I dodici Cesari – CAIO GIULIO CESARE

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In quanti hanno scritto di Caio Giulio Cesare? Quanti libri, saggi, romanzi, biografie, tragedie, commedie ed altro?  Non farò il suo ritratto dettagliato, mi limiterò a riportare le mie impressioni e qualche cenno biografico e storico.

Chi era Caio Giulio Cesare? Un grande protagonista della storia con una sfrenata bramosia di onori e ricchezze e un ego gigantesco. Basta citare un esempio: catturato dai pirati, al riscatto di 20 talenti ne aggiunse  altri 30, perchè, disse, ne valeva di più, ma promise che li avrebbe catturati e giustiziati. E mantenne la parola.

Dinamico nelle decisioni e precoce nello sviluppo,  consumò le tappe con sorprendente rapidità.  A soli  sedici anni sposò Cossunzia,  l’anno successivo, a diciassette, divenne Flamine, ossia Sacerdote di Giove, carica assai prestigiosa.  Sempre in quell’anno ripudiò Cossunzia e sposò Cornelia, figlia di Cornelio Cinna, dalla quale ebbe Giulia, l’unica figlia.  Silla, che voleva che divorziasse da Cornelia per sposare la nipote,  ostacolò la sua nomina a  Flamine Diale, ma Cesare non cedette e lasciò Roma, cosicché, gli vennero confiscati tutti i beni, compresa la dote della moglie. Finì, però, per sposare Pompea, nipote di Silla, che ripudierà qualche anno dopo a seguito dello scandalo del fratello Clodio Pulcro, il quale si era furtivamente introdotto, travestito da donna, in un cerimonia religiosa, per sole  donne, in onore di Vesta.

“Sulla moglie di Cesare – disse – non deve essere esserci neppure il sospetto”.

Politicamente ricoprì tutte  le cariche: Flamine, Pontefice, Questore, Edile Curiale, Pontefice Massimo Pretore, Console e Triumviro, nel 60, insieme a Pompeo e Crasso e per rafforzarne legami,  fece sposare a Pompeo la figlia Giulia, ma, la morte  di questa, incrinò i rapporti fra i due.

Fra il 58 e il 51 conquistò le Gallie e nel 46 tornò definitivamente a Roma. Gli furono tributati quattro Trionfi, ma non celebrò quello su Pompeo, perché un romano non doveva mai celebrare  la vittoria su un altro romano.

Dotato di una intelligenza eccezionale, dimostrò di possedere altrettanta audacia, come quella di assumersi la totalità delle decisioni. Esempio, la decisione presa sul Rubicone… presa, come sempre, proprio da solo. Solitaria, veloce e strategica  Niente consiglieri influenti.  E Cesare  è grande stratega  e , come disse di lui Plinio il Vecchio: “…parlo solo dell’intelligenza, della rapidità del suo ingegno, veloce come il vento.”

Cesare aspirava alla Monarchia, ma non sul modello di quella di Roma, bensì sul modello ellenistico. Grande ammiratore ed estimatore di Alessandro, nella sua smisurata ambizione, sognava di emularlo. Sognava di conquistare la terra e diventarne il signore assoluto . Un progetto, però,  che travalica ogni ambizione: egli vuole il consenso popolare: la Vox populi, che lo riconosca come capo.

Egli già godeva  del consenso dei suoi soldati, che già gli riconoscevano suprema autorità; autorità quasi divina. Per discendenza divina.  Faceva risalire le proprie origini per parte della madre ad Anco Marzio e per parte di padre ad Ascanio, figlio di Enea, figlio di Venere.  Imperator! Così i soldati salutavano il loro capo e questo titolo gli attribuirà anche il Senato, quando ne otterrà i consensi.  Dopo ogni vittoria. Lo stesso titolo accordato nei Decreti per rivolgere suppliche agli Dei:  l’imperator che intercedendo presso gli Dei, concedeva benefici e  veniva innalzato sugli altri uomini.

Unico e solo!  In netto contrasto con le aspirazioni dei  repubblicani. Questi, invece, lo chiamavano “Tiranno” e consideravano intollerabile tanto potere nelle sue mani. Fino alla fine del III secolo a.C., uno  dei principi guida della Repubblica era stato quello di non concentrare troppo potere ed autorità nelle mani di un sola  persona,

A Cesare, però, interessava davvero il bene del popolo e voleva risollevare la plebe  dall’inerzia  e dalla povertà ed a tale scopo aveva dato inizio  a grandi opere pubbliche e  fondato colonie romane nei luoghi conquistati. Erano un po’ le idee repubblicane dei Gracchi che egli, pur appartenendo a famiglia nobile e di antica tradizione, aveva sempre sostenuto,  contro aristocrazia e Senato. Come allora, però, anche contro di lui  si levarono feroci opposizioni, sollecitate dal sospetto che  volesse ingraziarsi la plebe per farsi eleggere Re.

Si dedicò, dunque, ad una complessa opera di riforme  anche per controbilanciare la potenza di Pompeo ed appoggiò la Rivolta di Catilina. Durante il processo contro Catilina, pronunciò un discorso in cui sosteneva l’illegalità della pena di morte, proponendo invece  confisca dei beni  ed ergastolo, ossia detenzione  a vita, ma fu accusato di farne parte e per poco non finì giustiziato assieme ai congiurati, mentre Cicerone, che si era scagliato contro la congiura con la famosa Catilinaria, fu nominato “Padre della Patria.”

Dotato di un sicuro senso politico oltre che di insuperabili capacità militari,  Cesare mise in atto il suo progetto di conquiste.  Rivalità di Partiti, discordie tra  famiglie influenti, avevano scosso  la solidità della Repubblica; l’esempio di Silla, infine, insegnava che un capo militare appoggiato dall’esercito, poteva  diventare padrone di Roma. Cercò, dunque, ed ottenne il governo della Gallia  romana, con il preciso intento di conquistare l’intera regione.  Dotato anche di talento letterario, annoterà in un “diario”,  quelle sue imprese: il “De bello gallico” che ancora oggi si studia nelle scuole. Successi militari e successi letterari aumenteranno  il suo prestigio: militare e politico, ma gli guadagnarono la gelosia di Pompeo, rimasto a Roma.

Sia Cesare che Pompeo aspiravano agli stessi onori, ma  erano spinti da diverse aspirazioni e con una diversa concezione della politica: Pompeo, con una concezione repubblicana, che vedeva una alternanza di uomini al potere  e Cesare, invece, con una concezione monarchica che prevedeva  il potere nelle mani di un solo uomo, ma riconosciuto dal popolo e dagli Dei. E qui ricordiamo il discorso pronunciato  ai funerali della zia Giulia, in cui egli  si attribuiva la Maestà degli Dei da cui pretendeva di discendere. Inoltre, mentre Pompeo godeva dell’appoggio del Senato, Cesare godeva di quello dell’esercito.

Pompeo brigò molto contro di lui, riuscendo a mettergli contro il Senato, che gli tolse il governo della Gallia e gli ordinò lo scioglimento delle milizie ed un immediato ritorno a Roma. Cesare, come sappiamo, si rifiutò di ubbidire ed è qui che si inserisce l’episodio del Rubicone. Tornato in Italia con la XIII Legione, raggiunto il fiume Rubicone che segnava il confine della Repubblica e che non si poteva attraversare con le truppe, Cesare l’attraversò e puntò su Roma.  Pompeo fuggì in Grecia per preparare  un nuovo esercito, ma Cesare, rimesso ordine nel Senato, lo inseguì e sconfisse a  Farsalo. Pompeo cercò riparo in Egitto, ma Tolomeo, credendo di  fare cosa gradita a Cesare,  lo fece uccidere.

Tanto era ambizioso, però, quanto generoso, equilibrato e clemente.. Tornato a  Roma,  ne divenne l’unico arbitro  dei destini di tutti. Al  contrario dei predecessori e dei loro comportamenti, Cesare, incline al perdono, perdonò avversari ed oppositori,  molti dei quali richiamò dall’esilio  ed a cui affidò anche incarichi di prestigio. Un uomo equilibrato, Cesare, ma con nelle mani un potere a dismisura: la tribunicia potestas gli permetteva, con diritto di veto, di annullare i senato-consulti e, quindi, di eliminare ogni decisione  contraria alla propria.

Il Senato, però,  dice Dione Cassio, non solo non esercitò alcun controllo su di lui, ma ne rafforzò il potere con eccessive adulazioni e servili decreti.  Troppi decreti. Come quello, appena ricevuta la nomina di Imperator e Liberator, di estenderla ai suoi discendenti,  ponendo. così, le basi per una monarchia ereditaria.

La congiura delle Idi di marzo fu, dunque, una reazione per arrestare un processo che s’era messo in atto.  Congiura di stampo repubblicano, naturalmente. poiché gli innumerevoli onori riconosciuti all’Imperator,  dimostravano che in molti avevano già dimenticato i principi di quella democrazia.

Dictator perpetuus  fu l’ultimo titolo riconosciuto a Cesare. Troppo per  gli oppositori i quali tentarono di arrestarne la minaccia  con ventitrè pugnalate che spensero la vita di Cesare, ma  non impedirono ai suoi successori la creazione di un nuovo regime.

Anche nella morte, sono concordi i racconti, Cesare resta fedele a se stesso e al proprio  carattere: prima reazione è lo stupore, segue una strenua difesa e infine come disse Cassio, una dignitosa rassegnazione:

“Essendosi avvolto nella toga, si lasciò trafiggere dai pugnali. Questa è la versione più diffusa, tuttavia alcuni hanno aggiunto che alla vista di Bruto, che gli menava un gran fendente, gridò: anche tu, figlio mio?”

In molti si chiedono se Cesare si aspettasse quella morte. Pare non tenesse conto dei sogni premonitori della moglie, nè degli avvertimenti dell’indovino Spurinna , nè di altri segnali, come pare che avesse nella Fortuna una fede incondizionata.  Di certo non avrebbe voluto una morte come quella del suo idolo, Alessandro Magno, morto per un febbre malarica.

 

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I MONACI-GUERRIERI

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Dopo la prima Crociata e cioè, la conquista dei Luoghi Sacri, apparve subito chiaro a tutti che l’impresa non era conclusa, ma appena iniziata. Si trattava, ora, di difendere quella conquista. Appelli e richieste d’aiuto e rinforzi, partirono numerose  da Gerusalemme  e le spedizioni in Terra Santa si moltiplicarono immediatamente. Si può dire, anzi, che furono così numerose, benchè, ufficialmente, i libri di Storia ne riconoscano solo sei o sette, che si trattò di un’unica lunghissima Crociata.

A rispondere a questi appelli i primi furono i Genovesi, già nel 1097; seguirono i Pisani.  Il loro apporto fu estremamente importante: oltre alle operazioni militari, infatti, si occuparono anche di rifornimenti di viveri e legname. Più tardi arrivarono anche i Veneziani, i cui interessi economici, però, erano concentrati soprattutto in Egitto, Siria e Bisanzio.

Nelle città conquistate sorsero quartieri occidentali che divennero ben presto centri di attività economiche, commerciali e di trasporto. Soprattutto il trasporto dei pellegrini, dall’afflusso incessante, che, in qualche modo bisognava guidare e proteggere. Gli appelli, dunque, per  ottenere aiuti e rinforzi, divennero sempre più numerosi e pressanti. Questo, sia perché i protagonisti di quella prima spedizione,  i grandi guerrieri-crociati, andavano sempre più assottigliando di numero per cause varie, sia perché , l’impresa aveva bisogno di nuove risorse.

Fu posta in atto una grande propaganda, di carattere religioso ed economico, che produsse il miracolo: un esercito di pellegrini, mosso da necessità diverse, spirituali e materiali, attraversò il mare per raggiungere l’Oriente. Ne nacque un grande  affare  che    trasformò in ricchi armatori, i barcaioli veneziani, pisani e genovesi.

Venne a crearsi, però, anche una figura di pellegrino assai particolare con un compito ben preciso: occuparsi dei poveri, curare gli ammalati, proteggere i pellegrini dagli attacchi dei saraceni  e difendere ospedali e roccaforti cristiane: erano nati gli Ordini Religiosi militari: i Cavalieri di Malta, i Cavalieri di San Lazzaro, i Cavalieri di Santa Maria o Cavalieri Teutonici, tutti o quasi, provenienti dalla Germania.

Anche gli ordini ospedalieri si videro ben presto costretti a difendersi e nacque, così, l’Ordine dei Cavalieri del Tempio, o Cavalieri Templari, con il compito di difendere con le armi sia i pellegrini che i luoghi santi.

Erano nati i Monaci-Guerrieri.

La difesa dei Luoghi Santi, era, dunque, assicurata?

Non esattamente.

Che cosa stava accadendo?

Facciamo qualche passo indietro e torniamo al 1099 ed alla conquista crociata della Città Santa e del Santo Sepolcro. Su quale testa poggiava la corona di Gerusalemme?

Nessuno dei principi conquistatori la volle sulla propria: lì, a Gerusalemme. si diceva, il Crito aveva ricevuto una corona di spine, non di pietre preziose.  Si scelse il meno potente, anche  se a noi  assai noto,  tra i principi conquistatori: Goffredo da Buglione. Non lo si fece Re,  bensì “Advocatus”, ossia Difensore del Santo Sepolcro.

Goffredo morì l’anno successivo, ma il fratello Baldovino, che gli succedette nell’incarico, non più animato da tali nobili sentimenti, si fece incoronare Re di Gerusalemme.

Iniziarono i dissidi. Sempre più profondi.  E iniziò la controffensiva musulmana, favorita proprio da quelle discordie interne.  Iniziò anche l’espansione dei campi di battaglia dei Crociati: non più soltanto i Crociati contro i Musulmani di Gerusalemme, ma anche Crociati contro i Mori di Spagna,  controi Pagani dei Paesi balcanici e perfino  Crociati contro Bisanzio.

Era la Quarta Crociata.Era stata indetta da  papa Innocenzo III, nel 1198. Era diretta in Terra Santa contro i musulmani, ma si concluse con il saccheggio di Costantinopoli,da parte dei crociati, soprattutto veneziani, che profanarono monasteri e rubarono in chiese e case private, portando alla spartizione dell’Impero Bizantino ed alla costituzione di un Impero Latino; l’imperatore Alessio IV Angelo e il suo successore Alessio V, che in tutta la vicenda  avevano avuto comportamenti piuttosto equivoci,  furono, il primo strangolato e il secondo costretto all’esilio.
Non solo contro il simbolo della mezzaluna, dunque, si alzava lo scudo crociato, ma aveva preso a levarsi  anche contro il simbolo della croce.

Le crociate che seguirono furono davvero tante ma non tutte in Terra Santa: contro i Catari, gli Scomunicati , I Ghibellini e poi, contro Federico II, Manfredi di Svevia, i principi Colonna….

Questo uso della Croce contro i Crociati,  più  il peso in termini economici (attraverso tasse e indulgenze), finì inevitabilmente per creare un sentimento anticrociata  sia  contro il papa,  che  contro i Crociati, ma anche  contro   gli Ordini Religiosi-Militari ossia i MONACI – GUERRIERI.

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“SCUOLA & RAGAZZI” -L’accoglienza.. di Rosaria Andrisani

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Penso che uno studente debba sentirsi accolto dalla scuola, calorosamente, con intelligenza; debba essere reso partecipe di ogni attività della classe. E credo fermamente che, nonostante le difficoltà di rapportarsi con ogni studente, il professore debba mettersi dalla parte dei suoi ragazzi. Ecco perché io spesso, durante le mie ore di lezione, preferivo stare tra i banchi, non dietro la cattedra, proprio per riuscire a capire e a cogliere ogni comportamento e inclinazione di ogni mio studente. Proprio così: ero tra i miei ragazzi, pronta a tendere loro una mano. Perché, a mio parere, la scuola deve essere fonte di dialogo e confronto, con la condivsione delle risorse che noi abbiamo: mente e animo.

Rosaria  Andrisani è Insegnante di Lettere ed  autrice di  Recensiono ed interviste. E’ altresì, autrice di un apprezzato libro di Poesie: “Un firmamento di stelle”