I RAGAZZI & LA SCUOLA -di Diego Licata

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In seconda elementare ebbe lo stesso insegnante della prima, il professor Augello, un bel uomo sui cinquantanni dallo aspetto distinto e fisicamente ben formato sui cento chili; ma quello che in Alberto s’impresse di più furono le mani, grandi, sempre pulite e i peli neri e folti che spiccavano dietro le sue dita.
Il fatto che Pina, la sorella di Alberto, lavorasse come persona di servizio dal fratello del professore non cambiava nulla nei suoi riguardi, poiché se aveva qualcosa da comprare, mandava Alberto come tutti gli altri durante la lezione; per i ragazzi era piacevole, poiché li sottraeva alla noia della lezione.
Una mattina appena entrati in classe, ordinò ad Alberto d’andare in un negozio del paese e farsi dare ciò che era stato ordinato da lui; Alberto eseguì l’azione come chiunque altro ragazzo prendendosi il suo tempo. Al ritorno entrò in classe e salì sulla cattedra, dove il professore correggeva i compiti.
Mentre gli stava accanto, la sinistra del professore prendeva il compito già marcato e la sua destra assegnava il punteggio a quello che emergeva dalla pila che gli stava di fronte; il primo fu dieci; il secondo zero, dieci il terzo e, nemmeno a farlo apposta, zero il quarto che era quello di Alberto.
Arrabbiatissimo, posò la colazione che gli avevano dato per portarla in classe al professore e andò a sedersi. Dopo qualche giorno, al solito orario: «Alberto va a prendere il pesce alla pescheria».
«No, non ci vado.»
Il silenzio fu quello che osservò Dante nel Limbo. Di nuovo la voce dell’insegnante: «Vai a prendere il pesce».
Alberto ancora una volta si rifiutò. Allora quello si alza e va al banco, dove quest’ultimo era seduto: «Ti … ho detto … vai … a … prendere … il … pesce».
Alberto non riuscì a completare il suo rifiuto perché gli arrivò un ceffone così forte che, nonostante la bellissima giornata di primavera, si vide girare intorno alla testa tutte le stelle del firmamento.
Nello stesso momento che la mano lo colpiva, aveva visto saltare il professore con un forte «Ah!». La scolaresca scoppiò a ridere nel vedere il professore correre verso l’infermeria.
Solo dopo notò l’ago che aveva infilato, come spesso fanno le sartine, sul bavero della giacca. Naturalmente non aspettò che l’insegnante ritornasse, prese la sua cartella e uscì dalla classe.
Fuori paese avevano aperto delle scuole per chi abitava in campagna; in quella che era situata in contrada «Fontana Amara», poiché non era la sua zona, lo rifiutarono mentre in quella chiamata «L’acqua Santa» lo accettarono.
Vi passò due piacevolissime settimane. C’era una giovane insegnante molto brava con i bambini che durante la ricreazione, nella verde campagna, li faceva divertire, tanto e giocava insieme con loro. Poi gli fu detto che il direttore aveva ordinato che ritornasse alla scuola comunale.
A parte quest’abuso di autorità, che allora era insito nella vita siciliana, Alberto conservò un piacevole ricordo perché malgrado quest’abuso di potere era un gentiluomo.
Quando Alberto frequentava la quarta elementare, gli insegnanti erano molto soddisfatti del suo progresso e lo fecero sapere a sua madre, dicendo che sarebbe stato un peccato non farlo continuare a studiare. Questo era più facile a dirsi che a farsi, anche se ora le condizioni non erano così disagiate come una volta; Lilla e Pina lavoravano come personale di servizio e la madre aveva trovato lavoro nella mensa della scuola comunale. Non c’era modo in cui la sua famiglia potesse affrontare le spese necessarie per farlo proseguire negli studi.
Qualcuno suggerì di andare a parlare con una certa signora ricca e pia che era molto generosa e rispettata dagli ordini religiosi; bastava una sua raccomandazione ad aprire le porte dei collegi. Questa, appena seppe del ragazzo che andava a messa e che voleva farsi prete, si mise in contatto con diversi conventi.
La risposta non si fece attendere, ma sebbene fosse affermativa, c’era un grosso ostacolo; doveva entrare in collegio al principio del nuovo anno scolastico altrimenti si sarebbe trovato un anno indietro e non l’avrebbero preso.
Pina, che lavorava dal fratello del professor Augello, ed era ben voluta dalle due famiglie, spiegò la situazione al professore, il quale ordinò a quella maestrina, che era stata per due settimane l’insegnante di Alberto in campagna, di prepararlo durante l’estate per sostenere gli esami di quinta a settembre, naturalmente senza essere pagata.

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I RAGAZZI & LA SCUOLA – di Sabrina Granotti

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La Storia, prima Maestra di vita. Insegnandola ai ragazzi, ritengo sia importante porre l’accento su come i fenomeni non nascano “per caso”, bensì si sviluppino progressivamente da una catena di eventi, in stretta relazione tra loro. Per esempio, l’antisemitismo nazista trovò terreno fertile perchè nel mondo tedesco vigevano da secoli odio e pregiudizi nei confronti degli Ebrei. Allo stesso modo, in un periodo di tempo più ristretto, le grandi tragedie avvengono secondo un “crescendo” di sopraffazione e violenze. Osserviamo quindi come avvenne il cammino che condusse alla realizzazione della Shoah.
Hitler aveva teorizzato nella sua opera di diffusione dell’ideologia nazista, il Mein Kampf, il sistematico stermino del popolo ebraico. Raccogliendo il retaggio di un antico e radicato antisemitismo, da secoli presente in Europa, il Führer aveva rivolto contro gli Ebrei la strategia del capro espiatorio, incolpandoli di aver causato, con il loro tradimento, la sconfitta della Germania durante la prima guerra mondiale. Una volta salito al potere, Hitler aveva immediatamente attuato discriminazioni e persecuzioni ai danni degli Ebrei; innanzitutto aveva emanato le Leggi razziali avvalendosi della collaborazione di Alfred Rosenberg: gli Ebrei vennero emarginati dalla vita politica, economica e sociale della Germania nazista e costretti a vivere nei ghetti (quartieri a loro riservati). Nel 1938 i nazisti scatenarono la Notte dei cristalli, distruggendo negozi, sinagoghe e massacrando moltissime persone; fu l’inizio delle deportazioni di massa nei Lager, i campi di concentramento in cui si realizzò la Shoah, ovvero la distruzione sistematica della dignità, della personalità ed infine della vita stessa di circa sei milioni di Ebrei.
Con lo scoppio del secondo conflitto mondiale la condizione ebraica si aggravò ulteriormente: l’invasione della Polonia e di altre nazioni europee diede agio a Hitler di accanirsi anche sugli Ebrei che vivevano in quei Paesi. Le deportazioni aumentarono esponenzialmente: i prigionieri venivano ammassati nei Lager di Auschwitz, Buchenwald, Mathausen, Dachau ed altre località passate tragicamente alla storia. Solo la caduta del regime nazista consentì la scoperta degli orrori perpetrati, che si accentuarono dopo le prime sconfitte subite dalla Germania: Hitler ordinò infatti l’avvio della soluzione finale, ovvero della cancellazione totale della stirpe ebraica, che solo l’invasione da parte degli Alleati poté arrestare.
Tratto da Sabrina Granotti – “S.O.S. STORIA”, vol 5

“I RAGAZZI e la SCUOLA – LA SCUOLA ITALIANA” di SABRINA GRANOTTI

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Una scuola, quella italiana, sempre più in bianco e nero. Oggi voglio raccontarvi una storia vera. Sta accadendo adesso, in questi giorni. Anzi, si sta protraendo. Solo il nome del protagonista è di fantasia.

Luca ha 11 anni e un tumore al cervello, che lo rende disabile in modo grave; non è in grado di articolare il linguaggio in modo adeguato, parla come un bimbo molto piccolo, si stenta a comprenderlo. Il deficit cognitivo è purtroppo molto rilevante. Tuttavia all’anagrafe ha 11 anni, quindi deve frequentare la prima media. Va benissimo, tutti siamo favorevoli all’inclusione; peccato però che ad oggi, novembre iniziato, Luca non abbia ancora un insegnante di sostegno. Gli insegnanti curriculari fanno del loro meglio per assisterlo, ma hanno da badare a una classe intera; per Luca occorrono attività commisurate alle sue possibilità di apprendimento, gestite da un apposito professionista che possa occuparsi esclusivamente di lui. Questo non avviene. Ecco come la parola “inclusione” diventa un’ipocrita presa in giro che riempie la bocca dei soliti maledetti burocrati. Luca si sente solo, piange perchè rivorrebbe la sua maestra di sostegno delle elementari, che naturalmente insegna nella sua ex scuola; un’altra non gliel’hanno ancora concessa, sebbene ne avrebbe tutti i diritti. Ma i suoi diritti vengono ignorati e calpestati; il ragazzino passa sei ore al giorno a fare nulla, ad annoiarsi, a manifestare a tratti il proprio disagio, talvolta è irrequieto, altrimenti fissa il muro, non potendo partecipare attivamente alle lezioni, per lui troppo complicate.
Appellarsi al Dirigente non sortisce alcun effetto: “Qualcuno prima o poi manderanno”, risponde a una professoressa che espone il problema, sinceramente preoccupata per il suo alunno. Sarebbe come dire: “Non rompa le scatole a me, che devo fare bella figura elaborando un bel Piano Triennale dell’Offerta Formativa, ricco di progetti che mi fanno fare bella figura e gettano fumo negli occhi ai genitori. Ci mancherebbe che dovessi occuparmi anche dei problemi reali!”
Il Provveditorato agli Studi assume esclusivamente dal girone dantesco degli Ignavi, sapete, quelli che non li vuole nemmeno Satana per quanto sono indolenti. Preferisce destinarli a quegli uffici.
E Luca? Per adesso sta ancora fissando il muro, con il magone e la nostalgia della sua vecchia maestra. Ora, con l’avvento della Buona Scuola, una maestra non ce l’ha più.

“I RAGAZZI e la SCUOLA – La Scuola di oggi…di LIA JONESCU”

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“LA  SCUOLA  OGGI”   di   LIA  JONESCU
 Da diversi anni do ripetizioni ai ragazzi delle Scuole Medie e delle Superiori, i miei capelli sono diventati bianchi e di gioventù ne ho vista tanta e ho visto anche tante realtà. Ho visto cambiare la scuola, i metodi e i libri; ho visto cambiare gli insegnanti , gli allievi e le famiglie ed anche i rapporti tra gli allievi e il corpo docente e viceversa e tra genitori ed insegnanti. Prima di essere un’ insegnante sono stata una allieva in anni di riscossa e cambiamento..È vero allora la Scuola era un ambiente chiuso e a volte repressivo, io parlo delle scuole pubbliche, quelle private oltre ad essere privilegiate per i servizi erano frequentate da ragazzi già inquadrati venendo da famiglie agiate, ma non per questo migliori. La scuola pubblica doveva essere più severa per la promiscuità , e gli insegnanti, quasi tutti trapiantati dal Sud, meno aperti alla discussione e alla progettualità, gli alunni accennavano ad una ribellione ma lo studio comunque si portava avanti.
Forse per una forma di rispetto che oggi è piuttosto difficile trovare, e purtroppo non solo nella scuola, portava ad atteggiamenti meno liberi che aiutavano, però, anche a livello disciplinare.
Dagli anni 70 si aprono nelle scuole attività impensabili fino a pochi anni prima, ad esempio i Laboratori Didattici chiaramente a discrezione del preside o direttore dell’ Istituto, sotto il patrocinio del Provveditorato agli Studi.
Ecco, questo uscire dagli schemi rigidi e coinvolgere i ragazzi in attività, sempre culturali ed educative, ma al di fuori di regole suscitava nei giovani desiderio di conoscenza e di autonomia.
La nostra cara amica Maria Pace mi ha fornito le foto dei suoi ragazzi coinvolti in un Laboratorio Didattico riguardante l’ Egitto e il Medioevo.
img_5212     Sala delSarcofago della tomba della regina Nefertari
IMG_7057 Studio sulla vita di corte -Italia del’400
IMG_6527 Una delle numerose classi partecipanti al LABORATORIO DIDATTICO
Gli stessi si sono improvvisati disegnatori, architetti, ricostruendo tombe e ville e studiando nel particolare una Storia che forse limitata al libro non avrebbe suscitato un così forte interesse. Purtroppo le migliori iniziative sono andate scemando negli anni. Diamo la colpa alla crisi e in parte è vero; mancano i soldi e spesso i presidi devono contare esclusivamente sul budget scolastico…li dove possibile.
Di contro i ragazzi sono presi da altri interessi… più di tutti, Internet che se usata nel giusto modo e con la supervisione di un adulto, potrebbe essere un ottimo motore di conoscenza. Alcune scuole se ne giovano altre hanno i mezzi ma manca la capacita di usarli. Seguire i ragazzi capillarmente vuol dire affrontare delle realtà meno emergenti in una classe.
Un’altra realtà che spesso può diventare un problema è la mancanza di fiducia tra insegnanti e genitori e viceversa. I genitori sono sempre più propensi a lasciare l’educazione dei figli nelle mani degli insegnanti e questi sempre più protesi a dare colpe alle famiglie. In medio est virtus…..saggia frase. L’ educazione parlo anche di Etica dovrebbe essere compito della famiglia e gli insegnanti a loro volta dovrebbero, oltre che suscitare interesse nello studio, colmare le lacune e svegliare l’attenzione dei ragazzi. Ho visto personalmente menti ottuse, all’apparenza, svegliarsi e trasformarsi diventando attente osservatrice e ancor più aperte ed entusiaste. Molte scuole hanno a disposizioni mezzi e personale addetti alla divulgazione come si diceva di Internet, ma più semplicemente, diapositive letture al di fuori di testi scontati basterebbe anche più amore e passione . Coinvolgere i ragazzi in un lavoro li fa sentire partecipi di un progetto comune e quindi si entusiasmeranno nel sentirsi utili e attivi e questo li farà migliorare anche nelle altre discipline. Ma anche le famiglie dovrebbero esser più attente essere presenti e non opprimenti, osservare ogni aspetto del proprio figlio e non dare a priori la colpa agli insegnanti o agli stessi ragazzi. Uno dei miei ragazzi è stato male e non ha frequentato per due giorni… ha chiesto i compiti ai compagni…  “Non mi rispondono ” mi dice. Controllo il telefonino e trovo questo messaggio ciclostilato. ” AO me manni i compiti ” …  Io non ci ho visto più.. Scritto in dialetto senza un per piacere e un grazie. Chiaramente mi sono risentita, lui si è mortificato  e la madre rideva…  Forse bisognerà rieducare anche le famiglie….
continueremo nei prossimi giorni.

“I RAGAZZI e la SCUOLA… Dal diario di una studentessa dell’Antico Egitto” DI MARIA PACE

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Mi ritrovai a consumare il tempo copiando e ricopiando massime moralistiche che avevano un triplice scopo: farci apprendere l’uso della scrittura, temprare il nostro carattere e assicurare al Tempio cospicui guadagni dalla loro vendita.
“Raddoppia il pane che dai a tua madre.
Essa ebbe gran carico in te e non ti lasciò ad altri.”
“Non parlare contro nessuno, grande e piccolo.
E’ un abominio per il tuo Ka.”
Queste ed altre massime, scrivevamo su tavolette di legno e ceramica, intingendo la penna nell’inchiostro con diligenza. Insegnamenti antichi di Saggi e Sapienti, seguendo i quali, ogni uomo poteva avvicinarsi un po’ di più alla perfezione ed alla verità divina. Ben presto fummo pronte ad usare fogli di papiro; legno e ceramica erano serviti per gli esercizi dei primi tempi e servivano ancora per la brutta.
Benché le sponde del Nilo fossero ricche di questa vegetazione, e anche il Santuario ne avesse nei suoi stagni, la carta pronta all’uso era un bene prezioso da non sciupare. Ad utilizzarla erano in pochi; sacerdoti, scribi, allievi di scuole di grado superiore e, naturalmente, il Faraone e la corte. Per la stessa ragione, i rotoli erano utilizzati più volte e su entrambe le facciate.
Scrivere su un foglio di papiro non era particolarmente difficile, ma le prime volte incontrammo tutte qualche difficoltà. Secondo le regole, i Testi Sacri andavano scritti in verticale e da destra verso sinistra; imbrattare d’inchiostro il foglio e renderlo inutilizzabile se vi si poggiava la mano invece di tenerla accortamente sollevata, non era cosa rara. Occorreva aver fatto buona pratica sulle tavolette di legno se non si voleva rovinare un foglio di papiro.
Nofret non faceva che lamentarsi delle mani sporche d’inchiostro e
manifestava la sua preferenza per fusi e telai, ma non tutte erano così disadatte a tenere una penna in mano. Shannaz riusciva a scrivere anche quattordici segni per volta, quando invece alle altre occorreva intingere più volte la penna nell’inchiostro per tracciare lo stesso numero di segni.
Scrivere era bello. Affidare a un pezzo di pietra, tavola o papiro un messaggio che vagabondava nella mente, era magico.
La Scrittura! Nuove sensazioni erano maturate pian piano dentro di me con la scoperta della scrittura. Il suono che diventava figura viva, il grido che usciva dal silenzio, il mistero che diventava conoscenza, esaltavano il mio spirito. Mi pareva di averli avuti dentro di me da sempre, quei segni. Nascosti, inconsapevoli, sopiti. Improvvisamente, li “sentivo” diventare “cosa viva”,come partoriti da un grembo fecondo.
I medu neter, che Thot aveva donato all’uomo per consentirgli di elevarsi, erano come spiritelli che prendevano vita staccandosi dal foglio di papiro e penetrando dentro di me. Un’altra sensazione, giorno dopo giorno, stillando nel cervello quelle massime, si fece strada guizzando dal profondo dello spirito: la consapevolezza dell’essere donna e dell’essere Colei che dà la Vita.
Compresi la saggezza delle mie educatrici che agivano non solo per la completezza del mio spirito, ma anche e soprattutto, per la salvezza della mia vita ultraterrena.
Una sola svista, spiegavano le nostre sebau, un solo errore, nel copiare quelle formule magiche, avrebbe causato danno a chi ne avesse fatto uso: ai defunti, ad esempio, che dovevano servirsene per allontanare insidie e pericoli e per convincere i Guardiani delle sette Arrit ad aprire loro le porte della Duat.
Ogni anima defunta deve conoscere alla perfezione, una ad una, le parole di quelle formule se non vuol correre il rischio di restare per l’eternità prigioniera in un mondo di tenebre.
Per questo cercavo di curare al massimo la forma di ognuno dei segni; anche dei più semplici. Né dimenticavo i determinativi posti alla fine della frase, solo perché quei segni non erano letti. Erano utili invece perché, aiutavano a chiarire il significato.. Erano importanti soprattutto per le formule e gli incantesimi riportati dai Testi funerari. E tutti conoscono l’importanza di questi
Testi, necessari ai defunti per arrivare incolumi e ben forniti di magia al Tribunale di Osiride e dei Quarantadue.
Il Libro della Am-Duat, il Libro delle Porte, il Libro delle Caverne ed altri ancora, dovevano essere per il defunto come la carta nautica per il marinaio: esatta e senza errori.
Per questo le nostre educatrici erano assai severe e volevano che i rotoli di papiro del Santuario fossero corretti e perfetti. Non come quelli che si vendevano nelle tante bottegucce di scrittura che spuntavano intorno a Templi e Santuari come i pivieri nella stagione dell’inondazione, pieni di errori e sviste. A redigerli, erano scribi ignoranti e senza timor di Dio; gente indifferente alla sorte dei poveri defunti che n’avrebbero fatto uso. Privi di scrupoli e desiderosi solo di guadagni, non li copiavano dai rotoli custoditi
nelle giare o in altri contenitori, ma direttamente da pitture parietali. Svogliati e distratti, finivano per cambiare la disposizione dei segni o per commettere altri errori. Qualcuno arrivava perfino a saltare parole e frasi intere.
Era pur vero che quei filatteri erano destinati ai pellegrini più poveri che affollavano i cortili dei luoghi sacri e costavano poco, ma ero certa che, se quella gente avesse saputo ciò che stava comprando, si sarebbe mostrata più accorta.
Tutta colpa dell’ignoranza! Sono fermamente convinta che i mali che affliggono l’uomo, abbiano radici ben conficcate nell’ignoranza e nella cattiva volontà.
 
(continua)
 
brano tratto da “A G A R” romanzo storico-biblico

 

“SCUOLA & RAGAZZI – Dialogo col padre” di Elena Tolve

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«La prima immagine che si presenta alla mia mente» disse mio padre «è quella del maestro con una lunga bacchetta in mano. La disciplina era di tipo militare. Gli alunni erano molto educati, si rivolgevano agli insegnanti con grande rispetto. Se qualche ragazzo chiacchierava, dava fastidio o, quando veniva interrogato, dimostrava di non aver studiato, l’insegnante con la bacchetta lo frustava sulle gambe fino a farlo sanguinare. La cattedra era sistemata su una pedana che serviva per riconoscere la superiorità del docente. L’insegnamento era sempre impartito con durezza e condito spesso, anche questo, con percosse. Si curava molto la calligrafia, si esercitava la memoria. Ci riempivano la testa di nozioni, spesso per noi senza significato che, dopo tantissimi anni, ancora mi ronzano nella mente come un ritornello. Eravamo davvero considerati dei “vasi da riempire più che dei focolari da accendere”. Non c’era dialogo necessario per suscitare la passione della ricerca, la capacità di giudizio, il desiderio di costruire qualcosa di positivo». «Ma anche oggi è così» lo interruppi. «Non sono cambiati i metodi educativi: si usa ancora la bacchetta nelle scuole e si imparano tante nozioni a memoria». «La giornata scolastica, ricordo, aveva inizio con la preghiera e la memorizzazione di formule difficili del catechismo… Un giorno un ragazzo un po’ spiritoso fece sottovoce la parodia del Padre nostro: “…liberaci dall’ira del maestro e dalle tabelline del sette e dell’otto, ché proprio non riesco a impararle a memoria”. E giù una risata generale. L’insegnante riuscì a sentire. “Maleducato! Vieni qui, vicino alla cattedra” ordinò e, dopo avergli somministrato una buona dose di bacchettate, aggiunse in tono adirato: “E ora vai dietro la lavagna, inginocchiati su questi ceci e chiedi perdono al Signore per la tua irriverenza! Dovrai restare lì, sui ceci, per due ore”». «Ma questo è sadismo! Purtroppo ancora oggi si verificano simili fatti vergognosi…I bambini non dovrebbero essere maltrattati così» dissi con amarezza «E la cosa peggiore era che i genitori non si ribellavano, anzi… Bisognava stare attenti a non riferirgli niente: concedevano agli insegnanti il permesso di punire i loro figli e gli davano sempre ragione. “Mazza e panelle fanno i figli belli”; “pane e senza mazza fanno i figli pazzi” dicevano. Ma ti garantisco che le panelle erano poche e la mazza molto lunga. Se venivano a conoscenza di qualche marachella dei loro figli, a casa c’era da avere il resto». «E poi, dopo la preghiera e il catechismo, che cosa si faceva?» chiesi con grande curiosità. «Il secondo momento della giornata era costituito dalla “rivista”. Con questo termine si intendeva il controllo della pulizia personale. Tutti i bambini poggiavano le mani sui banchi e il capoclasse aveva il compito di verificare se le unghie erano tagliate e ben pulite. Lo stesso controllo avveniva per le orecchie. Nell’aria regnava un grande silenzio, foriero di tempesta: c’era sempre qualche ragazzo che aveva trascurato la pulizia personale e, allora, giù botte da orbi. Bastonare i ragazzi sembrava l’attività preferita dai docenti. Spesso in questa gratificante mansione si facevano aiutare dal capoclasse».

“SCUOLA & RAGAZZI -Chi vince tra nonno e nipote?” di Diego Licata

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Una sfida senza quartieri fatta da ammicchi, leggere carezze e baci; da boccucce aperte e occhi lucenti rivolti a quella testa canuta, a quella bocca dalla quale le parole che escono sembrano legate da un filo d’oro che unisce i due esseri e li trasporta in altri mondi, lontani, incantati e pieni di favole.                                            Volete sapere chi vince tra quei due? Si! È l’amore, quello senza richieste, senza altre attese.

Un libro che parla questo linguaggio “I racconti di nonno Alfonso”. Edito da youcanprint 2015. Disponibile dall’editore e dalle edicole telematiche associate all’editore.