“Van Gogh e l’impressionismo” di Carolina Colombi

VAN GOGH E L’IMPRESSIONISMO

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È del 1874 l’anno in cui si può collocare la nascita del movimento impressionista.

L’occasione è una mostra, organizzata a Parigi, nello studio del fotografo Nadar.

La scelta di allestire la vetrina in uno spazio chiuso non è casuale, ma assoggettata a un principio proprio degli impressionisti: per la loro produzione artistica si ispirano a istantanee, con lo scopo di far propria l’unicità del momento rappresentato.

La nuova corrente artistica provoca un clamore senza precedenti, soprattutto perchè vengono messi in discussione i canoni della pittura tradizionale.

Nell’impressionismo le figure e gli oggetti non sono più delimitati da linee e segni di contorno. Ma il tutto viene scompaginato da un mondo pervaso da luce e da materia.

Gli oggetti non sono circondati dal vuoto, ma dall’aria, o meglio, da altra materia capace di rifrangere la luce conferendo agli elementi nuove tonalità.

La rappresentazione pittorica quindi, secondo gli impressionisti, per essere fedele alla realtà, ha necessità del colore, che però deve adeguarsi alla mutevolezza della luminosità. Cambiando perciò la percezione della realtà stessa.

I pittori che aderiscono a tale movimento intendono fermare su tela un’impressione, un’istantanea, un momento originale e irripetibile; di una persona o di un paesaggio che sia, ma in determinate condizioni di luce. Ed è proprio da questo concetto, altamente innovativo, che la nuova corrente artistica prende l’appellativo di impressionismo.

Ma la peculiarità più rilevante del movimento impressionista, quella che permette di dare alla corrente pittorica una connotazione ben definita, è la pittura en plein air, una pittura a diretto contatto con la realtà.

Ed è in virtù di tale principio, che alle rappresentazioni ricostruite negli atelier gli impressionisti prediligono quelle nate dall’osservazione rivolta al mondo esterno. Il focus su cui maggiormente si concentra la loro attenzione sono i paesaggi, sui quali le variazioni dovute alla mutevolezza della luce del giorno e delle diverse condizioni atmosferiche sono più intense ed evidenti.

 

Vincent Van Gogh si inserisce senza dubbio nell’ambito del movimento impressionista.

Anzi, la sua straordinaria padronanza dei colori e dei loro accostamenti, ne fa una delle personalità maggiormente significative. Si differenzia da altri, quale Monet, Manet, Sisley, Pissarro, Gaugin, soprattutto per il potente soggettivismo.

Nato nel 1853 in Olanda, non propriamente inserito nella società del suo tempo, sviluppa una pittura drammaticamente espressiva. In un primo momento la sua attenzione è rivolta a rappresentare tematiche di carattere sociale.

Nel raffigurare le famiglie dei minatori, o dei mangiatori di patate, per esempio, Van Gogh risponde a un suo bisogno di esprimere, attraverso le espressioni dei volti, del colorito spento delle figure, del grigio delle abitazioni, empatia per il dolore e la fatica che ogni giorno accompagnava la vita di quei lavoratori. In seguito approfondisce un discorso pittorico introspettivo in cui, sia la pennellata che i colori e la composizione stessa, riflettono lo stati d’animo del pittore, che entra in un rapporto vivo ed emotivo con la natura. Tanto che, in alcuni dei suoi dipinti, la natura sembra animarsi in un passionale movimento che ne coinvolge ogni aspetto.

Nelle sue tele l’autore non è mai del tutto fedele alla realtà, ma piuttosto, tramite la propria personale intuizione, ne dà un’interpretazione unica e singolare, sia per la mutevolezza della luce sia per la percezione dei propri stati d’animo dettati dal suo umore.

Nel 1888 si stabilisce ad Arles, e dà inizio a una difficile coabitazione con Gaugin.

Con inesauribile intensità, dedica tutto il suo tempo alla pittura, appropriandosi pienamente delle tecniche impressioniste e sviluppando la sua già notevole sensibilità coloristica.

L’amicizia con Gaugin non è però destinata a durare a lungo. E ciò è elemento che contribuisce a mettere in discussione il precario equilibrio psichico di Van Gogh.

Abbandonato da Gaugin, che prosegue in un diverso percorso pittorico, Vincent rimane talmente sconvolto dalla fine dell’amicizia che, dopo essersi reciso il lobo di un orecchio, viene ricoverato presso l’ospedale psichiatrico di Saint Remy.

Da quel momento la sua pittura diventa un grido di angoscia, un mezzo per comunicare la propria disperazione interiore, la quale si manifesta con contrasti di colore più netti, con atmosfere più cupe.

Il nero viene utilizzato con più frequenza, mentre il materiale impiegato per stendere il colore sulla tela si fa più denso. Le ampie volute e i ripidi vortici, che nei suoi quadri percorrono sfondi e cieli, esprimono l’instabilità dell’universo emotivo di Van Gogh. Tutto diviene mobile nelle sue tele, percorso da un’invisibile energia.

È un periodo questo in cui l’autore dipinge molti ritratti, nei quali, attraverso l’espressione tirata e spesso malinconica dei volti, riesce meglio a esprimere la propria intima sofferenza.

Senza ombra di dubbio si può definire Van Gogh come una delle personalità più significative e appassionate   dell’impressionismo, anche perché non riesce a mantenere un completo distacco dalle sue opere.

Ma, attraverso le percezioni filtrate dalla sua personale e tormentata sensibilità, è di esempio ai pittori che gli succedono, indicando loro la strada da percorrere per rendere l’arte originale e soggettiva.

E non meramente rappresentativa.

Dopo aver condotto un’esistenza travagliata, , nel 1890, a soli 37 anni, Vincent Van Gogh mette fine alla propria vita.

ANTICA ROMA – LE SEPOLTE VIVE

IL CAMPO SCELLERATO... ovvero, la tomba delle "sepolte vive"

Era un luogo lungo la strada selciata di Porta Collina dove le Vestali ree di inadempienza al proprio voto di castità venivano sepolte vive. Si trattava di un seminterrato provvisto di un pagliericcio e di una porticina che veniva sprangata dall’esterno ed in cui la sventurata doveva vivere la sua angosciosa e lunga agonia, con solo un bricco di latte, una pagnotta ed una lampada ad olio .

La prima di queste sventurate, sotto re Tarquinio Prisco, accusata di aver attentato alla propria virtù, fu la nobile Pinaria, figlia di Publio. Seguì Minuzia, la quale attirò i sospetti su di sé per la cura eccessiva che dedicava alla propria persona. Ad accusarla fu uno schiavo e non le fu possibile dimostrare la propria innocenza.

Nella guerra di Roma repubblicana contro i Volsci, la sorte era decisamente sfavorevole a Roma e si disse che gli Dei erano insoddisfatti e corrucciati ed esigevano sacrifici.
Si pensò subito alla condotta delle sacerdotesse di Vesta: molte delle disgrazie che piovevano sulla città venivano loro attribuite. Qualcuno mise in giro la voce che la responsabilità era proprio di una delle Vestali: Oppia, colpevole di aver oltraggiato la sua virtù con due uomini. Sottoposta a giudizio e condannata, la ragazza fu sepolta viva e i due presunti colpevoli, uccisi a colpi di verghe.

Stessa sorte toccò ad un’altra Vestale, la giovane Urbinia, questa volta durante la guerra di Roma contro Veio. Poiché in città e nelle campagne  donne e bambini si ammalavano e morivano di morti sospette, la pubblica attenzione si concentrò una volta ancora sulla Casa di Vesta e sul comportamento delle sue Sante Figlie. Ad essere accusata di non aver rispettato il giuramento di verginità fu, questa volta, la povera Urbinia ed anche lei conobbe l’orribile sorte di essere sepolta viva in quella fossa infame.
Anche per i due presunti colpevoli non ci fu scampo: processo e condanna a morte.

 

Altre quattro Vestali furono riconosciute colpevoli e condannate, ma tutte preferirono darsi morte piuttosto che affrontare il ludibrio di un processo e una morte orribile: Lanuzia, accusata da Caracalla, che si gettò dal tetto della sua casa; Tuzia che, accusata di aver avuto rapporti con uno schiavo, si trafisse con un pugnale; Gapronia che si strangolò e Opimia che scelse il veleno; Florania, invece, non riuscì a sfuggire alla terribile sorte.

Non mancarono casi di Vestali condannate nonostante la comprovata innocenza, come nel caso della bella e giovane Clodia Leta e la nobile Aurelia, le quali preferirono affrontare il martirio piuttosto che cedere alle profferte libidinose del loro accusatore: l’imperatore Caracalla.

Innocente era anche la bella Cornelia, ai tempi di Domiziano il quale, respinto, l’aveva accusata di aver attentato alla propria virtù con un certo Celere. Non potendo sostenere le accuse in Senato, l’Imperatore l’accusò in un improvvisato tribunale allestito in una casa di campagna senza dare alla povera ragazza possibilità alcuna di discolparsi e difendersi.
Riconosciuta colpevole, l’infelice Cornelia fu condannata e condotta sul luogo del supplizio.
Qui, mentre scendeva i gradini che la portavano in fondo alla fossa, il mantello si impigliò. Il Littore fece l’atto di tendere una mano per aiutarla, ma Cornelia lo respinse per non contaminarsi e dimostrare di possedere ancora la propria virtù e purezza.
Non ancora soddisfatto da questa condanna, Domiziano fece uccidere con le verghe anche il povero Celere, del tutto estraneo a quei fatti.

Singolare é la storia di altre tre infelici: Marzia, Licinia ed Emilia, Vestali ai tempi della Repubblica.
Marzia aveva una relazione amorosa con un giovane di buona famiglia che durava già da qualche tempo quando fu accusata; Lucio Metello, il Pontefice Massimo, si lasciò impietosire dalla loro storia d’amore e graziò la ragazza.
Sempre sotto il suo Pontificato, altre due Vestali, Licinia ed Emilia, vennero meno ai loro voti di castità concedendosi l’una al fratello dell’altra. Scoperte e accusate da uno schiavo, un certo Manius, comparirono davanti al tribunale, ma solo Emilia fu condannata, perché accusata anche di aver intrattenuto relazione illecita con alcuni schiavi per evitare denuncia da parte di quelli.
Il popolo romano, però, assai “bigotto” avremmo detto oggi, riguardo la virtù delle proprie Vestali, si mostrò assai scontento di quelle assoluzioni e pretese un nuovo processo.
Questa volta le tre infelici ragazze vennero tutte condannate e con esse anche quelli che le avevano protette e in qualche modo sostenute.

I dodici Cesari – CAIO GIULIO CESARE

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In quanti hanno scritto di Caio Giulio Cesare? Quanti libri, saggi, romanzi, biografie, tragedie, commedie ed altro?  Non farò il suo ritratto dettagliato, mi limiterò a riportare le mie impressioni e qualche cenno biografico e storico.

Chi era Caio Giulio Cesare? Un grande protagonista della storia con una sfrenata bramosia di onori e ricchezze e un ego gigantesco. Basta citare un esempio: catturato dai pirati, al riscatto di 20 talenti ne aggiunse  altri 30, perchè, disse, ne valeva di più, ma promise che li avrebbe catturati e giustiziati. E mantenne la parola.

Dinamico nelle decisioni e precoce nello sviluppo,  consumò le tappe con sorprendente rapidità.  A soli  sedici anni sposò Cossunzia,  l’anno successivo, a diciassette, divenne Flamine, ossia Sacerdote di Giove, carica assai prestigiosa.  Sempre in quell’anno ripudiò Cossunzia e sposò Cornelia, figlia di Cornelio Cinna, dalla quale ebbe Giulia, l’unica figlia.  Silla, che voleva che divorziasse da Cornelia per sposare la nipote,  ostacolò la sua nomina a  Flamine Diale, ma Cesare non cedette e lasciò Roma, cosicché, gli vennero confiscati tutti i beni, compresa la dote della moglie. Finì, però, per sposare Pompea, nipote di Silla, che ripudierà qualche anno dopo a seguito dello scandalo del fratello Clodio Pulcro, il quale si era furtivamente introdotto, travestito da donna, in un cerimonia religiosa, per sole  donne, in onore di Vesta.

“Sulla moglie di Cesare – disse – non deve essere esserci neppure il sospetto”.

Politicamente ricoprì tutte  le cariche: Flamine, Pontefice, Questore, Edile Curiale, Pontefice Massimo Pretore, Console e Triumviro, nel 60, insieme a Pompeo e Crasso e per rafforzarne legami,  fece sposare a Pompeo la figlia Giulia, ma, la morte  di questa, incrinò i rapporti fra i due.

Fra il 58 e il 51 conquistò le Gallie e nel 46 tornò definitivamente a Roma. Gli furono tributati quattro Trionfi, ma non celebrò quello su Pompeo, perché un romano non doveva mai celebrare  la vittoria su un altro romano.

Dotato di una intelligenza eccezionale, dimostrò di possedere altrettanta audacia, come quella di assumersi la totalità delle decisioni. Esempio, la decisione presa sul Rubicone… presa, come sempre, proprio da solo. Solitaria, veloce e strategica  Niente consiglieri influenti.  E Cesare  è grande stratega  e , come disse di lui Plinio il Vecchio: “…parlo solo dell’intelligenza, della rapidità del suo ingegno, veloce come il vento.”

Cesare aspirava alla Monarchia, ma non sul modello di quella di Roma, bensì sul modello ellenistico. Grande ammiratore ed estimatore di Alessandro, nella sua smisurata ambizione, sognava di emularlo. Sognava di conquistare la terra e diventarne il signore assoluto . Un progetto, però,  che travalica ogni ambizione: egli vuole il consenso popolare: la Vox populi, che lo riconosca come capo.

Egli già godeva  del consenso dei suoi soldati, che già gli riconoscevano suprema autorità; autorità quasi divina. Per discendenza divina.  Faceva risalire le proprie origini per parte della madre ad Anco Marzio e per parte di padre ad Ascanio, figlio di Enea, figlio di Venere.  Imperator! Così i soldati salutavano il loro capo e questo titolo gli attribuirà anche il Senato, quando ne otterrà i consensi.  Dopo ogni vittoria. Lo stesso titolo accordato nei Decreti per rivolgere suppliche agli Dei:  l’imperator che intercedendo presso gli Dei, concedeva benefici e  veniva innalzato sugli altri uomini.

Unico e solo!  In netto contrasto con le aspirazioni dei  repubblicani. Questi, invece, lo chiamavano “Tiranno” e consideravano intollerabile tanto potere nelle sue mani. Fino alla fine del III secolo a.C., uno  dei principi guida della Repubblica era stato quello di non concentrare troppo potere ed autorità nelle mani di un sola  persona,

A Cesare, però, interessava davvero il bene del popolo e voleva risollevare la plebe  dall’inerzia  e dalla povertà ed a tale scopo aveva dato inizio  a grandi opere pubbliche e  fondato colonie romane nei luoghi conquistati. Erano un po’ le idee repubblicane dei Gracchi che egli, pur appartenendo a famiglia nobile e di antica tradizione, aveva sempre sostenuto,  contro aristocrazia e Senato. Come allora, però, anche contro di lui  si levarono feroci opposizioni, sollecitate dal sospetto che  volesse ingraziarsi la plebe per farsi eleggere Re.

Si dedicò, dunque, ad una complessa opera di riforme  anche per controbilanciare la potenza di Pompeo ed appoggiò la Rivolta di Catilina. Durante il processo contro Catilina, pronunciò un discorso in cui sosteneva l’illegalità della pena di morte, proponendo invece  confisca dei beni  ed ergastolo, ossia detenzione  a vita, ma fu accusato di farne parte e per poco non finì giustiziato assieme ai congiurati, mentre Cicerone, che si era scagliato contro la congiura con la famosa Catilinaria, fu nominato “Padre della Patria.”

Dotato di un sicuro senso politico oltre che di insuperabili capacità militari,  Cesare mise in atto il suo progetto di conquiste.  Rivalità di Partiti, discordie tra  famiglie influenti, avevano scosso  la solidità della Repubblica; l’esempio di Silla, infine, insegnava che un capo militare appoggiato dall’esercito, poteva  diventare padrone di Roma. Cercò, dunque, ed ottenne il governo della Gallia  romana, con il preciso intento di conquistare l’intera regione.  Dotato anche di talento letterario, annoterà in un “diario”,  quelle sue imprese: il “De bello gallico” che ancora oggi si studia nelle scuole. Successi militari e successi letterari aumenteranno  il suo prestigio: militare e politico, ma gli guadagnarono la gelosia di Pompeo, rimasto a Roma.

Sia Cesare che Pompeo aspiravano agli stessi onori, ma  erano spinti da diverse aspirazioni e con una diversa concezione della politica: Pompeo, con una concezione repubblicana, che vedeva una alternanza di uomini al potere  e Cesare, invece, con una concezione monarchica che prevedeva  il potere nelle mani di un solo uomo, ma riconosciuto dal popolo e dagli Dei. E qui ricordiamo il discorso pronunciato  ai funerali della zia Giulia, in cui egli  si attribuiva la Maestà degli Dei da cui pretendeva di discendere. Inoltre, mentre Pompeo godeva dell’appoggio del Senato, Cesare godeva di quello dell’esercito.

Pompeo brigò molto contro di lui, riuscendo a mettergli contro il Senato, che gli tolse il governo della Gallia e gli ordinò lo scioglimento delle milizie ed un immediato ritorno a Roma. Cesare, come sappiamo, si rifiutò di ubbidire ed è qui che si inserisce l’episodio del Rubicone. Tornato in Italia con la XIII Legione, raggiunto il fiume Rubicone che segnava il confine della Repubblica e che non si poteva attraversare con le truppe, Cesare l’attraversò e puntò su Roma.  Pompeo fuggì in Grecia per preparare  un nuovo esercito, ma Cesare, rimesso ordine nel Senato, lo inseguì e sconfisse a  Farsalo. Pompeo cercò riparo in Egitto, ma Tolomeo, credendo di  fare cosa gradita a Cesare,  lo fece uccidere.

Tanto era ambizioso, però, quanto generoso, equilibrato e clemente.. Tornato a  Roma,  ne divenne l’unico arbitro  dei destini di tutti. Al  contrario dei predecessori e dei loro comportamenti, Cesare, incline al perdono, perdonò avversari ed oppositori,  molti dei quali richiamò dall’esilio  ed a cui affidò anche incarichi di prestigio. Un uomo equilibrato, Cesare, ma con nelle mani un potere a dismisura: la tribunicia potestas gli permetteva, con diritto di veto, di annullare i senato-consulti e, quindi, di eliminare ogni decisione  contraria alla propria.

Il Senato, però,  dice Dione Cassio, non solo non esercitò alcun controllo su di lui, ma ne rafforzò il potere con eccessive adulazioni e servili decreti.  Troppi decreti. Come quello, appena ricevuta la nomina di Imperator e Liberator, di estenderla ai suoi discendenti,  ponendo. così, le basi per una monarchia ereditaria.

La congiura delle Idi di marzo fu, dunque, una reazione per arrestare un processo che s’era messo in atto.  Congiura di stampo repubblicano, naturalmente. poiché gli innumerevoli onori riconosciuti all’Imperator,  dimostravano che in molti avevano già dimenticato i principi di quella democrazia.

Dictator perpetuus  fu l’ultimo titolo riconosciuto a Cesare. Troppo per  gli oppositori i quali tentarono di arrestarne la minaccia  con ventitrè pugnalate che spensero la vita di Cesare, ma  non impedirono ai suoi successori la creazione di un nuovo regime.

Anche nella morte, sono concordi i racconti, Cesare resta fedele a se stesso e al proprio  carattere: prima reazione è lo stupore, segue una strenua difesa e infine come disse Cassio, una dignitosa rassegnazione:

“Essendosi avvolto nella toga, si lasciò trafiggere dai pugnali. Questa è la versione più diffusa, tuttavia alcuni hanno aggiunto che alla vista di Bruto, che gli menava un gran fendente, gridò: anche tu, figlio mio?”

In molti si chiedono se Cesare si aspettasse quella morte. Pare non tenesse conto dei sogni premonitori della moglie, nè degli avvertimenti dell’indovino Spurinna , nè di altri segnali, come pare che avesse nella Fortuna una fede incondizionata.  Di certo non avrebbe voluto una morte come quella del suo idolo, Alessandro Magno, morto per un febbre malarica.

 

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Giorgio, Duca di Clarence

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Veramente insolita e beffarda fu la fine di Giorgio di Clarence, nobile inglese.

Siamo in Inghilterra, negli anni tra il 1455 e il 1485, nel bel mezzo di una dura e sanguinosa guerra dinastica combattuta tra due diversi rami della casa regnante,  i  Lancaster e gli York,  meglio conosciuta come la “Guerra delle Due Rose”, con riferimento agli stemmi delle due famiglie coinvolte: la seconda aveva per stemma una rosa rossa e la prima una rosa bianca.

Il contrasto dinastico, in verità,  si sarebbe anche potuto  ricomporre, ma,  la situazione del Paese in quel momento era assai  particolare e non si prestava  a progetti di pace: la “Guerra dei cento anni”  era appena conclusa… o quasi… e quel che ne seguì, fu una caccia  alle alleanze da parte di entrambe le casate.  Nobili e feudatari, pian  piano,  trasformarono le loro contese in vere militanze a favore di uno dei due  contendenti e ben presto il Regno  si trasformò in due acerrime ed opposte fazioni che, con alterne vicende, lo condussero ad una vera strage, sia sui campi di battaglia  che nelle prigioni di Stato.

All’inizio e per alcuni anni,  il Re, Edoardo IV  e suo fratello Giorgio,  Duca di Clarence, furono alleati. In seguito, però, dopo che Giorgio ebbe sposato Isabelle, figlia del potente conte  di Neville, avversario e nemico storico del Re,  il conte finì per schierarsi contro il fratello e combattere apertamente contro di lui.

Oltre che in campo politico e militare, il Duca attaccò il Re anche sul piano personale, conducendo contro di lui una campagna denigratoria, accusandolo di essere un bastardo e, dunque, di occupare abusivamente il trono.

Cogliendo il  crescente malcontento della nobiltà contro  il potere assoluto che Edoado IV aveva accentrato in sé, il conte  brigò contro di lui con un gruppo di  nobili e simpatizzanti per  entrare in possesso del trono.

La reazione del Re non si fece attendere. Dopo aver attaccato il gruppo di rivoltosi e vinto ogni loro resistenza, re Edoardo riuscì a catturare il fratello e farlo rinchiudere nella famigerata Torre di  Londra che, a quei tempi, voleva dire sicura condanna a morte. E la condanna a morte non tardò ad arrivare. Una morte insolita e crudele: fu fatto annegare in una botte di vino Malvasia.

Oltre al danno, anche la beffA

Giovanni Maria Visconti, Duca di Milano

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Paragonato  da Carlo Cattaneo a Nerone, Giovanni Maria, della famiglia Visconti, fu certamente uno dei despoti più crudeli e sanguinari della Storia.

Aveva solo quattordici anni  quando successe al padre, il Duca Galeazzo Visconti,  ma rivelò subito la sua natura cruenta  e sanguinaria. Di carattere patologicamente sospettoso,  Giovanni Maria si liberò presto di ogni contendente o avversario.  A cominciare dalla madre, Caterina, figlia di Barnabò Visconte, Signore di Milano, che del Ducato aveva assunto la Reggenza e che egli fece imprigionare e poi sopprimere.

Numerosi gli oppositori di cui si liberò, alla guida delle varie fazioni guidate da mercenari e Capitani di Ventura, tra cui prevalse il fedelissimo Facino Cane, individuo cinico e spietato, che riuscì a far leva sul suo carattere violento e farsi nominare Governatore del Ducato.

Esecutore materiale dei suoi numerosissimi delitti, fu un certo Giramo, detto Squarcia, perché faceva sbranare le vittime da ferocissimi mastini.   Appassionato di caccia,  Giovanni Maria, che traeva piacere e godimento dalla sofferenza inferta alle vittime,  non riuscendo più ad appagare la propria sadica natura attraverso la sofferenza degli animali, aveva fatto addestrare i suoi cani  dallo Squarcia, ad inseguire e sbranare uomini.  Inizialmente, per le sue battute di caccia umana,  si faceva consegnare  condannati dai tribunali di Milano, in seguito passò ad oppositori ed avversari.  Un fine orrenda che il Duca riservò a molte persone.  Finirono sbranati dai suoi mastini molte illustre personalità di Milano, tra cui parenti, amici e conoscenti. Una fine orrenda che il sadico Duca riservò anche a Pusterla, Signore di Monza ed a suo figlio  appena dodicenne.

Una fine non meno cruenta conobbero  anche alcuni popolani che avevano osato manifestare contro di lui a causa dalla fame e da precarie condizioni di vita e che furono barbaramente massacrati dalle sue soldatesche.

Un vero regime di terrore tenne, dunque, sotto assedio la città di Milano per diversi anni, fino al 16 maggio del 1412,  allorquando si sparse la voce della morte del feroce e potente Governatore,  il capitano di ventura Facino Cane. La notizia  fece da tacito segnale per tutti, nobili e popolani, ansiosi di vendetta e giustizia,  che non aspettavano altra occasione per insorgere contro il despota. Giovanni Maria Visconti all’epoca aveva solo  ventiquattro anni e morì quello stesso giorno, mentre stava recandosi a messa, sotto i colpi di pugnale dei congiurati che lo finirono sui gradini del sagrato della Chiesa.

Eliminato il despota, scomparso il suo fedelissimo sostenitore, non restava che l’esecutore materiale dei tanti misfatti, lo Squarcia,  il quale si era già dato prudentemente alla fuga.  Rintracciato in un casolare di campagna, il boia del Duca fu trascinato in città, fin sotto la sua casa e qui fu impiccato e il suo corpo  lasciato a penzolare per molti giorni.

Chi di spada ferisce, di spada perisce!

ELISABETTA TUDOR… di Sabrina Granotti

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Ascesa al trono dopo la morte della sorellastra Maria I La Cattolica (1558), Elisabetta I Tudor deliberò di confermare la Riforma Anglicana realizzata dal padre Enrico VIII, attirandosi così la scomunica da parte di papa Pio V. Decisa a dedicare l’intera esistenza alla propria corona, fu detta la Regina Vergine, poichè non si unì in matrimonio con nessun uomo, dichiarando di aver “sposato l’Inghilterra”.
Il re di Spagna Filippo II, vedovo di Maria la Cattolica, le propose le nozze, con il proposito di poter controllare la politica inglese; ella però rifiutò sdegnosamente, decisa piuttosto a sancire la supremazia britannica sui mari, proprio ai danni della rivale iberica. Iniziò così un’accesa rivalità, portata avanti con coraggio e determinazione dalla sovrana.
La partecipazione alle guerre di religione sempre su fronti contrapposti acuiva l’inimicizia tra i due Stati. Su tutti i mari i Corsari, pirati inglesi legalizzati dalla regina con il proposito di assestare duri colpi alle già provate finanze di Filippo II, depredavano i galeoni spagnoli carichi delle ricchezze prelevate dalle colonie dell’America meridionale; inoltre i Britannici erano da tempo abili commercianti e in questi anni fondarono le compagnie commerciali del Baltico, del Levante e delle Indie orientali. Nel 1548 venne fondata la prima colonia inglese nell’America settentrionale: la Virginia, il cui nome venne appunto ispirato dalla sovrana.
L’antagonismo religioso e le lotte sui mari fra le due potenze dovevano portarle ad uno scontro frontale; l’occasione si ebbe quando la regina di Scozia Maria Stuart dovette fuggire dal suo regno a causa di una rivoluzione religiosa guidata da John Knox; elle chiese asilo ad Elisabetta I, che era sua cugina, facendo sorgere un grave problema: l’adesione di Elisabetta I all’Anglicanesimo le aveva procurato la scomunica da parte di papa Pio V e i cattolici inglesi cominciarono a vedere nella cattolica Maria la “loro” regina. Di fronte alla minaccia di una guerra civile, Elisabetta preferì imprigionare e successivamente far decapitare la cugina. Filippo II assunse il pretesto dell’esecuzione di una sovrana cattolica per attaccare l’Inghilterra: egli allestì un’immensa flotta, denominata Invincibile Armata, che però non seppe tener fede al proprio nome. Sir Francis Drake (il capo dei Corsari che Elisabetta aveva coperto di onori), ormai ufficialmente al servizio della corona inglese, seppe frantumare la battaglia navale in tanti piccoli scontri, nei quali poteva sfruttare l’agilità delle navi da corsa, ben più maneggevoli dei mastodonti spagnoli; la flotta di Filippo II, già indebolita e colpita anche da una tempesta, fu annientata prima di raggiungere la Manica (1588). La potenza politicamente ed economicamente più avanzata trionfò così sul conservatorismo e l’arretratezza di un regime ormai superato dai tempi.
Elisabetta morì nel 1603 senza eredi; si concluse con lei la dinastia Tudor, ma l’Inghilterra ne usciva accresciuta sia dal punto di vista economico che da quello militare.
Tratto da Sabrina Granotti – “S.O.S. STORIA”, vol. 3

MITI NORDICI – SIF… la dea dai capelli d’oro

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Naturalmente  non è  il personaggio dal  linguaggio eccessivo, che abbiamo conosciuto attraverso  fumetti  e i giochi elettronici, .esageratamente  fiera, furiosa e bellicosa, accanto a quell’altro eroe altrettanto esagerato che è Thor. Di Thor, Sif è la bellisima moglie, la più bella fra le dee della mitologia nordica, famosa per la lunga  chioma, lucente come e più del sole  e dorata come le spighe di grano.

Lei, che la tradizione vuole anche nella funzione di Walchiria,  è venerata  quale dea della fertilità, dell’agricoltura e soprattutto delle messi  e così, tutti i miti di cui è intrecciata la sua leggenda, hanno relazione con la  fertilità della terra  e con il lavoro agricolo. Anche  il mito  principale, quello del  malvagio dio LOKI  che le taglia la fluenta chioma color del grano maturo,  simboleggia  un evento della Natura:la perdita del raccolto.  In Sif,  che bassorilievi e antiche stampe raffiguravano con in mano  spighe di grano e  fiori di papaveri, si venerava la  Signora delle messi e del raccolto.

 Figlia di Mandifari e Hreth, della stirpe degli Esy ,  e moglie di Thor,  Sif era non solo la più  bella tra le  divinità femminili della mitologia norrena, ma anche la più potente ed ecletica e le funzioni a lei attribuite era molteplici:  benefica Signora della fertilità e delle messi, possedeva anche capacità divinatorie  e qualità di combattente. La sua audacia, però  non  era alimentata da furia cieca,  né raggiungeva mai  la barbarie del tumulto sanguinoso. Si narra che più volte, in veste di walchiria,  avesse raccolto guerrieri morti di morte gloriosa, per trasportarli  nel Walhalla;  non tutti i guerrieri, bensì, quelli  dall’audacia riflessiva, che non usavano la forza bruta per vincere, ma solo il proprio valore,  il coraggio  e l’abilità  di combattimento

Sposò  in prime nozze  il gigante di ghiaccio   Orvandil,  da cui ebbe  un figlio:  Ull,  Signore  della Giustizia, che amava  trascorrere le giornate  tra le vette coperte di neve e di ghiaccio, dedicandosi alla caccia.

  Le  nozze  con  Thor, figlio di Odino, invece,  la resero  madre della Signora del Tempo,  Thurd, il  cui umore riempiva  il cielo di  nere nuvole gravide  oppure dell’azzuro sereno, come il colore dei suoi occhi,  e  di Móði, dalla forza straordinaria.  Queste seconde nozze,  le nozze con il Signore del tuono,  sancivano l’unione tra Cielo  e  Terra  e la  fecondazione della  Terra attraverso la  benifica  pioggia. Sif,  infatti  è il termine con cui si indicava la Terra  e Chioma  di  Sif,  era un  termine per indicare l’oro.

Affinità con la Cerere romana e la greca Demetra, dunque, per la trasfigurazione della propria natura  nell’agricoltura,  nella fertilità, nella prosperità, nella famiglia. Affinità  anche con  altre  divinità greche, quali l’altrettanto bella Afrodite greca, per bellezza e vanità,  una vanità semplice e tranquillia, che  si  accontentava di modesti abiti,  impreziositi solo  da una cintura d’oro e di pietre preziose. Vanità ben giustificata,  che le le veniva  dai capell,   vanto e orgoglio, bellissimi, biondi  e lucenti.  Fluenti sulle spalle fino alle caviglia, l’avvolgevano tutta come in un manto dorato e lei ne era gelosa, orgogliosa ed estremamente felice.

E sarà proprio  questa condizione di serena beatitudine a spingere il malvagio Loki, fratellastro di Thor, a realizzare uno di suoi  scherzi  pesanti  e  dispettosi. Accadde che un giorno,   egli la sorprese  placidamente addormentata  e ne approfittò per tagliarle gli splendidi capelli e  perfino vantarsene.

Quando la dea scoprì che la sua chioma era sparita e la bella testa era diventata come “terra arida punita dall ‘inverno che infuriava” , si lasciò prendere dallo sconforto e dalla disperazione e Thor, che andava così orgoglioso della chioma della bellissima sposa, montò su tutte le furie: tagliare quei capelli, simbolo di campi di grano maturo, era una offesa e un insulto alla natura stessa e, perdi più, il taglio dei capelli era un atto riservato alle adultere.
 
E proprio di questo la accusò Loki durante un banchetto a cui stavano partecipando molte delle divinità, asserendo di essere stato il suo amante. Il banchetto si trasformò ben presto in una grossa baruffa.Sicuro dell’innocenza della sua sposa, Simbolo e Protettrice della Famiglia, Thor si arrabbiò moltissimo e malmenò durmente il malvagio fratellastro minaccaindolo di morte se non avesse, non solo restituito a Sif la sua bella chioma, ma se non l’avesse resa ancora più splendente. Sollecitato dalle minacce e dal furore del dio delle Tempeste, Loki raggiunse il centro della terra dove viveva il grande mago Dvalin, del Popolo dei Nani e lo convinse a toglierlo da quell’impiccio. Devlin e gli altri nani si posero immediatamente al lavoro per creare un “capello magico”. e riuscirono a creare per Sif una chioma dallo splendore inimitabile, straordinario, più sfolgorante dello stesso bagliore del sole. E ci riuscirono proprio grazie al sole, di cui catturarono alcuni fili che resero sottili e morbidi, del tutto simili ai capelli della dea, ma pù lucidi e splendenti ancora. Lucidi e splendenti più dello stesso sole. Appena collocati sulla testa della dea, presero a crescere come fossero proprio i suoi capelli e tornarono ben presto a coprirle tutta la figura.
In verità, non era la prima volta che qualcuno accusa di infedeltà la bella Sif. Già Hárbarð, vecchio traghettatore, fastidioso e petulante, entrato in diverbio, subito trasformato il lite, con Thor di ritorno ad Asgard, ove era la dimora dgeli Dei, accusò la bella Sif di adulterio, vantandosi di esserne stato l’amante. In realtà, sotto le spoglie del vecchio dalla “barba grigia”, si nascondeva proprio Loki, geloso e un po’ sbruffone che,una volta ancora, scatenò la reazione di Thor.
Natura e fecondità, dunque, i ruoli e le funzioni di questa dea, il cui nome o appellativo è “relazione “, ma anche famiglia, matrimonio, serenità coniugale.Un potere di grande prestigio, come la Hera greca, che le viene dalla sua posizione di sposa e madre. Il matrimonio di Thor con Sif simboleggia e ricorda le Nozze Sacre tra Cielo e Terra, in cui si può ravvisare la presenza di questo culto presso i popoloi nordici fin dall’età del bronzo.
Chiamata anche con l’appellativo di SIBILLA, Sif, era una divinità che aveva con la Natura un rapporto singolare ed unico ed una particolare influenza sul Destino . A lei si rivolgevano gli uomini per avere consigli e cercare soluzioni in tempo di guerra offrendole forme di pane votivo
l fascio di spighe era il suo simbolo, ma anche l’oro, le pietre preziose, il bove e il cervo e soprattutto lo era il cigno, in cui la Dea amava trasformarsi

 

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