I DODICI CESARI – CALIGOLA

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Sadico, eccentrico e privo di ogni freno morale.  Questo è il ritratto ormai cristallizzato di Caio Giulio Caligola, figlio del generale Germanico e di Agrippina Maggiore. I suoi primi mesi di regno furono esemplari, come se avesse voluto onorare la memoria di suo padre e seguirne l’esempio di grande magnanimità e correttezza.  Ma poi, la svolta.

Aveva 25 anni quando arrivò al potere, inesperto e privo della forza di carattere necessaria per operare per il bene di tutti. Ecco come si espresse Filone d’Alessandria:

“… sprovvisto di qualunque sentimento umano, innovatore, giovane, dotato di un potere assoluto privo di ogni controllo. Ora, quando la giovinezza è dotata di potere assoluto e segue inclinazioni incontrollate, è un male difficile da combattere.”

Il giudizio di Giuseppe  Flavio fu ancora più esplicito: “… difficile rimanere moderati quando non si ha nessuno a cui rispondere.”

In realtà, una istituzione a cui rispondere c’era ancor: il Senato, ma i senatori, invece di esercitare controlli, finirono, per  ambizioni personali e servilismo, per rafforzarne il potere e porre il Princes al di sopra della Legge. Questo, già ai tempi di Augusto. In realtà, Caligola, che la morte del padre, Germanico aveva profondamene turbato, nutriva un odio profondo contro il Senato.

Ed ecco la fatidica domanda: il potere rende folli? Molti dei Cesari hanno manifestato segni di follia. Ma davvero il potere trasforma il buon Princes in un folle  despota? Si è molto discusso su questa questione, alimentata dalla interpretazione di fatti riportati da Autori contemporanei e postumi: fatti sempre concordanti e interpretazioni, invece, no! Ci sono interpretazioni ambigue, incomplete o apertamente ostili e poi ci sono testimonianze che riferiscono di malattie mentali quali epilessia, schizofrenia, ecc..

La situazione, alla morte di Tiberio, era assai tesa e la successione avvenne in un clima di ambiguità e intrighi a causa del rifiuto dell’imperatore di nominare un erede, fin quando Macrone , non prendeva in mano la situazione: il Senato fu costretto dai pretoriani ad eleggere il nuovo  Imperatore.

L’accoglienza del popolo, quando Caligola giunse al potere, fu di grande esultanza: Roma acclamava il figlio di Germanico, amatissimo e stimatissimo, e il nuovo Princes rispose dando al proprio governo una spiccata impronta tollerante  e generosa, attraverso donativi ed elargizioni varie.  Caligola pareva davvero voler prendere il padre come modello da seguire.

Durò pochi mesi, poi tutto cambiò.   Correva l’anno 37.

Cosa  accadde in quell’anno?

Caligola si ammalò e la sua guarigione fu segnata, ancora una volta, da grande esultanza popolare. Tutto cambiò proprio dopo quella malattia.  Cominciò con l’ordine di darsi morte fatto arrivare a Gemello, cugino dell’imperatore e poi allo stesso Macrone; seguì il suocero.  Ricercatori e studiosi sostengono, oggi che quella malattia  sia sfociata in  una psicosi maniaco-depressiva. Fu proprio con quegli episodi che il popolo cominciò a  manifestare  la propria  contrarietà ed avversione nei confronti del  Princes.

Come tutti gli Imperatori della dinastia Claudia, anche Caligola godette di una ottima educazione culturale. Colto e  bravo nell’arte nell’eloquenza,  secondo Svetonio, Caligola  scriveva versi eccellenti con cui accompagnava le sue  eccentricità. Anche Tacito riconosce le sue qualità letterarie e scriverà che ” in Caligola la follia non aveva corrotto la virtù del dire…”  riconoscendolo  quale esperto nella lingua greca  e latina.

Ma chi era Caligola?

Pronipote di Augusto e  bis-bis nipote di  Cesare, sia per parte  paterna che materna. Perché mai,  di Caligola, figlio e nipote di persone cariche di fascino e forte personalità,  ci è arrivato  un ritratto dalle tinte così forti e fosche?

La prima infanzia, si è detto, la trascorse  in campi militari, ma,in seguito all’esilio di sua madre e fino ai 19 anni, visse con la nonna, Antonia, dopo di che, raggiunse  l’imperatore Tiberio a Capri nel suo ritiro ed è proprio da lì, sostiene Svetonio, che ebbe inizio la sua vita sregolata e piena di eccessi.  Ai tempi di Tiberio, il suo stile di vita era ancora regolato, ma poco tempo passò ed egli  lo mutò in un  regime esagerato ed esasperato: vino, cibo e divertimenti  smodati. Come il banchetto durato un giorno e una notte  sul ponte di una nave illuminato in maniera sfarzosa ed al temine del quale fece gettare in acqua buona parte dei commensali e dei soldati ubriachi. Eccessi che si trascinò per tutta la vita e che culminarono nella dissipazione di beni dello Stato che Tiberio aveva  così faticato a mettere insieme.

I suoi gusti erano orientati soprattutto verso tre passioni: Teatro, Giochi gladiatori e Corse di carri.   Liberatosi di Macronne , la cui cura principale era quella di  distoglierlo da un comportamento non degno di un imperatore e che, secondo Filone di Alessandria,  lo irritava sommamente, non c’era più nessuno che  potesse impedirgli di utilizzare .tutte le risorse imperiali per la soddisfazione di quelle passioni.

Negli spettacoli di danza e  canto,  la passione era tale da spingerlo a parteciparvi attivamente, cantando e danzando con gli artisti sul palcoscenico. Lo stesso faceva durante gli spettacoli gladiatori,  spingendo gli amici a scendere nell’arena e scendendo egli stesso nella specialità  di gladiatore trace. Né si risparmiava nelle  gare di corse di cavalli,  parteggiando per la Squadra dei Verdi ed invitando gli atleti alla sua tavola o mettendosi alla guida dei carri.

Era nota a tutti questa sua passione per le corse, come era nota la sua passione per i cavalli… per uno in particolare: Incitato, il suo cavallo, cui riservava cure ed attenzioni particolari, senza però spingersi, come  si vuole credere, al punto da conferirgli il Consolato.  Si tratta, naturalmente, di una leggenda nata da un equivoco ben orchestrato e precisamente da una frase riportata da Svetonio, che egli avrebbe pronunciato, riferendosi al suo cavallo e con la quale Caligola aveva probabilmente voluto esprimere il suo disprezzo verso la categoria.

Vediamo che cosa dice davvero questa frase:

Consolatus quoque traditur destinasse”  traduzione: ” Si dice che volesse assegnargli anche il Consolato”.  Non si tratta, dunque, di un fatto realmente accaduto, ma solo di una ipotesi… uno scherzo… una leggenda

Equivoco anche il modo di abbigliarsi di questo Imperatore, atteggiamento che  ha fatto versare tanto inchiostro: abbigliamento strano ed eccentrico che ricordava i fasti orientali di cui era grande ammiratore. All’inizio del principato, egli respinse ogni tentativo di divinizzazione da parte di popolo e Senato, ma cambiò ben presto opinione e cominciò a travestirsi, con l’intento di assimilarsi  agli Dei di Roma. Prese  ad indossare pelli di leone o a  mostrarsi reggendo in mano caducei, sandali ed altro. Giunse perfino a rivaleggiare con Giove, lanciandogli sfide o invettive ed appropriandosi delle sue statue. Provava ammirazione per i culti e le monarchie orientali. Quella egizia in particolare, sul cui modello voleva creare il proprio regno, emulandone l’abbigliamento e l’incesto: ebbe, infatti, rapporti incestuosi con tre sorelle, proprio sul modello della monarchia dell’Antico Egitto.

Forte di un potere illimitato e senza confini,  uomo in cui l’istinto prevale sulla ragione, egli amava spingersi sempre oltre quei confini, per sperimentare e provare nuove sensazioni e provare tutto il provabile fino a trasformare il Palazzo in una immensa casa di appuntamenti in cui far prostituire  mogli e figlie di cittadini più illustri.

Estremamente insolente e diffidente, non accettò mai consigli né ebbe consiglieri, se non per 3 o 4 mesi, all’inizio del principato, quando  al suo fianco  c’era Nevio Macrone… e prima di costringerlo a togliersi la vita.  Ogni decisione, dunque, fu del tutto personale e le contraddizioni furono assai evidenti e  ne mostrarono la doppia personalità e il disordine mentale.

Quale il suo aspetto fisico?

Il nonno paterno, il generale Druso, era notoriamente un uomo di grande fascino e bellezza; era forte ed atletico. Così anche la nonna Antonia.  Sia in  Druso che in Antonia non si riscontrarono  mai comportamenti che potessero ricondurre a qualche squilibrio mentale trasferibile al nipote.

Lo stesso si può dire dei nonni materni,  Vipsanio Agrippa e Giulia, figlia di Augusto. Quanto ai genitori, Germanico ed Agrippina Maggiore, il primo morì con ‘aureola dell’uomo dalle grandi qualità morali e fisiche… sebbene la sua morte non fosse naturale, ma  causata da veleno, alla seconda furono riconosciute qualità di forza morale e fisica;  accompagnava spesso il marito nelle sue campagne militari per cui,  Caligola trascorrerà la prima infanzia nei campi militari e saranno proprio i soldati di suo padre a dargli questo nomignolo, a causa delle piccole calighe,  stivali militari, che portava ai piedi.

A questo punto bisogna fare un breve premessa. I ritratti furono redatti tutti dopo la morte dell’imperatore e furono  inevitabilmente influenzati dalla cattiva fama che questi si era guadagnato. Sappiamo per certo che, a 29 anni, età che aveva quando verrà ucciso,  il suo aspetto era precocemente invecchiato  a causa della vita sregolata che aveva condotto fino  quel  momento.

Alto di statura, fisico sproporzionato, piedi enormi e gambe sottili, così lo descrive Svetonio ed aggiunge, impietoso, che una espressione volutamente truce, rendeva orrendo il volto già brutto. E Seneca non è più tenero e riferisce di un pallore cadaverico e di sguardo torvo. Ancora più drastico il parere di Plinio il Vecchio, che ci descrive soprattutto il suo sguardo carico di  crudeltà,  fisso e torvo.

In realtà, quello sguardo”torvo e fisso”  era  un difetto fisico e non un atteggiamento voluto e questi giudizi così furono sicuramente espressi  sotto l’impulso di proprie emozioni, dal momento che , soprattutto Seneca, odiava profondamente  l’imperatore e le sue descrizioni possono dirsi dunque,  anche di carattere caricaturale.

Afflitto da calvizie precoce,  nei banchetti e negli incontri orgiastici appariva con una parrucca, ma alla morte della sorella Drusilla, si lasciò crescere la barba in segno di lutto, però amava apparire in pubblico alternando un volto barbuto e  glabro e questo fu accolto come uno dei primi segni di squilibrio mentale.

Che il suo aspetto fosse sgradevole è innegabile, né si può negare che fosse  incoerente, di carattere instabile, perfido e crudele,   emotivo e soggetto a paure immotivate ma non si può dire che abbia agito, così come ha agito, a causa di un potere tanto straordinario da renderlo pazzo,  bensì a causa dell’ educazione,  della consanguineità delle origini,  della personalità e soprattutto della vita sregolata e di problemi psicologi che lo affliggevano. Lo affliggeva anche una insonnia patologica ed un sonno di poche ore,  disturbato da incubi che speso non gli faceva ben distinguere il giorno dalla notte.

Emotivo, soggetto a panico ed a paure immotivate, era anche una persona molto vendicativa e proprio su questo aspetto del suo carattere puntarono i primi processi di revisione di questo imperatore: patologie come la schizofrenia e  i suoi sintomi:  passeggiate notturne,  insonnia, pallore, agitazione, atteggiamenti incostanti e altro.

Diffidente e paranoico, aveva il terrore di una morte lenta e dolorosa, ma la sua morte fu, invece, violenta e rapida. Aveva 28 anni quando cadde vittima di un agguato e la morte fu davvero rapida, tanto furono violenti i colpi degli attentatori. Aveva appena lasciato i giochi palatini e stava attraversando un criptoportico del palazzo quando fu sorpreso dagli attentatori. Il soldato di sentinella chiese la parola d’ordine.
“Giove” rispose il Princes e l’altro:

“Abbilo per certo” rispose  e fece seguire un fendente sul collo che lo mandò steso per terra. Seguirono immediatamente  quelli degli altri cospiratori: risoluti, violenti e precisi, che non gli diedero alcuna possibilità di scampo, tanto più che era appesantito da una  brutta indigestione. Contro di lui, la sorpresa e il numero elevato dei congiurati.

Era mezzogiorno del  24 gennaio del 41.

 

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“Van Gogh e l’impressionismo” di Carolina Colombi

VAN GOGH E L’IMPRESSIONISMO

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È del 1874 l’anno in cui si può collocare la nascita del movimento impressionista.

L’occasione è una mostra, organizzata a Parigi, nello studio del fotografo Nadar.

La scelta di allestire la vetrina in uno spazio chiuso non è casuale, ma assoggettata a un principio proprio degli impressionisti: per la loro produzione artistica si ispirano a istantanee, con lo scopo di far propria l’unicità del momento rappresentato.

La nuova corrente artistica provoca un clamore senza precedenti, soprattutto perchè vengono messi in discussione i canoni della pittura tradizionale.

Nell’impressionismo le figure e gli oggetti non sono più delimitati da linee e segni di contorno. Ma il tutto viene scompaginato da un mondo pervaso da luce e da materia.

Gli oggetti non sono circondati dal vuoto, ma dall’aria, o meglio, da altra materia capace di rifrangere la luce conferendo agli elementi nuove tonalità.

La rappresentazione pittorica quindi, secondo gli impressionisti, per essere fedele alla realtà, ha necessità del colore, che però deve adeguarsi alla mutevolezza della luminosità. Cambiando perciò la percezione della realtà stessa.

I pittori che aderiscono a tale movimento intendono fermare su tela un’impressione, un’istantanea, un momento originale e irripetibile; di una persona o di un paesaggio che sia, ma in determinate condizioni di luce. Ed è proprio da questo concetto, altamente innovativo, che la nuova corrente artistica prende l’appellativo di impressionismo.

Ma la peculiarità più rilevante del movimento impressionista, quella che permette di dare alla corrente pittorica una connotazione ben definita, è la pittura en plein air, una pittura a diretto contatto con la realtà.

Ed è in virtù di tale principio, che alle rappresentazioni ricostruite negli atelier gli impressionisti prediligono quelle nate dall’osservazione rivolta al mondo esterno. Il focus su cui maggiormente si concentra la loro attenzione sono i paesaggi, sui quali le variazioni dovute alla mutevolezza della luce del giorno e delle diverse condizioni atmosferiche sono più intense ed evidenti.

 

Vincent Van Gogh si inserisce senza dubbio nell’ambito del movimento impressionista.

Anzi, la sua straordinaria padronanza dei colori e dei loro accostamenti, ne fa una delle personalità maggiormente significative. Si differenzia da altri, quale Monet, Manet, Sisley, Pissarro, Gaugin, soprattutto per il potente soggettivismo.

Nato nel 1853 in Olanda, non propriamente inserito nella società del suo tempo, sviluppa una pittura drammaticamente espressiva. In un primo momento la sua attenzione è rivolta a rappresentare tematiche di carattere sociale.

Nel raffigurare le famiglie dei minatori, o dei mangiatori di patate, per esempio, Van Gogh risponde a un suo bisogno di esprimere, attraverso le espressioni dei volti, del colorito spento delle figure, del grigio delle abitazioni, empatia per il dolore e la fatica che ogni giorno accompagnava la vita di quei lavoratori. In seguito approfondisce un discorso pittorico introspettivo in cui, sia la pennellata che i colori e la composizione stessa, riflettono lo stati d’animo del pittore, che entra in un rapporto vivo ed emotivo con la natura. Tanto che, in alcuni dei suoi dipinti, la natura sembra animarsi in un passionale movimento che ne coinvolge ogni aspetto.

Nelle sue tele l’autore non è mai del tutto fedele alla realtà, ma piuttosto, tramite la propria personale intuizione, ne dà un’interpretazione unica e singolare, sia per la mutevolezza della luce sia per la percezione dei propri stati d’animo dettati dal suo umore.

Nel 1888 si stabilisce ad Arles, e dà inizio a una difficile coabitazione con Gaugin.

Con inesauribile intensità, dedica tutto il suo tempo alla pittura, appropriandosi pienamente delle tecniche impressioniste e sviluppando la sua già notevole sensibilità coloristica.

L’amicizia con Gaugin non è però destinata a durare a lungo. E ciò è elemento che contribuisce a mettere in discussione il precario equilibrio psichico di Van Gogh.

Abbandonato da Gaugin, che prosegue in un diverso percorso pittorico, Vincent rimane talmente sconvolto dalla fine dell’amicizia che, dopo essersi reciso il lobo di un orecchio, viene ricoverato presso l’ospedale psichiatrico di Saint Remy.

Da quel momento la sua pittura diventa un grido di angoscia, un mezzo per comunicare la propria disperazione interiore, la quale si manifesta con contrasti di colore più netti, con atmosfere più cupe.

Il nero viene utilizzato con più frequenza, mentre il materiale impiegato per stendere il colore sulla tela si fa più denso. Le ampie volute e i ripidi vortici, che nei suoi quadri percorrono sfondi e cieli, esprimono l’instabilità dell’universo emotivo di Van Gogh. Tutto diviene mobile nelle sue tele, percorso da un’invisibile energia.

È un periodo questo in cui l’autore dipinge molti ritratti, nei quali, attraverso l’espressione tirata e spesso malinconica dei volti, riesce meglio a esprimere la propria intima sofferenza.

Senza ombra di dubbio si può definire Van Gogh come una delle personalità più significative e appassionate   dell’impressionismo, anche perché non riesce a mantenere un completo distacco dalle sue opere.

Ma, attraverso le percezioni filtrate dalla sua personale e tormentata sensibilità, è di esempio ai pittori che gli succedono, indicando loro la strada da percorrere per rendere l’arte originale e soggettiva.

E non meramente rappresentativa.

Dopo aver condotto un’esistenza travagliata, , nel 1890, a soli 37 anni, Vincent Van Gogh mette fine alla propria vita.

I dodici Cesari – CAIO GIULIO CESARE

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In quanti hanno scritto di Caio Giulio Cesare? Quanti libri, saggi, romanzi, biografie, tragedie, commedie ed altro?  Non farò il suo ritratto dettagliato, mi limiterò a riportare le mie impressioni e qualche cenno biografico e storico.

Chi era Caio Giulio Cesare? Un grande protagonista della storia con una sfrenata bramosia di onori e ricchezze e un ego gigantesco. Basta citare un esempio: catturato dai pirati, al riscatto di 20 talenti ne aggiunse  altri 30, perchè, disse, ne valeva di più, ma promise che li avrebbe catturati e giustiziati. E mantenne la parola.

Dinamico nelle decisioni e precoce nello sviluppo,  consumò le tappe con sorprendente rapidità.  A soli  sedici anni sposò Cossunzia,  l’anno successivo, a diciassette, divenne Flamine, ossia Sacerdote di Giove, carica assai prestigiosa.  Sempre in quell’anno ripudiò Cossunzia e sposò Cornelia, figlia di Cornelio Cinna, dalla quale ebbe Giulia, l’unica figlia.  Silla, che voleva che divorziasse da Cornelia per sposare la nipote,  ostacolò la sua nomina a  Flamine Diale, ma Cesare non cedette e lasciò Roma, cosicché, gli vennero confiscati tutti i beni, compresa la dote della moglie. Finì, però, per sposare Pompea, nipote di Silla, che ripudierà qualche anno dopo a seguito dello scandalo del fratello Clodio Pulcro, il quale si era furtivamente introdotto, travestito da donna, in un cerimonia religiosa, per sole  donne, in onore di Vesta.

“Sulla moglie di Cesare – disse – non deve essere esserci neppure il sospetto”.

Politicamente ricoprì tutte  le cariche: Flamine, Pontefice, Questore, Edile Curiale, Pontefice Massimo Pretore, Console e Triumviro, nel 60, insieme a Pompeo e Crasso e per rafforzarne legami,  fece sposare a Pompeo la figlia Giulia, ma, la morte  di questa, incrinò i rapporti fra i due.

Fra il 58 e il 51 conquistò le Gallie e nel 46 tornò definitivamente a Roma. Gli furono tributati quattro Trionfi, ma non celebrò quello su Pompeo, perché un romano non doveva mai celebrare  la vittoria su un altro romano.

Dotato di una intelligenza eccezionale, dimostrò di possedere altrettanta audacia, come quella di assumersi la totalità delle decisioni. Esempio, la decisione presa sul Rubicone… presa, come sempre, proprio da solo. Solitaria, veloce e strategica  Niente consiglieri influenti.  E Cesare  è grande stratega  e , come disse di lui Plinio il Vecchio: “…parlo solo dell’intelligenza, della rapidità del suo ingegno, veloce come il vento.”

Cesare aspirava alla Monarchia, ma non sul modello di quella di Roma, bensì sul modello ellenistico. Grande ammiratore ed estimatore di Alessandro, nella sua smisurata ambizione, sognava di emularlo. Sognava di conquistare la terra e diventarne il signore assoluto . Un progetto, però,  che travalica ogni ambizione: egli vuole il consenso popolare: la Vox populi, che lo riconosca come capo.

Egli già godeva  del consenso dei suoi soldati, che già gli riconoscevano suprema autorità; autorità quasi divina. Per discendenza divina.  Faceva risalire le proprie origini per parte della madre ad Anco Marzio e per parte di padre ad Ascanio, figlio di Enea, figlio di Venere.  Imperator! Così i soldati salutavano il loro capo e questo titolo gli attribuirà anche il Senato, quando ne otterrà i consensi.  Dopo ogni vittoria. Lo stesso titolo accordato nei Decreti per rivolgere suppliche agli Dei:  l’imperator che intercedendo presso gli Dei, concedeva benefici e  veniva innalzato sugli altri uomini.

Unico e solo!  In netto contrasto con le aspirazioni dei  repubblicani. Questi, invece, lo chiamavano “Tiranno” e consideravano intollerabile tanto potere nelle sue mani. Fino alla fine del III secolo a.C., uno  dei principi guida della Repubblica era stato quello di non concentrare troppo potere ed autorità nelle mani di un sola  persona,

A Cesare, però, interessava davvero il bene del popolo e voleva risollevare la plebe  dall’inerzia  e dalla povertà ed a tale scopo aveva dato inizio  a grandi opere pubbliche e  fondato colonie romane nei luoghi conquistati. Erano un po’ le idee repubblicane dei Gracchi che egli, pur appartenendo a famiglia nobile e di antica tradizione, aveva sempre sostenuto,  contro aristocrazia e Senato. Come allora, però, anche contro di lui  si levarono feroci opposizioni, sollecitate dal sospetto che  volesse ingraziarsi la plebe per farsi eleggere Re.

Si dedicò, dunque, ad una complessa opera di riforme  anche per controbilanciare la potenza di Pompeo ed appoggiò la Rivolta di Catilina. Durante il processo contro Catilina, pronunciò un discorso in cui sosteneva l’illegalità della pena di morte, proponendo invece  confisca dei beni  ed ergastolo, ossia detenzione  a vita, ma fu accusato di farne parte e per poco non finì giustiziato assieme ai congiurati, mentre Cicerone, che si era scagliato contro la congiura con la famosa Catilinaria, fu nominato “Padre della Patria.”

Dotato di un sicuro senso politico oltre che di insuperabili capacità militari,  Cesare mise in atto il suo progetto di conquiste.  Rivalità di Partiti, discordie tra  famiglie influenti, avevano scosso  la solidità della Repubblica; l’esempio di Silla, infine, insegnava che un capo militare appoggiato dall’esercito, poteva  diventare padrone di Roma. Cercò, dunque, ed ottenne il governo della Gallia  romana, con il preciso intento di conquistare l’intera regione.  Dotato anche di talento letterario, annoterà in un “diario”,  quelle sue imprese: il “De bello gallico” che ancora oggi si studia nelle scuole. Successi militari e successi letterari aumenteranno  il suo prestigio: militare e politico, ma gli guadagnarono la gelosia di Pompeo, rimasto a Roma.

Sia Cesare che Pompeo aspiravano agli stessi onori, ma  erano spinti da diverse aspirazioni e con una diversa concezione della politica: Pompeo, con una concezione repubblicana, che vedeva una alternanza di uomini al potere  e Cesare, invece, con una concezione monarchica che prevedeva  il potere nelle mani di un solo uomo, ma riconosciuto dal popolo e dagli Dei. E qui ricordiamo il discorso pronunciato  ai funerali della zia Giulia, in cui egli  si attribuiva la Maestà degli Dei da cui pretendeva di discendere. Inoltre, mentre Pompeo godeva dell’appoggio del Senato, Cesare godeva di quello dell’esercito.

Pompeo brigò molto contro di lui, riuscendo a mettergli contro il Senato, che gli tolse il governo della Gallia e gli ordinò lo scioglimento delle milizie ed un immediato ritorno a Roma. Cesare, come sappiamo, si rifiutò di ubbidire ed è qui che si inserisce l’episodio del Rubicone. Tornato in Italia con la XIII Legione, raggiunto il fiume Rubicone che segnava il confine della Repubblica e che non si poteva attraversare con le truppe, Cesare l’attraversò e puntò su Roma.  Pompeo fuggì in Grecia per preparare  un nuovo esercito, ma Cesare, rimesso ordine nel Senato, lo inseguì e sconfisse a  Farsalo. Pompeo cercò riparo in Egitto, ma Tolomeo, credendo di  fare cosa gradita a Cesare,  lo fece uccidere.

Tanto era ambizioso, però, quanto generoso, equilibrato e clemente.. Tornato a  Roma,  ne divenne l’unico arbitro  dei destini di tutti. Al  contrario dei predecessori e dei loro comportamenti, Cesare, incline al perdono, perdonò avversari ed oppositori,  molti dei quali richiamò dall’esilio  ed a cui affidò anche incarichi di prestigio. Un uomo equilibrato, Cesare, ma con nelle mani un potere a dismisura: la tribunicia potestas gli permetteva, con diritto di veto, di annullare i senato-consulti e, quindi, di eliminare ogni decisione  contraria alla propria.

Il Senato, però,  dice Dione Cassio, non solo non esercitò alcun controllo su di lui, ma ne rafforzò il potere con eccessive adulazioni e servili decreti.  Troppi decreti. Come quello, appena ricevuta la nomina di Imperator e Liberator, di estenderla ai suoi discendenti,  ponendo. così, le basi per una monarchia ereditaria.

La congiura delle Idi di marzo fu, dunque, una reazione per arrestare un processo che s’era messo in atto.  Congiura di stampo repubblicano, naturalmente. poiché gli innumerevoli onori riconosciuti all’Imperator,  dimostravano che in molti avevano già dimenticato i principi di quella democrazia.

Dictator perpetuus  fu l’ultimo titolo riconosciuto a Cesare. Troppo per  gli oppositori i quali tentarono di arrestarne la minaccia  con ventitrè pugnalate che spensero la vita di Cesare, ma  non impedirono ai suoi successori la creazione di un nuovo regime.

Anche nella morte, sono concordi i racconti, Cesare resta fedele a se stesso e al proprio  carattere: prima reazione è lo stupore, segue una strenua difesa e infine come disse Cassio, una dignitosa rassegnazione:

“Essendosi avvolto nella toga, si lasciò trafiggere dai pugnali. Questa è la versione più diffusa, tuttavia alcuni hanno aggiunto che alla vista di Bruto, che gli menava un gran fendente, gridò: anche tu, figlio mio?”

In molti si chiedono se Cesare si aspettasse quella morte. Pare non tenesse conto dei sogni premonitori della moglie, nè degli avvertimenti dell’indovino Spurinna , nè di altri segnali, come pare che avesse nella Fortuna una fede incondizionata.  Di certo non avrebbe voluto una morte come quella del suo idolo, Alessandro Magno, morto per un febbre malarica.

 

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I MONACI-GUERRIERI

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Dopo la prima Crociata e cioè, la conquista dei Luoghi Sacri, apparve subito chiaro a tutti che l’impresa non era conclusa, ma appena iniziata. Si trattava, ora, di difendere quella conquista. Appelli e richieste d’aiuto e rinforzi, partirono numerose  da Gerusalemme  e le spedizioni in Terra Santa si moltiplicarono immediatamente. Si può dire, anzi, che furono così numerose, benchè, ufficialmente, i libri di Storia ne riconoscano solo sei o sette, che si trattò di un’unica lunghissima Crociata.

A rispondere a questi appelli i primi furono i Genovesi, già nel 1097; seguirono i Pisani.  Il loro apporto fu estremamente importante: oltre alle operazioni militari, infatti, si occuparono anche di rifornimenti di viveri e legname. Più tardi arrivarono anche i Veneziani, i cui interessi economici, però, erano concentrati soprattutto in Egitto, Siria e Bisanzio.

Nelle città conquistate sorsero quartieri occidentali che divennero ben presto centri di attività economiche, commerciali e di trasporto. Soprattutto il trasporto dei pellegrini, dall’afflusso incessante, che, in qualche modo bisognava guidare e proteggere. Gli appelli, dunque, per  ottenere aiuti e rinforzi, divennero sempre più numerosi e pressanti. Questo, sia perché i protagonisti di quella prima spedizione,  i grandi guerrieri-crociati, andavano sempre più assottigliando di numero per cause varie, sia perché , l’impresa aveva bisogno di nuove risorse.

Fu posta in atto una grande propaganda, di carattere religioso ed economico, che produsse il miracolo: un esercito di pellegrini, mosso da necessità diverse, spirituali e materiali, attraversò il mare per raggiungere l’Oriente. Ne nacque un grande  affare  che    trasformò in ricchi armatori, i barcaioli veneziani, pisani e genovesi.

Venne a crearsi, però, anche una figura di pellegrino assai particolare con un compito ben preciso: occuparsi dei poveri, curare gli ammalati, proteggere i pellegrini dagli attacchi dei saraceni  e difendere ospedali e roccaforti cristiane: erano nati gli Ordini Religiosi militari: i Cavalieri di Malta, i Cavalieri di San Lazzaro, i Cavalieri di Santa Maria o Cavalieri Teutonici, tutti o quasi, provenienti dalla Germania.

Anche gli ordini ospedalieri si videro ben presto costretti a difendersi e nacque, così, l’Ordine dei Cavalieri del Tempio, o Cavalieri Templari, con il compito di difendere con le armi sia i pellegrini che i luoghi santi.

Erano nati i Monaci-Guerrieri.

La difesa dei Luoghi Santi, era, dunque, assicurata?

Non esattamente.

Che cosa stava accadendo?

Facciamo qualche passo indietro e torniamo al 1099 ed alla conquista crociata della Città Santa e del Santo Sepolcro. Su quale testa poggiava la corona di Gerusalemme?

Nessuno dei principi conquistatori la volle sulla propria: lì, a Gerusalemme. si diceva, il Crito aveva ricevuto una corona di spine, non di pietre preziose.  Si scelse il meno potente, anche  se a noi  assai noto,  tra i principi conquistatori: Goffredo da Buglione. Non lo si fece Re,  bensì “Advocatus”, ossia Difensore del Santo Sepolcro.

Goffredo morì l’anno successivo, ma il fratello Baldovino, che gli succedette nell’incarico, non più animato da tali nobili sentimenti, si fece incoronare Re di Gerusalemme.

Iniziarono i dissidi. Sempre più profondi.  E iniziò la controffensiva musulmana, favorita proprio da quelle discordie interne.  Iniziò anche l’espansione dei campi di battaglia dei Crociati: non più soltanto i Crociati contro i Musulmani di Gerusalemme, ma anche Crociati contro i Mori di Spagna,  controi Pagani dei Paesi balcanici e perfino  Crociati contro Bisanzio.

Era la Quarta Crociata.Era stata indetta da  papa Innocenzo III, nel 1198. Era diretta in Terra Santa contro i musulmani, ma si concluse con il saccheggio di Costantinopoli,da parte dei crociati, soprattutto veneziani, che profanarono monasteri e rubarono in chiese e case private, portando alla spartizione dell’Impero Bizantino ed alla costituzione di un Impero Latino; l’imperatore Alessio IV Angelo e il suo successore Alessio V, che in tutta la vicenda  avevano avuto comportamenti piuttosto equivoci,  furono, il primo strangolato e il secondo costretto all’esilio.
Non solo contro il simbolo della mezzaluna, dunque, si alzava lo scudo crociato, ma aveva preso a levarsi  anche contro il simbolo della croce.

Le crociate che seguirono furono davvero tante ma non tutte in Terra Santa: contro i Catari, gli Scomunicati , I Ghibellini e poi, contro Federico II, Manfredi di Svevia, i principi Colonna….

Questo uso della Croce contro i Crociati,  più  il peso in termini economici (attraverso tasse e indulgenze), finì inevitabilmente per creare un sentimento anticrociata  sia  contro il papa,  che  contro i Crociati, ma anche  contro   gli Ordini Religiosi-Militari ossia i MONACI – GUERRIERI.

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“SCUOLA & RAGAZZI” -L’accoglienza.. di Rosaria Andrisani

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Penso che uno studente debba sentirsi accolto dalla scuola, calorosamente, con intelligenza; debba essere reso partecipe di ogni attività della classe. E credo fermamente che, nonostante le difficoltà di rapportarsi con ogni studente, il professore debba mettersi dalla parte dei suoi ragazzi. Ecco perché io spesso, durante le mie ore di lezione, preferivo stare tra i banchi, non dietro la cattedra, proprio per riuscire a capire e a cogliere ogni comportamento e inclinazione di ogni mio studente. Proprio così: ero tra i miei ragazzi, pronta a tendere loro una mano. Perché, a mio parere, la scuola deve essere fonte di dialogo e confronto, con la condivsione delle risorse che noi abbiamo: mente e animo.

Rosaria  Andrisani è Insegnante di Lettere ed  autrice di  Recensiono ed interviste. E’ altresì, autrice di un apprezzato libro di Poesie: “Un firmamento di stelle”