I dodici Cesari – CAIO GIULIO CESARE

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In quanti hanno scritto di Caio Giulio Cesare? Quanti libri, saggi, romanzi, biografie, tragedie, commedie ed altro?  Non farò il suo ritratto dettagliato, mi limiterò a riportare le mie impressioni e qualche cenno biografico e storico.

Chi era Caio Giulio Cesare? Un grande protagonista della storia con una sfrenata bramosia di onori e ricchezze e un ego gigantesco. Basta citare un esempio: catturato dai pirati, al riscatto di 20 talenti ne aggiunse  altri 30, perchè, disse, ne valeva di più, ma promise che li avrebbe catturati e giustiziati. E mantenne la parola.

Dinamico nelle decisioni e precoce nello sviluppo,  consumò le tappe con sorprendente rapidità.  A soli  sedici anni sposò Cossunzia,  l’anno successivo, a diciassette, divenne Flamine, ossia Sacerdote di Giove, carica assai prestigiosa.  Sempre in quell’anno ripudiò Cossunzia e sposò Cornelia, figlia di Cornelio Cinna, dalla quale ebbe Giulia, l’unica figlia.  Silla, che voleva che divorziasse da Cornelia per sposare la nipote,  ostacolò la sua nomina a  Flamine Diale, ma Cesare non cedette e lasciò Roma, cosicché, gli vennero confiscati tutti i beni, compresa la dote della moglie. Finì, però, per sposare Pompea, nipote di Silla, che ripudierà qualche anno dopo a seguito dello scandalo del fratello Clodio Pulcro, il quale si era furtivamente introdotto, travestito da donna, in un cerimonia religiosa, per sole  donne, in onore di Vesta.

“Sulla moglie di Cesare – disse – non deve essere esserci neppure il sospetto”.

Politicamente ricoprì tutte  le cariche: Flamine, Pontefice, Questore, Edile Curiale, Pontefice Massimo Pretore, Console e Triumviro, nel 60, insieme a Pompeo e Crasso e per rafforzarne legami,  fece sposare a Pompeo la figlia Giulia, ma, la morte  di questa, incrinò i rapporti fra i due.

Fra il 58 e il 51 conquistò le Gallie e nel 46 tornò definitivamente a Roma. Gli furono tributati quattro Trionfi, ma non celebrò quello su Pompeo, perché un romano non doveva mai celebrare  la vittoria su un altro romano.

Dotato di una intelligenza eccezionale, dimostrò di possedere altrettanta audacia, come quella di assumersi la totalità delle decisioni. Esempio, la decisione presa sul Rubicone… presa, come sempre, proprio da solo. Solitaria, veloce e strategica  Niente consiglieri influenti.  E Cesare  è grande stratega  e , come disse di lui Plinio il Vecchio: “…parlo solo dell’intelligenza, della rapidità del suo ingegno, veloce come il vento.”

Cesare aspirava alla Monarchia, ma non sul modello di quella di Roma, bensì sul modello ellenistico. Grande ammiratore ed estimatore di Alessandro, nella sua smisurata ambizione, sognava di emularlo. Sognava di conquistare la terra e diventarne il signore assoluto . Un progetto, però,  che travalica ogni ambizione: egli vuole il consenso popolare: la Vox populi, che lo riconosca come capo.

Egli già godeva  del consenso dei suoi soldati, che già gli riconoscevano suprema autorità; autorità quasi divina. Per discendenza divina.  Faceva risalire le proprie origini per parte della madre ad Anco Marzio e per parte di padre ad Ascanio, figlio di Enea, figlio di Venere.  Imperator! Così i soldati salutavano il loro capo e questo titolo gli attribuirà anche il Senato, quando ne otterrà i consensi.  Dopo ogni vittoria. Lo stesso titolo accordato nei Decreti per rivolgere suppliche agli Dei:  l’imperator che intercedendo presso gli Dei, concedeva benefici e  veniva innalzato sugli altri uomini.

Unico e solo!  In netto contrasto con le aspirazioni dei  repubblicani. Questi, invece, lo chiamavano “Tiranno” e consideravano intollerabile tanto potere nelle sue mani. Fino alla fine del III secolo a.C., uno  dei principi guida della Repubblica era stato quello di non concentrare troppo potere ed autorità nelle mani di un sola  persona,

A Cesare, però, interessava davvero il bene del popolo e voleva risollevare la plebe  dall’inerzia  e dalla povertà ed a tale scopo aveva dato inizio  a grandi opere pubbliche e  fondato colonie romane nei luoghi conquistati. Erano un po’ le idee repubblicane dei Gracchi che egli, pur appartenendo a famiglia nobile e di antica tradizione, aveva sempre sostenuto,  contro aristocrazia e Senato. Come allora, però, anche contro di lui  si levarono feroci opposizioni, sollecitate dal sospetto che  volesse ingraziarsi la plebe per farsi eleggere Re.

Si dedicò, dunque, ad una complessa opera di riforme  anche per controbilanciare la potenza di Pompeo ed appoggiò la Rivolta di Catilina. Durante il processo contro Catilina, pronunciò un discorso in cui sosteneva l’illegalità della pena di morte, proponendo invece  confisca dei beni  ed ergastolo, ossia detenzione  a vita, ma fu accusato di farne parte e per poco non finì giustiziato assieme ai congiurati, mentre Cicerone, che si era scagliato contro la congiura con la famosa Catilinaria, fu nominato “Padre della Patria.”

Dotato di un sicuro senso politico oltre che di insuperabili capacità militari,  Cesare mise in atto il suo progetto di conquiste.  Rivalità di Partiti, discordie tra  famiglie influenti, avevano scosso  la solidità della Repubblica; l’esempio di Silla, infine, insegnava che un capo militare appoggiato dall’esercito, poteva  diventare padrone di Roma. Cercò, dunque, ed ottenne il governo della Gallia  romana, con il preciso intento di conquistare l’intera regione.  Dotato anche di talento letterario, annoterà in un “diario”,  quelle sue imprese: il “De bello gallico” che ancora oggi si studia nelle scuole. Successi militari e successi letterari aumenteranno  il suo prestigio: militare e politico, ma gli guadagnarono la gelosia di Pompeo, rimasto a Roma.

Sia Cesare che Pompeo aspiravano agli stessi onori, ma  erano spinti da diverse aspirazioni e con una diversa concezione della politica: Pompeo, con una concezione repubblicana, che vedeva una alternanza di uomini al potere  e Cesare, invece, con una concezione monarchica che prevedeva  il potere nelle mani di un solo uomo, ma riconosciuto dal popolo e dagli Dei. E qui ricordiamo il discorso pronunciato  ai funerali della zia Giulia, in cui egli  si attribuiva la Maestà degli Dei da cui pretendeva di discendere. Inoltre, mentre Pompeo godeva dell’appoggio del Senato, Cesare godeva di quello dell’esercito.

Pompeo brigò molto contro di lui, riuscendo a mettergli contro il Senato, che gli tolse il governo della Gallia e gli ordinò lo scioglimento delle milizie ed un immediato ritorno a Roma. Cesare, come sappiamo, si rifiutò di ubbidire ed è qui che si inserisce l’episodio del Rubicone. Tornato in Italia con la XIII Legione, raggiunto il fiume Rubicone che segnava il confine della Repubblica e che non si poteva attraversare con le truppe, Cesare l’attraversò e puntò su Roma.  Pompeo fuggì in Grecia per preparare  un nuovo esercito, ma Cesare, rimesso ordine nel Senato, lo inseguì e sconfisse a  Farsalo. Pompeo cercò riparo in Egitto, ma Tolomeo, credendo di  fare cosa gradita a Cesare,  lo fece uccidere.

Tanto era ambizioso, però, quanto generoso, equilibrato e clemente.. Tornato a  Roma,  ne divenne l’unico arbitro  dei destini di tutti. Al  contrario dei predecessori e dei loro comportamenti, Cesare, incline al perdono, perdonò avversari ed oppositori,  molti dei quali richiamò dall’esilio  ed a cui affidò anche incarichi di prestigio. Un uomo equilibrato, Cesare, ma con nelle mani un potere a dismisura: la tribunicia potestas gli permetteva, con diritto di veto, di annullare i senato-consulti e, quindi, di eliminare ogni decisione  contraria alla propria.

Il Senato, però,  dice Dione Cassio, non solo non esercitò alcun controllo su di lui, ma ne rafforzò il potere con eccessive adulazioni e servili decreti.  Troppi decreti. Come quello, appena ricevuta la nomina di Imperator e Liberator, di estenderla ai suoi discendenti,  ponendo. così, le basi per una monarchia ereditaria.

La congiura delle Idi di marzo fu, dunque, una reazione per arrestare un processo che s’era messo in atto.  Congiura di stampo repubblicano, naturalmente. poiché gli innumerevoli onori riconosciuti all’Imperator,  dimostravano che in molti avevano già dimenticato i principi di quella democrazia.

Dictator perpetuus  fu l’ultimo titolo riconosciuto a Cesare. Troppo per  gli oppositori i quali tentarono di arrestarne la minaccia  con ventitrè pugnalate che spensero la vita di Cesare, ma  non impedirono ai suoi successori la creazione di un nuovo regime.

Anche nella morte, sono concordi i racconti, Cesare resta fedele a se stesso e al proprio  carattere: prima reazione è lo stupore, segue una strenua difesa e infine come disse Cassio, una dignitosa rassegnazione:

“Essendosi avvolto nella toga, si lasciò trafiggere dai pugnali. Questa è la versione più diffusa, tuttavia alcuni hanno aggiunto che alla vista di Bruto, che gli menava un gran fendente, gridò: anche tu, figlio mio?”

In molti si chiedono se Cesare si aspettasse quella morte. Pare non tenesse conto dei sogni premonitori della moglie, nè degli avvertimenti dell’indovino Spurinna , nè di altri segnali, come pare che avesse nella Fortuna una fede incondizionata.  Di certo non avrebbe voluto una morte come quella del suo idolo, Alessandro Magno, morto per un febbre malarica.

 

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I MONACI-GUERRIERI

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Dopo la prima Crociata e cioè, la conquista dei Luoghi Sacri, apparve subito chiaro a tutti che l’impresa non era conclusa, ma appena iniziata. Si trattava, ora, di difendere quella conquista. Appelli e richieste d’aiuto e rinforzi, partirono numerose  da Gerusalemme  e le spedizioni in Terra Santa si moltiplicarono immediatamente. Si può dire, anzi, che furono così numerose, benchè, ufficialmente, i libri di Storia ne riconoscano solo sei o sette, che si trattò di un’unica lunghissima Crociata.

A rispondere a questi appelli i primi furono i Genovesi, già nel 1097; seguirono i Pisani.  Il loro apporto fu estremamente importante: oltre alle operazioni militari, infatti, si occuparono anche di rifornimenti di viveri e legname. Più tardi arrivarono anche i Veneziani, i cui interessi economici, però, erano concentrati soprattutto in Egitto, Siria e Bisanzio.

Nelle città conquistate sorsero quartieri occidentali che divennero ben presto centri di attività economiche, commerciali e di trasporto. Soprattutto il trasporto dei pellegrini, dall’afflusso incessante, che, in qualche modo bisognava guidare e proteggere. Gli appelli, dunque, per  ottenere aiuti e rinforzi, divennero sempre più numerosi e pressanti. Questo, sia perché i protagonisti di quella prima spedizione,  i grandi guerrieri-crociati, andavano sempre più assottigliando di numero per cause varie, sia perché , l’impresa aveva bisogno di nuove risorse.

Fu posta in atto una grande propaganda, di carattere religioso ed economico, che produsse il miracolo: un esercito di pellegrini, mosso da necessità diverse, spirituali e materiali, attraversò il mare per raggiungere l’Oriente. Ne nacque un grande  affare  che    trasformò in ricchi armatori, i barcaioli veneziani, pisani e genovesi.

Venne a crearsi, però, anche una figura di pellegrino assai particolare con un compito ben preciso: occuparsi dei poveri, curare gli ammalati, proteggere i pellegrini dagli attacchi dei saraceni  e difendere ospedali e roccaforti cristiane: erano nati gli Ordini Religiosi militari: i Cavalieri di Malta, i Cavalieri di San Lazzaro, i Cavalieri di Santa Maria o Cavalieri Teutonici, tutti o quasi, provenienti dalla Germania.

Anche gli ordini ospedalieri si videro ben presto costretti a difendersi e nacque, così, l’Ordine dei Cavalieri del Tempio, o Cavalieri Templari, con il compito di difendere con le armi sia i pellegrini che i luoghi santi.

Erano nati i Monaci-Guerrieri.

La difesa dei Luoghi Santi, era, dunque, assicurata?

Non esattamente.

Che cosa stava accadendo?

Facciamo qualche passo indietro e torniamo al 1099 ed alla conquista crociata della Città Santa e del Santo Sepolcro. Su quale testa poggiava la corona di Gerusalemme?

Nessuno dei principi conquistatori la volle sulla propria: lì, a Gerusalemme. si diceva, il Crito aveva ricevuto una corona di spine, non di pietre preziose.  Si scelse il meno potente, anche  se a noi  assai noto,  tra i principi conquistatori: Goffredo da Buglione. Non lo si fece Re,  bensì “Advocatus”, ossia Difensore del Santo Sepolcro.

Goffredo morì l’anno successivo, ma il fratello Baldovino, che gli succedette nell’incarico, non più animato da tali nobili sentimenti, si fece incoronare Re di Gerusalemme.

Iniziarono i dissidi. Sempre più profondi.  E iniziò la controffensiva musulmana, favorita proprio da quelle discordie interne.  Iniziò anche l’espansione dei campi di battaglia dei Crociati: non più soltanto i Crociati contro i Musulmani di Gerusalemme, ma anche Crociati contro i Mori di Spagna,  controi Pagani dei Paesi balcanici e perfino  Crociati contro Bisanzio.

Era la Quarta Crociata.Era stata indetta da  papa Innocenzo III, nel 1198. Era diretta in Terra Santa contro i musulmani, ma si concluse con il saccheggio di Costantinopoli,da parte dei crociati, soprattutto veneziani, che profanarono monasteri e rubarono in chiese e case private, portando alla spartizione dell’Impero Bizantino ed alla costituzione di un Impero Latino; l’imperatore Alessio IV Angelo e il suo successore Alessio V, che in tutta la vicenda  avevano avuto comportamenti piuttosto equivoci,  furono, il primo strangolato e il secondo costretto all’esilio.
Non solo contro il simbolo della mezzaluna, dunque, si alzava lo scudo crociato, ma aveva preso a levarsi  anche contro il simbolo della croce.

Le crociate che seguirono furono davvero tante ma non tutte in Terra Santa: contro i Catari, gli Scomunicati , I Ghibellini e poi, contro Federico II, Manfredi di Svevia, i principi Colonna….

Questo uso della Croce contro i Crociati,  più  il peso in termini economici (attraverso tasse e indulgenze), finì inevitabilmente per creare un sentimento anticrociata  sia  contro il papa,  che  contro i Crociati, ma anche  contro   gli Ordini Religiosi-Militari ossia i MONACI – GUERRIERI.

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La spada e la croce… pellegrini in Terra Santa

220px-Godefroy_de_Bouillon         L’ imperatore Alessio Comeno che discute con Goffredo da Buglione.

Si legge su tutti i libri di Storia che l’ispirato appello  di papa Urbano II a liberare il Santo Sepolcro  dalla presenza musulmana e di troncare le persecuzioni contro i cristiani,  abbia agito come una parola d’ordine: mobilitò il vecchio continente e spinse verso Oriente una gran folla di pellegrini.

Ma fu proprio così?  Forse non proprio.

Gli appelli del papa e quelli dei numerosissimi predicatori itineranti che incitavano a prendere spada e croce e partire, contribuirono a far nascere l’dea di una spedizione in Oriente, ma non furono il fattore dominante…  stiamo parlando della prima Crociata, per intenderci.  Oltre a questi, ci furono altri fattori, dettati dalla situazione sociale, politica e, naturalmente, religiosa.

Da secoli, i cristiani si recavano in Terra Santa per venerare il Santo Sepolcro e non  erano certamente oggetto di persecuzione da parte dei musulmani i quali, dietro pagamento di un congruo tributo, li  lasciavano in pace; fu perfino permesso loro la costruzione di diversi  ospedali.

Che cosa, dunque, cambiò quello scenario? Osserviamo un po’ la situazione storica e politica di quei Paesi. Intanto, da tempo, cristiani ed islamici era diventati irriducibili  avversari:  le conquiste arabe in Spagna, Sicilia, Francia, avevano prodotto solchi profondi e così gli attacchi dei pirati saraceni a Genova, Pisa, in Sardegna e, quando i Normanni iniziarono la conquista della Sicilia, esplose quel clima anti-islamico che  non era solo religioso, ma anche sociale e politico.

Qual era la situazione politica?

Era l’anno  1095 e l’Impero Romano d’Oriente aveva appena subito un brutto colpo: aveva perduto i possedimenti asiatici ad opera dei Turchi. L’imperatore  Alessio Comneno, nel timore di perdere anche Costantinopoli, lanciò un appello a papa Urbano II  ed a tutta la cristianità occidentale.

Ravvisando in questa, l’occasione di riunire le due Chiese, quella Orientale e quella Occidentale, divise dallo Scisma del 1054, il Papa la colse  al volo e lanciò il suo appello al mondo criatiano, Franchi e Normanni in particolare.

Il 27 novembre si concluse a Cletmont un Concilio presieduto dal Papa, nel quale si erano discusse le motivazioni di una spedizione militare e religiosa in Terra Santa, che portasse alla liberazione dei Luoghi Sacri  dal dominio dei Turchi, ma che fosse condotta nello spirito di un principio riformatore della Chiesa. In altre parole, invitava ad agire secondo principi di umiltà e penitenza cristiana, proprio come quella croce cucita sulla veste,  stava a sottolineare.

Furono molti i Cavalieri che risposero all’appello, nobili e feudatari. Ma  non furono essi i primi  partire.  A precederli, fu una massa di gente turbolenta e disorganizzata: mendicanti, miserabili e contadini privi di mezzi di sostentamento, in cerca di fortuna. Una massa che si dispose subito a partire, incalzata dalla miseria e infervorata dai tanti, tantissimi predicatori, quasi sempre monaci,  che passavano di città in città, villaggio in villaggio, borgo in borgo, mercato in mercato.

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A guidarli erano spesso “cavalieri” senza arte né mezzi,  emarginati e poveri in canna. Un ottimo esempio lo ha dato il cinema con la figura di Brancaleone. Masse di disperati che lungo il cammino perdevano principi ed ideali per abbandonarsi ad ogni tipo di sopruso  ai dannddelle popolazioni e finedno, spesso, per essere a loro volta massacrati dai Turchi.

Al contrario, i Cavalieri si concessero tutto il tempo necessario per organizzare la spedizione. Partirono in centomila circa, l’autunno dell’anno dopo, ma non tutti insieme, bensì, divisi in tre scaglioni, attraverso tre vie diverse e sotto la guida di diversi comandanti. I primi furono Roberto, figlio di Guglielmo il Conquistatore e Roberto di Fiandre, in partenza da Lione, seguì Roberto il Guiscardo da Taranto e infine partirono il vescovo  Ademaro di Monteil e Raimondo di Tolosa,  sempre da Lione.

Le truppe marciarono su Costantinopoli per via terra lungo il litorale balcanico e infine, guidate da Goffredo da Buglione, giunsero a Costantinopoli, passando per Ungheria, Romania e Bulgaria.

A Costantinopoli l’incontro con l’imperatore Alessio Comneno.

Alessio Comneno, Imperatore di Bisanzio era un uomo accorto e diplomatico:              sventato l’attacco alla capitale ad opera dei Turchi, aveva stretto pacifici rapporti con i califfi di Bagdad e del Cairo e quello voleva, non era proprio una guerra all’Islam. Egli voleva solamente neutralizzare i Turchi,  perciò, l’arrivo di Goffredo da Buglione non lo fece completamente contento: voleva servirsi delle truppe, ma non vedeva proprio di buon occhio tutta quella folla di pellegrini al  loro seguito . Soprattutto, come si è già detto, non voleva una guerra all’Islam.

Eta il 1099

Quale fu l’epilgo di quella avventura durata 3 annii?

Alla vista delle sacre mura di Gerusalemme, un isterismo collettivo colse quasi tutti: cavalieri e pellegrini: lacrime e preghiere, cui fecero seguito processioni e penitenze.

Seguì l’attacco. Fu brevissimo. Durò solamente tre giorni, ma fu tremendo e feroce.

I Cavalieri,  che solo tre giorni prima, davanti alle mura della Città Santa  avevano pianto di emozione e devozione, si abbandonarono agli istinti più rabbiosi e incontrollabili. Fu un massacro di inaudita violenza ed enorme spargimento di sangue: proprio quello che l’imperatore Alessio Comneno avrebbe voluto  scongiurare.  Episodi di  violenza e crudeltà  cieca, messi in atto contro una popolazione quasi inerme: non solo  musulmani, anche ebrei e perfino cristiani scambiati per nemici a causa dell’abbigliamento.

Conclusione! I Cavalieri, i Liberatori del Santo Sepolcro si erano trasformati in implacabili predoni armati di Croci e stavano per aprire un Capitolo  assai particolare della Storia.

DEMETRA o CERERE… e i MISTERI ELEUSINI

In Demetra o la Cerere romana,  che statue e bassorilievi raffiguravano con falce in una mano e spighe di grano, fiori e frutta nell’altra,  veneravano la dea dell’agricoltura e della fertilità.
Figlia di Saturno e Cibele,  era la dea della terra,  amata e temuta per le sue prerogtive e funzioni; era  la dea benefica che attraversava le lande incolte della terra per insegnare agli uomini  a coltivarla e spiegare loro i riti dell’arte agraria, mentre Bacco insegnava a piantare le vigne.  Sorella di Zeus, Demetra era anche  protettrice della gioventù, del matrimonio e della famiglia;   artefice del ciclo delle stagioni, della vita e della morte  e il suo culto, antichissimo, era presente prima ancora che si affermasse  il culto  degli dei dell’Olimpo.
Aggredita, un giorno,  da Poseidone, dio dell’acqua, elemento indispensabile alla vegetazione, inutilmente Dmetra tentò di resistere all’aggressione, nascondendosi in mezzo ad  una mandria di cavalli.  Poseidone si trasformò in uno stallone e si accoppiò con lei.  Dall’unione nacque una figlia, Despina, il cui nome era proibito pronunciare al di fuori dei  Misteri Eleusini, ma che fu presro identificata con Core o  la Proserpina romana.
Fu proprio da una vicenda legata alla figlia Core che nacque il mito costituente il cuore dei  riti dei Misteri Eleusini.
La fonte principale da cui conosciamo questo mito è l’ Inno a Demetra.  Inizia con il rapimento di  Core che  gioca con le Ninfe presso la fontana Aretusa. Sta raccogliendo  un bellissimo fiore, un narciso, quando Demetra  vede la terra aprirsi  e dal  baratro   balzar  fuori con il suo  carro, Ade, Signore degli Inferi, rapire la bella fanciulla e condurla con sé negli Inferi.
Disperata, Demetra  non mancò di punire le Ninfe per non  aver saputo proteggerla da  Ade, trasformandole nelle Sirene, poi si pose alla ricerca  della figlia  e per nove gioni non  assaggiò nettare nè ambrosia ed andò riempendo l’aria di sospiri.. Giunta ad Eleusi,   nell’Attica, Demetra si rivelò e chiese che  venisse costruito un tempio in suo onore, dove poter insegnare alla gente i suoi riti speciali.
Nel suo cercare, la Dea incontrò gli unici due testimoni del rapimento, Ecate ed Helios  e questi, impietosito, le spiegò ciò che era accaduto  e le rivelò il posto dove Ade teneva confinata la sua figliola, ma la esortò a rasegnarsi. Demetra, però non si rassegnò e si precipitò immediatamente nell’oltretomba, ma le fu negato l’accesso alla reggia di Ade.  Disperata ed indignata, la dea colpì la terra con una maledione che  inaridì le zolle, bruciò il raccolto, uccise il bestiame.  Temendo che la razza dei mortali potesse perire per sempre e scomparire dalla terra, Zeus  invia al diodell’ Erebo  prima Iride,  la mesggera degli Dei , poi  Hermes, con l’ordine di lasciare andare la figlia di Demetra.
Ade non può rifiutarsi, ma prima di lasciar andare  la fanciulla, che ad onor del vero si era ambientata assai bene e pareva a suo agio nei panni di regina dell’Ade, ricorre ad uno stratagemma: la spinge  a mangiare sei magici semi di melograno, che la costringeranno a tornare nel  Regno dei Mort per un terzo dell’anno all’anno,  in inverno.
Demetra accetta; madre e figlia potranno finalmente riunirsi  e  la terra  tornare a coprirsi di piante e fiori. Però,  Persefone doveva tornare al tempo stabilito nel mondo sotterraneo e durante quel tempo la terra languiva, spoglia e  nuda.
Quale ricompensa,  per l’aiuto ricevuto dal re di Eleusi, la dea decise di insegnare a Trittolemo, uno dei figli del Re, l’arte e i segreti dell’aratura e  della semina e lo  mandò per il mondo,  a bordo di un carro alato tirato da dragoni,  ad  istruire  gli uomini nell’arte della agricoltura.  Fu così che Trittolemo istituì ad Eleusi  un culto in onore di Demetra e sua figlia, con feste e rituali sacri, che celebravano il  mistero della  fertilità e dell’agricoltura e che presero il nome dalla città di Eleusi: Misteri Eleusini.

Ricchi di simbologia, i Misteri Eleusini celebrano i misteri della nascita e della morte, della fertilità, del rinnovamento e non solo in relazione all’agricoltura, ma anche come speranza di una vita migliore oltre la morte. In origine  la divinità oggetto del culto era di natura agraria: patrona, potente  ed era sempre la  Terra, la Grande Madre, che dà la vita, e sperimenta la morte per poi tornare in vita.Tutti i culti di fecondità si basano su un racconto “mitico”,  sulle vicende, cioé, di  qualche divinità: Osiride, Attis… il Cristo. La vicenda su cui si basano i Misteri Eleusini è il racconto del ratto di Proserpina strappata alla madre, Demetra.

Le celebrazioni si dividono in due  livelli: Piccoli Misteri  e Grandi Misteri.  I  Piccoli Misteri o  la  Purificazione, un rito preparatorio che aveva luogo in Primavera  e i Grandi Misteri o la Consacrazione, un rito di trasformazione che aveva luogo in autunno . I primi miravano al raggiungimento della perfezione umana, i secondi, invece, che contemplavano le varie trsformazioni   della terra, immobilità, risceglio, nascita, morte, rinascita,  mirano alla pura spiritualità, al quella parte divina, cioè,   che è nell’uomo.

I primi si celebravano nel mese di Antesterione (dalla metà di febbraio alla metà di marzo),  il mese che apriva la primavera  ed i secondi, nel mese di  Boedromione,  settembre-ottobre e rappresentava il riposo e il risveglio della vita delle campagne e l’alternarsi delle stagioni ricordava l’alternarsi dei periodi che Vore trascorreva sulla terra oppure nell’Ade.

Si passava, in sostanza, per tre tappe:
– la morte, rappresentata dal buio, dalla macerazione del seme nella terra durante l’inverno;
– la rinascita, rappresentata dalle fiaccole, dalla spiga di grano nata dal seme in letargo.
– il raccolto, ovvero il vivere con nuova consapevolezza .I misteri, infatti, assicuravano la continuità dell’esistenza, ma non più attraverso le esperienze del corpo, bensì dell’anima.

Ai misteri, tutti  potevano prendervi partem Vi partecipavano, infatti,  anche le  classi tenute ai margini della società, le donne, gli schiavi, ecc. che videro in tali culti la possibilità di un riscatto che spezzasse la logica dell’appartenenza sociale. Diventava, invece, una opportunità  per entrare a far parte di una  comunità: quella degli iniziati.

Riti, cerimonie e  credenze,forule sacre,ecc.. erano rigorosamente segrete; il rituale, assai suggestivo.

Il giorno precedente  la festa, gli Hiera, o oggetti scri, venivano trasportati solennementi nel Eleusinion di Atene e il giorno dopo la processione degli iniziati, accompagnati dai tutori, si dirigeva verso il mare portando le vittime da purificare nelle acque e sacrificare al ritorno. Seguiva il digiuno. La cerimonia raggiungeva il culmine al quinto giorno con il sacrificio. Una lunga processione  partiva all’alba per riporta gli Hiera al Santuario, dove si arrivava al calar della sera e dove  si trascorreva lanotte tra canti e danze, mentre gli iniziandi, in testa corone di mirto ed edera, le piante sacre di Demetra,  si aggiravano con  fiaccole in mano, in commemzione delle ricerche di Demetra per trovare la figlia .Al Pozzo Sacro, lo stesso presso cui Demetra si  era fermata per dissetarsi, si fermavano; questo  pozzo era situato in prossimità del sacro recinto, dove solo gli iniziati, per  gli  altri pena la morte, avevano accesso.

Molti i personaggi di queste queste celebrazioni oltre agli Iniziati: lo Jerofante o  Sommo Sacerdote, l’unico a poter accedere alla stanza segreta, dove erano custoditi gli oggetti sacri, le Sacerdotessa, il Dadouchos o portatore della fiaccola, lo  Hieorokeryx  o Araldo, che invitava al silenzio,  il sacerdot al sacrifici; la rappresentazione ed il digiuno terminavano con l’assunzione del Kykeon, ossia ciceone, la bevanda di Demetra,  a base di acqua, farina e foglie di menta.

Seguiva il rituale di secondo grado, riservato a pochi eletti  che, con le fiaccole spente e  in religioso  silenzio  aspettavano. Aspettavano che il Sommo Sacerdote e la Gran Sacerdotessa, che si erano appartati, a testimoniare l’unione tra Demetra e Zeus,  riapparissero. Quando i due ritornavno, il sacerdote aveva una  spiga nella mano, che stava ad indicare il Figlio di quell’unione, ossia la rinascita dell’iniziato.

MITI NORDICI – LOKI… Il male necessario

MITI  NORDICI  –  LOKI…  Il male necessario

Fin  dall’antichità l’uomo ha creato  favole piene di allegorie e significati nascosti per una umanità che non possedeva nozioni scientifiche ma che affidava al poeta l’incarico di spiegare l’origine del mondo. Spiegazioni immaginarie, certo, ma in cui il dono dell’immaginazione e della fantasia appagava il senso estetico e spirituale. Gli Dei ebbero forma e volto umano, virtù, sentimenti e istinti umani  e ogni elemento e ogni sentimento, il sole, la luna, il cielo, il  mare, l’aria, il fuoco, ma anche  la bellezza, la forza, l’ira, la furbizia, l’ingegno e altro, ebbe la sua divinità e la mitologia nordica è un felice amalgama tra concetti  antropomorfi e animistici.

Loki, divinità appartenente alla mitologia nordica,  è una figura  dalla ambigua dualità:  é subdolo,  doppio, maligno e perfido, ma è anche  generoso  e pronto a  soccorrere gli altri in difficoltà. E’  anche estremamente astuto e  molto ingegnoso. Figlio della dea  Laufey, appartiene alla stirpe degli  Asi, ma  è legato anche ai Giganti,  in quanto figlio del gigante  Farbauti e questo spiega la sua dualità;  di entrambe le razze possiede le caratteristiche: dei Giganti,  simboli di caos e distruzione e degli Dei, simboli di saggezza ed  equilibrio. Loki è un dio ambiguo perfino  nell’etimo del suo nome: fuoco, ma anche aria,  creazione,  ma anche distruzione.

Loki è la personificazione del Fuoco,  benchè sia un Gigante di Ghiaccio,  in quanto nato da un “colpo di fulmine”,  il fulmine scatenato da  Farbauti per colpire la dea  Laufey e metterla incinta, ma  lo spirito del focolare, capace di proteggere la casa,  e che può portare grandi benefici alla casa, ma anche  di fare  scherzi pesanti e paurosi.

La sua natura ricorda un po’ quella dell’egizio Seth, Signore delle tempeste e della siccità del deserto. Seth il Perturbatore, violento ed attaccabrighe, ma anche Colui che ogni notte  contrasta Apep il Distruttore, l’Annichilatore, il cui fine è solo la distruzione del mondo. Loki come Seth!    Il “male necessario” contro il “Male  assoluto” . Il male  insito nella Creazione stessa, necessario, però, a difendere l’equilibrio cosmico, che si basa su  opposti  principi.  Loki come Seth, paradossalmente condannato  a difendere il principio del bene e  l’ordine cosmico. Loki come Seth,  chiamato ad incarnare il principio del male,  ma che si riscatta con una condotta dalle trovate geniali, astute e perfino divertenti.  Loki è una figura ambigua, che agisce al di fuori delle regole convenzionali   e anche morali, che non si pone limiti e divieti. ma che, proprio per questo è il tramite ideale tra il mondo degli Dei e gli altri mondi: quello dei Giganti,  dei Nani e degli  Uomini.

Loki, dunque, è una figura ambivalente: compagno di Odino e Thor, che spesso trae d’impaccio,  ma anche attentatore, attaccabrighe, perturbatore,  cospiratore, camaleontico. Fra le tante funzioni e competenze, ha  capacità di trsformarsi a piacimento. Nei vari miti lo vediamo assumere forma di mosca, foca, salmone, puledra  ecc…  e da quegli stessi miti  emerge la sua natura bisessuale  e il suo  intimo femminino  che lo rende  idoneo a partorire e a  renderlo padre di creature mostruose come il lupo  Fenrir,  simbolo del fuoco-distruttore,  del serpente Midgrdr, condannato a mordersi eternamente la coda ancora, di  Sleipnir il magico cavallo a otto zampe  avuto dallo stallone  Svadilferi dopo  essersi  trasformato  in puledra e ancora, lo troviamo padre di di Hel, la terribile dea della Morte,   ma anche padre delle Streghe, dopo essersi cibato di un cuore di donna trovato semicotto tra le braci  di un fuoco. Già  più  armonioso e sereno  si fa il mito, liberato da certi arabeschi bizzarri e feroci,  quando accanto a lui appare la figura della dea Sigyn,  della stirpe degli  Asi, che gli genera due figli Narfi e Vali, frutto di un  amore fedele e sincero e che non lo abbandonerà mai, nemmeno nella disgrazia..

Loki viene spesso, nella lettertura, nel cinema  e nei fumetti, erroneamente presentato come figlio di Odino e fratello di Thor, con cui è in contesa per il trono, ma tutto ciò è errato. Loki è un dio antichissimo, presente  fin dai miti della Creazione, nei quali si racconta che, con gli dei Odino e Uoenir, creò l’uomo  utilizzando un tronco d’albero e  che fu proprio Loki a dare al simulacro un bell’aspetto ed a  fargli, tra gli altri, anche il dono del fuoco. Per questo egli èspesso identificato con Prometeo.

Non solo con gli uomini, ma anche con gli Dei, Loki fu sempre pronto e disponibile e così lo vediamo impegnato nel recupero del Mjöllnir,  il martello di Thor rubato dal gigante  Utgarða o stringere un patto di fratellanza di sangue con Odino o aiutare  Thor nelle sue imprese o quando con uno stratagemma impedisce che Freyja, la dea dell’Amore, di finire sposa di un Gigante di ghiaccio e altro ancora.

Molto spesso, però, fu anche subdolo e  perverso, come quando rubò la collana che Freyja aveva avuto in dono dai quattro nani, per portarla ad un gelosissimo Odino o quando  rapì Jòunn dopo averla accusata di lussuria e ancora, quando per malvagio piacere tagliò nel sonno alla bellisisma  Sif, sposa di Thor, la sua bella chioma. Mago eccelso, egli, però  perché applica i suoi poteri in modo subdolo e  dannoso, allo scopo di perturbare  l’armonia del cosmo. La sua colpa più grave, però fu l’aver impedito il ritorno tr i vivi  del dio Baldr, dopo averne provocato la morte e per questo peccato fu condannato dagli Dei ad essere legato ad una roccia con un serpente che faceva colare veleno sulla sua faccia.  Una punizione che la dolce Sigyn tentava di alleviare  cercando di raccogliere  il veleno in un recipiente, ma che, quando lei si allontanava per  svuotarlo, il veleno lo feriva al volto causandogli atroci spasimi che fcevano sussultaren la terra;  punizione che ricordava molto quella dell’aquila che dilaniava il fegato,   riservata dagli Dei a Prometeo, colpevole di .aver consegnato il fuoco all’uomo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MITI NORDICI – LE ORIGINI… la complessa spiritualità dei popoli nordici

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In tutte le  culture, il complesso  dei miti sull’inizio delle cose” vuole spiegare come la Vita e la Luce siano scaturite  dal Caos  Primordiale che i popoli norreni chiamavano   Ginnungagap.

Il Ginnungagap o  “varco spalancato” era  l’Abisso Cosmico,  il Caos Liquido, che esisteva prima della creazione.  Successivamente,  alle  estremità  di questo “varco”, vennero  a formarsi due regioni diametralmente  opposte: il NiflhimrTerra delle nebbie   a sud,  il Regno del  gelo e del freddo  e il Muspellsheimr  o Terra delle fiamme a nord, Il Regno della ardenza e della calura : l’una  gelida  e l’altra rovente.

Al centro del Niflheimr vi era il pozzo di  Hvergelmir che alimentava  l’Elivagar , costituito da undici fiumi,  la cui schiuma velenosa raggiunto, a nord,  il Ginnungagap, lo  ricoprì di una spessa superficie di brina indurita;  a sud, inve, un  vento torrido proveniente dal Múspellsheimr,  bruciava ogni cosa. Allorché questo vento torrido scivolò sulla brina, questa si sciolse e  le gocce melmose diedero vita  al primo di tutti gli esseri, Ymir, il Gigante di Ghiaccio.

.« Al principio era il tempo: Ymir vi dimorava.”  si legge nel libro della Creazione norrena.

Ma Ymir non restò a lungo   a vivere da solo e ben presto generò una prima coppia di Hrímþursar,  Giganti di Ghiaccio; lo fece durante il sonno  e  gli crebbero sotto le ascelle. Dalla unione dei due, nacque un mostro  con sei teste e tutte e tre insieme,   questi esseri, diedero vita alla razza dei  Giganti di Ghiaccio, che andarono a popolare  il  Niflheimr  o   “Mondo delle nebbie”, freddo e  gelido. L’aItra razza, i Múspellsmegir o Giganti di Fuoco,  nati dal sudore dei piedi,  vivevano, invece nel Múspell, o “Regno del Fuoco” ,arroventato e torrido. I due regni finirono per incontrarsi e la loro fusione  creò l’acqua.

Da quel liquido primorfiale nacque anche  Auòhumla, la mucca, che nutrì Ymir e  aiutò Buti,  il primo uomo-gigante,  a liberarsi dal ghiaccio che lo teneva  inprigionato. Il primo giorno liberò i capelli, il secondo giorno liberò la testa e il terzo giorno tutta la persona. Questi sposò  la Gigantessa di Ghiaccio Mimir , che gli   generò Borr,  un figlio del tutto uguale a lui,  che, a sua volta ebbe da Bestla, sorella di Mimir,  tre figli: Odino,   Padre degli Dei,  Vili, che donò agli  uomini  l’intelligenza e le emozioni e Vè, il cui dono agli uomini furono  la Parola e i sensi.

Erano nati gli Dei  o   Esir, discendenti di Buri e quando Ymir venne ucciso dai tre nipoti di questi, Odino, Vili e Vé,  il suo sangue (fatto di acqua)  inondò   il Niflheimr, la terra dei Giganti  e li  uccise tutti.. Al “diluvio”  scamparono solo il gigante Belgelmir  e la sua sposa,appartenenti alla razza dei Giganti di  Ghiaccio, che riuscirono a  trovare  riparo in un tronco d’albero cavo,  come  in una canoa e  si  salvarono;  in seguito i due diedero  vita ad una nuova razza di Giganti.

La sconfitta dei Giganti ad opera degli Dei rappresenta la vittoria  e il trionfo dell’ordine sul caos  e della ragione sull’istinto. .Ciò nonostante, alcuni Giganti più vecchi erano considerati depositari dell’antica saggezza e talvolta considerati Dei minori. D’altronde,   molte delle  spose degli Dei  erano Gigantesse.
E si arriva alla creazione del  Miògaròr,  o “Terra di  Mezzo”  ossia il mondo degli uomini.

Sarà Odino ad occuparsene, insieme ai fratelli.  Allo  scopo, egli userà  l’enorme corpo di Ymir: la sua carne sarà la terra,  il sangue diventerà   l’acqua dei  fiumi e dei laghi  e  le ossa seviranno ad  innalzate  montagne  e  colline;  frammenti di  quelle  ossa  e i  denti ,saranno trasformti in pietre mentre  le larve della carne  daranno  origine alla  razza degli gnomi,  antenati di nani ed elfi.  Con il teschio, infine,  gli Dei creeranno la volta celeste, sostenuta da quatro nani  rappresentanti i punti cardinali. E  per finire, ai confini della terra, Odino collocò uno dei figli del gigante Belgermir,  con l’aspetto  di aquila  e creò il vento,  poi con i frammenti del cervello   di Ymir disseminò la volta celeste di nuvole.   Dal  Múspellsmeimr, invece,  Odino e i fratelli presero  delle scintille  di fuoco e crearono le stelle e la luce..

Ecco…  gli Dei avevano  creato finalmente un posto sicuro per gli uomini, lontano dai Giganti: il   Miògaròr, la “Terra di mezzo”… il mondo degli uomini.

Le fonti principali sono alcuni poemi dell’ Edda poetica.

ANTICO EGITTO – La Triade di Abidos: Iside-Osiride-Horo… Horo, il Salvatore

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HORO….  il Salvatore  –  immagine tratta  dal web

Salvatore di Osiride e Salvatore dell’umanità.
Se Osiride è considerato  il Dio della gente comune poiché al contrario di Ra, Ptha o Ammon non fornì mai una base al potere politico, suo figlio Horo dell’umanità fu considerato il Salvatore.
Ad Horo è affidata la missione di riportare  Ordine e Giustizia in un mondo caduto nel Disordine e nella Confusione,  compromesso  e stravolto da Seth il Perturbatore. Suo padre Osiride  è morto e giace inerte e completamente passivo e questo stato di cose durerà fino a quando il suo erede non vincerà sui nemici.
I nemici di Horo sono Seth e i suoi sostenitori.
La lotta sarà lunga e terribile, poiché Seth è la personificazione della Morte e del disfacimento fisico e le  battaglie saranno durissime ed a tratti tragicomiche:  Horo strapperà i testicoli a Seth e Seth caverà un occhio, quello sinistrao, ad Horo.
Una lotta senza quartiere che si trascinerà per lungo tempo senza vinti né vincitori, ma che sconvolgerà “l’età d’oro” istaurata da Osiride e spingerà La Divina Compagnia ad intervenire perché vi si ponga fine; Thot, Personificazione dell’Ordine,  avrà il delicato incarico della pacificazione.
“Oh, Thot! Che cosa sta succedendo fra i figli di Nut? – dice Atum il Supremo –
Essi han creato la lotta; hanno eccitato la confusione.
Hanno agito male, hanno suscitato la rivolta…”
Seth e Horo, i due  Contendenti, sono chiamati a interrompere le ostilità ed a presentarsi al cospetto della Divina Compagnia, che deciderà a chi dei due assegnare la palma della vittoria e il diritto ad occupare il trono d’Egitto.

Il Giudizio divino favorisce Horo: Ordine e Ragione prevalgono su Disordine e Violenza.

Horo è riconosciuto erede di suo padre e può finalmente prendere il potere e sedere sul trono come Nuovo Re e subito dopo partire per il Mondo Sotterraneo per portare al padre, sempre inanimato ed immobile, la Buona Novella.

Osiride giace nel Mondo di Sotto, ma non è morto, bensì trasformato in forza “inerte” della Natura che aspetta di “mettersi in movimento”
“Il mio corpo alla Terra
La mia anima al Cielo.”
farà dire, in un testo risalente all’epoca del faraone Zoser.
Sarà suo figlio Horo, il Nuovo Signore dell’Universo che, rendendolo consapevole della Buona Novella del ricostituito Ordine Cosmico,  “metterà in movimento” il suo corpo inerte e lo scuoterà dallo stato di incosciente torpore:
“Sorgi, Tu che fosti buttato giù a Nedit!
Respira felicemente in Pe!”
e ancora:
” Questi é Horus che parla.
Egli ha allestito un processo per suo padre
Si è rivelato padrone della Tempesta (Seth)
Si è opposto alle tonanti minacce di Seth…”
Osiride è riportato in vita. Osiride si scuote. Rinasce. Rivive, ma non nella vecchia forma, bensì come Spirito della Vegetazione, poiché egli è la Natura. La Natura così come era intesa all’epoca: con la desolazione estiva e lo spirito della vita che poteva addormentarsi e morire, ma che poi si svegliava per tornare a vivere.
“Se ne andò, si addormentò, morì.”
“Tornò, si svegliò, vive di nuovo!”
L’intervallo, però,  tra queste due fasi, la Morte e la Resurrezione,  è un momento critico  e delicato. Pieno di pathos. Il pericolo di disfacimento e corruzione fisica è altissimo. E’ questo l’acme dell’intero dramma.
Vulnerabile ed inerme, esposto ad ogni insidia,  Osiride ha bisogno di protezione, come anche lo Spirito della  Natura che simboleggia e il corpo del defunto che in Lui si identifica.
Questa “vigilia di passione”, questo periodo di “transizione”, nelle vicenda di Osiride era colmata dalla “veglia” e dal pianto di Iside e Nefty  in attesa che Horo svolgesse la sua missione.
Nelle vicende umane, invece, erano familiari, amici e prefiche ad assistere e piangere il defunto. Lo facevano nel corso delle numerose cerimonie funebri, come quella, fondamentale, della “Apertura della Bocca”,  un momento di grande tensione emotiva, in cui il sacerdote esorcista funerario fingeva di dormire e di svegliarsi al richiamo della voce  che lo “chiamava in soccorso”.

“Riemerso” dalle  tenebre, rinato e risorto,  Osiride può finalmente liberare la propria Anima. Ma é solo  al comparire del Disco Solare che Egli  mostrerà i  primi  segni  di rianimazione: Il Disco Solare sta attraversando gli Inferi nel suo percorso notturno e nel vederlo dice:
“Oh, Osiride,  Possa la mia Luce illuminare la tua Caverna…
… Sorgi dalla Terra.”
E’ il momento più elevato del dramma. E’ il momento della vittoria e del trionfo: é l’apice della Rinascita e della Trasformazione di Osiride.
L’opera di Horo è terminata; come terminata è l’assistenza di Iside.