Storie d’amore e di sangue – Piramo e Tisbe… e i frutti di gelso

rogeliodeegusquiza1915Piramo e Tisbe erano due giovanissimi innamorati, vicini di casa,  ostacolati, però, nel loro sentimento dalle famiglie.  Per comunicare non avevano che un piccolo varco nella parete, cosicchè, un bel giorno i due decisero di  mettere in atto una romantica fuga d’amore.  Il luogo d’incontro doveva essere una pianta di gelso dai candidissimi frutti, in un boschetto vicino.

La prima ad arrivare all’appuntamento, fu Tisbe, la quale si pose in trepidante attesa dell’amato. Quand’ecco arrivare invece una leonessa dalle fauci ancora grondandi del sangue delle pecore di cui aveva fatto strage. La ragazza riuscì a mettersi in salvo fuggendo, ma  nella corsa perse il  velo, che la belva afferrò e stracciò con gli artigli affilati, prima di allontanarsi.

Quando più tardi Piramo giunse all’appuntmento e vide il velo insanguinato, credendo che la ragazza fosse stata uccisa dalla belva, si trafisse il petto con la sua spada.

Tisbe arrivò poco dopo e lo trovò in fn di vita;  invano cercò di rianimarlo, invocando il suo nome. Piramo aprì gli occhi e la guardò, per la prima e l’ultima volta, e prima di morire ,pronunciò il suo nome.

Straziata dal  dolore,  anche Tisbe si trafisse con quella stessa spada  e gli cadde morta sul petto. Del loro sangue furono imporporati per sempre i frutti del gelso  fino ad allora candidi come la neve.

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ANTICA GRECIA – PASIFAE… e l’insana passione

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Chi non conosce l’insana passione di Pasifae, Regina di Creta. Bestiale, in verità, nel  senso letterale della parola, poichè  l’oggetto  del  desiderio della bella Pasifae non era un  uomo…benchè ne avesse avuti tanti, mortali ed immortali, ma un toro.

Come andò il fattaccio?

Ci sono diverse versioni del mito, ma quella più nota coinvolge direttamente anche il marito, Minosse, Re si Creta. Per legittimare  il suo diritto al trono, Minosse, racconta questo mito, consacrò un altare in onore di Poseidone a cui chiese di inviargli un animale da offrigli in sacrificio. Immediatamente  dopo, dalle onde del mare emerse un meraviglioso  toro dal pelo di un candore abbagliante, che nuotò fino a riva. Minosse rimase talmente colpito dalla bellezza dell’animale, che non ebbe cuore di ucciderlo e lo mandò  al pascolo, dove era la sua mandria e decise  di sacrificare al suo posto un altro esemplare

La cosa, però, dispiacque assai a Poseidone che, come tutte le Divinità, aveva sentimenti  assai  simili a quelli umani  e il desiderio di vendetta era uno di questi e la vendetta del Signore del mare fu assolutamente  originale.

Minosse era sposato con Pasifae, figlia di Elio, dio del Sole e della ninfa Creta,  nota anche con il nome di Perseide e Pasifae non era quel che si dice una donna propriamente virtuosa,  era poco fedele  e disponibile alle avventure quasi quanto il marito.

Poseidone contò proprio su questa disponibilità quando decise  di vendicarsi dell’affronto subito: fece sì che le attenzioni della donna si  concentrassero  proprio sullo splendido animale. Pasifae si innamorò follemente di quel toro e bruciava così ardentemente di passione,  da  finire col confidarsi con Dedalo, il più famoso artefice ateniese,   in esilio a Cnosso, il quale deliziava la corte con le sue opere geniali. Dedalo le promise il suo aiuto e costruì per lei la sagoma di una giovenca entro cui potersi sistemare ed assecondare l’insana passione.

Così fu! Dedalo costruì una graziosissima  sagoma di giovenca, entro cui fece sistemare quella pazza della Regina;   la piazzò in mezzo al prato dove il bel toro stava pascolando, poi si ritirò discretamente, lasciando la scena ai due. Il frutto di quell’insano  rapporto fu una mostruosa creatura,  una creatura con corpo  umano  e testa di toro:il Minotauro. Invece di uccidere  quella mostruosa creatura,  Minosse  consultò un oracolo sul da farsi e gli fu risposto di farsi  costruire a Cnosso, da Dedalo,  un nascondiglio per il Minotauro.

Il geniale ateniese si mise subito all’opera e costruì  il Labirinto, un immenso  palazzo in cui era facile smarrirsi e da dove era  quasi impossibile uscire.  Minosse  vi fece nascondere  la Regina e il suo mostruoso  pargolo. Mostruoso e assai crudele, in verità, poichè il suo  pasto  preferito era la carne umana,  che Minosse gli forniva regolarmente con….  ma questa è un’altra storia.

Ma quale significato simbolico era nascosto in questo mito? Come tutti i miti, anche questo rifletteva un rituale e questo rituale era  legato alla comparsa della prima luna nuova  d’estate, momento  considerato, forse,   l’inizio dell’anno. Un mito, dunque,  inteso come  cosmogonia, ossia nascita dell’Universo, in cui  si contemplavano Terra, Luna e Sole,  ed in cui  Pasifae era il Sole e Minosse la Luna.

Secondo Pausania il  mito dell’accoppiamento della Regina con il toro si riferisce al matrimonio rituale, “Nozze Sacre”, tra il Sole e la Luna e precisamente al matrimonio tra  il Re e la Sacerdotessa Luna. Queste nozze si celebravano sotto una quercia, ma non in pubblico; il Re portava una  maschera di toro, mentre la sacerdotessa indossava corna bovine.

A Cnosso e si celebravano gare di tauromachia   e vi era una mandria di animali sacri, tra cui i tori bianchi sacri alla Dea Luna  e PASIFAE  era un appellativo della Dea-Luna,  come  lo  era della  Madre Terra,  venerata  a Egira, in Acaia, dove le sacerdotesse  bevevano sangue di toro, mortale per ogni  altro  essere umano.  La Dea-Luna, nella parte  orientale di Creta,  era chiamata anche  Britomarti  e identificata  con Artemide o Ecate; nella parte occidentale, invece, il suo nome era Dittinna

Un mito racconta che Dafne inseguita da Apollo  fu trasportata a Creta dalla Madre Terra  dove divenne Pasifae.  Pasifae era, dunque, l’incarnazione della Dea-Luna che,  attraverso la sua sacerdotessa, ogni anno si accoppiava con il Re, secondo un rituale d’epoca matriarcale legato al  culto della Madre Terra. Un culto, però,  violentemente osteggiato dai nuovi conquistatori,  il cui modello di società   era  quello patriarcale;  questi non seppero  e non vollero vedere  in quel mito e in quel rito, conosciuto con il nome  “ieròs gamòs” , il  simbolimo  nascosto e cioè, il “matrimonio sacro” tra il principio femminile e quello maschile, preferendo tacciarlo  come  “insana passione

Ma esiste un’altra versione del mito, assai poco conosciuta, ma strenuamente  difesa dai   cretesi che  respingevano  fermamente  quella  figura da “sodomia”  Ed ecco quella versione, riportata anche da Plutarco.

Non c’era alcuna creatura mostruosa  e   i giovani  prigionieri ateniesi non costituivano  il pasto di nessun minotauro, ma erano le vittime  destinate   ai giochi funebri in onore di Androgeo, il figlio di Minosse.  Il grande vincitore di questi giochi  era Taurus,  valente  generale di Minosse, il quale  continva a  portarsi  via quasi tutti i fanciulli. Non solo. Il bel Taurus  fece anche innamorare la Regina, che non resistette al suo fascino  e intrecciò con lui una relazione adulterina. Non era la prima volta, ma questa volta la fedifraga Pasifae aveva messo al mondo una bella coppia di gemelli e uno dei due, Asterione, era il ritratto del bel Taurus. Il Minotauro, ossia Asterione, dunque,  era soltanto il frutto  della relazione tra la regina Pasifae e il bel Taurus.
Sempre di corna si trattava, ma non di corna animali!
Secondo questa più accettabile versione dei fatti, poco conosciuta perché non piccante come la prima e per questo meno capace di catturare quel “lato oscuro” che è sempre stato in ogni essere umano, Teseo combattè non con il mostruoso Minotauro, ma con suo padre Tauros e lo vinse in regolare incontro durante i giochi funebri in onore di  Androgeo.

Le leggende, soprattutto quelle nere e scabrose, sono lunghe a morire. Ecco perché oggi tutti conoscono il Minotauro, figlio di un toro, e ignorano Asterione, figlio di un atleta.

 

DEI ed EROI – ANTICA GRECIA… ATAMANTE

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Il mito di Atamante, Re di Orcomeno, in Beozia, fondatore di Atamantia,  città della selvaggia pianura della Tessaglia, altro non è che un miscuglio di primitivi  miti  e rituali che rispecchiano  i conflitti tra i culti degli abitanti della zona.

Diverse sono le versioni di questo mito,ma noi ne sceglieremo uno soltanto, il più noto.

Convolato a giuste nozze con Nefele,  una creatura che godeva della protezione della potente Era, la sposa di  Zeus,  Atamante era irresistibilmente attratto da Ino, figlia di Cadmo,  e non esitò  a condurla nel suo Palazzo, ai piedi del monte Lafistio e nascondervela in un’ala segreta insieme ai due figli avuti da lei: Learco e Melicete.

Non troppo segreta, in realtà.  Avvertita  di quella incomoda presenza  dalle fedelissime ancelle, Nefele montò su tutte le furie anche perchè  temeva per il prestigio dei propri figli, Frisso, Elle e Leuco. Salita immediatamente  sull’Olimpo, si lamentò con la sua protettrice, Era, che promise di intervenire energicamente.

Le donne di Beozia, però,  erano fedelissime ad   Ino e  si schierarono tutte dalla sua parte, pronta a sostenerla e su suo suggerimento, fecero seccare il grano destinato alla semina, così che non producesse raccolto.

Ino, infatti, sperava che, non vedendo  spuntare il grano durante la stagione della germinazione, Atamante avrebbe inviato messaggeri a consultare l’Oracolo.

E così fu.

E messaggeri tornarono e portarono un verdetto tremendo: la terra sarebbe tornata rigogliosa e fertile e il raccolto sarebbe stato nuovamente abbondante, solo se Frisso, il giovanissimo figlio di Nefele, fosse stato offerto in sacrificio sul monte Lafistio.

Sia pur con il cuore sanguinante, Atamante si dispose ad  eseguire la terribile sentenza, ignorando, però, che i messaggeri erano stati pagati da Ino  per riferire una risposta che non era quella dell’oracolo,  ma che era stata suggerita dalla donna.

Non restava che il consenso della popolazione al sacrifico ed anche per questo la perfida Ino non mancò di  tramare contro il povero ragazzo, inducendo Biadice, moglie di Catreo, ad accusarlo di averle usato violenza. Nell’udire quella che considerava una grande infamia,  il popolo non esitò ad esprimersi per il consenso al sacrificio e il  ragazzo, avvolto nella rituale pelle sacrificale del lupo, fu condotto in cima al monte Lafistio. Proprio mentre il contello sacrificale del sacerdote, chiuso nella sua bianca tunica, stava per affondare nella sua gola, ecco per caso, comparire quasi dal nulla la figura di Eracle, che si trovava a passare da quelle parti e che con acerbi accenti, interruppe  la cruenta cerimonia

“E’  abominio agli occhi del padre mio, il Sommo Giove,  il. sacrificio umano” disse.

L’implacabile Era, però,  mossa da  più vecchi rancori nei confronti di Atamante, ardeva dal desiderio di vendetta e scelse per lui una punizione crudele: chiamò le Furie e lo consegnò nelle  loro mani.

In preda alla più cieca follia,  imbracciato l’arco,  Atamante cominciò a scagliare  le sue infallibili frecce contro i fantasmi delle sue allucinazioni; una di quelle frecce colpì in pieno petto  Learco, il figlio avuto da Ino, che cadde fulminato ai suoi piedi. Non ancora placato, si accanì con inaudita violenza sul corpo del figlioletto ancora palpitante, afferrandolo per un piede e  facendolo a pezzi.

Atterrita, Ino  cercò scampo nella fuga con l’altro figlio, Melicerte e con lui salì fin sulla vetta più alta di una roccia, da cui si gettò in mare annegando.

Mosso a pietà, prima che l’ombra della donna raggiungesse il Tartaro, Zeus la trasportò sull’Olimpo trasformandola nella dea Leucotea e lo stesso fece con Melicerte,  pemettendogli di raggiungere, a dorso di un delfino , l’istmo di Corinto,  dove Sisifo, suo zio,  che regnava laggiù,  istituì in suo onore  i giochi istimici che si  celebravano ogni quattro anni.

Dopo questi fatti sanguinosi, riavutosi dalla follia,  Atamante dovette lasciare la Beozia , bandito per espiare i propri peccati. Prima di partire, decise di consultare l’Oracolo, che così si pronunciò:

“Ti fermerai là dove gli animali predatori ti  inviteranno a mangiare.”

Ebbe inizio, così, per sé e per la sua tribù, un lungo peregrinare senza meta.  Vagando verso il nord, Atamante e i suoi  si imbatterono, un giorno, in  un branco di lupi che  stavano divorando delle pecore e che al loro avvicinarsi, si allontanarono di corsa; lui e i compagni si cibarono di quelle carni.

Era  una regione selvaggia e montuosa, ricoperta di boschi; ricordando le parole dell’oracolo,   Atamante decise di fermarsi  e di fondarvi una città che chiamò “Alo”, a causa del lungo peregrinare e la regione prese il nome di Atamania.  Qui sposò Temisto e con lei formò una nuova famiglia che… ma questa è già un’altra storia.

 

DEI ed EROI – ANTICA GRECIA… IPPOLITO

 

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Al termine della guerra che Eracle condusse contro le Amazzoni, Teseo,  che aveva partecipato alla spedizione, si vide assegnata come preda di guerra Antiope, la Regina.

Antiope, segretamente innamorata dell’eroe, aveva finito per schierarsi dalla sua parte, fino a battersi eroicamente al suo fianco contro la sua stessa gente, finché non era stata gravemente ferita da un dardo lanciato dall’amazzone Molpadia.

Teseo sposò Antiope, ma la Regina delle Amazzoni non poteva essere per lui una sposa legittima, poiché apparteneva ad una società che si opponeva all’istituto della monogamia, pur tuttavia, gli dette un figlio, cui fu messo il nome di Ippolito.

Il ragazzo, però, divenne presto il figlio bastardo dell’eroe, quando, cioè, Teseo non decise di impalmare Fedra, la sorella del Re di Creta, Deucalione. Ma ecco, durante  il banchetto nuziale, armata di tutto punto oltre che di incontenibile furore, irrompere la gelosissima Antiope,  minacciando di massacrare l’intera allegra compagnia. E, come un oracolo aveva predetto, l’eroe l’affrontò e la uccise.

Qualche anno dopo, per evitare che Ippolito contendesse il diritto al trono dei due figli legittimi avuti da Fedra, Teseo lo inviò presso la corte di Pitteo, Re di Trezene, senza figli, il quale lo adottò come figlio ed erede. Per prima cosa, il giovane principe, assai devoto alla dea Artemide, fece innalzare uno splendido Tempio alla Dea, suscitando, però, la gelosia e le ire di Afodite.

Brutto affare ingelosire un Immortale. Afrodite se la prese davvero tanto e per punire il giovane ne escogitò una davvero degna dei suoi intrallazzi amorosi: fece nascere nella matrigna una insana passione per il figliastro.

Essendosi, Teseo,  dovuto allontanare  dal regno per qualcuna delle sue imprese, Fedra si offrì di seguire Ippolito a Trezene, per potergli essere vicino. La Regina non si confidò con nessuno, ma lo spiava in continuazione, macerandosi per quel desiderio insoddisfatto e giungendo perfino a far edificare sulla rocca più alta della città, un Tempio dedicato ad Afrodite, da dove   poteva spiarlo mentre si allenava  negli esercizi ginnici.

Di questa non proprio sana passione, che ogni giorno di più la rendeva languida ed inquieta, finì per accorgersi la  nutrice che le consigliò di inviare al giovane una lettera in cui  gli  confessava il suo trasporto per lui.

La Regina seguì il consiglio ed inviò ad Ippolito un lettera dai vibranti accenti in cui lo invitava ad una partita di caccia… Gli confidò di essersi dedicata al culto di Afrodite e di essere. – precisò – come tutte le donne della sua famiglia, destinata  al disonore per amore. Come la madre di sua madre, Europa, spiegò, come sua madre Pasifae e come la sorella Arianna, sedotta e abbandonata proprio da suo padre Teseo, reo anche della morte di sua madre Antiope. E proprio di sua madre Antiope, la Regina, ormai in preda al suo folle delirio,  auspicava che il ragazzo si facesse il vendicatore.

“…perché le Furie non hanno ancora punito la tua indifferenza alla triste morte di tua madre?” lo rimproverò.

La reazione di Ippolito fu immediata e dura. Il ragazzo bruciò la lettera e corse negli appartamenti della Regina per rimproverarla, ma la donna, in preda alla vergogna ed alla paura, si strappò le vesti  gridando aiuto  e in un biglietto accusò il ragazzo di averle usato violenza, poi si impiccò ad una trave.

Quando Teseo lesse quel biglietto, maledisse il figlio e lo bandì per sempre da Atene, ma, non soddisfatto di quella punizione, invocò suo padre, Poseidone, affinché quello stesso giorno anche quel figlio ingrato incontrasse la morte.

“Padre. -invocò – Manda una fiera a pararsi davanti al suo carro affinché ne provochi la morte.”

Ed ecco una gigantesca onda abbattersi sulla costa. Dalla spuma emerse un enorme, terrificante toro bianco che si parò davanti al carro di Ippolito, che aveva lasciato Atene e stava percorrendo la strada per Trezene. I cavalli si impennarono, minacciando di precipitare nel baratro sottostante e solo la perizia da auriga del ragazzo scongiurò la disastrosa caduta, ma non  poté impedire ai cavalli di lanciarsi  in un galoppo furioso. C’era un grosso albero di oleastro sul bordo della strada e fu tra i suoi rami che andarono ad impigliarsi le redini degli animali. Il carro andò in pezzi contro un mucchio di pietre e il ragazzo, imprigionato nel groviglio delle redini,  finì contro i sassi e poi sotto gli zoccoli dei cavalli.

Prima che il giovane morisse, mossa a pietà, Artemide rivelò la verità a Teseo, trasportandolo a Trezene e permettendogli di riconciliarsi con il figlio. L’ombra dello sfortunato ragazzo, poco più tardi, raggiunse l’Ade, ma, ancora una volta, Artemide, sempre profondamente indignata, corse in suo soccorso convincendo Esculapio a restituire la vita al suo corpo. Ed Esculapio così fece: con un incantesimo e con il tocco dell’Erba della Vita, custodita nel suo cofanetto, riportò in vita il ragazzo. Artemide era già tutta lieta e soddisfatta, ma non altrettanto lo erano Ade e le Moire che, sentendosi defraudati di un loro diritto, indussero Zeus a punire Escupalio con una  delle sue  folgori.

L’ostinazione di Artemide, però, non aveva confini. Ella avvolse il corpo del ragazzo in una nebbia e lo trasportò ad Ariccia, in Italia, dove  lo nascose fra  i suoi monti boscosi. Qui, dimentico del suo passato e della sua condizione di redivivo, Ippolito, con il nome di  Virbio, ossia, Vir- bis, due volte uomo,   sposò la ninfa Egeria e con lei visse una seconda vita.