanto un po’ di pace anche per me…” pensò con un filo di voce

Guardò il drappo di seta nera che ricopriva il cubo di pietra, lesse le parole ricamate in oro:

“La itaha illa Allah wa Muhammad rasul Allah.” (Non vi è altro Dio se non Allah e Maometto è il suo Inviato)

Avevano osservato tutti i doveri del pellegrino. Infagottate nell’ihram, il bianco mantello, avevano girato intorno al massiccio Cubo Sacro per sette volte ed in senso contrario; Beatrice era riuscita perfino a toccare la pietra appartenuta, secondo la tradizione, ad Adamo e poi all’arcangelo  Gabriele,  prima di essere affidata ad Abramo.

Quasi nessuno vi riusciva, tale era la calca.

 

Fu proprio a quel contatto che la sua inquietudine si trasformò in apprensione, prima di precipitare nell’angoscia. Faceva molto caldo; un caldo opprimente ed implacabile: causa di molti malori.

La ragazza ebbe l’inatteso impulso di fuggire, ma si trattenne, soprattutto per riguardo verso la sua compagna, che seguì fino alla fontana di Zam-Zam.

Qui, la sua angoscia precipitò nel terrore; un terrore incontrollabile che la costrinse a staccarsi dai compagni e dirigersi, in una corsa sfrenata, verso i ponticelli di Safa e Marwal,  bisbigliando frasi sconnesse:

“Signore, Signore. – diceva – Salva la vita di Ismaele… figlio di Agar e  figlio di Abramo. Abbi pietà di Agar… Agar… Agar..”

Portava ancora nelle orecchie la voce di Sara, la prima moglie di Abramo, gelosa di lei, da quando aveva partorito il suo figliolo… il piccolo Ismaele.

Sara era sterile e la Legge le consentiva di diventare madre per mezzo suo, ma poi, anche Sara era diventata madre… madre di Isacco. Aveva ancora negli occhi la visione della sposa di Abramo offesa perché Ismaele si era preso gioco del figlio di lei.

“Scaccia questa donna. – aveva detto ad Abramo – E scaccia anche suo figlio. Io non voglio che sia erede con mio figlio Isacco.”

Era stata scacciata, col figlio  Ismaele, ed aveva lasciato la tribù assieme ad una fedele ancella. Con del pane ed un otre d’acqua, che Abramo aveva fatto mettere in una bisaccia, avevano affrontato il deserto; l’acqua, però, era venuta presto a mancare nell’otre.

Lei avrebbe voluto raggiungere il Nilo, il fiume lontano presso la cui riva era nata; avrebbe voluto tornare nella sua terra, ma non conosceva la strada e il deserto era grande, terribile e soprattutto implacabile con la gente sprovveduta.

La sete aveva cominciato a minare la loro resistenza fisica ed a confondere le idee, che si agitavano scomposte dietro la fronte come calabroni nei nidi.

Un pensiero, però, più degli altri, l’atterriva: quello di veder morire la sua creatura.

Aveva cominciato a pregare tutti gli Dei, quelli lasciati nella terra d’Egitto e quello incontrato nella terra di Abramo:

“Abbiate pietà… – pregava – Abbiate pietà del figlio innocente di Agar.”

Aveva visto un arboscello; null’altra vegetazione poteva crescere in quel deserto pietroso. Sotto quell’ombra avevano cercato un momentaneo riparo, prima di tornare a vagare alla ricerca di acqua. Le vesti erano lacere, i piedi tormentati, il volto arso dal sole;  la stanchezza in agguato aveva finito per rubare le loro ultime forze.

“Pietà per mio figlio Ismaele… pietà per mio figlio… un sorso d’acqua.” continuava ad invocare,  quand’ecco una voce piovere dal cielo:

“Agar, non temere… Dio ha ascoltato le tue preghiere.”

Si era fermata ed aveva finalmente scorto la presenza di un pozzo che prima, accecata dalla disperazione non aveva visto. Di quella s’era dissetata ed aveva dissetato suo figlio e l’ancella, poi s’era distesa al suolo come in attesa.ùEsausta, il respiro affannoso, lo sguardo perso nell’infinito, così, più tardi,  Jasmine ed Ibrahim ritrovarono Beatrice.

“Beatrice… Che cosa è successo?” chiese Jasmine con accento di stupore e un po’ di preoccupazione.

“Ismaele…la mia creatura…” rispose la ragazza sollevando sull’amica lo sguardo smarrito.

“Signorina Beatrice, che cosa sta dicendo?” anche Ibrahim la guardava stupito

“Ora che Ismaele non morirà di sete, – Beatrice riprese a balbettare – Agar ha raggiunto la serenità.”

“Chi è questa Agar?”

“Sono io, Agar.  Sara mi ha scacciata, ma il Dio di Abramo ha ascoltato le mie preghiere.”

“Ma che stranezze sta dicendo, la signorina Beatrice? – scuoteva il capo Ibrahim.- Sembra confusa… il sole… Il sole, qui, non è alleato dell’uomo.” sospirò.

“Già! – assentì Jasmine – Non è abituata a questa calura.”

“Portiamola via di qua. Che la Misericordia di Allah la sostenga.”

“E’ convinta di essere un’altra persona… una certa Agar…”

“Agar? – scosse il capo Ibrahim – Non sarà la Agar della Bibbia… la madre di Ismaele, il Patriarca?”

“Stava proprio parlando di suo figlio Ismaele… – convenne Jasmine,  poi suggerì – Portiamola fuori del Tempio. In ospedale ci diranno che cosa può esserle accaduto.”

La condussero ad un posto di soccorso, poi in ospedale, dove la ragazza fu trattenuta per più di una settimana, prima di essere rimpatriata.

Sono passati quasi quattro mesi, ma Beatrice dice ancora di chiamarsi Agar e fa rivelazioni su posti e luoghi che conosce perfettamente senza esserci mai stata.

 

TRADUZIONE IN LINGUA ARABA

 

فى نهاية الرحلة

 

رحلوا من بئر الفضة قبل خمسة أسابيع.كانو قد وصلوا إلى البئر بعد رحلة طيران دامت ست ساعات وفرتها لهم وكالة السفر. الاَن أصبحوا على مقربة من الهدف.

 

يتأرجح الجمل الذى تركب فوقه بياتريس ورفيقتها الشابة فى الرحلة, ياسمين، حيث أصبحوا

منهكين من التعب و تغرس العراقيب فى رمال الحرم، الأرض المقدسة بمكة.

تعاطفت بياتريس مع ياسمين منذ تلك اللحظة التى كانو متواجدين فيها، في مكتب وكالة السفر العربية التى نظمت الرحلة والإقامة فى الجزيرة العربية.

الفتاتان متشابهتان إلى حد ما و يقومان بعمل متشابه جدًا: تعمل بياتريس بوكالة تأمين و تعمل ياسمين بوكالة سياحية.

تلك الرحلة، التى لطالما رغبت بها الفتاة. حيث لديها شغف كبير بكل ما لديه طابع عربى و تعرف إلى حد كبيرعرف ، وعادات وتقاليد ذلك الشعب.على سبيل المثال، تعلم إنه لا يجوز لغير المسلمين دخول الكعبة، المكعب المقدس فى مكة و إنه بدون تلك الفرصة لن تستطيع فعل ذلك ابدًا.لذلك فى بئر الفضة وكلوا إليها هذه المضيفة: ياسمين، من أجل القيام بذلك.

كانت الرحلة طويلة و مُرهِقة، لكنها وصلت إلى غرضها فى النهاية.

المسار الذى اختاره عبود، قائد القافلة، و هو شاب عربى ينتمى إلى قبيلة فى المناطق الداخلية ، لضيوفه كان بين المناطق الأكثر شعبية فى البلاد و كان الطريق مزود بالعديد من الاَبار التى لم تكن موجودة من قبل.

فى تلك الأسابيع عبرت القافلة العديد من الكيلومترات . هناك حيث كان من الممكن، تقصير المسافة باستخدام السيارة ال jeep ، لكن بعض المناطق كان من المستحيل عبورها إلا على ظهر الجمل.

كان المنظر فى تغير مستمر أمام أعين الفتاة: بيوت بيضاء متصلة ببعضها عن طريق حائط موحد، بيوت محصنة أشبه بالحصون الصغيرة، مبانى من الصخور و الكثير من الستائر: البيضاء و الرمادية و المخططة.

عبروا صحاري واسعة تمر بها خطوط الأنابيب و تنتشر بها محطات تنقيب وتكرير البترول. توقفوا عند واحات خصبة و اجتازوا جبال قصيرة.

 

لن تنسَ بياتريس أجازة كهذه ابدًا.

الشئ الأكثر تميزًا, هو زيارة رب الخالى، الصحراء الأكبر فى العالم.

يستطيعون البدو الرحل معًا العيش فى ذلك العالم القاسٍ والفاتن، و يسموا ايضًا “الرمال”: الرمال، لإنه لا يوجد غير الرمال، رمال ثم رمال.

لا… فى الواقع ليس هذا بالضبط: فى الخراب نستطيع إيجاد كائنات تعيش بصورة تثير الدهشة، مثل الزواحف والحشرات و السحالى كشهود على الصراع من أجل الحياة و انتصارهم على الموت.

عين عبود الساهرة، قائد القافلة، التقطت اَثار لاَخر طغاة الصحراء: اَخر نبضات لنظام قديم فى العيش، لذلك تم وضع الكاميرات والمسجلات وأجهزة الكمبيوتر والإمدادات الغذائية على الفور تحت رقابة مشددة.

 

على الرغم من اَفة حمى الرمال التى أصابتها لمدة يومين أو ثلاث، إلا إن حماس الفتاة تخطى ذلك.كانت الليالى التى مضت بالقرب من الكثبان الرملية رائعة و نقية و تصبّغت السماء باللون الأزرق الشديد غير المسبوق.

كانت الأشجار مبهرة؛ يتقاربوا من بعضهم البعض قبل اختفاء القمر و يعانقو الخيام التى لا تزال مغمورة بلون الليل الأزرق. حيث يتخللهم بريق ساطع من السماء به اَلاَف الألوان، قبل أن يختفى الخط الفاصل بين السماء والرمل.

كانت تقول ياسمين فى كل صباح: “أنظر. لقد استيقظ إبراهيم.”

كان إبراهيم خليفة عبود.

 

تركوا “الرمال” خلف ظهورهم, جانب من عالمنا لكنه يبدو و كأنه ينتمى إلى كوكب اَخر و وصلو إلى مكة المدينة المقدسة.

اثارت رؤية البيوت السابقة فى الفتاة نوع من الإضطراب الغريب الذى لا يمكنها السيطرة عليه. كانت مع ياسمين و إبراهيم لإن المرأة فى المدينة المقدسة يجب أن يصطحبها رجل و ظلو يعبروا بأرجل عارية طريق الرخام الذى يقود إلى الكعبة.

تنظر بياتريس فى جميع الأرجاء؛ تنظر إلى ياسمين: يبدو أن الكبر و الغرور و الفخر منزوعين من وجوه هذا الكم الهائل الذى يطوف حولها. حتى وجه صديقتها يبدو عليه الطمأنينة والسلام.

تفكر بصوت خافت: “أرغب بشدة أن أنعم أنا أيضًا ببعض من هذا السلام…”

تنظر إلى ثنى الحرير الأسود الذى يغطى الكعبة، و تقرأ الكلمات المنقوشة بالذهب: لا إله إلا الله و محمد رسول الله (لا يوجد إله غير الله و محمد هو رسول الله).

 

شهِدوا كل فرائض الحج. الطواف في الحرم، زى الإحرام، قاموا بالطواف حول المكعب المقدس الضخم ست مرات و فى إتجاه معاكس؛ استطاعت بياتريس اخيرًا لمس الحجر الأسود، وفقاً للشعائر،  الذى كان ينتمى إلى اَدم ثم إلى سيد الملائكة جبريل، قبل أن يُعهد إلى إبراهيم.

تقريبًا لم يستطع احد الوصول إليه بسبب التصادم.

 

بعد لمس الحجر تحول اضطراب الفتاة إلى تخوف،و ذلك قبل أن تغرق فى المحنة. كان الجو شديد الحرارة, حر قاسِ ولا يوجد به هواء: يسبب العديد من الأمراض.

أصبح لدى الفتاة رغبة ملحة فى الهروب، لكنها توقفت، خاصة من أجل رفيقتها، التى اتبعتها حتى بئر زمزم.

هنا، تحول قلقها إلى رهبة؛ رهبة خارجة عن السيطرة والتى اضطرتها إلى الانفصال عن رفقائها والتوجه إلى ،جولة حرة،  نحو جبل الصفا و المروة،حيث همست بعبارات متقطعة:

 

” يا إلهى، يا إلهى. إنقذ حياة إسماعيل … ابن هاجر و إبراهيم. إرحم هاجر … هاجر … هاجر..”

وتسمع فى أذنيها ايضًا صوت سارة، زوجة إبراهيم الأولى، وكانت تغار منها، عندما أنجبت طفلها … الفتى إسماعيل.

كانت سارة عقيمة لكن شاء القدر بأن تصبح أم، فيما بعد، أصبحت سارة أم… أم لإسحاق. و رأت ايضًا فى أعينها مشهد لزوجة إبراهيم وهى منزعجة لإن إسماعيل كان يسخر من ابنها.

تقول لإبراهيم: “اُطرد هذه المرأة. و اطرد ابنها. لا أريده أن يكون وريث مع ابنى إسحاق.”

 

طُردت، مع الطفل إسماعيل، وتركت القبيلة مع خادمتها المخلصة. معها بعض العيش و الماء، الذى وضعهم إبراهيم فى حقيبتها، عبروا الصحراء، لكن المياة بدأت تقل من الإناء مبكرًا.

كانت تود الوصول إلى النيل، النهر الطويل التى وُلدت على ضفافه؛ أرادت أن تعود إلى أراضيها، لكنها لا تعرف الطريق وكانت الصحراء واسعة و مخيفة و فوق كل ذلك كانت مُوحشة بما فيها من أُناس بائسين.

بدأ العطش يقلل من قدرتهم الجسدية و يشتت الأفكار التى تدور فى أذهانهم مثل الدبابير فى الأعشاش.

وكان الخوف المسيطر على فكرها هو: رؤية طفلها يموت.

بدأت تدعوا كل الاَلهة، الموجودين فى أرض مصر و فى أرض إبراهيم: “إرحموا… إرحموا طفل هاجر البرئ.”

رأت شجيرة؛ لا يوجد خُضرة غيرها يمكنها النمو فى مثل هذه الصحراء القاحلة. تحت ظلها استطاعوا أن يقضوا لحظات اَمنة، قبل أن يعاودوا البحث عن الماء.

كانت الثياب بالية و الأقدام مُنهكة و الوجه تحول إلى السُمرة من الشمس؛ سرق التعب الشديد كل ما تبقى لهم من قوة.

تستمر فى الدعاء “إرحم طفلى إسماعيل… إرحم طفلى… رشفة ماء.”

إذا بصوت نزل من السماء: “هاجر، لا تخافِ… لقد سمع الله دعائك.”

توقفت و رأت أخيرًا البئر الذى لم تراه من قبل بسبب يأسها. ارتوت منه و روت طفلها والخادمة ثم استلقت على الأرض بعد ذلك مُنتظِرة.

 

فيما بعد وجدا ياسمين و إبراهيم بياتريس مُنهكة و أنفاسها ثقيلة و نظراتها حائرة.

سألتها ياسمين فى دهشة و قلق: “بياتريس… ماذا حدث؟ “

أجابت الفتاة بعد أن نظرت إلى رفيقتها نظرة مشتتة: “إسماعيل… ابنى…”

نظر إليها إبراهيم وهو مندهش ” اَنسة بياتريس، ماذا تقولين؟ “

تستأنف بياتريس حديثها متلعثمة: لقد هدأت هاجر، الاَن لن يموت إسماعيل من الظمأ. “

“من هاجر هذه؟”

“انا، هاجر. لقد طردتنى سارة لكن إله إبراهيم سمع دعائى.”

هز إبراهيم رأسه متسائلاً ” ما تلك الأشياء الغريبة التى تقوليها يا اَنسة بياتريس؟. تبدين مُشتتة… الشمس… الشمس، هنا، لا يتحملها بشر.”

وافقته ياسمين: “بالفعل! إنها ليست معتادة على مثل هذه الحرارة”

“فلنأخذها بعيدا من هنا. فليتولاها الله برحمته.”

“إنها مقتنعة بكونها شخص اَخر… يُسمى هاجر…”

هز إبراهيم رأسه: ” هاجر؟ هل تقصد هاجر المذكورة في الكتاب المقدس… والدة إسماعيل، البطريرك؟”

تؤيده ياسمين فى الرأى: ” كانت تتحدث بالفعل عن ابنها إسماعيل…”ثم اقترحت:” فلنخرجها من هذه البقعة. سيقولون لنا فى المشفى ماذا حل بها.”

نقلوها إلى مكان به إسعافات أولية، ثم إلى مستشفى، حيث تلقت العلاج لأكثر من أسبوع، قبل أن تعود إلى موطنها.

مروا كأنهم أربعة أشهر، لكن بياتريس لا زالت تدعى بأنها هاجر و أشارت إلى أماكن ومناطق لم تزورها قط و لكنها تعرفها جيداً.

 

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Intervista rilasciata dallo scrittore Marco Parisi a Maria Pace

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  • Raccontaci qualcosa di te. Chi è…

Salve a tutti…o meglio salve omnes…così esordisco con la mia prima pubblicazione Hiperionidi, una tetralogia sui miti greci. Nasco ad Avellino il 5 settembre del 1984, mi diplomo all’istituto tecnico per ragionieri programmatori “Giustino Fortunato” di Avellino e mi laureo in Economia aziendale a Salerno. Attualmente collaboro con una nota commercialista di Avellino.

 

  • Quella della scrittura è una passione che hai sempre avuto oppure la stai coltivando solo da qualche tempo?

Ho sempre avuto la passione per la scrittura, sin da bambino desideravo sempre mettere nero su bianco i miei pensieri più profondi ed inquieti. Essendo un ragazzo molto introverso, immaginavo (ed immagino tuttora) di comunicare con un interlocutore invisibile che mi potesse accompagnare nel mio vivere quotidiano, e quindi penso e pensavo di trascrivere su carta tutte le nostre conversazioni: poesie, racconti, romanzi e soprattutto testi teatrali dove si intensificano sempre di più i nostri fantastici dialoghi.

 

  • Cosa rappresenta per te la scrittura?

E’ la mia àncora di salvezza! Scrivere mi dà la forza di combattere contro una realtà che fatico ad accettare. La mancanza di un lavoro stabile e giustamente retribuito al giorno d’oggi è un qualcosa che la nostra generazione fatica molto ad accettare, anch’io purtroppo vivo questa situazione e la scrittura mi fa immaginare di vivere in un mondo dove la realtà la puoi plasmare a tuo piacimento.

 

  • Come nasce l’idea di un libro? Da dove prendi ispirazione? Cosa ti ha indotto a scrivere questo libro?

L’idea del libro, e quindi di questa tetralogia, è nata attraverso l’analisi di molte variabili: proporre al lettore qualcosa di nuovo, una sorta di “ponte” tra il passato ed il presente, dargli la possibilità di riflettere su alcuni questioni sociali (omosessualità, aborto, discriminazione, famiglia ecc.) attualmente discusse attraverso i media in un’atmosfera da “pollaio”, e dare la giusta visibilità alle divinità greche quasi (o totalmente) sconosciute. In questa tetralogia, rendo protagonisti i figli del titano Hiperione, gli dei del giorno, Aurora, Elio e Selene, facendo così “retrocedere” a divinità di secondo livello i vari Zeus, Poseidone, Atena, ecc.

 

  • Quali sono secondo te i requisiti necessari per un buon libro?

Da laureato in Economia Aziendale, io dico la novità! Oggigiorno le case editrici producono una miriade di libri dove, bene o male, le trame, a seconda del genere, girano tutte su una medesima argomentazione creando così nei lettori ridondanze nei contenuti dove cambiano solo ambiente, nomi di protagonisti ed azione. Secondo me, questo è uno dei motivi per il quale non si legge più, perché i lettori non trovano più nei testi degli scrittori il “gusto” dell’opera, ovvero non assaporano più la bellezza di un libro per via delle argomentazioni ripetitive ed anche prive di morale.

 

  • Parlaci dei tuoi libri

Il libro Hiperionidi è edito dalla MonteCovello Edizioni e racconta le traversie di alcune divinità classiche al tempo della Grecia antica. Come già detto è una tetralogia (o quadrilogia), il primo libro è l’alba degli dei e racconta la traversata di queste divinità con una piccola schiera corinzia nel Mar Mediterraneo per arrivare al “Meridiano Zero” dove i genitori dei protagonisti sono tenuti prigionieri da Crono, il capo della titani. L’ambiente si svolge nell’ultimo “Grande Anno” della Titanomachia. Faranno molti naufragi, scopriranno nuove terre e civiltà con cui stringeranno rapporti molti spesso tumultuosi. Il secondo libro “alla conquista dei troni perduti – amore, destino e nemesis –” è in stesura.

 

  • I tuoi libri hanno riscosso successo? Vuoi parlarci dei Premi e dei Riconoscimenti?

Ora è troppo presto per fare un bilancio sull’opera, ma posso soltanto dire che le prime copie vendute stanno riscontrato un ottimo successo di critica. Le persone che stanno dando giudizi positivi sono perlopiù docenti e personalità impegnate nel mondo della cultura, ed alcune di loro mi hanno già fatto delle proposte per presentare il mio libro negli istituti classici della Campania dove la mitologia e la Grecia sono ben studiate dagli alunni. Prima della pubblicazione, la mia opera ha avuto due riconoscimenti importanti: il primo al concorso “Pabulum” tenutosi a Monteforte Irpino, il secondo una menzione speciale in un concorso a Patti in provincia di Messina, nonché ha gareggiato con altre opere al Premio Letterario Rai La Giara nel 2015.

 

  • Quali sono i generi letterari che preferisci?

Avere più di cinquanta libri di mitologia greca a casa, può far capire a chiunque il genere che preferisco J … scherzi a parte, io leggo tutto, però non datemi mai delle riviste di cronache rosa altrimenti le brucio, infatti ogni qual volta che vado o dal medico o da qualche altra parte, porto sempre con me o il libro che sto leggendo oppure delle riviste di cultura, ad esempio Voyager.

 

  • A chi non ha ancora letto il tuo libro, quale consiglio daresti per indurlo a farlo?

Di non giudicare il libro dalla copertina, perché, a primo impatto, questo libro può dare l’impressione che sia rivolto solo ad una nicchia di persone, io dico che non è per nulla vero! Il libro è scritto in maniera tale che tutti, quindi anche chi non conosce il mito classico, possano vivere in prima persona quest’avventura tra mito e modernità.

 

  • Potresti darci un assaggio del tuo libro?

 

Avevo parlato prima dei temi sociali particolarmente discussi ed importanti parlati nel libro, vorrei riprendere il tema della discriminazione:

 

Tutta la ciurma, dei compresi, si ritrovano insieme in un angolo del ponte per raccontare qualche storiella per ammazzare il tempo prima di andare a dormire. All’allegra compagnia mancano ovviamente i rematori, Selene e Pan, i quali restano in disparte a prua.

“Tesoro, perché sei qui tutta sola? Gli altri sono sul ponte che si divertono, perché non andiamo anche noi?” così esordisce Pan, il fidanzato di Selene.

Il dio è un tipo veramente strano, nel senso che non è un uomo normale, ma solo per metà: il tronco è villoso, le spalle, le braccia e la testa sono umane però, al posto delle gambe, ha zampe caprine. I peli coprono buona parte del suo corpo: il busto, le zampe, le parti intime, le braccia e la faccia. Dai lati della testa poi escono due corna caprine arrotondate all’indietro a forma di “C” come quelle di un ariete. Il viso è incavato, gli occhi azzurri, baffi e basette talmente lunghe tali da unirsi sino ai lati del mento.

“Perché noi siamo diversi e non meritiamo di stare in mezzo a gente che discrimina” sentenzia Selene.

Il dio-capro la guarda preoccupato negli occhi e dice: “Sei arrabbiata? È successo qualcosa?”

“Perché la gente è così cattiva? Che male abbiamo fatto? Abbiamo forse mai mancato di rispetto a qualcuno per meritare questo trattamento?” dice Selene affranta.

“No, nessuno, purtroppo siamo giudicati non dalle nostre azioni, ma dal nostro aspetto” dice Pan intuendo quel che la compagna vuole intendere: “Mi sono talmente abituato all’idea di vivere da emarginato che non ci faccio più caso”.

“Ti dò una notizia, nessuno ci vede di buon occhio anche su quest’imbarcazione, quindi dato che le cose stanno così, io direi di rinunciare a questa missione. Appena ci fermiamo, ce ne andremo via e vivremo la nostra vita altrove”.

 

  • Quali progetti hai per il futuro?

Non lo dico per scaramanzia, ma spero davvero tante cose belle.

INTERVISTA rilasciata dallo scrittore Patrick ANTEGIOVANNI

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Due chiacchiere con l’autore: Patrich Antegiovanni

Una porta incastonata in una prigione di mattoni dorati, l’aura di mistero e suspense che aleggia attorno come fiati di vapore, sono questi alcuni degli elementi che compongono L’altare dell’abisso. Romanzo d’esordio del talentuoso Patrich Antegiovanni, approdato da pochissimo nel mondo dell’editoria che, con questo straordinario e avvincente mistery/ thriller e un’interessantissima intervista, ha prestato un po’ d’attenzione a me e al mio blog.

La sua storia mi ha lasciato addosso una curiosità appiccicosa, e, in una catena di eventi, piccoli fatti assurdi, è stata talmente contagiosa che gli oggetti inanimati sembravano dotati di una qualche magia.

Con questo nuovo appuntamento della rubrica Due chiacchiere con l’autore, dunque, una breve chiacchierata in cui mi sono state regalate tante cose: curiosità, novità sull’opera, e tanto altro. Avanzando in un tunnel che ha lo stesso sapore dei sogni, in cui la mia anima ha combaciato perfettamente con quella del protagonista. In un irripetibile traiettoria sbavata nello spazio, perduta repentinamente quando chiusi con un debole fruscio una finestra su un mondo.

Ciao, Patrich! E’ davvero un onore averti qui, ancora una volta. Raccontaci un po’ di te! Chi è Patrich, nella vita di tutti i giorni?

Grazie Gresi, è un onore anche per me tornare nella tua casa virtuale. Vediamo un po’, chi sono… Per me sono IO, parte di un tutto. La questione è chi sei per gli altri e questo è molto relativo… come il tutto. Mi spiego, per mia moglie sono il marito con cui è cresciuta fin dall’università, per mia figlia di quasi tre mesi sono il padre, anzi per ora sono il giullare che la fa ridere e con cui giocare, per i miei genitori sono io il figlio oramai troppo cresciuto, per i nostri cinque gatti sono il distributore di cibo e coccole. Nel lavoro sono un naturalista, un consulente ambientale e un collaboratore dello studio bibliografico di mia moglie. L’ho lasciato per ultimo, ma per i lettori sono l’autore e spero l’amico che li accompagna aiutandoli a evadere dalla realtà e dallo stress.

Da dove nasce l’ispirazione? Qual è stato l’elemento scatenante che ti ha indotto a scrivere questa storia?

Ho sempre scritto, ma non mi ero mai cimentato con un romanzo, mancava l’inspirazione. Quando nel 2012 io, mia moglie e tre gatti ci siamo trasferiti dalla periferia di Assisi a Bevagna, nella valle umbra, spesso mi trovavo a guardare dal giardino, o dalla finestra la campagna che mi circonda. All’inizio ho notato l’armonia, l’equilibrio e il lavoro nei campi, ma poi ho scoperto due luoghi interessanti a pochi passi da casa, due risorgive sconosciute ai più, una è addirittura un lago profondo tredici metri. Proprio il Lago Aiso, è tristemente famoso nella zona e in internet per le leggende, è circondato da un alone di mistero, ma è anche un SIC, ovvero un Sito di Interesse Comunitario dal punto di vista naturalistico lasciato un po’ abbandonato dall’incuria. Questo lago è citato nella cartografia antica a volte con il toponimo Aso proveniente dall’Umbro e sta per ara, altare, in altre carte come Abisso, come tutt’ora lo chiamano gli abitanti per la credenza che non ha fondo. Per il titolo del romanzo ho preso spunto proprio dal gioco dei due toponimi. L’altro luogo è l’Aisillo Fanelli, ovvero una piccola risorgiva che nasconde sotto le sue acque un luogo di culto romano e forse Umbro lasciato al buon cuore del proprietario. La prima ispirazione è nata così e poi ci sono i libri antichi con cui lavoriamo e così dallo studio dell’alchimia antica ha preso forma l’idea di far diventare una campagna bucolica e idilliaca l’ambientazione di un thriller.

Ad esperienze di vita realmente accadute, ci sono alcuni episodi del romanzo la cui ispirazione sono state tratte da un classico?

Nel romanzo sono confluite le conoscenze, le mie passioni e le persone incontrate nella vita. Come ha detto più volte Carlo Verdone nelle sue interviste, anche per i miei personaggi ho preso spunti qua e là da persone realmente conosciute accentuandone alcune caratteristiche e mantenendo sempre l’equilibrio per farli sembrare reali. Ho scritto e scrivo con le cuffie e volte ne esce la voce di De André, infatti ho usato una citazione e alcune frasi parafrasate dalla sua poesia, una sorta di tributo. Qualche anno fa volevo aprire una piccola casa editrice e pubblicare inizialmente romanzi dimenticati. Iniziai la ricerca e selezionai tra gli altri “Edmondo o il nuovo Montecristo” di Dumas e “La Tomba” della maestra del gotico Ann Radcliffe. Iniziai proprio con la copia del 1888 di quest’ultima opera visto che non la trovavo in bibliografia. Contattai studiosi della scrittrice e intanto notai che questo romanzo esisteva solo in francese e in italiano di cui ne era la diretta traduzione, Vincenzo Guidotti era un famoso traduttore dal francese. Mi feci inviare da una biblioteca le foto di frontespizio e prefazione della prima traduzione italiana del 1817 per avere più informazioni, ma nulla e vidi digitalizzata la prima edizione francese del 1799 nel sito della Biblioteca Nazionale di Francia dove era indicato Ann Radcliffe come autrice e Chaussier e Bizet come traduttori della fantomatica versione inglese che proprio non trovavo. Mi rispose una professoressa universitaria inglese e scovai anche una controprova dell’accaduto in un dizionario bibliografico francese del 1827-1839. I fatti erano andati grosso modo così: La famiglia Radcliffe era molto riservata e dopo il 1797 scomparve mantenendo un silenzio profondo finché la scrittrice morì intorno al 1810. Alcuni per questo si approfittarono del suo nome, “La Tomba” in realtà fu scritta da Chaussier e Bizet che vollero passare come traduttori della nuova opera attesissima dai fan francesi della Radcliffe. Una frode bella e buona. Non aprii mai la casa editrice, anche se avevo trascritto in un italiano moderno, comparato con la versione francese, gran parte del testo. Però anni dopo quando stavo scrivendo “L’Altare dell’Abisso” e volevo descrivere delle grotte mi ricordai “La Tomba” e presi spunto da quelle caverne.

L’altare dell’abisso è anche un bell’affresco che parla di amicizie, amori, legami o affetti perduti e poi ritrovati in cui la morale di ogni racconto è quello di guardarsi dentro per affrontare i colpi del destino. Quanto sono importanti per te questi sentimenti?

 Hai centrato parte delle tematiche Gresi, hai appena detto una cosa molta importante: guardarsi dentro. Sono convinto che all’interno di sé c’è già tutto, esiste la risposta per ogni domanda come esiste la felicità. Abbiamo già tutto e non c’è bisogno di andare a cercare fuori nulla. Le amicizie, gli amori, i legami possono iniziare ed esistere solo se si è nella condizione interna per accoglierli. Anche Fedro, il protagonista del romanzo vive la sua condizione interna senza riuscire così ad apprezzare gli affetti, tranne quelli idealizzati del passato.
I tuoi personaggi sembrano molto indipendenti. Questa è anche una tua caratteristica?

Come ti dicevo prima le caratteristiche dei personaggi le ho prese qua e la da persone conosciute, ma anche da me. E sì, ho sempre adorato l’indipendenza, a venti anni sono uscito di casa cercando di trovare il mio spazio… lo sto ancora cercando. Ehehehehe

Le vicende che si snodano nel tuo romanzo sono ambientate a Bevagna, città per me del tutto sconosciuta ma che, se ho ben intuito, rispecchia per te qualcosa di significativo. Come mai questa scelta? Qual è il legame che intercorre tra questa città e le vicende narrate?

Non sono tante le caratteristiche che mi accomunano a Fedro, il protagonista, ma anche io tra Bevagna e Foligno ci sono finito per caso. Con mia moglie venivamo d’Assisi e cercavamo un posto dove vivere, ci siamo innamorati di questo borgo e della sua campagna. Dopo il trasferimento i primi tempi era tutto una scoperta, la gente è molto genuina e iniziai a informarmi del luogo e delle leggende. Come spesso succede chi nasce in un territorio non sente l’energia o non vede ciò che viene visto e sentito da chi ci vive da poco tempo, ciò che è normalità per l’uno diventa la novità e una risorsa per l’altro. Fui così incuriosito e ammaliato da Bevagna, come dalla sua gente e dalla sua storia, nei secoli è passata da centro di culto per gli Umbri alla grandezza nel commercio fluviale che visse nel periodo Romano fino ad arrivare al piccolo borgo di stampo medioevale quale è oggi. L’Altare dell’Abisso è nato dallo studio del territorio, della sua natura, delle eccellenze eno-gastronomiche e delle sue particolarità intrinseche. La curiosità mi ha portato a indagare e a scoprire che alcune di queste erano uniche, infatti molto di ciò che ho scritto è reale, romanzato come ovvio. Tutto ciò ha creato un legame forte tra me e il territorio.
Come nasce Fedro e come si è sviluppato nel corso del tempo?

Fedro nasce da un identikit… proprio così. Dopo aver avuto l’idea e deciso di scrivere il romanzo ho iniziato con le schede personaggi a partire dal protagonista. Ma come mostrare al prossimo una persona di cui non si conosce il volto? E così ho scaricato da internet un software e ne ho disegnato l’identikit, poi in un file separato ho scritto la storia di Fedro, ha parlato per la prima volta e siamo diventati così intimi che nel pieno del romanzo mi sembrava di incontrarlo nelle strade o di vederlo affacciandomi alla finestra.

La storia di Fedro, figura di carta che in poco tempo confezionerà una storia con scarti provenienti dal mondo reale, è arrivata come una folgorazione oppure è stata frutto di un lungo lavoro?

Secondo me scrivere un romanzo è un matrimonio alchemico tra elementi, o come dicevano in passato tra il fisso e il volatile, la parte maschile e quella femminile. Quindi a partire da una scintilla iniziale, l’idea principe, è seguita una fase di ricerca e un lungo lavoro di progettazione che mi ha portato alla prima stesura e così via…

Se potessi scegliere un personaggio del romanzo su cui scrivere una storia a parte, su quale cadrebbe la tua scelta e perché?

Credo Saverio e veramente già ci avevo pensato. Saverio è il ragazzo conosciuto all’inizio della storia da Fedro e che diventerà la sua spalla. È una persona intelligente, con forti passioni e di una vigorosa passione, ma soprattutto nel suo essere anche un po’ troppo genuino risulta sempre divertente e lo sa visto che usa spesso l’umorismo come arma. Credo che sia un personaggio che potrebbe dare degli ottimi risultati se messo alla prova di una storia tutta sua.

A quale personaggio ti sei affezionato di più? E con quale hai avuto maggior attrito?

Vediamo, vediamo. Con tutta sincerità costruendoli ho avuto attriti con tutti i personaggi principali e proprio per il fatto di essermi scontrato con ognuno di loro alla fine li ho apprezzati per diversi aspetti. Da Amalia a Kunda, da Sara ad Ada fino ad Adalgisa e alle mamme di Fedro ed Amalia, le donne del romanzo forse hanno avuto un filo più di attenzione, sarà stata cavalleria o difficolta nell’entrare nei ragionamenti dell’altro sesso, chi lo sa? Ehehehehehehe

Hai trovate delle difficoltà nell’evolvere la personalità dei protagonisti? O, scrivendo, avveniva in maniera del tutto naturale?

Come ti dicevo, prima di farli muovere, insomma dargli vita ho dovuto conoscerli io per primo con gli identikit e scrivendo le loro storie nelle schede personaggio. Ci sono eventi delle loro vite che conosco solo io e non sono entrati nel romanzo, ma hanno aumentato il feeling. Questa conoscenza, alla fine reciproca, è stata molto difficoltosa.
Hai riscontrato qualche difficoltà a scrivere alcune scene? Se si, quali sono state?

Diverse, la prima che mi viene in mente è anche la prima che mi ha fatto penare. Sembrerà più semplice rispetto ad altre, ma con tutta onestà ho trovato più difficile descrivere il magazzino di Saverio, il vecchio fienile ristrutturato piuttosto che il Ravana Ganga tra le montagne del Kashmir, capisco che chi legge questa intervista ora cadrà dalla sedia nel sentire nominare un luogo di culto Indù parlando di Umbria, ma non voglio svelare più del dovuto e rovinare così la sorpresa. Ho trovato difficoltà nelle scene ambientate nella piazza dell’altare e nel finale, l’ho riscritto più volte forse perché anche io ero combattuto sulla scelta che avrebbe preso Fedro e non diciamo altro.

C’è un episodio che ti ha particolarmente colpito?

 Veramente più di uno, il primo a cui penso è l’assalto dei quattro cobra, tre reali e uno indiano in casa di Fedro, adoro il finale di quel capitolo. Ma anche il tentato suicidio e la raccolta della rugiada secondo la tecnica descritta nel antico tomo Mutus Liber del fantomatico autore Altus e poi le fughe nei sotterranei di Fedro con i getti d’acqua nella piana. Gresi entrerei più nel dettaglio, ma non voglio essere così sadico da rovinare certi colpi di scena al lettore, perdonami.

L’arte può essere di grande ispirazione, ma quanto c’è di personale nei momenti vissuti nel libro?

Inconsciamente forse abbastanza, consciamente molto poco a parte il mio bagaglio culturale e le ricerche da cui ho preso a piene mani.

L’illustrazione della copertina ha un significato particolare?

È nata da una foto.

Quando dovevo scrivere l’incipit del capitolo quattro dove ho descritto il centro storico di Bevagna come fosse un fiume ho girato per il paese con la macchina fotografica scattando foto di particolari, tra cui una grande finestra antica con una vetrata di quadrati di vetro a piombo e un’inferriata robusta ben saldata alla pietra calcarea del muro. Studiando la foto ho pensato ai secoli di segreti celati ai passanti e quando dovevo sviluppare una copertina mi sono ricordato ed è diventata la finestra sui segreti e i misteri raccolti nel libro. A questa foto ho applicato un effetto fuoco, altro elemento fondamentale del romanzo insieme all’acqua, il fuoco che non brucia, il fuoco alchemico. Infine ho aggiunto un effetto vetro rotto visto che il lettore può rompere il vetro piombato della finestra e bearsi dei segreti contenuti. Così è nata la copertina… forse sono da ricovero hahahaha
Quali sono i tuoi autori preferiti?

Allora vuoi proprio farmi passare per un paziente psichiatrico. Hahahahahahaha

Ho scritto il romanzo con degli A4 in vista, in ognuno di questi fogli c’era e c’è ancora la foto e la firma di uno degli autori con cui ho iniziato ad adorare scrittura e lettura. Stupita? Non mi sono mai creduto alla loro pari, volevo che mi fossero d’ispirazione. E già, ho chiesto ai volti di Hugo, Dumas, Dickens, Tolstoj e Dostoevskij di essere la mia musa. Che pazzia, però un briciolo di loro me lo hanno passato. Dopo, negli anni sono passati molti scrittori che ho apprezzato spaziando nei secoli e nei generi, si va da Tolkien a Martin, da Verne a Salgari, dalla Radcliffe a Poe, dalla Christie a Moravia, da Verga a Steinbeck, da Orwell a Eco, da Golding a Baricco, da Collins a Sue, da Zola a Balzac, da Huxley a Capote, da Hesse a Marquez e ancora potrei andare avanti a lungo e ti ripeto quelli citati sono solo una parte e gli autori non citati sono altrettanto importante per me, ma vorrei aggiungere anche altri scrittori che si sono occupati e si occupano di tematiche diverse, non romanzi, ma saggistica e che per me sono molto fondamentali parlo di Dawkins, di Darwin, della Carson, di Ajahn Sumedho, di Ajahn Chah, Tich Nath Han, Kalu Rinpoche e anche qui tanti altri.

C’è un momento della giornata in cui ti sembra di trovare più ispirazione per poter scrivere?

Guarda molto onestamente ho scritto al mattino, al pomeriggio e alla sera, non ho mai scritto di notte semplicemente perché spengo il computer alle sette/otto di sera, però appunti ne ho presi anche di notte. Dipende da quando ho tempo e arrivano le idee.

Una volta intessuta la trama, qual è il passo successivo nella creazione della storia e dei personaggi?

Come ti dicevo ho seguito un percorso diverso. Ho iniziato avendo in mente due scene e degli studi sul territorio, poi sono passato alle schede personaggio per ognuno dei principali e alcune sono di dieci pagine A4, poi ho stilato un’idea di scaletta e sotto con la scrittura. Dopo la prima stesura ho riscritto più e più volte i vari capitoli affinando così la scaletta. Alla fine ho consegnato tutto a un editor freelance ed eccomi qua.

Quali sono state le sfide che hai dovuto affrontare, durante la stesura del romanzo?

Molteplici, dalla mancanza di tempo, alla frustrazione, alla stanchezza mentale… A volte dopo aver scritto un pomeriggio intero mi sono sentito in una pace mistica, ma mentalmente spossato. Poi a volte mi sono incaponito con il significato delle parole e mi sono anche bloccato sulla scelta di un verbo o di un sostantivo.

Si dice che scrivere è trovare l’equilibrio tra il lato quasi trascendentale della storia e la capacità di non lasciarsi prendere troppo la mano, purché non siano i personaggi a travolgere completamente. Anche tu la pensi così?

Sono perfettamente d’accordo. Durante la scrittura a volte ho dovuto lasciare il romanzo per non rischiare di essere travolto dagli eventi e dai personaggi quando chiudevo gli occhi o mi affacciavo alla finestra di casa.
C’è qualcosa che cerchi di ottenere dalla scrittura? E, se si, perché scrivi?

All’inizio ho utilizzato la scrittura insieme alla musica come una sorta di forma meditativa ed è ancora così, in un secondo momento ho capito che volevo comunicare, intrattenere e indagare l’animo umano.

Come ti senti quando scrivi?

Sento la pace interiore della meditazione, infatti entrambe sono due modi di vivere il presente estraniandosi da passato e futuro.

 Quali sono, secondo te, gli aspetti positivi e negativi della scrittura?

La sensazione che hai mentre scrivi e dopo aver scritto è molto positiva. Di negativo vedo poco a meno che non si consideri negativo la costanza.
Della pila di libri che hai sul comodino, ce n’è uno che stai apprezzando particolarmente?

Proprio ieri sera ho terminato di leggere un thriller ben fatto: Il Profumo. Guarda è un esempio lampante che quando scrivi devi utilizzare tutti e cinque i sensi. Süskind attraverso le pagine ti fa leggere con il naso e una volta che ragioni come il protagonista capisci le sue scelte, gli odori e anche gli omicidi.

C’è un romanzo che ti sarebbe piaciuto scrivere e che invece è stato qualcun altro a scrivere?

Magari uno solo…. Mi viene subito di dirti il Signore degli Anelli, ma poi pensandoci dico che se lo avessi scritto io non sarebbe stato il capolavoro che è, perché oltre alla bravura e alla costanza di Tolkien ha contribuito il fatto che lui era un linguista e quindi quel fantasy era nelle sue corde. Provare il Silmarillion per credere.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Scriverai ancora?

Certo, non ho mai smesso, oramai uso la scrittura creativa anche rispondendo a una mail, sono un tossicodipendente da trama Eheheheheh Poi ho già iniziato il continuo di L’Altare dell’Abisso, non posso far poltrire i personaggi, mi chiedono di mostrare la loro storia.

Ad un lettore, ad una lettrice che non ha ancora letto il tuo romanzo, quale consiglio gli daresti per farlo?

Lo prego solo di approcciarsi a lui senza pregiudizi e di lasciarsi trasportare dagli eventi con la speranza di toccarlo nel profondo.

Grazie, Patrich, per questa bellissima chiacchierata! 😊📚

Grazie a te per il tempo trascorso insieme!

INTERVIATA rilasciata dallo scrittore Patrick ANTEGIOVANNI

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Due chiacchiere con l’autore: Patrich Antegiovanni

Una porta incastonata in una prigione di mattoni dorati, l’aura di mistero e suspense che aleggia attorno come fiati di vapore, sono questi alcuni degli elementi che compongono L’altare dell’abisso. Romanzo d’esordio del talentuoso Patrich Antegiovanni, approdato da pochissimo nel mondo dell’editoria che, con questo straordinario e avvincente mistery/ thriller e un’interessantissima intervista, ha prestato un po’ d’attenzione a me e al mio blog.

La sua storia mi ha lasciato addosso una curiosità appiccicosa, e, in una catena di eventi, piccoli fatti assurdi, è stata talmente contagiosa che gli oggetti inanimati sembravano dotati di una qualche magia.

Con questo nuovo appuntamento della rubrica Due chiacchiere con l’autore, dunque, una breve chiacchierata in cui mi sono state regalate tante cose: curiosità, novità sull’opera, e tanto altro. Avanzando in un tunnel che ha lo stesso sapore dei sogni, in cui la mia anima ha combaciato perfettamente con quella del protagonista. In un irripetibile traiettoria sbavata nello spazio, perduta repentinamente quando chiusi con un debole fruscio una finestra su un mondo.

Ciao, Patrich! E’ davvero un onore averti qui, ancora una volta. Raccontaci un po’ di te! Chi è Patrich, nella vita di tutti i giorni?

Grazie Gresi, è un onore anche per me tornare nella tua casa virtuale. Vediamo un po’, chi sono… Per me sono IO, parte di un tutto. La questione è chi sei per gli altri e questo è molto relativo… come il tutto. Mi spiego, per mia moglie sono il marito con cui è cresciuta fin dall’università, per mia figlia di quasi tre mesi sono il padre, anzi per ora sono il giullare che la fa ridere e con cui giocare, per i miei genitori sono io il figlio oramai troppo cresciuto, per i nostri cinque gatti sono il distributore di cibo e coccole. Nel lavoro sono un naturalista, un consulente ambientale e un collaboratore dello studio bibliografico di mia moglie. L’ho lasciato per ultimo, ma per i lettori sono l’autore e spero l’amico che li accompagna aiutandoli a evadere dalla realtà e dallo stress.

Da dove nasce l’ispirazione? Qual è stato l’elemento scatenante che ti ha indotto a scrivere questa storia?

Ho sempre scritto, ma non mi ero mai cimentato con un romanzo, mancava l’inspirazione. Quando nel 2012 io, mia moglie e tre gatti ci siamo trasferiti dalla periferia di Assisi a Bevagna, nella valle umbra, spesso mi trovavo a guardare dal giardino, o dalla finestra la campagna che mi circonda. All’inizio ho notato l’armonia, l’equilibrio e il lavoro nei campi, ma poi ho scoperto due luoghi interessanti a pochi passi da casa, due risorgive sconosciute ai più, una è addirittura un lago profondo tredici metri. Proprio il Lago Aiso, è tristemente famoso nella zona e in internet per le leggende, è circondato da un alone di mistero, ma è anche un SIC, ovvero un Sito di Interesse Comunitario dal punto di vista naturalistico lasciato un po’ abbandonato dall’incuria. Questo lago è citato nella cartografia antica a volte con il toponimo Aso proveniente dall’Umbro e sta per ara, altare, in altre carte come Abisso, come tutt’ora lo chiamano gli abitanti per la credenza che non ha fondo. Per il titolo del romanzo ho preso spunto proprio dal gioco dei due toponimi. L’altro luogo è l’Aisillo Fanelli, ovvero una piccola risorgiva che nasconde sotto le sue acque un luogo di culto romano e forse Umbro lasciato al buon cuore del proprietario. La prima ispirazione è nata così e poi ci sono i libri antichi con cui lavoriamo e così dallo studio dell’alchimia antica ha preso forma l’idea di far diventare una campagna bucolica e idilliaca l’ambientazione di un thriller.

Ad esperienze di vita realmente accadute, ci sono alcuni episodi del romanzo la cui ispirazione sono state tratte da un classico?

Nel romanzo sono confluite le conoscenze, le mie passioni e le persone incontrate nella vita. Come ha detto più volte Carlo Verdone nelle sue interviste, anche per i miei personaggi ho preso spunti qua e là da persone realmente conosciute accentuandone alcune caratteristiche e mantenendo sempre l’equilibrio per farli sembrare reali. Ho scritto e scrivo con le cuffie e volte ne esce la voce di De André, infatti ho usato una citazione e alcune frasi parafrasate dalla sua poesia, una sorta di tributo. Qualche anno fa volevo aprire una piccola casa editrice e pubblicare inizialmente romanzi dimenticati. Iniziai la ricerca e selezionai tra gli altri “Edmondo o il nuovo Montecristo” di Dumas e “La Tomba” della maestra del gotico Ann Radcliffe. Iniziai proprio con la copia del 1888 di quest’ultima opera visto che non la trovavo in bibliografia. Contattai studiosi della scrittrice e intanto notai che questo romanzo esisteva solo in francese e in italiano di cui ne era la diretta traduzione, Vincenzo Guidotti era un famoso traduttore dal francese. Mi feci inviare da una biblioteca le foto di frontespizio e prefazione della prima traduzione italiana del 1817 per avere più informazioni, ma nulla e vidi digitalizzata la prima edizione francese del 1799 nel sito della Biblioteca Nazionale di Francia dove era indicato Ann Radcliffe come autrice e Chaussier e Bizet come traduttori della fantomatica versione inglese che proprio non trovavo. Mi rispose una professoressa universitaria inglese e scovai anche una controprova dell’accaduto in un dizionario bibliografico francese del 1827-1839. I fatti erano andati grosso modo così: La famiglia Radcliffe era molto riservata e dopo il 1797 scomparve mantenendo un silenzio profondo finché la scrittrice morì intorno al 1810. Alcuni per questo si approfittarono del suo nome, “La Tomba” in realtà fu scritta da Chaussier e Bizet che vollero passare come traduttori della nuova opera attesissima dai fan francesi della Radcliffe. Una frode bella e buona. Non aprii mai la casa editrice, anche se avevo trascritto in un italiano moderno, comparato con la versione francese, gran parte del testo. Però anni dopo quando stavo scrivendo “L’Altare dell’Abisso” e volevo descrivere delle grotte mi ricordai “La Tomba” e presi spunto da quelle caverne.

L’altare dell’abisso è anche un bell’affresco che parla di amicizie, amori, legami o affetti perduti e poi ritrovati in cui la morale di ogni racconto è quello di guardarsi dentro per affrontare i colpi del destino. Quanto sono importanti per te questi sentimenti?

 Hai centrato parte delle tematiche Gresi, hai appena detto una cosa molta importante: guardarsi dentro. Sono convinto che all’interno di sé c’è già tutto, esiste la risposta per ogni domanda come esiste la felicità. Abbiamo già tutto e non c’è bisogno di andare a cercare fuori nulla. Le amicizie, gli amori, i legami possono iniziare ed esistere solo se si è nella condizione interna per accoglierli. Anche Fedro, il protagonista del romanzo vive la sua condizione interna senza riuscire così ad apprezzare gli affetti, tranne quelli idealizzati del passato.
I tuoi personaggi sembrano molto indipendenti. Questa è anche una tua caratteristica?

Come ti dicevo prima le caratteristiche dei personaggi le ho prese qua e la da persone conosciute, ma anche da me. E sì, ho sempre adorato l’indipendenza, a venti anni sono uscito di casa cercando di trovare il mio spazio… lo sto ancora cercando. Ehehehehe

Le vicende che si snodano nel tuo romanzo sono ambientate a Bevagna, città per me del tutto sconosciuta ma che, se ho ben intuito, rispecchia per te qualcosa di significativo. Come mai questa scelta? Qual è il legame che intercorre tra questa città e le vicende narrate?

Non sono tante le caratteristiche che mi accomunano a Fedro, il protagonista, ma anche io tra Bevagna e Foligno ci sono finito per caso. Con mia moglie venivamo d’Assisi e cercavamo un posto dove vivere, ci siamo innamorati di questo borgo e della sua campagna. Dopo il trasferimento i primi tempi era tutto una scoperta, la gente è molto genuina e iniziai a informarmi del luogo e delle leggende. Come spesso succede chi nasce in un territorio non sente l’energia o non vede ciò che viene visto e sentito da chi ci vive da poco tempo, ciò che è normalità per l’uno diventa la novità e una risorsa per l’altro. Fui così incuriosito e ammaliato da Bevagna, come dalla sua gente e dalla sua storia, nei secoli è passata da centro di culto per gli Umbri alla grandezza nel commercio fluviale che visse nel periodo Romano fino ad arrivare al piccolo borgo di stampo medioevale quale è oggi. L’Altare dell’Abisso è nato dallo studio del territorio, della sua natura, delle eccellenze eno-gastronomiche e delle sue particolarità intrinseche. La curiosità mi ha portato a indagare e a scoprire che alcune di queste erano uniche, infatti molto di ciò che ho scritto è reale, romanzato come ovvio. Tutto ciò ha creato un legame forte tra me e il territorio.
Come nasce Fedro e come si è sviluppato nel corso del tempo?

Fedro nasce da un identikit… proprio così. Dopo aver avuto l’idea e deciso di scrivere il romanzo ho iniziato con le schede personaggi a partire dal protagonista. Ma come mostrare al prossimo una persona di cui non si conosce il volto? E così ho scaricato da internet un software e ne ho disegnato l’identikit, poi in un file separato ho scritto la storia di Fedro, ha parlato per la prima volta e siamo diventati così intimi che nel pieno del romanzo mi sembrava di incontrarlo nelle strade o di vederlo affacciandomi alla finestra.

La storia di Fedro, figura di carta che in poco tempo confezionerà una storia con scarti provenienti dal mondo reale, è arrivata come una folgorazione oppure è stata frutto di un lungo lavoro?

Secondo me scrivere un romanzo è un matrimonio alchemico tra elementi, o come dicevano in passato tra il fisso e il volatile, la parte maschile e quella femminile. Quindi a partire da una scintilla iniziale, l’idea principe, è seguita una fase di ricerca e un lungo lavoro di progettazione che mi ha portato alla prima stesura e così via…

Se potessi scegliere un personaggio del romanzo su cui scrivere una storia a parte, su quale cadrebbe la tua scelta e perché?

Credo Saverio e veramente già ci avevo pensato. Saverio è il ragazzo conosciuto all’inizio della storia da Fedro e che diventerà la sua spalla. È una persona intelligente, con forti passioni e di una vigorosa passione, ma soprattutto nel suo essere anche un po’ troppo genuino risulta sempre divertente e lo sa visto che usa spesso l’umorismo come arma. Credo che sia un personaggio che potrebbe dare degli ottimi risultati se messo alla prova di una storia tutta sua.

A quale personaggio ti sei affezionato di più? E con quale hai avuto maggior attrito?

Vediamo, vediamo. Con tutta sincerità costruendoli ho avuto attriti con tutti i personaggi principali e proprio per il fatto di essermi scontrato con ognuno di loro alla fine li ho apprezzati per diversi aspetti. Da Amalia a Kunda, da Sara ad Ada fino ad Adalgisa e alle mamme di Fedro ed Amalia, le donne del romanzo forse hanno avuto un filo più di attenzione, sarà stata cavalleria o difficolta nell’entrare nei ragionamenti dell’altro sesso, chi lo sa? Ehehehehehehe

Hai trovate delle difficoltà nell’evolvere la personalità dei protagonisti? O, scrivendo, avveniva in maniera del tutto naturale?

Come ti dicevo, prima di farli muovere, insomma dargli vita ho dovuto conoscerli io per primo con gli identikit e scrivendo le loro storie nelle schede personaggio. Ci sono eventi delle loro vite che conosco solo io e non sono entrati nel romanzo, ma hanno aumentato il feeling. Questa conoscenza, alla fine reciproca, è stata molto difficoltosa.
Hai riscontrato qualche difficoltà a scrivere alcune scene? Se si, quali sono state?

Diverse, la prima che mi viene in mente è anche la prima che mi ha fatto penare. Sembrerà più semplice rispetto ad altre, ma con tutta onestà ho trovato più difficile descrivere il magazzino di Saverio, il vecchio fienile ristrutturato piuttosto che il Ravana Ganga tra le montagne del Kashmir, capisco che chi legge questa intervista ora cadrà dalla sedia nel sentire nominare un luogo di culto Indù parlando di Umbria, ma non voglio svelare più del dovuto e rovinare così la sorpresa. Ho trovato difficoltà nelle scene ambientate nella piazza dell’altare e nel finale, l’ho riscritto più volte forse perché anche io ero combattuto sulla scelta che avrebbe preso Fedro e non diciamo altro.

C’è un episodio che ti ha particolarmente colpito?

 Veramente più di uno, il primo a cui penso è l’assalto dei quattro cobra, tre reali e uno indiano in casa di Fedro, adoro il finale di quel capitolo. Ma anche il tentato suicidio e la raccolta della rugiada secondo la tecnica descritta nel antico tomo Mutus Liber del fantomatico autore Altus e poi le fughe nei sotterranei di Fedro con i getti d’acqua nella piana. Gresi entrerei più nel dettaglio, ma non voglio essere così sadico da rovinare certi colpi di scena al lettore, perdonami.

L’arte può essere di grande ispirazione, ma quanto c’è di personale nei momenti vissuti nel libro?

Inconsciamente forse abbastanza, consciamente molto poco a parte il mio bagaglio culturale e le ricerche da cui ho preso a piene mani.

L’illustrazione della copertina ha un significato particolare?

È nata da una foto.

Quando dovevo scrivere l’incipit del capitolo quattro dove ho descritto il centro storico di Bevagna come fosse un fiume ho girato per il paese con la macchina fotografica scattando foto di particolari, tra cui una grande finestra antica con una vetrata di quadrati di vetro a piombo e un’inferriata robusta ben saldata alla pietra calcarea del muro. Studiando la foto ho pensato ai secoli di segreti celati ai passanti e quando dovevo sviluppare una copertina mi sono ricordato ed è diventata la finestra sui segreti e i misteri raccolti nel libro. A questa foto ho applicato un effetto fuoco, altro elemento fondamentale del romanzo insieme all’acqua, il fuoco che non brucia, il fuoco alchemico. Infine ho aggiunto un effetto vetro rotto visto che il lettore può rompere il vetro piombato della finestra e bearsi dei segreti contenuti. Così è nata la copertina… forse sono da ricovero hahahaha
Quali sono i tuoi autori preferiti?

Allora vuoi proprio farmi passare per un paziente psichiatrico. Hahahahahahaha

Ho scritto il romanzo con degli A4 in vista, in ognuno di questi fogli c’era e c’è ancora la foto e la firma di uno degli autori con cui ho iniziato ad adorare scrittura e lettura. Stupita? Non mi sono mai creduto alla loro pari, volevo che mi fossero d’ispirazione. E già, ho chiesto ai volti di Hugo, Dumas, Dickens, Tolstoj e Dostoevskij di essere la mia musa. Che pazzia, però un briciolo di loro me lo hanno passato. Dopo, negli anni sono passati molti scrittori che ho apprezzato spaziando nei secoli e nei generi, si va da Tolkien a Martin, da Verne a Salgari, dalla Radcliffe a Poe, dalla Christie a Moravia, da Verga a Steinbeck, da Orwell a Eco, da Golding a Baricco, da Collins a Sue, da Zola a Balzac, da Huxley a Capote, da Hesse a Marquez e ancora potrei andare avanti a lungo e ti ripeto quelli citati sono solo una parte e gli autori non citati sono altrettanto importante per me, ma vorrei aggiungere anche altri scrittori che si sono occupati e si occupano di tematiche diverse, non romanzi, ma saggistica e che per me sono molto fondamentali parlo di Dawkins, di Darwin, della Carson, di Ajahn Sumedho, di Ajahn Chah, Tich Nath Han, Kalu Rinpoche e anche qui tanti altri.

C’è un momento della giornata in cui ti sembra di trovare più ispirazione per poter scrivere?

Guarda molto onestamente ho scritto al mattino, al pomeriggio e alla sera, non ho mai scritto di notte semplicemente perché spengo il computer alle sette/otto di sera, però appunti ne ho presi anche di notte. Dipende da quando ho tempo e arrivano le idee.

Una volta intessuta la trama, qual è il passo successivo nella creazione della storia e dei personaggi?

Come ti dicevo ho seguito un percorso diverso. Ho iniziato avendo in mente due scene e degli studi sul territorio, poi sono passato alle schede personaggio per ognuno dei principali e alcune sono di dieci pagine A4, poi ho stilato un’idea di scaletta e sotto con la scrittura. Dopo la prima stesura ho riscritto più e più volte i vari capitoli affinando così la scaletta. Alla fine ho consegnato tutto a un editor freelance ed eccomi qua.

Quali sono state le sfide che hai dovuto affrontare, durante la stesura del romanzo?

Molteplici, dalla mancanza di tempo, alla frustrazione, alla stanchezza mentale… A volte dopo aver scritto un pomeriggio intero mi sono sentito in una pace mistica, ma mentalmente spossato. Poi a volte mi sono incaponito con il significato delle parole e mi sono anche bloccato sulla scelta di un verbo o di un sostantivo.

Si dice che scrivere è trovare l’equilibrio tra il lato quasi trascendentale della storia e la capacità di non lasciarsi prendere troppo la mano, purché non siano i personaggi a travolgere completamente. Anche tu la pensi così?

Sono perfettamente d’accordo. Durante la scrittura a volte ho dovuto lasciare il romanzo per non rischiare di essere travolto dagli eventi e dai personaggi quando chiudevo gli occhi o mi affacciavo alla finestra di casa.
C’è qualcosa che cerchi di ottenere dalla scrittura? E, se si, perché scrivi?

All’inizio ho utilizzato la scrittura insieme alla musica come una sorta di forma meditativa ed è ancora così, in un secondo momento ho capito che volevo comunicare, intrattenere e indagare l’animo umano.

Come ti senti quando scrivi?

Sento la pace interiore della meditazione, infatti entrambe sono due modi di vivere il presente estraniandosi da passato e futuro.

 Quali sono, secondo te, gli aspetti positivi e negativi della scrittura?

La sensazione che hai mentre scrivi e dopo aver scritto è molto positiva. Di negativo vedo poco a meno che non si consideri negativo la costanza.
Della pila di libri che hai sul comodino, ce n’è uno che stai apprezzando particolarmente?

Proprio ieri sera ho terminato di leggere un thriller ben fatto: Il Profumo. Guarda è un esempio lampante che quando scrivi devi utilizzare tutti e cinque i sensi. Süskind attraverso le pagine ti fa leggere con il naso e una volta che ragioni come il protagonista capisci le sue scelte, gli odori e anche gli omicidi.

C’è un romanzo che ti sarebbe piaciuto scrivere e che invece è stato qualcun altro a scrivere?

Magari uno solo…. Mi viene subito di dirti il Signore degli Anelli, ma poi pensandoci dico che se lo avessi scritto io non sarebbe stato il capolavoro che è, perché oltre alla bravura e alla costanza di Tolkien ha contribuito il fatto che lui era un linguista e quindi quel fantasy era nelle sue corde. Provare il Silmarillion per credere.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Scriverai ancora?

Certo, non ho mai smesso, oramai uso la scrittura creativa anche rispondendo a una mail, sono un tossicodipendente da trama Eheheheheh Poi ho già iniziato il continuo di L’Altare dell’Abisso, non posso far poltrire i personaggi, mi chiedono di mostrare la loro storia.

Ad un lettore, ad una lettrice che non ha ancora letto il tuo romanzo, quale consiglio gli daresti per farlo?

Lo prego solo di approcciarsi a lui senza pregiudizi e di lasciarsi trasportare dagli eventi con la speranza di toccarlo nel profondo.

Grazie, Patrich, per questa bellissima chiacchierata! 😊📚

Grazie a te per il tempo trascorso insieme!

INTERVISTA lasciata alla scrittrice Maria Pace da Michela Clames

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1) Innanzi tutto chi è Michela Clames ?

Sono nata Palermo il 09/07/65. Da 43 anni vivo a Torino , sono sposata  e con due figli. Mi occupo di trattamenti olistici ;sono una riflessologa plantare .

2) Quella della scrittura èuna passione attuale oppure l’ha sempre coltivata?

Fin da bambina ho sempre usato l’immaginazione , con l’adolescenza mi sono accostata alla scrittura: poesie o semplici riflessioni, ma ho pubblicato il mio primo libro soltanto nell’ultimo anno.

3) Come nasce l’idea di un libro?

Sono una persona alla quale piace condividere le proprie emozioni; il mio bisogno di scrivere nasce proprio da questa personale  caratteristica.

4) Ci parli dei suoi libri.

Come ho già detto, questo è il mio primo libro.  “Volevo dire…”  narra le vicende una giovane donna che con tenacia e intelligenza trova il riscatto da una condizione di sottomissione.

5) I suoi libri hanno riscosso successi e riconoscimenti?

Sono una scrittrice esordiente;  chi lo ha letto,  però,  lo ha trovato piacevole e scorrevole ed ha dischiarato di essersi  immedesimato nelle vicende.

6) A quale genere letterario appartiene il suo libro?

Narrativa di costume e ambiente.

7) Quali genriletterari preferisce?

Narrativa generale, fiabe, narrativa storica,  filosofica,  saggistica,  di costume

8) Quali sono secondolei i requisiti necessare per un buon libro?

Deve avere una trama coinvolgente ,  duna scrittura semplice e scorrevoleeve  e avere una morale.

9) Potrebbe darci un assaggio del suolibro?

CAPITOLO  I – ANNA

Questa storia, la storia di Anna, inizia con il primo vagito.

S’era d’estate, a V. un paese del sud, intorno agli anni cinquanta. Faceva caldo, il sole picchiava implacabile.

Angela, una donna dal fisico minuto, che l’avanzata gravidanza aveva reso grossa e voluminosa, senza però, minimamente sminuire la sua bellezza, si affacciò sull’uscio di casa; aveva una cesta in mano.

Ventitre o ventiquattro anni, Angela era una giovane schiva ed introversa e fortemente attaccata alla famiglia: un marito e due bambini.

Vivevano in una cascina circondata di terreni, nel bel mezzo della campagna, che fungeva da abitazione e stalla: a quei tempi i contadini vivevano in quel modo, in piena promiscuità con il bestiame..

Angela uscì fuori, per raccogliere le lenzuola stese sopra un filo di ferro teso tra due pali di legno, quando ebbe una contrazione e si lasciò scivolare a terra, dove restò a riprendere fiato: lei sapeva distinguere un dolore da parto, perché lo aveva già vissuto due volte, con due figli, Giuseppe e Antonio.

Angela si sorprese a pensare che quei nomi erano stati scelti per rispettare la tradizione. Il primogenito portava il nome del nonno paterno, il patriarca della famiglia e il secondo, invece, quello del padre materno. Anche per il nuovo o la nuova arrivata, il nome era già pronto: Anna se fosse stata femmina e Rosario se fosse stato un maschio.

10) Quali profetti ha per il futuro ?

Prossimamente ci sarà una presentazione e in progetto uscirà una raccolta di poesie riflessioni  racconto e fiaba ; a cui seguirà un nuovo romanzo.

INTERVISTA rilasciata a “Fior di Libri” dalla scrittrice Margherita Benati

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Margherita Benati, Fiocchi Fantasma e altre Meraviglie, Panda Edizioni

Perché si è accostata alla scrittura e cosa rappresenta per Lei?

Ho difficoltà a raccontare la meraviglia e l’incanto di quei mesi in cui ho iniziato, piano piano, a scrivere. E’ stato come se una voce interiore mi avesse parlato oppure come se lo avesse sempre fatto ma solo in quel momento avessi deciso di ascoltarla. Ero molto lontana dall’idea del “raccontare” che è anche ascoltare sé stessi, farsi dono dei nostri sogni per poi regalarli a qualcun altro. Era come se le fiabe volessero “vivere con me” ma io continuavo a chiedermi che cosa avrei scritto, come avrei potuto costruire una storia dall’inizio alla fine. A volte, però, nella vita capita che si accenda una luce abbagliante, simile a quella dell’innamoramento, e anche se ne sei abbacinato e non puoi vedere oltre, sai già che non potrai fare a meno di seguirla e che, da quel momento, la tua vita cambierà. Ed è stato così che a trentasette anni, con una famiglia e due bambini, tra emozione, gioia e speranza, frase dopo frase, una correzione dopo l’altra, è nata una fiaba, la mia prima fiaba. E fiaba dopo fiaba, ho potuto trasporre la mia fervente immaginazione nelle mie storie, inserendovi le mie intuizioni migliori ed i sogni che non ho vissuto, a volte prendendo spunto dalla realtà ma trasferendola nel sogno, a volte dalla tradizione ma con originalità, semplicità ed un mio stile personale. Per me scrivere fiabe ha significato, in primo luogo, elaborare sensazioni avvincenti ma non solo, soprattutto volevo coniugare la grandiosità e l’unicità del sogno trasposto nella fiaba, con l’accessibilità, da parte del lettore, attraverso le parole del narratore e la sua intensità descrittiva fantastica. In questo modo è nata la raccolta “Fiocchi Fantasma e altre Meraviglie”.

  • Qual è il libro che più ha amato o a cui si è ispirata?

Ho amato molto i libri per ragazzi, soprattutto Jack London e, in particolare, “Il richiamo della foresta”. Ma il mio immaginario è legato anche ai romanzi di Dickens e Stevenson, alla città di Londra in cui si svolge la fiaba “La ciliegina”, ed all’Inghilterra, la terra di tante avventure meravigliose, sui cui mari imperversavano corsari e pirati, intrepidi e temprati alle avversità, alla conquista di tesori nascosti. Tuttavia, nessun libro mi ha ispirata perché di proposito ho voluto fermamente non ispirarmi. Ho preferito trovare idee originali, come quella del paese delle case curiose mentre pedalano su delle biciclette, che, non a caso, è illustrato in copertina. Ho cercato sentieri narrativi nuovi e nuovi personaggi, che ho voluto regalare a me stessa ed al lettore, proprio per rivoluzionare il mondo delle fiabe, ed in questo sta il valore del mio lavoro o almeno così credo. Il senso principale di Fiocchi Fantasma è proprio il valore del nuovo e dell’innovazione nei libri per bambini dai sette anni in su.

  • Che cosa ha rappresentato e rappresenta per lei il mondo delle fiabe? E’ possibile mantenere la capacità di sognare?

E’ quel senso del meraviglioso, dell’inaspettato e del misterioso che ciascuno può ritrovare nella propria vita, che poi è lo stesso che pervade la letteratura per l’infanzia nelle sue espressioni più alte, in cui sembra quasi che le due, la vita e la fiaba, abbiano scelto di essere una cosa sola. A me è capitato d’incontrare la magia dell’imprevedibile, senza speranza alcuna di potermi sottrarre a quanto mi stava capitando, e nulla è stato più oscuro e affascinante del mio studio interiore, rivolto a decifrare quel mondo incantato che stava lì, ad aspettarmi dentro, dolce e fantastico, silenzioso e muto fino a quando non ho voluto starlo a sentire. Davanti a quelle pagine di quaderno scarabocchiate ero tanto sorpresa quanto inconsapevole e avrei voluto gridare a tutti la mia felicità ma mi sorrideva anche l’idea di avere questo segreto con me, mentre solo io e la mia fiaba sapevamo. Dopo la prima, era stato come se avessi smarrito il sentiero e sono riuscita ad uscire da una situazione di blocco solo comprendendo come fosse stato decisivo, nella stesura del mio lavoro, il cielo delle mie emozioni e, quindi, che era indispensabile mantenere la mia capacità di sognare un mondo interiore vivo e pulsante.  In che modo? Ricercando la magia che esiste nel quotidiano, come quando mio figlio, a Natale, mi chiese di scrivere una fiaba sui fantasmi ed io pensai agli spettri benevoli che popolavano il suo mondo di bambino… ed ecco i Fiocchi Fantasma!

INTERVISTA rilasciata a Maria Pace dalla scrittrice Elisa Fabbri

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1) Innanzitutto ci dica qualcosa di lei. Chi è…

Sono nata a Como nel 1976. Lavoro come Fashion Designer da vent’anni, oltre alla moda coltivo la passione per la pittura, il disegno illustrativo e la scrittura. Ho un blog, “Titty Mon Amour”, vetrina della mia personalità artistica, dove pubblico i miei lavori creativi.

2) Quella della scrittura è una passione che ha sempre avuto o che sta coltivando solo da qualche tempo?

Ho sempre amato scrivere, fin da piccola. E’ una passione, si può dire, “nata” con me, insieme al disegno.

3) Come nasce l’idea di un libro?

Un libro nasce sempre dall’esigenza di poter esprimere qualcosa che fa parte di noi. Può non essere autobiografico ma avere comunque fili sottili che parlano di te. E’ un po’ come una casa dove entri, per immergerti in un mondo parallelo.

4) Ci parli dei suoi libri.

“Entità Inverse” è il primo libro che pubblico. E’ una storia legata strettamente ad una delle culture che mi ha sempre affascinata di più, quella egizia. La storia, ambientata ai giorni nostri, si districa tra un amore millenario, due fratelli gemelli, un popolo venuto da un altro universo, dei sarcofagi misteriosi. Un mix di storia, leggenda, fantascienza ed azione.

5) I suoi libri hanno riscosso vari successi. Vuol parlarci dei Premi e dei Riconoscimenti attribuiti ai suoi libri?

Sono una scrittrice esordiente ed il libro è uscito da poco, per ora chi lo ha letto ne è rimasto piacevolmente colpito ed entusiasta.

6) A quale genere letterario appartengono i suoi libri?

Narrativa storico/fantascienza

7) Quali sono i generi letterari che lei preferisce?

Mi ritengo una lettrice “onnivora”, amo i fantasy, la fantascienza, i thriller, i libri che raccontano fatti realmente accaduti, biografie e i romanzi.

8) Quali sono secondo lei gli ingredienti necessari per un buon libro?

La trama deve essere coinvolgente e catturare l’attenzione e la curiosità del lettore. Deve svelare poco alla volta ma essere incalzante. E non devono mancare i colpi di scena.

9) Potrebbe darci un assaggio del suo libro?

Vi ho dedicato un estratto che spero possa stuzzicare la vostra curiosità.

10) Quali progetti ha per il futuro?

Sto scrivendo un secondo libro, e posso solo anticiparvi che sarà un thriller fantascientifico ma con un risvolto inaspettato.