MITI e LEGGENDE – MITO UCRAINO… La Freccia di Fuoco

La Freccia di Fuoco   -  Mito Ucraino

Narra la leggenda che Boyatyr, un uomo forte, saggio e coraggioso, possedesse una freccia magica la quale,  tra gli altri poteri,  aveva quello di mandare l’acqua in ebollizione.  Il saggio sapeva che se la freccia fosse finita in mani sbagliate, avrebbe potuto provocare morte e distruzione.
Quando sentì prossimo per lui il momento di morire, decise di gettare la freccia di fuoco  in fondo al Mar Nero ed affidò l’impresa ai suoi figli. Questi, però disubbidirono e nascosero la freccia in montagna.
Quando il saggio ne venne a conoscenza, li costrinse a recuperla ed a  gettarla in mare come aveva comandato loro. Questa volta i figli gli ubbidirono.
Appena, però, la freccia toccò la superficie dell’acqua, questa si tinse di nero e cominciò a ribollire.
La leggenda vuole che , il fenomeno delle acque  in ebollizione, presente  in alcuni punti del Mar Nero,  sia dovuto al fatto che queste cerchino proprio di liberarsi della Freccia di Fuoco.

Maggiori informazioni http://storia-e-mito.webnode.it/products/la-freccia-di-fuoco-mito-ucraino/

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ANTICA GRECIA – DEI ed EROI

L’astuto ODISSEO… da chi ereditò la sua proverbiale “virtù”?

L'astuto ODISSEO... da chi ereditò la sua proverbiale "virtù"?

Odisseo figlio di Laerte? No! Odisseo non era  figlio di Laerte l’Argiva, bensì di Sisifo di Corinto, quel vero maestro di inganni e raggiri che riuscì ad imbrogliare perfino Plutone, Signore del’Ade. Sisifo, maestro di finezza perfino nel concepire quel prodigio di figlio passato al mito come l’uomo più astuto.
Come accadde il fattaccio? Accadde che Autolico, un vicino con il vizio del furto, gli portò via gran parte della mandria di buoi; Sisifo lo denunciò, ma , proprio quando tutti erano nelle stalle dell’accusato occupati a controllare le bestie, l’ineffabile Sisifo si intrufolò nella casa di Autolico e gli sedusse la bella figlia Anticlea,  incurante del “trascurabile” particolare che lei fosse già sposata con Laerte.
Per i suoi straordinari “talenti”, Odisseo si vide ben presto affibbiare dei soprannomi: Ipsipilo e Rabbioso.
Il primo, per la straordinaria abilità con l’arco: Ipsipile era l’appellativo della Dea-Luna che percorreva il cielo descrivendo un arco.
“Rabbioso”, invece, è proprio il significato del nome Odisseo e ad imporgli quel nome fu il nonno, Autolico, presente al banchetto per la sua nascita e invitato da Anticlea a dare un nome a suo figlio.
“Lo chiamerò Odisseo, cioé il Rabbioso,  – disse Autolico – a causa dei nemici di suo nonno che egli dovrà rabbiosamente combattere, ma, in compenso, gli lascerò parte dei miei beni,  appena salirà sul M. Parnaso.”
Appena cresciuto, il ragazzo  andò a riscuotere e durante una battuta di caccia si procurò quella ferita alla coscia… che ben tutti conosciamo dal racconto dell’Odissea.
Odisseo dette mostra  in varie occasioni  dei talenti di cui era dotato.
Primo fra tutti l’inganno del  “Cavallo di Troia”, anche se alcuni studiosi ritengono si trattasse di una macchina da guerra ricoperta di pelli animali. Ma forse abbiamo dimenticato l’episodio in cui la bella Elena, a passeggio intorno al “cavallo”, ben sapendo della presenza dei guerrieri al suo interno, per provocarli imitò le voci delle spose lontane e che fu Odisseo a trattenerli dall’impulso di balzare di fuori.
Finemente astuto si mostrò, invece, con re Tindareo, patrigno della bella Elena, quando si presentò con tutti gli altri eroi a chiederne la mano, ma avendo in mente, invece, di impalmare la altrettanto bella Penelope.
Per averla, egli elargì a Tindareo il famoso consiglio di cui tutti siamo a conoscenza: ammettere alla gara per conquistare Elena solo quelli che avessero giurato fedeltà e protezione nei confronti del fortunato prescelto. Sappiamo che il consiglio funzionò, anche se costò la rovina di Troia: per difendere l’onore di Menelao, lo sposo di Elena, cornificato dal principe troiano Paride, gli Achei tutti partirono alla volta di Troia…  benché  le motivazioni di tanta mobilitazione fossero ben altre.
Astuto ed infido. Odisseo era anche questo e lo dimostra il colpo basso inferto a Diomede insieme al quale aveva portato via da Troia il Palladio, la statua della Dea Atena,  per prendersene tutto il merito… sappiamo, però, come finì.
Astuto, ma vulnerabile negli affetti, come dimostrò a Menelao ed Agamennone a cui voleva far credere di essere pazzo per non partire in guerra.   Si era fatto trovare dai due eroi che stava seminando sale, ma quando quelli gli misero davanti all’aratro il figlioletto, ritornò immediatamente savio.
L’astuzia, però. non lo salvò dalla morte avvenuta per mano di uno dei suoi figli… ma questa è un’altra storia.

ANTICA GRECIA – STORIA E MITO

La cruenta fine del Sostituto

ANTICA  GRECIA - La cruenta fine del Sostituto

Il termine sostituto indica oggi semplicemente una persona che svolge mansioni al posto di un’altra.

Nelle antiche culture, però, all’epoca del Matriarcato, il Sostituto era una figura assai tragica ed infelice.

Era al centro di una consuetudine davvero cruenta: così in Egitto come in Mesopotamia o Hattusa… Roma si salvò solo perché la sua storia è più recente.

In Grecia il Sostituto si chiamava Interrex ed era quasi sempre un ragazzo sui dieci anni, perché tanti erano gli anni di regno del Paredro.

Oggi diremmo: Principe Consorte.

Secondo i costumi dell’epoca la Regina si sceglieva, tra i giovani più forti e gagliardi, un Re-Sacro, il Paredro, per l’appunto, per procreare e regnare con lui fino a che questi avesse conservato forze e vigore. Dopo egli veniva ucciso e il suo sangue sparso sui campi per renderli fecondi.

Dieci anni. Tale era il tempo concesso ad un Paredro.

Questo fino a quando non arrivò qualcuno che si rifiutò di sottostare al sacrificio e pretese una vittima in sua “sostituzione”.

Quel qualcuno si chiamava Enapione e pare fosse uno dei nipoti del famoso Minosse.

Egli si rifiutò di morire, nonostante che il nuovo pretendente della Regina avesse, secondo le Leggi, superato le prove a cui era stato sottoposto e lo avesse vinto in regolare combattimento. (lotta libera, presumibilmente).

Enapione si nascose in una cripta facendosi credere morto, ma “resuscitò” opportunamente (con l’aiuto di sostenitori) e in sua vece  pretese il sacrificio di un fanciullo: l’ Interrex , ossia il Sostituto.

I Sostituti erano sempre fanciulli sui dieci anni, schiavi, prigionieri o ragazzi dotati e, non raramente, erano addirittura i figli dello stesso Re-Sacro in carica.

Questo potrebbe dar luce a qualche mito o casi di parricidio da parte di principi-eroi, che ci appaiono incomprensibile, ma di cui la storia della Grecia Arcaica e perfino Minoica e Micenea, abbonda.

 

L’Interrex veniva insediato sul trono con una cerimonia assai festosa. Regnava per un giorno, durante il quale gli era permessa ogni cosa, poi veniva drogato e ucciso.

Il Paredro tornava sul trono al fianco della Regina (il cui potere, però, cominciava a mostrare primi segni di debolezza)… fino a quando un nuovo pretendente, più forte e vigoroso, non fosse riuscito a toglierlo di mezzo.

Non si sa per quanto tempo tale cruente costume abbia continuato a  mietere fanciulli. Ad un certo momento della storia, però, il sacrificio dei fanciulli verrà sostituito da quello di un animale: capro o toro.

O, come accadde in Egitto, da una cerimonia detta Zed o Giubileo: un rituale magico attraverso cui il Sovrano ritrovava energia e vigore.

 

A proposito di Giubileo, la regina Elisabetta II d’Inghilterra ha celebrato da poco il suo e il Papa ha fatto lo stesso celebrando il proprio.

 

Il Paredro… ossia, il Principe-Consorte della Regina

Il Paredro... ossia, il Principe-Consorte della Regina

Il Paredro della Regina… ossia il Principe Consorte.
L’epoca  era quella matriarcale e il potere era nelle mani della Ninfa-tribale o, come si dirà più tardi, Regina. La successione al trono avveniva, dunque, per via femminile e matrilineare e il trono apparteneva alla figlia della Regina-Madre.
Per giungerere ad occupare  quel trono le vie erano due:  diritto di successione della più giovane delle figlie della Regina oppure disputa di una gara di corsa fra le ragazze più giovani e nobili.
Non esisteva un vero Re, poiché la Regina non aveva un vero  sposo, ma solo amanti che si sceglieva fra le più bella e forte gioventù.  Questi diventava  Re-Sacro o Paredro, in quanto “marito” della Regina ma era destinato ad una morte rituale dopo un periodo di regno di 13 mesi, affinché il suo sangue fecondasse la terra.
Il sacrificio annuale del Re-Sacro si consumava nel giorno che seguiva il giorno più corto dell’anno terrestre (e non dell’anno lunare) e le modalità erano varie nelle diverse località. In Tracia, ad esempio, veniva fatto a pezzi da  donne invasate e drogate; a Corinto era fatto sbalzare dal suo cocchio, preventivamente  sabotato  e  moriva schiacciato dalle ruote e dagli zoccoli dei cavalli;  in Tessaglia, invece,  era fatto precipitare giù da una rupe.  E ancora: gli si scagliava contro, all’altezza del tallone, una freccia avvelenata oppure lo si finiva a colpi di ascia.
Con le invasioni elleniche, qualcosa cominciò a cambiare nella società matriarcale locale, ma, con quelle, spietate e dure, che le seguirono, doriche ed achee, i costumi locali  mutarono e si indebolirono radicalmente.
Dori ed Achei,  pastori-guerrieri, giunti con Divinità maschili come Mitra e Varuna, vi  trovarono Divinità femminili come Era ed Atena. Vi trovarono anche Regine, a capo della società, Sacerdotesse della Dea-Luna,  mentre essi avevano per capi Re, adoratori di Zeus ed Apollo, che identificarono presto  con le loro divinità.
Col tempo il Re-Sacro cominciò ad acquisire sempre maggiori poteri, giungendo perfino a sostituire la Regina in cerimonie rituali ed in alcune sue funzioni; in quelle occasioni indossava le vesti della Regina e i suoi ornamenti ed impugnava la “Falce Sacra” a forma di mezzaluna, simbolo della Dea-Luna.
Si spiegano così gli antichi bassorilievi che ritraggono il Re in abiti femminili.
Aumentando di prestigio e potere, il Re-Sacro si vide riconosciuto un periodo di regno superiore a 13 lune e precisamente un periodo di 100 lunazioni, pari a otto anni, alla fine dei quali, l’anno solare coincideva con l’anno lunare. Giunta quella data, però, il Re-Sacro doveva essere sacrificato.  Qualcun altro,   però, alla fine di ognuno degli otto anni all’interno delle 100 lunazioni,  prendeva il suo posto  nel sacrificio rituale: l’INTERREX, ossia il Sostituto. Di solito era un fanciullo nobile o addirittura figlio dello stesso Re; in seguito fu sostituito da un schiavo od ostaggio e infine da un animale, di preferenza un capretto.
Al tramonto del giorno  in cui si celebrava il sacrificio, il Vecchio-Re fingeva di morire e si faceva interrare in un’urna e l’Interrex prendeva il suo posto. Per un giorno intero, questi ne assumeva tutte le cariche, giungendo prerfino  sposare la Regina. Al tramonto del giorno successivo, però, egli veniva ucciso e il Vecchio-Re “sorgeva” dalla tomba, saliva sul cocchio accanto alla Regina e iniziava un nuovo regno di un anno accanto a lei, fino all’anno seguente in cui si ripeteva il rituale. Il cocchio dell’infelice fanciullo veniva distrutto e fatto a pezzi.

Spesso leggiamo di miti che parlano di amori tra Dei e Ninfe; molto probabilmente si tratta di riferimenti a matrimoni tra i principi conquistatori e le principesse o regine locali.
Era iniziato il Patriarcato e verso questi matrimoni dev’esserci stata ferrea opposizione da parte delle vecchie Regine; le principesse ereditarie, però, si mostrarono più benevoli verso i nuovi arrivati e li accettarono come “Figli della Dea-Luna”,    prendendoli come Paredri o Re-Sacri.
Questi nuovi Re-Sacri, però, non  erano  per nulla disposti a sacrificarsi e si mostrarono assai restii a sottomettersi alla propria sorte. Si ritiene che a rifiutarsi di morire sia stato per primo Enopione, re di Iria, che  per otto anni si fece sostituire da un sostituto  e alla fine uccise il suo successore, evitando la morte.
La vittoria e la conquista da parte del popolo Acheo pose termine a questa barbiaria: la Doppia Ascia Sacra della Dea-Luna  Artemide e della Dea-Terra Rea, divenne la Folgore-Sacra di Giove e di Poseidone che, successivamente si trasformò nel Tridente-Sacro, nelle mani  del Dio del Mare.

Astianatte… il mistero della sua morte

Astianatte... il mistero della sua morte

Omero ci consegna il piccolo Astianatte, principe di Troia, figlio di Ettore e Andromaca, scaravantato giù dalle mura della città da un freddo e spietato Odisseo, il quale aveva appena dichiarato che Priamo, re di Troia, non avrebbe più dovuto avere discendenza.
In verità, gli Achei tutti non erano propensi a quel misfatto, anche se l’indovito Calcante li metteva in guardia da una probabile futura vendetta del figlio di Ettore se fosse vissuto.
Qualcun altro, però, oltre Odisseo, mostrò di non nutrire scrupoli nel commettere infanticidio: Neottolemo, figlio di Achille, cui era toccata in sorte proprio Andromaca, vedova di Ettore e madre di  Astianatte.
Esistono, però, altre versioni dell’episodio. Secondo una di queste, a  scaraventare   giù, sulle rocce sottostanti, tenendolo per una caviglia,  pare sia stato proprio Neottolemo,  a cui, probabilmente, dava fastidio la presenza di quel moccioso nel rapporto con sua madre.
Strana sorte! Padre e figlio che trovano la morte per mano di padre e figlio: Ettore,  ucciso da Achille, padre di Astianatte, ucciso da Neottolemo.
Su  questa morte, in verità, fin dall’antichità sono sorte varie discussioni. Alcuni antichi storici hanno formulato l’ipotesi che il figlio di Ettore sia sopravvissuto alla distruzione della sua città e che alla partenza degli Achei, si sia ripreso il trono e la città, che Antenore aveva fondato sulle ò la spada perrovine di quella vecchia, aiutato nell’impresa da Enea… ma questa è un’altra vicenda.

Le Fanciulle di Locri

Le Fanciulle di Locri

Pittori, poeti e scrittori si sono lasciati ispirare per secoli dall’episodio della violenza di Aiace  d’Ileo su Cassandra, principessa di Troia.
Per scampare al massacro che gli Achei, caduta la città, stavano consumando sui vinti, Cassandra, figlia di Priamo, si rifugiò nel Tempio di Atena. Qui, però, la raggiunse Aiace  che, in spregio di quel luogo sacro, le usò violenza proprio ai piedi della statua della Dea.
Atena ne fu tanto disgustata, da distogliere lo sguardo dalla scena. La sua ira, però, non si fermò allo stupratore, ma si estese a tutto l’esercito Acheo e inutilmente Aiace si proclamò pentito e pronto ad espiare la propria colpa: gli stessi compagni volevano la sua morte ed  Odisseo propose addirittura la lapidazione.
Aiace fuggì, ma la sua nave naufragò; egli riuscì ad aggrapparsi ad uno scoglio, ma Atena  ottenne da Giove una saetta che gli scagliò contro uccidendolo.
Non ancora soddisfatta, l’implacabile Dea rivolse la sua collera contro i sudditi dell’eroe, nella terra di Locri.
Un oracolo avvertì che per placare la Dea bisognava, ogni anno e per duecento anni, inviare a Troia nel Tempio di Atena,  due fanciulle di nobile famiglia etratte a sorte, sbarcandole sul promontorio Reteo.
I troiani, però, consideravano quest’atto una violazione da punire con la morte, se, però,le ragazze riuscivano a raggiungere il Tempio, potevano restarvi in condizioni di  schiavitù,  fino a quando non venivano sostituite, l’anno dopo, da altre fanciulle.
Per sfuggire alla morte, le fanciulle venivano  introdotte di nascosto attraverso un  passaggio segreto  che conduceva direttamente al Santuario.
Per rendere più sicuro lo scambio delle coppie, nessuno,  all’infuori     delle famiglie delle fanciulle stesse, conosceva quel passaggio dall’ingresso abilmente occultato e nessuno  era al corrente del momento, sempre di notte, in cui doveva avvenire lo scambio, né   dell’ora precisa.
Nota:  il caso delle sacerdotesse di Locri è storicamente provato, ma gli storici sono tutti concordi nell’affermare che ad impedirne l’accesso al Tempio non fosse l’episodio della violenza di Aiace d’Ileo, una chiara invenzione di Omero, bensì dell’acredine esistente  tra Troia e Locri.
Le ragazze di Locri, dunque, esercitavano un diritto che i troiani non volevano riconoscere loro.

 

Fillide e Acamante

Fillide e Acamante

Come sempre i miti hanno più di una versione e questo, raccontato qui, non sfugge alla regola. Qui è stata scelta quella più romantica, benché triste e amara.

Acamante, uno dei guerrieri Achei di ritorno da Troia, durante il viaggio si ferma in Tracia.
Qui conosce la bellissima Fillide, figlia del Re e se ne innamora, ricambiato appassionatamente.
I due si sposano, ma la nostalgia della terra lontana afferra ben presto il guerriero che fa un patto con la sposa: si recherà ad Atene, ma sarà di ritorno un anno dopo.
Prima della partenza, Fillide gli consegna un misterioso scrigno raccomandandogli di aprirlo solo nel caso si trovasse nell’impossibilità di tornare da lei.
Acamante parte, ma, spinto da spirito di avventura, si ferma a Cipro, dove finisce per restare… forse al fianco di un’altra principessa.
Fillide si reca ogni giorno sulla spiaggia a guardare il mare, nella speranza di vedere una vela spuntare all’orizzonte, infine, trascorso il tempo stabilito e non vedendo tornare l’amato, decide di porre fine alla sua vita.
Impietosita, la dea Atena trasforma il suo corpo in un mandorlo.
Acamante arriva il giorno dopo e non può fare altro che abbracciare il tronco nudo dell’albero.
Ecco, però, che sotto le sue carezze, il mandorlo si copre di fiori e non di foglie… come accade ancora oggi!
A questo punto, Acamante decide di aprire lo scrigno, ma resta sconvolto da quello che è custodito al suo interno, ossia, i segreti della Madre-Terra.
Atterrito da quella visione, il giovane fugge, ma inciampa nella propria spada e si trafigge a morte.

 

Alcmeone, Arsinoe e Coreso – L’Eterno Triangolo

Alcmeone, Arsinoe e Coreso - L'Eterno Triangolo

Alcmeone era un giovane guerriero perseguitato dalle Furie per essersi macchiato di matricidio.
Non che Erifile, così si chiamava la madre, fosse uno stinco di santo. Al contrario. Per entrare in possesso di una Collana e di un Velo appartenuti a Venere, la donna aveva causato la morte del marito, Anfiorao e per poco anche quella dello stesso Alcmeone.
Il giovane andò peregrinando per il mondo scacciato da tutti fino a quando non giunse in Arcadia dove Tegeo, il Re, non lo purificò della colpa. Non solo: gli dette anche sua figlia Arsinoe in moglie.
A lei, Alcmeone fece dono della Collana e del Manto di Venere che aveva portato con sé.
Nonostante la purificazione, però, le Furie continuarono a perseguitarlo e il giovane dovette ripartire.
Raggiunse un’isola alla foce del fiume Archeolao e qui formò una nuova famiglia con la bellissima e vanitosissima Calliroe, di cui si’innamorò così profondamente da dimenticare Arsinoe.
Quando Calliroe gli chiese di riprendere Collana e Manto di Venere donati all’altra moglie, Alcmeone non ebbe esitazione.  Tornò in Arcadia e raccontando un sacco di frottole alla ingenua Arsinoe ed a suo padre, si fece restituire i gioielli.
Ripartì subito, assicurando la donna che sarebbe ritornato appena deposti i gioielli sull’altare di Apollo.
Ma un servo svelò l’inganno e i fratelli di Arsinoe inseguirono il fedifrago e lo uccisero, poi tornarono dalla sorella e poiché questa si arrabbi e non voleva sentir ragione, pensarono bene di metterla a tacere per sempre.
Ma non finisce qui…
Calliroe, venuta a conoscenza della morte del marito, incarica i due figlioletti (cresciuti nel giro di una notte per intercessione di Giove) di vendicare il padre e portarle i gioielli maledetti.
I due pargoli partirono subito, raggiunsero l’Arcadia ed uccisero il padre e i fratelli di Arsinoe.
A questo punto, però, la maledizione e la persecuzione delle Furie si spostò su di loro e cessò soltanto quando i gioielli maledetti furono depositati sull’altare del Tempio di Apollo.

Antigone ed Emone – Il sopruso e la tirannia

Antigone ed Emone - Il sopruso e la tirannia

Antigone ed Emone, rispettivamente figli di Edipo e Creonte, erano profondamente innamorati e legati da una promessa matrimoniale.
Creonte, zio di Antigone oltre che spasimante respinto, era riuscito a mettere le mani sul trono di Tebe dopo che i legittimi eredi, Eteocle e Polinice, fratelli di Antigone, si erano affrontati in un duello mortale per entrambi.
Spinto dalla propria natura empia e malvagia, il Tiranno aveva ordinato di non dare sepoltura ai corpi dei due caduti.
Contravvenendo a quell’ordine, però, Antigone innalzò una pira e vi adagiò sopra il corpo di Polinice, cui la principessa era legata da profondo affetto.
Dall’alto di una terrazza, Creonte vide il bagliore delle fiamme del rogo e si precipitò sul posto, sorprendendo Antigone.
In preda alla collera per essere stato disubbidito e cogliendo in quella, l’occasione per potersi vendicare del rifiuto di Antigone, Creonte ordinò al figlio, il principe Emone, di seppellire viva la ragazza nella tomba di Polidice.
Emone finse di ubbidire. In realtà sposò l’amata e la mise in salvo affidandola ad un gruppo di pastori, tra i monti.
Antigone ebbe un figlio che, come tutti nella sua famiglia, portava impresso sul corpo il segno del serpente. Quando, molti anni dopo, ormai cresciuto, il ragazzo si presentò ad una gara con l’arco, Creonte lo riconobbe dal segno, lo catturò e lo fece mettere a morte.
Invano Emone tentò di salvare il figlio; alla fine uccise se stesso e l’infelice Antigone.

(questo personaggio ha dato materia a molte delle Tragedie Greche)

 

Procri e Cefalo – Il dramma della gelosia

Procri e Cefalo - Il dramma della gelosia

Procri, figlia del Re di Atene e Cefalo, Re di Cefalonia, valenti cacciatori, erano profondamente innamorati, ma tormentati dai rispettivi sentimenti di gelosia.
Si erano scambiati promessa di eterno amore ed eterna fedeltà, ma ad insidiare la promessa, arrivò Eos, la rosea Aurora.
Il giovane respinse le profferte amorose della Dea, ma questa insinuò in lui il dubbio sulla fedeltà della bella sposa.
“Al contrario di te, – gli disse – la tua bella Procri non sarebbe capace di resistere alla tentazione in cambio di un ricco dono.”
Stretto nelle maglie della propria gelosia, il giovane decise di mettere alla prova la bella sposina. Si trasformò in un’altra persona e con la promessa del dono di una preziosa corona d’oro, riuscì a sedurla.
Amareggiato e deluso, rivelò alla bella e fedifraga sposa la sua vera identità poi l’abbandonò, accettando le offerte d’amore della Dea.
Pentita, ma anche umiliata, Procri lasciò Cefalonia per raggiungere Creta dove re Minosse, invaghitosi di lei, le fece dono di una freccia infallibile e di un cane che non mancava mai la presa.
Minacciata da Pasifae, però, moglie di Minosse, Procri si dovette cercare un nuovo rifugio; travestita da ragazzo, tornò ad Atene dove assunse una nuova identità e diventò per tutti Pterelao il Cacciatore.
Ma il Destino volle fare nuovamente incontrare i due innamorati che si ritrovarono fianco a fianco durante una battuta di caccia.
Cefalo non la riconobbe, ma quando Procri gli si rivelò, i due finirono per riconciliarsi e tornare insieme.
Procri, però, continuava ad essere tormentata dalla gelosia ed era convinta che quando Cefalo andava a caccia, ogni mattino prima dell’alba, era per incontrarsi con Eos.
Una notte volle seguirlo e Cefalo sentendo un fruscio tra i cespugli, scagliò l’infallibile freccia che non mancò di cogliere il bersaglio.
Tormentato dal rimorso e dal dolore, il giovane, inconsolabilmente innamorato, si gettò dall’alto di una rupe invocando il nome dell’amata.

 

Calliroe e Coreso – La prova d’amore

Calliroe e Coreso  - La prova d'amore

 

Coreso, sacerdote di Bacco, era stato preso da travolgente passione per Callireo, una bellissima ragazza di Caledone. Costei, invece, non sentiva nessun trasporto per l’ardente innamorato.
Fu così che Coreso finì per chiedere l’intervento di Bacco, affinché lo vendicasse di tanta indifferenza.
Quel gaudente di Bacco si prestò al gioco senza alcun indugio e lo fece nel modo a lui più congeniale: facendo prendere una bella sbronza a tutto il Paese. Una sbronza così forte da togliere il bene dell’intelletto a tutti i Caledonesi.
Per recuperarlo, spiegò l’Oracolo, bastava sacrificare a Bacco l’insensibile fanciulla in questione oppure una persona che fosse disposta a morire al suo posto.
Calliroe era bellissima e non c’era giovanotto che non spasimasse per lei ed a tutti loro, lei chiese la grande “prova” d’amore. Nessuno, però, si fece avanti disposto a sacrificarsi.
Fu così che la bella Calliroe, agghindata di tutto punto, fiori, foglie e gioielli, fu condotta all’altare sacrificale, ma…. ecco il colpo di scena.
Coreso, il Gran Sacerdote di Bacco, innamorato respinto, già pronto ai piedi dell’altare con il coltello sacrificale in mano, invece di conficcarlo nel petto della ragazza, ormai rassegnata alla morte, lo volse contro di sé.
Toccata da tanta “prova” d’amore, Calliroe sentì di colpo infiammarsi il cuore per quel giovane più volte respinto e si trafisse il petto con lo stesso coltello.
Impietositi, gli Dei trasformarono i due in una sola fonte: la Fonte di Atene, alla foce dell’Ilisso, fiume dell’Attica.

 

 

 

ANTICA GRECIA – I GENI della MORTE

LE GRAIE

LE  GRAIE

Sicuramente meno fastidiose ed invadenti delle cugine Arpie,   Divinità investite di funzioni funerarie, ma non molto più gradevoli, erano le Graie.
Capelli grigi (da cui il nome), ma candide come cigni, di cui amavano talvolta  assumere le sembianze, le Graie, figlie della ninfa  Ceto e del Genio marino Forcio, erano anch’esse  Geni dell Morte.
Erano tre e i loro nomi erano Enio o La-Guerresca, Dino o La-Terribile e Pafredo o La-Vespa
Il loro animale sacro era il cigno, che nella mitologia europea, dal Nord al Sud, è sempre stato considerato l’Uccello-della-Morte.
Il colore del piumaggio di questo splendido animale, infatti, è bianco e il bianco, nelle antiche culture, è sempre stato il colore del lutto (anche presso gli Egizi i quali non si trovavano certo in zona nordica)
Lo è anche per la forma a  “V” che lo stormo prende quando si alza in volo per la migrazione della mezza estate, essendo il segno V, considerato simbolo femminile (si tenga presente che siamo in epoca patriarcale, anche se il patriarcato avanza a lunghi passi).
I cigni emigravano a mezza stagione, epoca in cui si compiva il sacrificio del Re-Sacro o Paredro (oggi lo chiameremmo  principe-consorte) e si pensava che portassero via sulle loro ali l’anima del Re defunto.Il mito secondo il quale le tre Divinità avessero un sol dente ed un sol occhio è nato molto più tardi e cioè in età classica avanzata.
L’unico riferimento a ciò, lo troviamo soltanto riguardo le imprese di Perseo, come racconto di tempi antichi.

Secondo questo mito, Perseo nella sua impresa per uccidere la Medusa, una delle tre Gorgoni, fu aiutato dallr Graie. Le sorprese, si dice,  mentre riposavano sui loro troni sul monte Atlante e portò via il loro unico dente e l’unico occhio, costringendole a rivelargli il luogo dove vivevno le Ninfe Stigie.
All’eroe era vitale avere questa informazione poiché queste ultime lo avrebbero fornito dei tre strumenti necessari a condurre a buon fine la sua impresa e cioè: i sandali per muoversi volando, la sacca in cui riporre la test della Medusa e l’elmo che rendeva invisibili.
Si trattava, in realtà, di un mito partorito successivamente da una fertile mente.
Secondo il mito originale, le tre Graie non si lasciarono affatto portar via il dente da Perseo, ma ne donarono uno ad Ermete per le sue proprietà divinatorie.
Ermete ricevette dalle Graie anche un Occhio Magico e il mito ci dice che questo eclettico Dio ne farà davvero buon uso: se ne servirà per dare un suono ai segni delle vocali ed delle consonanti inventate dalle Moire, cui i Greci attribuivano l’invenzione della Scrittura (come si vedrà)
Le Graie per le loro capacità divinatorie erano dette anche Forcipi o Profetiche: dal padre, Forci,  detto anche Genio-Profetico o Porcaro.
Nessun stupore!  Nei miti d’ epoca più arcaica i Porcari  esercitavano anche la veggenza ed erano conosciuti  anche con il nome Dios , “simile a Dio”.
Fu, infatti, con questo appellativo che Ulise si rivolse ad Eumeo, il porcaro dell’isola di Itaca.
Questo avveniva in età di tardo matriarcato ed inizio patriarcato; in età classica, invece, tale attività profetica era del tutto cessata.

 

Le Moire o Parche

Le  Moire  o  Parcheare

Erano le Signore del Fato, arbitri dei destini umani: vita e morte.

Nacquero dall’unione fra Notte ed Erebo (Inferno).
Insieme a loro nacquero anche: Vecchia, Morte, Sonno, Discordia, Miseria;  ma aprirono gli occhi alla luce anche: Gioia, Amicizia, Nemesi (Memoria), Pietà e le Ninfe Esperidi, le Custodi della pianta del Pomo d’Oro, dono di nozze di Gea (Terra) ad Era (Giunone).

Cloto, Lachesi e Atropo, i nomi delle tre Dee e quest’ultima, delle tre, era la più implacabile
Vestite di bianco, perché il bianco è il colore del lutto e della morte, reggevano in mano il “filo della vita” di ogni creatura. A filare quel “filo” con il fuso era Cloto, a misurarne la lunghezza, facendolo scorrere tra le dita, era, invecem Lachesi. Atropo, infine, lo recidevs con le sue Forbici Sacre quando ritneva fosse giunto il momento giusto.
In onore di queste implacabili Divinità furono eretti altari esposti ad intemperie e circondati da boschi di querce; durante i riti si offrivano loro acqua, miele e fiori e ci si presentava alle cerimonie con il capo inghirlndato di fiori e foglie

Un mito più recente le vuole, invece, figlie di Giove e della ninfa Temi; sempre secondo questo  mito, era Giove a mettere nelle loro mani il filo della vita di mortali e semidei ed era lo stesso Giove che poteva decidere quando fosse il momento di reciderlo.

Quando non filavano o spezzavano “fili”, le Moire non se ne stavano certamente in ozio.
Essendo le Signore del Fato, erano loro ad assegnare a tutti, mortali ed immortali, destini e compiti.
A Venere, ad esempio, avevano assegnato il solo compito di amoreggiare, a Marte di guerreggiare, ecc…
Un giorno Atena sorprese la Dea dell’Amore davanti ad un telaio e non mancò di rimproverarla aspramente, accusandola di volerle togliere una della sue prerogative.
Venere si scusò immediatamente, lasciò il telaio e da quel giorno non si occupò d’altro che di amori e corteggiamenti, senza mai fare qualcosa che assomigliasse vagamente ad un lavoro.

Alle Graie, secondo i Greci, va anche il merito di aver inventato l’alfabeto: le vocali, in realtà, più le consonanti B e T;  altre undici consonanti furono inventate da un certo Palimede.
Ermete, infine, riprodusse i suoni corrispondenti a quei segni.
Si aiutò, si dice, con due preziosi doni ricevuti dalle Graie: l’Occhio-Magico e il Dente dalle proprietà divinatorie.
Pare, inoltre, che queste eclettiche Divinità possedessero una voce straordinariamente melodiosa e che fossero sempre pronte a rallegrare banchetti e festini divini con la loro presenza e il loro canto.

Troviamo  spesso le Moire all’interno di miti riguardanti altri personaggi. Ne proponiamo un paio: il gigante Tifone e l’argonauta Admeto.
–   ADMETO

Particolari e per molti aspetti patetiche le vicende che vedono protagonista questo eroe.

Re di Fere, in Tracia, Admeto era molto caro al dio Apollo che per un intero anno aveva prestato servizio presso di lui quale mandriano delle sue greggi,

Un Dio al servizio di un mortale? Doveva averla combinata proprio grossa, il bell’Apollo, per meritare quella pena. Ed infatti, il Dio della Cetra aveva ucciso nientemeno che i Ciclopi, la Guardia personale del Sommo Giove. In verità, lo aveva fatto per vendicare la morte di suo figlio Esclapio, ucciso da una folgore scagliata contro di lui da Giove per aver restituito la vita ad un mortale.

Con l’aiuto del suo divino protettore,Admeto si apprestava a convolare a giuste nozze con  Alcesti, la bellissima e generosissima figlia di re Pelia. Tra i moltissimi preendenti, infatti, Admeto, forte e coraggioso, era stato il solo a riuscire ad aggiogare al cocchio di re Pelia un leone ed un cinghiale selvatico. In verità, a domare le due belve era stato necessario l’intervento del grande Eracle, di passaggio pe quelle contrade.
Disgrazia volle che Admeto si dimenticasse di offrire, per l’occasione, sacrifici ad Atena.
Si sa quanto gli antichi Dei greci fossero astiosi e vendicativi. La Dea, infatti, offesa da tanto affronto, riempì la camera nuziale di velenosi serpenti che  causarono la morte dello sposo.
Prima che la sua anima si mettesse in viaggio per L’Ade, ancora una volta Apollo intervenne in suo soccorso, raggirando le Moire e facendole ubriacare e riuscendo a convincerle a prolungargli la vita per qualche tempo ancora.
Queste acconsentirono , ma ad una condizione: che qualcun altro prendesse il suo posto.
Per primi, Admeto scongiurò i propri genitori:
“Mi avete dato la vita. –  implorò, gettandosi ai loro piedi –  Se adesso uno di voi due non scende nell’Ade a prendere il mio posto, è come se questa vita ve la riprenseste indietro.”
Sia pure a malincuore, tanto il padre quanto la madre opposero un netto rifiuto
“Ogni creatura umana – risposero – deve sottostare al proprio Destino. Qualunque esso sia.”
Proprio mentre Admeto, ormai rassegnato, stava per intraprendere il suo ultimo viaggio, ecco presentarsi la bella
Alcesti con in mano una coppa di veleno, pronta a prendere il suo posto e sacrificare la sua vita per amore.
Admeto accettò quel sacrificio ed Alcesti bevve il eleno e rggiunse presto l’Ade.
Chi, invece si rifiutò di accettare quel grande sacrificio d’amor fu Proserpina, Regina degli Inferi che la rimandò subito indietro, retendendo che ’insensibile ed ingeneroso marito scendesse giù ad occupare il proprio posto.

–   TIFONE

Con il povero Tifone, il più grosso e spaventevole dei Giganti, le Moire si comportarono addirittura in modo ingannevole e subdolo.
Durante la rivolta dei Giganti contro l’Olimpo, le Moire si schierarono dalla parte di Zeus e lo aiutarono scagliando contro i ribelli proiettili di rame infuocati.
Nello scontro Tifone restò seriamente ferito e dolorante.
Fingendo di volerlo soccorrere, le diaboliche, candide  creature gli offrirono dei frutti misteriosi facendogli credere che gli avrebbero ridato forza e vigore.
Come si sa,le cose andarono diversamente.
Tifone affrontò Zeus convinto di una forza che in realtà non possedeva e alla fine si ritrovò piuttosto malconcio.
Zeus, uscito vincitore dal durissimo scontro, lo scaraventò sotto l’Etna che da quel giorno non ha più smesso di sputare fuoco.

 

ANTICAGRECIA – IL MITO della CREATURA MOSTRUOSA

CHIMERA

CHIMERA

 

Veramente mostruosa quest’altra creatura mitologica, figlia di Echidna e Tifone: testa di leone, corpo di capra e coda di serpente… e poiché il gusto per l’orrore era spiccato già a quei tempi quasi quanto ai nostri giorni, il mito la dotò anche di alito infuocato e pestilenziale.

Il mostro seminava terrore in territorio di Licia e Giobate, Re di quelle contrade, si vide costretto a chiedere aiuto ad un suo ospite: un certo Bellerofonte di Corinto.
“Il Re di Caorte, Stenobearnia, mio nemico, – gli disse – tiene in casa quel mostro come se si trattasse di un animale domestico.”

Ma perché mai il baldanzoso figlio di Poseidone si trovava ospite di Giobate?
Come spesso accade nei miti greci, le avventure e disavventure di un eroe si incrociano con quelle di altri eroi: Perseo, in questo caso, (alcuni affermano fosse, invece, Preto, re di Tirinto) e la di lui poco fedele consorte, Stenobea, che Omero chiama Antea.
Costretto a lasciare Corinto per aver provocato la morte del tiranno Bellero (da cui il nome), il nostro eroe cercò rifugio a Tirinto dove fu gentilmente accolto da Perseo e ancor più gentilmente… troppo gentilmente, dalla consorte, Stenobea, colpita dal fascino tenebroso dell’ospite di suo marito.
Fermamente respinta dall’eroe, la donna lo accusò di tentata violenza e Perseo, non potendo farsi giustizia da sé, essendo Bellerofonte suo ospite, lo spedì da Giobate con la preghiera di cercare la maniera di spedirlo il più velocemente e platealmene possibile all’Olimpo, da suo padre, Poseidone.
Una scappatoia c’era per salvare le apparenze e fare le cose per bene: affidare al giovane la gloriosa quanto disperata impresa di liberare la terra di Licia dalla mostruosa creatura che seminava terrore.

Bellerofonte non si fece ripetere l’invito e partì subito per l’impresa. Per prima cosa domò Pegaso, il cavallo alato, nato dal sangue della Medusa, la Gorgone uccisa da Perseo.
Domare Pegaso fu impresa relativamente facile.
Bellerofonte lo trovò che stava abbeverandosi ad una delle fonti che lo stesso Pegaso faceva sgorgare battendo il suolo con uno degli zoccoli, ma catturarlo non era così facile, non essendo ancora state inventate le briglie.
La dea Atena, però, gli venne in aiuto mostrandogli come confezionare delle briglie d’oro e con quelle Bellerofonte catturò Pegaso ed affrontò la Chimera.

Riuscire ad uccidere la Chimera, però, fu tutt’altra impresa.
Bellerofonte le piombò addosso in groppa a Pegaso e solo dopo ripetuti tentativi riuscì a colpirla con la sua lancia dalla punta di piombo che le conficcò in bocca. L’alito di fuoco della mostruosa creatura fece sciogliere il piombo che scivolò giù attraverso la gola causandole la morte.

LE ARPIE

LE ARPIE

E’ l’appellativo che diamo ancora oggi ad una donna dal molesto  carattere e dall’atteggiamento sgradevole. Molesto e sgradevole come la Morte.

Sì! Perché le Arpie, queste abominevoli creature, erano proprio la personificazione della  Morte.
Fin dalle origini furono considerate la personificazione di Ecate, la Dea della Morte, la quale viveva nell’isola di Eea, dove lavorava al telaio accompagnandosi con il suo canto lamentoso.

Per un po’ le Arpie risedettero nel Giardino delle Esperidi, in sembianze di nibbi, uccelli sacri, cui veniva offerto del cibo. In seguito furono messe in fuga dagli Argonauti su richiesta di re Fineo (come si vedrà) e relegate sull’isola di Strofadi, dove finì per imbattersi Enea in fuga da Troia (si vedrà).

Figlie di Taumante e della ninfa oceanina Elettra, le Arpie erano mostruose creature alate: testa e busto di donna, corpo di uccelli. Così come le Sirene. E non vivevano in acqua come queste, ma nel sottosuolo: grotte, caverne, anfratti.
Orride a vedersi, erano anche sgradevoli all’olfatto: il loro era l’odore della Morte, di cui, come si è già detto, erano la personificazione.
Personificazione anche dei venti della Tempesta,  funzione che evocavano anche nei nomi: Aello la-Tempestosa, Cileno
La-Oscura, Ocipite la Rapida-in-volo.
A queste prime tre se ne aggiunsero presto delle altre: Ocitoe, Alopo, Tiella…
Tra i compiti loro assegnati c’era quello di trasportare in volo nell’Erebo le anime dei morti di morte violenta e quello di acciuffare i colpevoli e consegnarli alle Erinni.
Tra i loro sollazzi, invece, quello di insozzare  tavole imbandite.
Entravano nelle case svolazzando, rubavano il cibo dalle tavole e insozzavano il resto per renderlo immangiabile.

Lo fecero con Enea, insozzandone più volte la tavola fino a quando l’eroe non perse la pazienza e non le mise in fuga con le armi.
Lo fecero con Fineo, Re-Indovino, accecato dgli Dei per i suoi oracoli troppo precisi e veritieri.
Fineo chiese agli Astronauti, di passaggio attraverso il suo Regno per raggiungere la Colchide e il Vello d’Oro, di liberarlo di quel tormento.
Gli Argonauti, tutti eroi di grande tempra, acconsentirono,   ma con la loro partenza, i guai di Fineo ritornarono.

Quello che gli accadde assomiglia davvero molto alla favola di Biancaneve.
Morta Cleopatra, la prima moglie, Fineo aveva impalmato in seconde nozze la bella ma perfida principessa Idea.
Per liberarsi del marito e dei tre figli che questi aveva avuto dalla prima moglie, questa donna diabolica non si fermò davanti a nulla per mettere in atto i suoi piani.
Per prima cosa accusò i tre giovani dei più gravi delitti riuscendo a farli gettare nelle prigioni di palazzo.
Non paga di ciò, tramò per sbarazzarsi del marito, cieco e vulnerabile,  tentando di farlo morire di fame.
Quasi ci riuscì!
Come?
Insozzando la tavola, ogni volta che Fineo vi si accostava per mangiare e facendogli credere che a farlo fossero state le Arpie, tornate a tormentarlo dopo la partenza degli Argonauti.
Fineo sarebbe sicuramente morto di fame se Zete e Calaide, i fratelli della prima moglie, non si fossero accorti dell’inganno.
I due fecero anche liberare i poveri nipoti dal carcere in cui languivano e la cattiva Regina fu punita come meritava.

 

Medusa

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Pegaso, il cavallo alato, inevitabilmente richiama un altro nome, quello della madre: Medusa, l’orrendo mostro.
Medusa, in realtà, era una fanciulla bellissima, la più bella delle sorelle Gorgoni:
– Steno, la Forte
– Curiale, la Spaziosa
– Medusa, la Dominatrice.
Delle tre sorelle, Medusa era la sola a non essere mortale, ma commise l’errore di accoppiarsi con Immortale,  nientemeno che con Poseidone e lo fece in un Tempio dedicato ad Atena.
Atena si risentì tanto a causa di quell’oltraggio, che per punirla la tramutò in un essere mostruoso: occhi di brace, enormi zanne al posto dei denti, in testa una selva di serpenti al posto dei capelli, gambe e braccia artigliate. Il suo aspetto era così orribile che, a guardarla negli occhi, si restava pietrificati dal terrore.

Polidette, re del Seride, nell’Egeo, affidò a Perseo, figlio di Danae e di Zeus, la rischiosa e quasi impossibile impresa di uccidere la mostruosa creatura.
Ad aiutare l’eroe, però, provvide la stessa dea Atena, con l’apporto di suo fratello, il dio Mercurio.
Le due Divinità fornirono l’eroe  di tutto quanto potesse aiutarlo nella disperata impresa.
Per affrontare Medusa senza restare pietrificato dal suo sguardo, Atena gli consegnò il suo scudo da usare come specchio attraverso cui guardarla, evitando il contatto diretto con il suo sguardo
La Dea gli fece dono anche di una sacca magica in cui riporre la testa del mostro, i cui poteri continuavano a sussistere anche dopo la morte.
Anche Mercurio fu generoso nei suoi doni: gli consegnò un ricurvo pugnale dalla magica proprietà di penetrare qualunque materiale. Gli mise ai piedi i suoi calzari per renderlo velocissimo negli spostamenti ed in testa un casco che rendeva invisibili chi lo indossava.

L’eroe si recò nella terra degli Iperborei, dove vivevano le GORGONI.
Le trovò che stavano dormendo e sorprese Medusa nel sonno, tagliandole di netto la testa con il magico pugnale.
Dal corpo della Medusa balzarono fuori i figli concepiti a Poseidone:  Pegaso, il cavallo alato e il guerriero Crisaore.
Prima di darsi alla fuga con la sacca contenente la tesa del mostro, Perseo si fermò a raccoglierne il sangue dalle magiche proprietà. Quello sgorgato dalla vena destra resuscitava i morti mentre quello della vena sinistra procurava la morte.
Il primo fu donato, fra gli altri, ad Esculapio, dio della Medicina; del secondo, invece, assai velenoso, Perseo ne fece dono ad Atena. La Dea tenne per sé anche la testa della mostruosa creatura che posa sopra il suo scudo per terrorizzare i nemici.

Mettersi in salvo, appena ucciso la Medusa, però, non fu facile per Perseo, inseguito da Pegaso, Crisaore e dalle altre due Gorgoni. L’elmo e i calzari di Mercurio, però, gli favorirono la fuga.

I miti greci erano sempre simbolici… Quale  significato nascondeva questo mito?
La Medusa, con il suo sguardo pietrificatore, rappresentava l’ammonimento all’uomo che voleva avvicinarsi troppo al Mistero Divino per volerlo scrutare o, addirittura, servirsene.
In tutte le Antiche Religioni, a volersi avvicinare troppo alle “Questioni Divine”, c’era il rischio di restarne sopraffatti. Sempre nelle antiche credenze delle varie Religioni, eroi come Gilghemesh, Adamo e altri, furono puniti per essersi avvicinati troppo ai Misteri-divini.

Nell’antichità, i fornai greci usavano dipingere una testa di Medusa sui loro forni per impedire che qualcuno aprisse lo sportello e danneggiasse la cottura del pane.
Ancora nell’Antichità, durante i riti pagani in onore della dea Luna, le sue sacerdotesse si coprivano il volto con orrende maschere allo scopo di tenere lontano i curiosi.

 

Sfinge greca

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Al contrario della Sfinge egizia, la cui funzione era quella di proteggere, la Sfinge greca era una figura terrorizzante, inquietante e tragica. Come in molti dei miti greci. Lo fu la sua stessa nascita: il frutto di un rapporto incestuoso tra la bestiale Echidna e suo figlio Ortro, cane a due teste.
Chi o cosa potevano generare due mostruose creature, se non un altro mostro? Sfinge era un ibrido alato con testa di donna e corpo di leonessa.
Il mito narra che fu mandata a Tebe per vendicare la morte del bel Crisippo, ucciso da Laio, Re della città, che aveva approfittato sessualmente di lui, contro natura.
Il mostro si appostò sul Monte Ficione; secondo altre versioni, addirittura su una  colonna nel bel mezzo della piazza della città.
Il mostro chiedeva a tutti i passanti di sciogliere indovinelli… pena la morte.
L’enigma più ricorrente era:
“Chi è quell’animale che al mattino cammina a quattro zampe, a mezzogiorno su due ed a sera fa uso di tre?”
Per liberare la città da quel flagello, Laio stava recandosi a Delfi per chiedere responso al Tempio, quando si scontrò con un certo Edipo.
La strada era stretta e il Re gli chiese di farsi da parte.
Quell’Edipo, però, era un giovane dotato di arroganza più che di rispetto e, ignorando che l’uomo che gli stava di fronte era nientemeno che suo padre, non solo non gli dette la precedenza, ma passò alle mani… anzi, alla spada e fece fuori lui e il suo araldo… anche perché uno dei cavalli gli aveva pestato i piedi.( i piedi di Edipo, vedremo in altra sede, avevano un buon motivo per stare in scena in questo mito…).
Giunto a Tebe, il giovane affrontò la Sfinge e al suo indovinello rispose così:
“E’ l’uomo! Egli cammina a quattro zampe da bambino, su due piedi da adulto e si appoggia al bastone da vecchio.”
Sconfitta e sconvolta, la Sfinge si gettò dalla rupe (o dalla colonna), sfracellandosi.

 

I Centauri – la leggenda degli Uomini-cavallo

I Centauri  -  la leggenda degli Uomini-cavallo

Letteralmente il termine Centauro significa: “colui che trafigge il toro”, dall’etimo classico Kentauroi; un altro etimo suggerisce, invece: “gruppo armato di cento uomini”.
Qualunque sia il significato del termine, il mito li vuole d’aspetto davvero singolare: uomini fino all’ombelico e cavalli per il resto del corpo. Il mito li vuole anche rissosi, lussuriosi e sempre pronti a saltare addosso alla prima donna che capitava loro davanti.
Omero li chiama: “villose bestie selvagge”, per il loro aspetto e le attività orgiastiche ed erotiche.
La leggenda sulla loro origine farebbe arrossire gli autori di erotismo più audace. Vediamo perché.
Il capostipite fu un certo Issione, re dei Lapiti, tipo poco raccomandabile, per giunta  assassino.
Giove, re degli Dei, pur contro il parere degli altri Immortali, non solo non lo punì per il suo reato, ma lo invitò alla sua tavola.
A Issione piacevano molto le donne, proprio come a Giove; per questo, forse, non mancò di fare certe proposte addirittura a Giunone, sposa del suo divino ospite.
Giove scoprì presto le intenzioni del suo ingrato ospite e per metterlo alla prova dette ad una nuvola le sembianze di Giunone.
Annebbiato dal vino e dalla lussuria, Issione sfogò le sue brame sul simulacro di nuvola; dall’inconsueto rapporto nacque Centauro che, diventato adulto, dette sfogo alle sue insane tendenze sessuali e si accoppiò con le cavalle del Monte Pelio, che gli generarono i Centauri, creature metà uomini e metà cavalli.

Numerosi gli aneddoti   che li riguardano a causa proprio di questo loro temperamento.
Alle nozze di Piritoo, Re dei Lapiti, con Ippodamia, il centauro Eurizione, inebriato dalle troppe coppe di vino tracannato tentò di rapire la sposa  In soccorso della sposa accorsero  Piritoo e Teseo. Ne nacque una lotta violenta e senza quartiere tra Lapiti e Centauri e questi ultimi ne ucirono piuttosto malconci e corsero  al  galoppo in direzione del Monte Pindo, dove si rifugiarono.
Un altro  centauro commise lo stesso errore e finì ammazzato:  Nesso, che tentò di rapire Deianira, moglie nientemeno che di Ercole.
Il più noto fra tutti i Centauri fu certamente Chirone.
Questo il mito. La realtà, naturalmente, era un’altra.
I Centauri erano uomini barbuti e selvaggi, appartenenti a tribù delle montagne della Grecia orientale, i quali vivevano in tale simbiosi con i loro cavalli, da sembrare una sola cosa con il proprio animale.
Nacque così la leggenda degli Uomini-cavallo.

CHIRONE

Era il capo, piuttosto temuto e rispettato,  di questa razza di rissose e selvagge creature.  Pur avendone il medesimo aspetto, però, Chirone era di tutt’altra natura : saggio e sapiente, forte e gentile. Forse per  la nobiltà dei natali: Ghirone non faceva parte della stirpe di Issione,  ma era figlio di Giove e di  Filira, bellissima Ninfa mutata per gelosia in cavalla da Rea, la sposa di Saturno che di lei era follemente innamorato.
Anche il suo stile di vita era diverso da quello dei suoi simili. Egli viveva in una grotta del monte Pelio, diventata ben presto la Scuola d’Armi e di Sapere più famosa della Grecia. Molti degli Argonauti furono suoi allievi, pefino Esculapio.
Fra gli eroi che si formarono alla sua Scuola: Giasone, Enea, Diomede, Achille… tanto per citarne qualcuno.
A causargli la morte, ironia della sorte,  fu proprio uno dei suoi allievi, il suo  allievo  preferito: Achille.
Quando questi mosse guerra ai Centauri, Chirone  si schierò dalla loro parte per solidarietà.
Durante uno scontro durissimo fu ferito gravemente proprio da Achille e dolorosamente, poiché le frecce dell’eroe era intinte nel veleno dell’Idra di Lerna.  Proprio in quella circostanza ed a causa del dolore insopportabile, Ghirone, che il padre Giove aveva reso immortale, chiese di morire.
Giove lo accontentò, ma volle donargli almeno l’immortalità del nome e lo mutò nella Costellazione del Sagittario.

 

Il Minotauro?…. questioni di corna.

Il Minotauro?....  questioni di corna.

Conosciamo tutti la leggenda del Minotauro di Creta, ma, per chi l’avesse scordata, eccola, così come ci è stata tramandata dalla mitologia tradizionale.
Minosse, figlio di Giove, per legittimare il  suo diritto di successione al trono di Creta, chiese a Poseidone, Dio del Mare, una degna vittima da sacrificare durante la Cerimonia.
Dalle onde del mare, Poseidone fece emergere uno splendido toro bianco, così bello che Minosse volle tenerlo per sé e offrire in sacrificio, al suo posto, un toro comune.
Brutto affare, offendere la suscettibilità di una  Divinità: Poseidone, infatti, se la prese così tanto, che per vendicarsi dell’affronto, ne escogitò una davvero bella: scatenò in Pasifae, sposa di Minosse, (donna non propriamente fedele, come anche il marito, d’altronde), una passione contro natura per lo splendido animale.
Ah… questi popoli antichi!
Come fare per soddisfare l’insano desiderio?
Semplice! Ci pensò quel geniale di un architetto, ospite del Re, che allietava la corte con i suoi giocattoli meccanici.
Parlo del famoso Dedalo, noto a tutti.
L’ingegnoso artista trovò subito il sistema: costruì la sagoma di una mucca in cui fece sistemare quella pazza della Regina; la rivestì di pelle bovina e la fece porre in bella vista sul prato dove pascolava il bel Tauros. (questo il nome imposto allo splendido toro).
Quel che accadde, lo lasciamo all’immaginazione. Quello che accadde invece alla Regina dopo nove mesi, fu di mettere al mondo un bel bimbo con la testa di toro: il Minotauro, per l’appunto, a cui fu imposto il nome di Asterione.
L’increscioso fatto dispiacque così tanto a Minosse (cornificato già troppo spesso dalla moglie, ma mai prima con un toro) che impose a Dedalo di costruire un Labirinto in cui fece rinchiudere il Minotauro, la regina Pasifae e lo stesso Dedalo, che in seguito riuscì a fuggire, ma… quella è un’altra storia.
Il Minotauro era nutrito con carne umana, procurata dagli Ateniesi fino all’arrivo di un eroe di nome Teseo… ma anche questa è un’altra storia.


Interessante, invece, è sapere chi era davvero il Minotauro, tenendo presente che sul bacino Mediterraneo si affacciavano Popoli nella cui cultura era sempre presente il “culto del toro”: ricordiamo l’orientale Mitra, l’egiziano Hapy, ecc…
Già ai tempi di Plutarco, quella figura da “Sodomia”, era stata riscattata.
Il Minotauro, ossia Asterione, in realtà, era nato da una relazione tra la regina Pasifae e il bel Tauros, generale di re Minosse e atleta di tauromachia. (spettacolo con i tori)
Sempre di corna si trattava, ma non di corna animali!
Secondo questa più accettabile versione dei fatti, poco conosciuta perché non piccante come la prima e per questo meno capace di catturare quel “lato oscuro” che è sempre stato in ogni essere umano, Teseo combattè non con il mostruoso Minotauro, ma con suo padre Tauros e lo vinse in un regolare incontro.
Le leggende, soprattutto quelle nere e scabrose, sono lunghe a morire. Ecco perché oggi tutti conoscono il Minotauro, figlio di un toro, e ignorano Asterione, figlio di un atleta.

ANTICA GRECIA – LE ORIGINI… il Mito Orfico della Creazione

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Con l’avanzare dell’età patriarcale si cercò di sminuire sempre più il prestigio della Grande Dea,  tentando   in  ogni modo di porla sotto tutela maschile.
In età arcaica il potere della donna sull’uomo era stato enorme, soprattutto in virtù della sua capacità di procreare;  si pensava, infatti, che la donna rimanesse incinta in virtù di misteriosi poteri fecondatori.  La scoperta dell’eros come causa fecondatrice, mutò le cose, influenzò il rapporto fra i sessi e nacque un nuovo mito della Creazione.
Secondo questo mito, detto anche Mito Orfico, la Grande Dea, nel suo triplice aspetto di Notte-Ordine-Giustizia, si accoppiò al Vento, così come aveva fatto Eurinome e depositò un Uovo d’Argento, simbolo della Luna, che adagiò nell’Oscurità.
Da quell’Uovo Cosmico nacque Eros, un essere ermafrodito  che  dette l’impulso alla Vita accoppiandosi alla Dea e vivendo con Lei  in una grotta fino all’evento del patriarcato, quando lo  scettro non passò dalla Dea ad Urano.

ANTICA GRECIA – EURINOME e il Mito Pelasgico della Creazione

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Si racconta che Filippo il Macedone a chi gli rimproverava di essere un “barbaro”  domandava:  “Che cosa intendete voi per Grecia?”
Il primo territorio designato con questo nome pare essere stato Dodona,  città della Trespozia, nell’Epiro; in precedenza tutto il territorio era chiamato “Terra degli Elleni”, da Hellas o Ellade, regione della Tessaglia e con questo nome, a partire dal VI secolo a.C. si identificarono tutte le popolazioni: dal Peloponneso all’Illiria, dall’Attica alla Macedonia, ecc.
Come e quando assunse quel nome? In realtà non si sa bene.
Secondo gli scrittori della Grecia classica ad arrivare per primi nel territorio furono i Lelegi, provenienti dalla Caria, ma vi trovarono un nucleo etnico arcaico, una popolazione autoctona: i Pelasgi, che pare si siano insediati nel Peloponneso partendo dalla Palestina intorno al 3500 a.C. e che in età classica dettero origine a quella che fu chiamata la “questione pelasgica”.
E’ con questo termine, infatti, che  furono indicati tutti gli abitanti della Grecia pre-ellenica.

Appartiene proprio a questo periodo il mito  greco più antico della Creazione; un mito complesso in cui non vi sono Dei, ma solo una Dea-Universale di nome Eurinome.
E’ il mito pelasgico della Creazione, d’età matriarcale.

Epoca in cui gli Dei non avevano ancora alcun potere, ma era una Dea Universale, ossia  La-Dea-di-Tutte-le-Cose a dominare sulla natura e le sue creature. Ed era la donna a dominare sull’uomo,  in  virtù della sua “misteriosa” capacità di procreare e  la successione era matrilineare, non essendo la paternità tenuta in alcun conto.
Eurinome era il nome di questa Dea-Universale, il cui appellativo era “Colei che vaga in ampi spazi”.

 

ANTICA GRECIA - LE ORIGINI ... EURINOME e il mito pelasgico della Creazione

Eurinome il cui nome significa “lunga peregrinazione”, era emersa dal Caos primordiale e non avendo nulla di solido su cui posare i piedi, divise il cielo dal mare e cominciò a muoversi sulle onde. Era nuda ed aveva freddo e non avendo nulla con cui coprirsi, per scaldarsi cominciò a danzare sui flutti, dirigendosi verso il Sud.
Il suo movimento cominciò a produrre un turbinio alle sue spalle che la  costrinse a voltarsi: era il Vento del Nord, detto anche Borea, che incalzava dietro di lei.
La Dea, d’improvviso, tese le mani e lo afferrò poi lo sfregò fra le dita e di colpo il vento assunse la forma di un serpente, che  chiamò Ofione.
Quella presenza, però, ispirò immediatamente in lei il desiderio di procreare e così riprese a danzare in maniera sempre più leggiadra, sensuale e selvaggia, tanto da accendere in Ofione la fiamma del desiderio.
Il serpemNe l’avvolse nelle sue spire e si accoppiò con la Dea, che rimase incinta.
Assunte le forme di una colomba, Eurinome si levò in volo e quando giunse l’ora giusta, depose l’Uovo-Cosmico ed ordinò ad Ofione di arrotolarsi per sette volte intorno ad esso, finché questo non si schiuse e il Creato non prese forma: il Sole, la Luna, i Pianeti, le Stelle, la Terra con la Natura e le sue creature.

(il serpente OFIONE)
Successivamente la Dea creò i Titani e le Titanesse, cui affidò la custodia delle  Sette Forze Planetarie, ossi i  Pianeti appena creati.
Tia e Iperione furono i Signori del Sole,  Febe ed Atlante custodirono la Luna.  Marte fu affidato alle cure di Dione e Crio, Mercurio, invece, a quelle di Meti e Ceo.  Il pianeta Giove andò a Temi ed Eirimedonte, mentre Teti ed Oceano ebbero in cura Venere; Rea e Crono, infine, furono i Signori di Saturno.
In età classica, però, queste Forze furono assegnate a: Elio – Selene – Ares –  Ermete oppure Apollo – Zeus – Afrodite e Crono.
Ognuna di queste potenze planetarie presiedeva ad una funzione della Natura: la Luce era associata al Sole – la Magia alla Luna –  la Crescita al pianeta Marte  –  la Pace a Saturno – la Saggezza a Mercurio – la Legge a Giove –  l’Amore a Venere.

Eurinome ed Ofione si stabilirono sul Monte Olimpo, ma la coppia entrò ben presto in … crisi, a causa della millanteria di Ofione che si vantava di essere il Creatore dell’Universo. Irritata, la Dea lo relegò nelle profondità più recondite della Terra, ma prima lo colpi con un calcio sulla bocca spezzandogli tutti i denti:  venne  così, a crearsi  inimicizia tra la donna e il serpente, proprio come in biblica memoria.

Da quei denti, secondo il mito, nacquero i Pelasgi che presero il nome da Pelasgo, il primo uomo creato.

Secondo un altro mito, la Dea, recatasi nella terra d’Arcadia, nel cuore del Peloponneso, fece emergere Pelasgo, il primo uomo, subito seguito da altri uomini. A lui la Dea  insegnò l’arte della caccia, della raccolta di ghiande e  altri frutti e della concia delle pelli e quello  insegnò ai suoi simili l’arte dell’agricoltura e della pastorizia.

Successivamente, con il mito patriarcle di Urano e le sue nozze con la Dea-Universale e il  conseguente ruolo di  Padre-Progenitore da lui assunto, il potere dell Dea cominciò a conoscere il suo declino.

In epoche ancora successive, la Grande Dea Madre generò a Giove le tre Grazie: Carite, Pasitea e Cale, vista nel suo aspetto più mite, in contrapposizione alle tre Moire, che la vedevano nel suo aspetto più spietato.
Si era oltrepassato la  soglia del patriarcato.