I DODICI CESARI – NERONE

 

253Le nostre conoscenze sui Cesari, soprattutto i primi Cesari, si basano in primo luogo sulle opere di due storici: Tacito e Svetonio, il primo appartenente  all’Ordine Senatorio e il secondo  all’Ordine Equestre. Gli Ordini, cioè, che, più degli altri con l‘avvento del nuovo regime, avevano visto ridursi i privilegi. Scrissero le loro opere all’inizio del II secolo, il primo sotto Traiano e il secondo sotto Adriano ed entrambi, per esaltare le qualità dei loro Protettori, esagerarono sugli eccessi dei predecessori.

Sull’esempio di questi, gli storici che seguirono, seguitarono sulla stessa linea, ma il mito negativo di Nerone si é sviluppato soprattutto con il romanzo “QUO VADIS” dello scrittore Sienkiewicz,  l’assegnazione del Premio Nobel, che contribuì alla diffusione del libro e  le trasposizioni cinematografiche. Oggi tutti immaginano Nerone con i tratti somatici di Peter Ustinof e tutti ricordano la scena in cui  brandendo la lira, egli canta l’incendio di Roma.

E’ nato così, si é radicato e perdura ancora, il mito di Nerone incendiario e persecutore dei primi cristiani, nonostante i lavori seri e documentati, condotti dai revisionisti.

.Chi era Nerone? Il vero nome era Lucio Domizio Enobarbo, figlio di Agrippina e Gneo Domizio Enobardo. Successivamente Agrippina sposò l’imperatore Claudio e questi lo adottò e designò quale erede. Discendeva, dunque, per via materna dai Claudii e dai Giulii e per via paterna dai Domizi.

Svetonio afferma, senza mezzi termini, una ereditarietà biologica da questo ramo, facendo notare il carattere violento e dissoluto di alcuni dei suoi appartenenti. Ad es. del nonno Lucio, uomo arrogante e crudele, amante di giochi gladiatori particolarmente  violenti.

Fisicamente conosciamo Nerone abbastanza bene e non solo dalle numerose descrizioni che di lui hanno fatto i vari storici, ma anche e soprattutto dalle immagini sulle monete durante il lungo regno, quattordici anni, che hanno permesso di farne notare i cambiamenti nel corso del tempo, dovuta alla propensione per il buon vino e la buona cucina.

Il ritratto tracciato da Svetonio è piuttosto impietoso:

“… statura giusta, corpo macchiato e fetido, capelli biondicci, volto bello, occhi azzurri, collo obeso, ventre prominente, gambe  gracilissime”.

Plinio il Vecchio, però, suo contemporaneo, precisa che quelle macchie altro non erano che lentiggini e che il  fisico era ben proporzionato.

Lo stesso fece Seneca, che nell’opera composta per  celebrare l’avvento al trono del suo pupillo, lo paragonò addirittura ad Apollo per la bellezza e per il canto: un giudizio, naturalmente, non scevro da un certo servilismo.

In molti hanno voluto accostare Nerone a Caligola, non solo autori cristiani, che vedevano in lui l’AntiCristo, ma anche  autori come Svetonio.

E allora dove sono gli accostamento fra i due?  Forse, in realtà, solo nella morte. All’età di 30 anni circa. Sregolatezze le avevano accumulate entrambi, ma il primo in soli 4 anni, mentre il secondo in più di 14. Per di più, quest’ultimo, Nerone, aveva avuto un precettore, Seneca, fin dall’assunzione del potere, che all’altro era mancato.

L’accostamento viene fatto soprattutto in virtù della sregolata vita notturna, ma,  se per Caligola si trattava di una vera malattia legata all’insonnia, in Nerone potevano considerarsi semplici scappatelle, le stesse che si concedevano tutti i rampolli di buona famiglia.

Quanto agli eccessi a tavola, erano gli stessi di tutti i cittadini romani facoltosi: banchetti interminabili; quelli di Nerone duravano anche un giorno e una notte interi, intervallati da bagni e giochi.

L’altra passione di cui fu accusato era quella per le donne. In realtà egli amò con passione due sole donne: la liberta Atte, che fu sul punto di sposare e che gli restò accanto fino alla morte e Poppea che sposò in seconde nozze.

Il primo matrimonio, combinato da Agrippina, fu quello con Ottavia, figlia di Claudio e Messalina, di cui si sbarazzò subito con una falsa accusa di adulterio Lei aveva solo 12 anni e lui 16..

Il terzo, invece, con Statilia Messalina. Anche questa volta fu un colpo di fulmine, seguito da uno scandalo, poiché egli la portò via al marito Attico Vestino. Statilia lo accompagnò nei suoi viaggi, ma al primo sentore della fine, si eclissò.

Un po’ di interesse merita la storia con Poppea, donna di una bellezza rara. Nerone se ne era innamorato a prima vista. Poppea, però, era già sposata con Crispino. a cui fu portato via da Otone, amico di Nerone.

E qui nasce un piccolo giallo. Plutarco dice che fu Nerone ad incaricare Otone di sedurre Poppea per poi cederla a lui, ma che al momento di farlo, questi si  rifiutò. Svetonio riferisce invece che fu lo stesso Nerone a sedurre la donna e ad affidarla all’amico per evitare lo scandalo, ma che alla morte di Ottavia si sia rifiutato di cedergliela. Terza versione, quella di Cassio secondo il quale, in realtà, si trattava di un rapporto a tre.

Completamente conquistato da quella donna, la sua morte lo sprofondò nella più cupa disperazione. Si può credere, allora, che sia stato lui ad ucciderla con un calcio nel ventre, sia pure in un eccesso di collera? E’ difficile crederlo; gli stessi Tacito e Svetonio  riferiscono il fatto più come un incidente che un fatto voluto.

Scandalosa fu, invece, la violenza fatta alla vestale Rubria; in questo caso, però, citato solo da Svetonio, la prudenza suggerisce cautela. La stessa cautela che si impone riguardo l’accusa di incesto con la madre Agrippina.

Sregolatezze, follie notturne e altro ancora, dunque, che, non solo non furono mai represse dai precettori Burro e Seneca, ma che, al contrario, furono favorite, perché impedivano al giovane Princes  di fare altri guai.

Per comprendere i comportamenti licenziosi di Nerone occorre analizzare tutto il contesto che li favorirono: una adolescenza oziosa, la dissolutezza della vita di palazzo e uno sconfinato potere che  sviluppò in lui il desiderio di superare ogni  limite.

Forse é proprio in questa ottica che si pone il presunto incesto con la madre. Ad un’analisi più attenta, però, questo fatto risulta inverosimile agli stessi autori storici i quali lo riportarono solo per dovere di cronaca.

Ben nota, invece, la sua passione per il canto e la musica, ma Svetonio ci parla di una voce debole e velata e Dione Casso riferisce quanto fosse flebile, tanto da suscitare ironia e derisione. Diversa l’opinione di alcuni moderni storici secondo i quali, tali giudizi erano dettati solamente da sentimenti personali,

In realtà, Nerone amava sinceramente il canto e si sottoponeva a grandi sforzi e sacrifici per migliorare la voce e  salvaguardarla.  Come un vero professionista.

La stessa passione metteva nella Poesia e nella Composizione, ma, ancora una volta, i giudizi sono discordi.: Svetonio gli riconosce una certa capacità, mentre Tacito afferma che si facesse aiutare da altri.  A preparargli i discorsi, riferisce ancora Tacito, era Seneca, ma poi per primo gli riconosce qualità nell’Eloquenza,  alle cui gare Nerone amava partecipare,  dicendo testualmente: “Non manca di grandezza né di fascino…”

Ad una persona che gli chiedeva che cosa avrebbe fatto se fosse stato deposto da imperatore,  Nerone rispose: “L’arte mi darebbe sempre da vivere.”

Ecco un’immagine di Nerone che potrebbe cancellare quella del tutto inaccettabile del Quo Vadis. Una immagine quasi completa che ci parla di passioni sincere e genuine: passione per i cavalli, il canto, la poesia e il teatro, per cui calcò le scene nei ruoli di Tieste, Oreste, Edipo, ecc.

Cantare, suonare, scrivere, comporre… queste la sue vera passioni, più che i giochi gladiatori, e meno ancora  la politica o il potere. A procurargli il trono, infatti, era stata una madre ambiziosa ed intrigante come Agrippina. Nerone aveva solo diciassette anni quando fu eletto, con il nome di Nero Claudius Caesar Augustus Germanicus, ma il vero capo dell’Impero era lei, Agrippina, che, con i numerosi delitti si era guadagnato il potere.

L’influenza della madre sul figlio, però, durò poco. Non più di sei mesi, dopo di che, egli si lasciò guidare dal precettore Seneca e dal Prefetto del Pretorio, Burro, che mal tolleravano l’assolutismo della donna..

I rapporti con la madre, in realtà, erano sempre stati  difficili, le ingerenze di Agrippina lo avevano sempre  infastidito. Ora, però, la questione s’era fatta proprio seria: Agrippina aveva minacciato di ripristinare il diritto di Britannico ad occupare il trono e lo avrebbe fatto andando a farlo proclamare Imperatore sul campo dai pretoriani. Una minaccia reale, da quando si era scoperto che l’imperatore poteva essere eletto anche lontano da Roma. Una minaccia che sconvolse Nerone, ma anche una imprudenza  che segnò la sorte di Britannico e la sua condanna.

La morte del ragazzo, che aveva solo quattordici anni, avvenne con il veleno e per mano di Locusta, la stessa che aveva avvelenato suo padre, Claudio. Morì a cena,  dopo un primo tentativo fallito e il suo cadavere fu messo sul rogo quella notte stessa ed al popolo si disse che era morto di epilessia, male di cui soffriva. Dopo aver comprato il silenzio dei cortigiani con generosissimi donativi, Nerone si presentò al Senato con un discorso commemorativo, probabilmente scritto da Seneca, in cui esprimeva tutto il dolore per la morte del fratello.

Dopo quella morte, però, i contrasti fra madre e figlio divennero sempre più aspri; istigato da Burro e Seneca, Nerone si liberò di quella serrata tutela ed Agrippina si ritrovò privata di ogni potere e perfino della Guardia Personale.

Burro e Seneca, furono per Nerone quello che Agrippa e Mecenate erano stati per Augusto. La loro influenza sul principe inizialmente fu assai positiva, come ci rivela un episodio, una frase pronunciata in occasione di una condanna a morte  “Vorrei non saper scrivere.”

Su indicazione di Seneca, il giovane imperatore fece molte riforme in favore del popolo, come la riforma tributaria e monetaria che diede molti vantaggi ai più poveri.

Non solo Burro e Seneca, in realtà, ma anche la presenza a corte di alcuni liberti di Claudio, come  Pallante, consentirono, con il loro operato, una continuità nella soddisfacente  attività amministrativa.

Sempre più difficili e tesi, intanto, i rapporti con la madre, soprattutto quando gli arrivò voce di un complotto ordito da Agrippina  per detronizzarlo che lo turbò così tanto da spingerlo ad ordinare la sua morte. Davanti al Senato si giustificò dicendo che la donna aveva complottato contro l’imperatore e lo Stato.

In effetti, pare proprio che Agrippina avesse intenzione di detronizzarlo e mettere  al suo posto sul trono un uomo che intendeva sposare.

Burro e Seneca rimasero estranei a questo delitto,  ma non fecero nulla per impedirlo. Quella morte, però, tormentò molto Nerone, assalito di notte da tremendi incubi e lo cambiò profondamente.

Senza più il controllo della madre, egli cominciò a soddisfare ogni capriccio. Ripudiò Ottavia e sposò Poppea. Ottavia fu esiliata, ma il popolo scese in piazza per manifestare in suo favore e Nerone allora la fece uccidere e disse che si era suicidata.

 

Coincise proprio con questo delitto la svolta che segnerà la fine del periodo d’oro, il famoso Quinquennium Neronis, il periodo più felice di tutto l’impero romano, un’età dell’oro di 5 anni. I primi 5 anni del regno di questo Princes, da tutti apprezzato.

Burro morì poco dopo e Seneca pian piano si ritirò dalle scene e al loro posto fecero la comparsa due loschi figuri: i nuovi Prefetti del Pretorio, Rufo e Tigellino e il giovane Princes si trovò alla mercé dei propri istinti e di  soggetti  dissoluti e privi di ogni morale.

Fu l’inizio di un’epoca sempre più buia, che andò inesorabilmente sprofondando in un’atmosfera di disordine, libertinaggio, lassismo e di una scia interminabile di delitti che, tuttavia, non gli alienò il favore del popolo. Irresistibilmente attratto dai fasti orientali, fu prodigo, infatti, di donativi, regalie e banchetti sontuosi. Tutto questo richiedeva grandi risorse economiche. Denaro che egli si procurò in modo lecito o illecito a spese soprattutto della provincia, ma che gli guadagnò il consenso del popolo

 

 

 

Eccentrico ed esteta, era anche profondamente superstizioso, tanto da “vedere” in ogni fenomeno della natura (il disporsi delle nuvole, l’accumularsi della nebbia, ecc…) un avvertimento divino e fu così che la paura di congiure contro la sua persona, divenne una vera ossessione e scatenò in lui una  vera paranoia  che lo portò al delirio.

In effetti, di congiure ce ne furono tante, la più famosa fu quella di Calpurnio Pisone; i congiurati erano senatori e cavalieri appoggiati da ufficiali della guardia pretoriana, la guardia personale dell’imperatore. Pare che tra di loro ci fosse anche Seneca cui fu dato l’ordine di togliersi la vita ed egli si suicidò bevendo della cicuta.

Sulla fine di Nerone si è tanto favoleggiato. Dichiarato dal Senato nemico pubblico, Nerone si ritrovò solo e senza appoggi:  chiunque  avrebbe potuto ucciderlo. In realtà, egli aveva preso la decisione di suicidarsi prima ancora di darsi alla fuga. Le circostanze, però, gli furono tutte contrarie: la cassetta dei veleni che non si trovava e nessuno dei servi disposto a prestarsi per quell’azione. Egli era, infatti, completamente incapace di darsi morte da solo. Tentennò a lungo, come recitando su un palcoscenico in una parte di grande immedesimazione.

“Quale artista perisce con me!” e ancora

“Turpe e vergognoso è sopravvivere. Non è, non è da Nerone…”

Ma, nel momento estremo, egli trovò il coraggio e la dignità e, come riferisce Svetonio:

“ Di pié veloci cavalli mi giunge all’orecchio il rumor.” recitò  e si cacciò in gola il ferro.

Morì suicida forzato, dunque, ma morì da esteta. Nell’ora della verità non si riproverava le colpe, neppure le più orrende, come la morte della madre… né si preoccupava della tragicità del presente… l’unica cosa che deplorava era la perdita del proprio talento.

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I DODICI CESARI – CALIGOLA

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Sadico, eccentrico e privo di ogni freno morale.  Questo è il ritratto ormai cristallizzato di Caio Giulio Caligola, figlio del generale Germanico e di Agrippina Maggiore. I suoi primi mesi di regno furono esemplari, come se avesse voluto onorare la memoria di suo padre e seguirne l’esempio di grande magnanimità e correttezza.  Ma poi, la svolta.

Aveva 25 anni quando arrivò al potere, inesperto e privo della forza di carattere necessaria per operare per il bene di tutti. Ecco come si espresse Filone d’Alessandria:

“… sprovvisto di qualunque sentimento umano, innovatore, giovane, dotato di un potere assoluto privo di ogni controllo. Ora, quando la giovinezza è dotata di potere assoluto e segue inclinazioni incontrollate, è un male difficile da combattere.”

Il giudizio di Giuseppe  Flavio fu ancora più esplicito: “… difficile rimanere moderati quando non si ha nessuno a cui rispondere.”

In realtà, una istituzione a cui rispondere c’era ancor: il Senato, ma i senatori, invece di esercitare controlli, finirono, per  ambizioni personali e servilismo, per rafforzarne il potere e porre il Princes al di sopra della Legge. Questo, già ai tempi di Augusto. In realtà, Caligola, che la morte del padre, Germanico aveva profondamene turbato, nutriva un odio profondo contro il Senato.

Ed ecco la fatidica domanda: il potere rende folli? Molti dei Cesari hanno manifestato segni di follia. Ma davvero il potere trasforma il buon Princes in un folle  despota? Si è molto discusso su questa questione, alimentata dalla interpretazione di fatti riportati da Autori contemporanei e postumi: fatti sempre concordanti e interpretazioni, invece, no! Ci sono interpretazioni ambigue, incomplete o apertamente ostili e poi ci sono testimonianze che riferiscono di malattie mentali quali epilessia, schizofrenia, ecc..

La situazione, alla morte di Tiberio, era assai tesa e la successione avvenne in un clima di ambiguità e intrighi a causa del rifiuto dell’imperatore di nominare un erede, fin quando Macrone , non prendeva in mano la situazione: il Senato fu costretto dai pretoriani ad eleggere il nuovo  Imperatore.

L’accoglienza del popolo, quando Caligola giunse al potere, fu di grande esultanza: Roma acclamava il figlio di Germanico, amatissimo e stimatissimo, e il nuovo Princes rispose dando al proprio governo una spiccata impronta tollerante  e generosa, attraverso donativi ed elargizioni varie.  Caligola pareva davvero voler prendere il padre come modello da seguire.

Durò pochi mesi, poi tutto cambiò.   Correva l’anno 37.

Cosa  accadde in quell’anno?

Caligola si ammalò e la sua guarigione fu segnata, ancora una volta, da grande esultanza popolare. Tutto cambiò proprio dopo quella malattia.  Cominciò con l’ordine di darsi morte fatto arrivare a Gemello, cugino dell’imperatore e poi allo stesso Macrone; seguì il suocero.  Ricercatori e studiosi sostengono, oggi che quella malattia  sia sfociata in  una psicosi maniaco-depressiva. Fu proprio con quegli episodi che il popolo cominciò a  manifestare  la propria  contrarietà ed avversione nei confronti del  Princes.

Come tutti gli Imperatori della dinastia Claudia, anche Caligola godette di una ottima educazione culturale. Colto e  bravo nell’arte nell’eloquenza,  secondo Svetonio, Caligola  scriveva versi eccellenti con cui accompagnava le sue  eccentricità. Anche Tacito riconosce le sue qualità letterarie e scriverà che ” in Caligola la follia non aveva corrotto la virtù del dire…”  riconoscendolo  quale esperto nella lingua greca  e latina.

Ma chi era Caligola?

Pronipote di Augusto e  bis-bis nipote di  Cesare, sia per parte  paterna che materna. Perché mai,  di Caligola, figlio e nipote di persone cariche di fascino e forte personalità,  ci è arrivato  un ritratto dalle tinte così forti e fosche?

La prima infanzia, si è detto, la trascorse  in campi militari, ma,in seguito all’esilio di sua madre e fino ai 19 anni, visse con la nonna, Antonia, dopo di che, raggiunse  l’imperatore Tiberio a Capri nel suo ritiro ed è proprio da lì, sostiene Svetonio, che ebbe inizio la sua vita sregolata e piena di eccessi.  Ai tempi di Tiberio, il suo stile di vita era ancora regolato, ma poco tempo passò ed egli  lo mutò in un  regime esagerato ed esasperato: vino, cibo e divertimenti  smodati. Come il banchetto durato un giorno e una notte  sul ponte di una nave illuminato in maniera sfarzosa ed al temine del quale fece gettare in acqua buona parte dei commensali e dei soldati ubriachi. Eccessi che si trascinò per tutta la vita e che culminarono nella dissipazione di beni dello Stato che Tiberio aveva  così faticato a mettere insieme.

I suoi gusti erano orientati soprattutto verso tre passioni: Teatro, Giochi gladiatori e Corse di carri.   Liberatosi di Macronne , la cui cura principale era quella di  distoglierlo da un comportamento non degno di un imperatore e che, secondo Filone di Alessandria,  lo irritava sommamente, non c’era più nessuno che  potesse impedirgli di utilizzare .tutte le risorse imperiali per la soddisfazione di quelle passioni.

Negli spettacoli di danza e  canto,  la passione era tale da spingerlo a parteciparvi attivamente, cantando e danzando con gli artisti sul palcoscenico. Lo stesso faceva durante gli spettacoli gladiatori,  spingendo gli amici a scendere nell’arena e scendendo egli stesso nella specialità  di gladiatore trace. Né si risparmiava nelle  gare di corse di cavalli,  parteggiando per la Squadra dei Verdi ed invitando gli atleti alla sua tavola o mettendosi alla guida dei carri.

Era nota a tutti questa sua passione per le corse, come era nota la sua passione per i cavalli… per uno in particolare: Incitato, il suo cavallo, cui riservava cure ed attenzioni particolari, senza però spingersi, come  si vuole credere, al punto da conferirgli il Consolato.  Si tratta, naturalmente, di una leggenda nata da un equivoco ben orchestrato e precisamente da una frase riportata da Svetonio, che egli avrebbe pronunciato, riferendosi al suo cavallo e con la quale Caligola aveva probabilmente voluto esprimere il suo disprezzo verso la categoria.

Vediamo che cosa dice davvero questa frase:

Consolatus quoque traditur destinasse”  traduzione: ” Si dice che volesse assegnargli anche il Consolato”.  Non si tratta, dunque, di un fatto realmente accaduto, ma solo di una ipotesi… uno scherzo… una leggenda

Equivoco anche il modo di abbigliarsi di questo Imperatore, atteggiamento che  ha fatto versare tanto inchiostro: abbigliamento strano ed eccentrico che ricordava i fasti orientali di cui era grande ammiratore. All’inizio del principato, egli respinse ogni tentativo di divinizzazione da parte di popolo e Senato, ma cambiò ben presto opinione e cominciò a travestirsi, con l’intento di assimilarsi  agli Dei di Roma. Prese  ad indossare pelli di leone o a  mostrarsi reggendo in mano caducei, sandali ed altro. Giunse perfino a rivaleggiare con Giove, lanciandogli sfide o invettive ed appropriandosi delle sue statue. Provava ammirazione per i culti e le monarchie orientali. Quella egizia in particolare, sul cui modello voleva creare il proprio regno, emulandone l’abbigliamento e l’incesto: ebbe, infatti, rapporti incestuosi con tre sorelle, proprio sul modello della monarchia dell’Antico Egitto.

Forte di un potere illimitato e senza confini,  uomo in cui l’istinto prevale sulla ragione, egli amava spingersi sempre oltre quei confini, per sperimentare e provare nuove sensazioni e provare tutto il provabile fino a trasformare il Palazzo in una immensa casa di appuntamenti in cui far prostituire  mogli e figlie di cittadini più illustri.

Estremamente insolente e diffidente, non accettò mai consigli né ebbe consiglieri, se non per 3 o 4 mesi, all’inizio del principato, quando  al suo fianco  c’era Nevio Macrone… e prima di costringerlo a togliersi la vita.  Ogni decisione, dunque, fu del tutto personale e le contraddizioni furono assai evidenti e  ne mostrarono la doppia personalità e il disordine mentale.

Quale il suo aspetto fisico?

Il nonno paterno, il generale Druso, era notoriamente un uomo di grande fascino e bellezza; era forte ed atletico. Così anche la nonna Antonia.  Sia in  Druso che in Antonia non si riscontrarono  mai comportamenti che potessero ricondurre a qualche squilibrio mentale trasferibile al nipote.

Lo stesso si può dire dei nonni materni,  Vipsanio Agrippa e Giulia, figlia di Augusto. Quanto ai genitori, Germanico ed Agrippina Maggiore, il primo morì con ‘aureola dell’uomo dalle grandi qualità morali e fisiche… sebbene la sua morte non fosse naturale, ma  causata da veleno, alla seconda furono riconosciute qualità di forza morale e fisica;  accompagnava spesso il marito nelle sue campagne militari per cui,  Caligola trascorrerà la prima infanzia nei campi militari e saranno proprio i soldati di suo padre a dargli questo nomignolo, a causa delle piccole calighe,  stivali militari, che portava ai piedi.

A questo punto bisogna fare un breve premessa. I ritratti furono redatti tutti dopo la morte dell’imperatore e furono  inevitabilmente influenzati dalla cattiva fama che questi si era guadagnato. Sappiamo per certo che, a 29 anni, età che aveva quando verrà ucciso,  il suo aspetto era precocemente invecchiato  a causa della vita sregolata che aveva condotto fino  quel  momento.

Alto di statura, fisico sproporzionato, piedi enormi e gambe sottili, così lo descrive Svetonio ed aggiunge, impietoso, che una espressione volutamente truce, rendeva orrendo il volto già brutto. E Seneca non è più tenero e riferisce di un pallore cadaverico e di sguardo torvo. Ancora più drastico il parere di Plinio il Vecchio, che ci descrive soprattutto il suo sguardo carico di  crudeltà,  fisso e torvo.

In realtà, quello sguardo”torvo e fisso”  era  un difetto fisico e non un atteggiamento voluto e questi giudizi così furono sicuramente espressi  sotto l’impulso di proprie emozioni, dal momento che , soprattutto Seneca, odiava profondamente  l’imperatore e le sue descrizioni possono dirsi dunque,  anche di carattere caricaturale.

Afflitto da calvizie precoce,  nei banchetti e negli incontri orgiastici appariva con una parrucca, ma alla morte della sorella Drusilla, si lasciò crescere la barba in segno di lutto, però amava apparire in pubblico alternando un volto barbuto e  glabro e questo fu accolto come uno dei primi segni di squilibrio mentale.

Che il suo aspetto fosse sgradevole è innegabile, né si può negare che fosse  incoerente, di carattere instabile, perfido e crudele,   emotivo e soggetto a paure immotivate ma non si può dire che abbia agito, così come ha agito, a causa di un potere tanto straordinario da renderlo pazzo,  bensì a causa dell’ educazione,  della consanguineità delle origini,  della personalità e soprattutto della vita sregolata e di problemi psicologi che lo affliggevano. Lo affliggeva anche una insonnia patologica ed un sonno di poche ore,  disturbato da incubi che speso non gli faceva ben distinguere il giorno dalla notte.

Emotivo, soggetto a panico ed a paure immotivate, era anche una persona molto vendicativa e proprio su questo aspetto del suo carattere puntarono i primi processi di revisione di questo imperatore: patologie come la schizofrenia e  i suoi sintomi:  passeggiate notturne,  insonnia, pallore, agitazione, atteggiamenti incostanti e altro.

Diffidente e paranoico, aveva il terrore di una morte lenta e dolorosa, ma la sua morte fu, invece, violenta e rapida. Aveva 28 anni quando cadde vittima di un agguato e la morte fu davvero rapida, tanto furono violenti i colpi degli attentatori. Aveva appena lasciato i giochi palatini e stava attraversando un criptoportico del palazzo quando fu sorpreso dagli attentatori. Il soldato di sentinella chiese la parola d’ordine.
“Giove” rispose il Princes e l’altro:

“Abbilo per certo” rispose  e fece seguire un fendente sul collo che lo mandò steso per terra. Seguirono immediatamente  quelli degli altri cospiratori: risoluti, violenti e precisi, che non gli diedero alcuna possibilità di scampo, tanto più che era appesantito da una  brutta indigestione. Contro di lui, la sorpresa e il numero elevato dei congiurati.

Era mezzogiorno del  24 gennaio del 41.

 

I dodici Cesari – CAIO GIULIO CESARE

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In quanti hanno scritto di Caio Giulio Cesare? Quanti libri, saggi, romanzi, biografie, tragedie, commedie ed altro?  Non farò il suo ritratto dettagliato, mi limiterò a riportare le mie impressioni e qualche cenno biografico e storico.

Chi era Caio Giulio Cesare? Un grande protagonista della storia con una sfrenata bramosia di onori e ricchezze e un ego gigantesco. Basta citare un esempio: catturato dai pirati, al riscatto di 20 talenti ne aggiunse  altri 30, perchè, disse, ne valeva di più, ma promise che li avrebbe catturati e giustiziati. E mantenne la parola.

Dinamico nelle decisioni e precoce nello sviluppo,  consumò le tappe con sorprendente rapidità.  A soli  sedici anni sposò Cossunzia,  l’anno successivo, a diciassette, divenne Flamine, ossia Sacerdote di Giove, carica assai prestigiosa.  Sempre in quell’anno ripudiò Cossunzia e sposò Cornelia, figlia di Cornelio Cinna, dalla quale ebbe Giulia, l’unica figlia.  Silla, che voleva che divorziasse da Cornelia per sposare la nipote,  ostacolò la sua nomina a  Flamine Diale, ma Cesare non cedette e lasciò Roma, cosicché, gli vennero confiscati tutti i beni, compresa la dote della moglie. Finì, però, per sposare Pompea, nipote di Silla, che ripudierà qualche anno dopo a seguito dello scandalo del fratello Clodio Pulcro, il quale si era furtivamente introdotto, travestito da donna, in un cerimonia religiosa, per sole  donne, in onore di Vesta.

“Sulla moglie di Cesare – disse – non deve essere esserci neppure il sospetto”.

Politicamente ricoprì tutte  le cariche: Flamine, Pontefice, Questore, Edile Curiale, Pontefice Massimo Pretore, Console e Triumviro, nel 60, insieme a Pompeo e Crasso e per rafforzarne legami,  fece sposare a Pompeo la figlia Giulia, ma, la morte  di questa, incrinò i rapporti fra i due.

Fra il 58 e il 51 conquistò le Gallie e nel 46 tornò definitivamente a Roma. Gli furono tributati quattro Trionfi, ma non celebrò quello su Pompeo, perché un romano non doveva mai celebrare  la vittoria su un altro romano.

Dotato di una intelligenza eccezionale, dimostrò di possedere altrettanta audacia, come quella di assumersi la totalità delle decisioni. Esempio, la decisione presa sul Rubicone… presa, come sempre, proprio da solo. Solitaria, veloce e strategica  Niente consiglieri influenti.  E Cesare  è grande stratega  e , come disse di lui Plinio il Vecchio: “…parlo solo dell’intelligenza, della rapidità del suo ingegno, veloce come il vento.”

Cesare aspirava alla Monarchia, ma non sul modello di quella di Roma, bensì sul modello ellenistico. Grande ammiratore ed estimatore di Alessandro, nella sua smisurata ambizione, sognava di emularlo. Sognava di conquistare la terra e diventarne il signore assoluto . Un progetto, però,  che travalica ogni ambizione: egli vuole il consenso popolare: la Vox populi, che lo riconosca come capo.

Egli già godeva  del consenso dei suoi soldati, che già gli riconoscevano suprema autorità; autorità quasi divina. Per discendenza divina.  Faceva risalire le proprie origini per parte della madre ad Anco Marzio e per parte di padre ad Ascanio, figlio di Enea, figlio di Venere.  Imperator! Così i soldati salutavano il loro capo e questo titolo gli attribuirà anche il Senato, quando ne otterrà i consensi.  Dopo ogni vittoria. Lo stesso titolo accordato nei Decreti per rivolgere suppliche agli Dei:  l’imperator che intercedendo presso gli Dei, concedeva benefici e  veniva innalzato sugli altri uomini.

Unico e solo!  In netto contrasto con le aspirazioni dei  repubblicani. Questi, invece, lo chiamavano “Tiranno” e consideravano intollerabile tanto potere nelle sue mani. Fino alla fine del III secolo a.C., uno  dei principi guida della Repubblica era stato quello di non concentrare troppo potere ed autorità nelle mani di un sola  persona,

A Cesare, però, interessava davvero il bene del popolo e voleva risollevare la plebe  dall’inerzia  e dalla povertà ed a tale scopo aveva dato inizio  a grandi opere pubbliche e  fondato colonie romane nei luoghi conquistati. Erano un po’ le idee repubblicane dei Gracchi che egli, pur appartenendo a famiglia nobile e di antica tradizione, aveva sempre sostenuto,  contro aristocrazia e Senato. Come allora, però, anche contro di lui  si levarono feroci opposizioni, sollecitate dal sospetto che  volesse ingraziarsi la plebe per farsi eleggere Re.

Si dedicò, dunque, ad una complessa opera di riforme  anche per controbilanciare la potenza di Pompeo ed appoggiò la Rivolta di Catilina. Durante il processo contro Catilina, pronunciò un discorso in cui sosteneva l’illegalità della pena di morte, proponendo invece  confisca dei beni  ed ergastolo, ossia detenzione  a vita, ma fu accusato di farne parte e per poco non finì giustiziato assieme ai congiurati, mentre Cicerone, che si era scagliato contro la congiura con la famosa Catilinaria, fu nominato “Padre della Patria.”

Dotato di un sicuro senso politico oltre che di insuperabili capacità militari,  Cesare mise in atto il suo progetto di conquiste.  Rivalità di Partiti, discordie tra  famiglie influenti, avevano scosso  la solidità della Repubblica; l’esempio di Silla, infine, insegnava che un capo militare appoggiato dall’esercito, poteva  diventare padrone di Roma. Cercò, dunque, ed ottenne il governo della Gallia  romana, con il preciso intento di conquistare l’intera regione.  Dotato anche di talento letterario, annoterà in un “diario”,  quelle sue imprese: il “De bello gallico” che ancora oggi si studia nelle scuole. Successi militari e successi letterari aumenteranno  il suo prestigio: militare e politico, ma gli guadagnarono la gelosia di Pompeo, rimasto a Roma.

Sia Cesare che Pompeo aspiravano agli stessi onori, ma  erano spinti da diverse aspirazioni e con una diversa concezione della politica: Pompeo, con una concezione repubblicana, che vedeva una alternanza di uomini al potere  e Cesare, invece, con una concezione monarchica che prevedeva  il potere nelle mani di un solo uomo, ma riconosciuto dal popolo e dagli Dei. E qui ricordiamo il discorso pronunciato  ai funerali della zia Giulia, in cui egli  si attribuiva la Maestà degli Dei da cui pretendeva di discendere. Inoltre, mentre Pompeo godeva dell’appoggio del Senato, Cesare godeva di quello dell’esercito.

Pompeo brigò molto contro di lui, riuscendo a mettergli contro il Senato, che gli tolse il governo della Gallia e gli ordinò lo scioglimento delle milizie ed un immediato ritorno a Roma. Cesare, come sappiamo, si rifiutò di ubbidire ed è qui che si inserisce l’episodio del Rubicone. Tornato in Italia con la XIII Legione, raggiunto il fiume Rubicone che segnava il confine della Repubblica e che non si poteva attraversare con le truppe, Cesare l’attraversò e puntò su Roma.  Pompeo fuggì in Grecia per preparare  un nuovo esercito, ma Cesare, rimesso ordine nel Senato, lo inseguì e sconfisse a  Farsalo. Pompeo cercò riparo in Egitto, ma Tolomeo, credendo di  fare cosa gradita a Cesare,  lo fece uccidere.

Tanto era ambizioso, però, quanto generoso, equilibrato e clemente.. Tornato a  Roma,  ne divenne l’unico arbitro  dei destini di tutti. Al  contrario dei predecessori e dei loro comportamenti, Cesare, incline al perdono, perdonò avversari ed oppositori,  molti dei quali richiamò dall’esilio  ed a cui affidò anche incarichi di prestigio. Un uomo equilibrato, Cesare, ma con nelle mani un potere a dismisura: la tribunicia potestas gli permetteva, con diritto di veto, di annullare i senato-consulti e, quindi, di eliminare ogni decisione  contraria alla propria.

Il Senato, però,  dice Dione Cassio, non solo non esercitò alcun controllo su di lui, ma ne rafforzò il potere con eccessive adulazioni e servili decreti.  Troppi decreti. Come quello, appena ricevuta la nomina di Imperator e Liberator, di estenderla ai suoi discendenti,  ponendo. così, le basi per una monarchia ereditaria.

La congiura delle Idi di marzo fu, dunque, una reazione per arrestare un processo che s’era messo in atto.  Congiura di stampo repubblicano, naturalmente. poiché gli innumerevoli onori riconosciuti all’Imperator,  dimostravano che in molti avevano già dimenticato i principi di quella democrazia.

Dictator perpetuus  fu l’ultimo titolo riconosciuto a Cesare. Troppo per  gli oppositori i quali tentarono di arrestarne la minaccia  con ventitrè pugnalate che spensero la vita di Cesare, ma  non impedirono ai suoi successori la creazione di un nuovo regime.

Anche nella morte, sono concordi i racconti, Cesare resta fedele a se stesso e al proprio  carattere: prima reazione è lo stupore, segue una strenua difesa e infine come disse Cassio, una dignitosa rassegnazione:

“Essendosi avvolto nella toga, si lasciò trafiggere dai pugnali. Questa è la versione più diffusa, tuttavia alcuni hanno aggiunto che alla vista di Bruto, che gli menava un gran fendente, gridò: anche tu, figlio mio?”

In molti si chiedono se Cesare si aspettasse quella morte. Pare non tenesse conto dei sogni premonitori della moglie, nè degli avvertimenti dell’indovino Spurinna , nè di altri segnali, come pare che avesse nella Fortuna una fede incondizionata.  Di certo non avrebbe voluto una morte come quella del suo idolo, Alessandro Magno, morto per un febbre malarica.

 

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I MONACI-GUERRIERI

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Dopo la prima Crociata e cioè, la conquista dei Luoghi Sacri, apparve subito chiaro a tutti che l’impresa non era conclusa, ma appena iniziata. Si trattava, ora, di difendere quella conquista. Appelli e richieste d’aiuto e rinforzi, partirono numerose  da Gerusalemme  e le spedizioni in Terra Santa si moltiplicarono immediatamente. Si può dire, anzi, che furono così numerose, benchè, ufficialmente, i libri di Storia ne riconoscano solo sei o sette, che si trattò di un’unica lunghissima Crociata.

A rispondere a questi appelli i primi furono i Genovesi, già nel 1097; seguirono i Pisani.  Il loro apporto fu estremamente importante: oltre alle operazioni militari, infatti, si occuparono anche di rifornimenti di viveri e legname. Più tardi arrivarono anche i Veneziani, i cui interessi economici, però, erano concentrati soprattutto in Egitto, Siria e Bisanzio.

Nelle città conquistate sorsero quartieri occidentali che divennero ben presto centri di attività economiche, commerciali e di trasporto. Soprattutto il trasporto dei pellegrini, dall’afflusso incessante, che, in qualche modo bisognava guidare e proteggere. Gli appelli, dunque, per  ottenere aiuti e rinforzi, divennero sempre più numerosi e pressanti. Questo, sia perché i protagonisti di quella prima spedizione,  i grandi guerrieri-crociati, andavano sempre più assottigliando di numero per cause varie, sia perché , l’impresa aveva bisogno di nuove risorse.

Fu posta in atto una grande propaganda, di carattere religioso ed economico, che produsse il miracolo: un esercito di pellegrini, mosso da necessità diverse, spirituali e materiali, attraversò il mare per raggiungere l’Oriente. Ne nacque un grande  affare  che    trasformò in ricchi armatori, i barcaioli veneziani, pisani e genovesi.

Venne a crearsi, però, anche una figura di pellegrino assai particolare con un compito ben preciso: occuparsi dei poveri, curare gli ammalati, proteggere i pellegrini dagli attacchi dei saraceni  e difendere ospedali e roccaforti cristiane: erano nati gli Ordini Religiosi militari: i Cavalieri di Malta, i Cavalieri di San Lazzaro, i Cavalieri di Santa Maria o Cavalieri Teutonici, tutti o quasi, provenienti dalla Germania.

Anche gli ordini ospedalieri si videro ben presto costretti a difendersi e nacque, così, l’Ordine dei Cavalieri del Tempio, o Cavalieri Templari, con il compito di difendere con le armi sia i pellegrini che i luoghi santi.

Erano nati i Monaci-Guerrieri.

La difesa dei Luoghi Santi, era, dunque, assicurata?

Non esattamente.

Che cosa stava accadendo?

Facciamo qualche passo indietro e torniamo al 1099 ed alla conquista crociata della Città Santa e del Santo Sepolcro. Su quale testa poggiava la corona di Gerusalemme?

Nessuno dei principi conquistatori la volle sulla propria: lì, a Gerusalemme. si diceva, il Crito aveva ricevuto una corona di spine, non di pietre preziose.  Si scelse il meno potente, anche  se a noi  assai noto,  tra i principi conquistatori: Goffredo da Buglione. Non lo si fece Re,  bensì “Advocatus”, ossia Difensore del Santo Sepolcro.

Goffredo morì l’anno successivo, ma il fratello Baldovino, che gli succedette nell’incarico, non più animato da tali nobili sentimenti, si fece incoronare Re di Gerusalemme.

Iniziarono i dissidi. Sempre più profondi.  E iniziò la controffensiva musulmana, favorita proprio da quelle discordie interne.  Iniziò anche l’espansione dei campi di battaglia dei Crociati: non più soltanto i Crociati contro i Musulmani di Gerusalemme, ma anche Crociati contro i Mori di Spagna,  controi Pagani dei Paesi balcanici e perfino  Crociati contro Bisanzio.

Era la Quarta Crociata.Era stata indetta da  papa Innocenzo III, nel 1198. Era diretta in Terra Santa contro i musulmani, ma si concluse con il saccheggio di Costantinopoli,da parte dei crociati, soprattutto veneziani, che profanarono monasteri e rubarono in chiese e case private, portando alla spartizione dell’Impero Bizantino ed alla costituzione di un Impero Latino; l’imperatore Alessio IV Angelo e il suo successore Alessio V, che in tutta la vicenda  avevano avuto comportamenti piuttosto equivoci,  furono, il primo strangolato e il secondo costretto all’esilio.
Non solo contro il simbolo della mezzaluna, dunque, si alzava lo scudo crociato, ma aveva preso a levarsi  anche contro il simbolo della croce.

Le crociate che seguirono furono davvero tante ma non tutte in Terra Santa: contro i Catari, gli Scomunicati , I Ghibellini e poi, contro Federico II, Manfredi di Svevia, i principi Colonna….

Questo uso della Croce contro i Crociati,  più  il peso in termini economici (attraverso tasse e indulgenze), finì inevitabilmente per creare un sentimento anticrociata  sia  contro il papa,  che  contro i Crociati, ma anche  contro   gli Ordini Religiosi-Militari ossia i MONACI – GUERRIERI.

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La spada e la croce… pellegrini in Terra Santa

220px-Godefroy_de_Bouillon         L’ imperatore Alessio Comeno che discute con Goffredo da Buglione.

Si legge su tutti i libri di Storia che l’ispirato appello  di papa Urbano II a liberare il Santo Sepolcro  dalla presenza musulmana e di troncare le persecuzioni contro i cristiani,  abbia agito come una parola d’ordine: mobilitò il vecchio continente e spinse verso Oriente una gran folla di pellegrini.

Ma fu proprio così?  Forse non proprio.

Gli appelli del papa e quelli dei numerosissimi predicatori itineranti che incitavano a prendere spada e croce e partire, contribuirono a far nascere l’dea di una spedizione in Oriente, ma non furono il fattore dominante…  stiamo parlando della prima Crociata, per intenderci.  Oltre a questi, ci furono altri fattori, dettati dalla situazione sociale, politica e, naturalmente, religiosa.

Da secoli, i cristiani si recavano in Terra Santa per venerare il Santo Sepolcro e non  erano certamente oggetto di persecuzione da parte dei musulmani i quali, dietro pagamento di un congruo tributo, li  lasciavano in pace; fu perfino permesso loro la costruzione di diversi  ospedali.

Che cosa, dunque, cambiò quello scenario? Osserviamo un po’ la situazione storica e politica di quei Paesi. Intanto, da tempo, cristiani ed islamici era diventati irriducibili  avversari:  le conquiste arabe in Spagna, Sicilia, Francia, avevano prodotto solchi profondi e così gli attacchi dei pirati saraceni a Genova, Pisa, in Sardegna e, quando i Normanni iniziarono la conquista della Sicilia, esplose quel clima anti-islamico che  non era solo religioso, ma anche sociale e politico.

Qual era la situazione politica?

Era l’anno  1095 e l’Impero Romano d’Oriente aveva appena subito un brutto colpo: aveva perduto i possedimenti asiatici ad opera dei Turchi. L’imperatore  Alessio Comneno, nel timore di perdere anche Costantinopoli, lanciò un appello a papa Urbano II  ed a tutta la cristianità occidentale.

Ravvisando in questa, l’occasione di riunire le due Chiese, quella Orientale e quella Occidentale, divise dallo Scisma del 1054, il Papa la colse  al volo e lanciò il suo appello al mondo criatiano, Franchi e Normanni in particolare.

Il 27 novembre si concluse a Cletmont un Concilio presieduto dal Papa, nel quale si erano discusse le motivazioni di una spedizione militare e religiosa in Terra Santa, che portasse alla liberazione dei Luoghi Sacri  dal dominio dei Turchi, ma che fosse condotta nello spirito di un principio riformatore della Chiesa. In altre parole, invitava ad agire secondo principi di umiltà e penitenza cristiana, proprio come quella croce cucita sulla veste,  stava a sottolineare.

Furono molti i Cavalieri che risposero all’appello, nobili e feudatari. Ma  non furono essi i primi  partire.  A precederli, fu una massa di gente turbolenta e disorganizzata: mendicanti, miserabili e contadini privi di mezzi di sostentamento, in cerca di fortuna. Una massa che si dispose subito a partire, incalzata dalla miseria e infervorata dai tanti, tantissimi predicatori, quasi sempre monaci,  che passavano di città in città, villaggio in villaggio, borgo in borgo, mercato in mercato.

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A guidarli erano spesso “cavalieri” senza arte né mezzi,  emarginati e poveri in canna. Un ottimo esempio lo ha dato il cinema con la figura di Brancaleone. Masse di disperati che lungo il cammino perdevano principi ed ideali per abbandonarsi ad ogni tipo di sopruso  ai dannddelle popolazioni e finedno, spesso, per essere a loro volta massacrati dai Turchi.

Al contrario, i Cavalieri si concessero tutto il tempo necessario per organizzare la spedizione. Partirono in centomila circa, l’autunno dell’anno dopo, ma non tutti insieme, bensì, divisi in tre scaglioni, attraverso tre vie diverse e sotto la guida di diversi comandanti. I primi furono Roberto, figlio di Guglielmo il Conquistatore e Roberto di Fiandre, in partenza da Lione, seguì Roberto il Guiscardo da Taranto e infine partirono il vescovo  Ademaro di Monteil e Raimondo di Tolosa,  sempre da Lione.

Le truppe marciarono su Costantinopoli per via terra lungo il litorale balcanico e infine, guidate da Goffredo da Buglione, giunsero a Costantinopoli, passando per Ungheria, Romania e Bulgaria.

A Costantinopoli l’incontro con l’imperatore Alessio Comneno.

Alessio Comneno, Imperatore di Bisanzio era un uomo accorto e diplomatico:              sventato l’attacco alla capitale ad opera dei Turchi, aveva stretto pacifici rapporti con i califfi di Bagdad e del Cairo e quello voleva, non era proprio una guerra all’Islam. Egli voleva solamente neutralizzare i Turchi,  perciò, l’arrivo di Goffredo da Buglione non lo fece completamente contento: voleva servirsi delle truppe, ma non vedeva proprio di buon occhio tutta quella folla di pellegrini al  loro seguito . Soprattutto, come si è già detto, non voleva una guerra all’Islam.

Eta il 1099

Quale fu l’epilgo di quella avventura durata 3 annii?

Alla vista delle sacre mura di Gerusalemme, un isterismo collettivo colse quasi tutti: cavalieri e pellegrini: lacrime e preghiere, cui fecero seguito processioni e penitenze.

Seguì l’attacco. Fu brevissimo. Durò solamente tre giorni, ma fu tremendo e feroce.

I Cavalieri,  che solo tre giorni prima, davanti alle mura della Città Santa  avevano pianto di emozione e devozione, si abbandonarono agli istinti più rabbiosi e incontrollabili. Fu un massacro di inaudita violenza ed enorme spargimento di sangue: proprio quello che l’imperatore Alessio Comneno avrebbe voluto  scongiurare.  Episodi di  violenza e crudeltà  cieca, messi in atto contro una popolazione quasi inerme: non solo  musulmani, anche ebrei e perfino cristiani scambiati per nemici a causa dell’abbigliamento.

Conclusione! I Cavalieri, i Liberatori del Santo Sepolcro si erano trasformati in implacabili predoni armati di Croci e stavano per aprire un Capitolo  assai particolare della Storia.

GLI ARABI E I NORMANNI A PALERMO- di ELISA MORO

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In seguito alla conquista da parte degli Arabi, avvenuta nel 831 d.C., dopo un lungo assedio, la città di Palermo in 243 anni di dominazione, raggiunse splendore e prosperità; fu sede degli Emiri e divenne simile alle maggiori città arabe. La città raggiunse proporzioni notevoli attraverso nuove espansioni che garantirono integrità all’antico tessuto urbanistico del Cassaro. L’antica Paleopoli che dal XI sec. verrà denominata Galca, cioè “la cinta” dall’arabo al-halquah, diverrà la sede del primo nucleo di quel complesso che poi sarà il Palazzo dei Nomanni. Prima tra le espansioni urbane della città in periodo Arabo fu la cosiddetta “Halisah”, cioè la Kalsa, una vera e propria cittadella fortificata che venne costruita nel 937 nell’area in prossimità della attuale Cala. Era munita di porte e serviva a fronteggiare gli eventuali attacchi dal mare.

Si tratta della prima espansione che abbia seguito un programma stabilito e che sia stata utile ad accogliere gli edifici della classe dominante dei fatimiti. Successivamente la città conobbe altre espansioni fuori le mura e, a nord e a sud, si costruirono nuovi quartieri… Uno di questi a Nord del Cassaro era chiamato “harat as Saqalibah”, meglio noto come il “quartiere degli schiavoni”, il quartiere più popolato della città. Mentre il Cassaro e la Kalsa erano destinati infatti a residenza dell’apparato dirigente e amministrativo oltre che militare, “harat as Saqalibah” era destinato ai commercianti e pertanto tendeva ad accogliere tutti coloro i quali giungevano per motivi commerciali.

Era un quartiere multietnico che risentiva dei contatti via mare. Il testo “Sicilia musulmana” di I. Peri (1961 -Edistampa), riporta: “Palermo divenne il centro preferito della immigrazione musulmana, richiamando non solo militari ma anche mercanti. Non mancarono gli isdraeliti; persiani, siriani, arabi, africani vi convennero in nutriti gruppi richiamati dal clima e soprattutto dal ruolo assunto dalla città, di emporio del commercio più redditizio fra l’oriente e l’Africa da una parte e i paesi dell”occidente cristiano dall’altra”.
Al mercante arabo Ibn Hawqal dobbiamo la descrizione di alcuni antichi mercati dell’antica città. In tal senso è interessante rilevare ancora oggi la insistenza negli stessi luoghi di alcuni mercati tradizionali della città come Ballarò, la Vucciria e Lattarini. Del resto, per fare un esempio, l’origine del termine “Lattarini” deriva da “‘attarin” che vuol dire gli “speziali”. Dalla via Calderai alla via Divisi, invece si estendeva il quartiere della moschea, testimoniato dalla presenza di un vicolo che ancora oggi riporta il nome meschita.

La mancanza di permanenze architettoniche relative alla presenza degli Arabi a Palermo è ancora oggi poco indagata. Le testimonianze di carattere religioso sono del tutto irrilevanti e analogamente può dirsi di quelli a carattere militare, tanto che si può affermare che gli unici resti di architettura islamica in Sicilia sono i bagni di Cefalà Diana, fuori Palermo. Eppure Palermo è decantata dai numerosi viaggiatori come una città ricca di moschee (si dice fossero ben trecento) e di bellissimi palazzi. Ibn Gubayr, viaggiatore andaluso in Sicilia tra il 1184 e il 1185, descriveva Palermo come una città ricca di meravigliosi palazzi, giardini e parchi che circondavano la città come “i monili cingono i colli delle belle dai seni ricolmi”. Descrive anche il “qasr Ga’far” come un castello nei pressi della città sede dell’Emiro Ga’far. Oggi noto come il Castello di Maredolce è stato recentemente restaurato. Possedeva un’ampia peschiera con un’isola al centro; tale lago era alimentato dalle acque provenienti dalla sorgente del maredolce. Ancora oggi sono visibili alcuni tratti degli argini del laghetto intonacati di rosso.

Recentemente i “giardini islamici” di Palermo sono stati portati all’attenzione dell’Unesco, dopo un seminario che ha riunito parecchi studiosi di giardini islamici. Questi giardini infatti riprendevano i modelli persiani e, essendo posti intorno alla città in posizione dominante, erano circondati da muri ed erano ripartiti in modo geometrico. Canalette d’acqua, circondate da aiuole fiorite, agli incroci recavano fontane e confluivano in bacini più ampi, i cosiddetti laghetti, che spesso avevano un’isola artificiale al centro. Intorno, spazi aperti erano appositamente dedicati all’esercizio della caccia e alla sperimentazione di tipo agronomico. Con la dominazione Araba giunsero infatti in Sicilia molte specie vegetali, tra cui i noti limoni e gli aranci. I giardini ne erano ricchi, come del resto erano ricchi di fiori profumati, come i gelsomini, e di palme. Possiamo immaginare i profumi che si spigionavano da questi campi, dove era uso degli islamici recarsi a disquisire di argomenti scientifici.

Anche l’edilizia minore della Palermo araba aveva dei lati caratteristici contrassegnati da una costante presenza di giardini che si frapponevano tra le varie unità edilizie.

Altre strutture inoltre arricchivano la città araba, come ad esempio i bagni. Con gi Arabi Palermo assunse la forma rettangolare che conosciamo e, per l’ipotesi di popolazione in circa 300.000 abitanti, venne messa al II posto dopo Costantinopoli. Nel periodo Arabo furono inoltre portate avanti delle tecniche agricole avanzate per un migliore sfruttamento del suolo e per la canalizzazione delle acque. Il commercio e l’evoluzione del mondo agricolo contribuiranno allo sviluppo della città che si confermerà una struttura di tipo multipolare in relazione con il paesaggio circostante.

Il I Gennaio del 1072, con un esercito al seguito, Roberto il Guiscardo e il Conte Ruggero entrarono a Palermo attraverso la porta della città, che si trovava nella zona della Kalsa, segnando la fine della dominazione Araba e l’inizio di quella Normanna.
Tale evento rimase impresso nella memoria della gente, così tanto, da ispirare l’arte popolare. L’argomento fu infatti narrato nei dipinti di molti carretti siciliani, e ispiratore delle storie narrate nell’opera dei pupi.
Al figlio del Conte Ruggero, Ruggero II, che venne incoronato re di Sicilia nel 1130 nella Cattedrale di Palermo, dobbiamo i maggiori monumenti di epoca normanna a Palermo; molte moschee, in questo periodo, vennero distrutte per far posto a chiese cattoliche la cui architettura risentiva fortemente delle precedenti costruzioni islamiche.

La Chiesa di St. Maria dell’Ammiraglio detta “la Martorana” rappresenta una delle chiese più belle ed emblematiche della Sicilia per l’armonia raggiunta dall’insieme dei diversi stili che nei secoli in essa si sono stratificati.

All’interno della Chiesa in una decorazione musiva è raffigurato in atto d’adorazione ai piedi della Vergine, Giorgio d’Antiochia, Ammiraglio di re Ruggero che fondò la chiesa nel 1143. La chiesa prese il nome di St. Maria dell’Ammiraglio in onore di Maria e del suo fondatore, ma tale nome mutò nel 1435, allorquando la chiesa fu ceduta alle monache del monastero benedettino fondato dalla moglie di Goffredo Martorana.
L’interno è a croce latina, le splendide decorazioni musive interessano le pareti, le absidi, il presbiterio, il tamburo e la cupola e si accostano meravigliosamente agli affreschi settecenteschi realizzati dal Borremans.
Il campanile e il nartece sono databili tra il 1146 ed il 1185. Al 1588 risale la demolizione della facciata originale che venne sostituita dalla facciata barocca che oggi ammiriamo. Accanto alla Martorana si trova la Cappella di San Cataldo di schietto gusto islamico, sormontata da tre cupole rosse. Nel 1844 la cappella fu restaurata secondo il progetto dell’architetto Patricolo che restituì a San Cataldo il suo aspetto originario.

La Cattedrale di Palermo, è stata l’ultima grande costruzione normanna della sicilia e fu edificata durante Guglielmo II nel 1166-1189 in luogo di una chiesa paleocristiana distrutta all’epoca delle invasioni vandaliche. Costituisce un esempio di come si siano sovrapposte e sintetizzate in un’unica opera architettonica molti linguaggi architettonici appartenenti a diverse epoche, dall’arabo-normanno al neoclassico. Accoglie le spoglie dei reali normanni e svevi: Ruggero II, la moglie Costanza e Enrico IV, oltre a FedericoII e Costanza d’Aragona. Nella cattedrale, si racchiude parte della storia stessa della città di Palermo. Vi furono incoronati Carlo III di Borbone e V.Amedeo di Savoia.

Uno dei simboli architettonici della città è la chiesa di San Giovanni degli Eremiti, edificata in epoca normanna e caratterizzata dalle note cupole rosse dall’aspetto arabo. La presenza dei Nomanni caratterizzò non poco l’immagine della città: atre testimonianze d’epoca normanna sono la Cuba e la Zisa.

La Cuba, di poco posteriore alla Zisa, fu eretta nel 1180 e destinata a residenza estiva della corte normanna. Faceva parte del parco di delizie dei re normanni e si specchiava in una enorme peschiera. L’imponente massa architettonica, coronata da un’iscrizione a caratteri cufici, consta di quattro geometrici avancorpi ed il rigore perfetto delle pareti è movimentato da un’ampia sagomatura di archi ciechi ogivali. All’interno, la copertura della sala centrale, che si elevava per tutta l’altezza dell’edificio, era decorata “a stalattiti”. Dopo 135 anni la Cuba è stata recentemente aperta al pubblico; la Soprintendenza di Palermo ha infatti ottenuta la cessione definitiva dell’area pertinente al laghetto che circondava l’edificio e che era stata occupata da alcune costruzioni, che avevano inglobata la costruzione araba per numerosi anni impedendone la visione al pubblico…. Durante la visita alla Cuba è possibile ammirare un plastico che mostra come doveva essere l’aspetto del maestoso edificio quando era circondato dalla peschiera, di cui oggi rimangono soltanto le tracce.

La Zisa, dall’arabo “Aziz”, la splendida, era una reggia circondata da giardini di delizie e da una grande Peschiera, che fungeva da specchio al meraviglioso palazzo. Recenti opere di restauro hanno restituito parte dell’antico splendore all’edificio … E’ così oggi possibile visitare l’interno dell’edificio dove è stato realizzato un museo dell’arte islamica in Sicilia; L’imponente massa muraria è ingentilita dalla presenza di monofore ricavate nei caratteristici archi ciechi ogivali.
All’interno la sala principale, dal vestibolo a pianta cruciforme, è ornata da esedre parietali e soffitti alveolati, qui originariamente, da una fontana fino al 1500 sgorgavano acque che attraversando l’ingresso raggiungevano poi un vivaio.

La cubula è invece un piccolo padiglione aperto nei 4 lati da arcate ogivali, ed è sormontato da una cupola rossa. Realizzata per far parte del noto Parco del Genoardo realizzato sotto GuglielmoII, è stata restaurata nel 2004 insieme al recupero dell’agrumeto circostante.

Tali monumenti rappresentano l’aspetto forse più diffuso della città di Palermo che viene così percepita come una città sospesa tra oriente e occidente, per la presenza di quelle componenti introdotte dalle maestranze arabe nelle architetture denominate arabo-normanne, e anche per il permanere di alcuni usi e costumi di carattere tipicamente arabo ancora talvolta perpetuati da parte della popolazione.

DEMETRA o CERERE… e i MISTERI ELEUSINI

In Demetra o la Cerere romana,  che statue e bassorilievi raffiguravano con falce in una mano e spighe di grano, fiori e frutta nell’altra,  veneravano la dea dell’agricoltura e della fertilità.
Figlia di Saturno e Cibele,  era la dea della terra,  amata e temuta per le sue prerogtive e funzioni; era  la dea benefica che attraversava le lande incolte della terra per insegnare agli uomini  a coltivarla e spiegare loro i riti dell’arte agraria, mentre Bacco insegnava a piantare le vigne.  Sorella di Zeus, Demetra era anche  protettrice della gioventù, del matrimonio e della famiglia;   artefice del ciclo delle stagioni, della vita e della morte  e il suo culto, antichissimo, era presente prima ancora che si affermasse  il culto  degli dei dell’Olimpo.
Aggredita, un giorno,  da Poseidone, dio dell’acqua, elemento indispensabile alla vegetazione, inutilmente Dmetra tentò di resistere all’aggressione, nascondendosi in mezzo ad  una mandria di cavalli.  Poseidone si trasformò in uno stallone e si accoppiò con lei.  Dall’unione nacque una figlia, Despina, il cui nome era proibito pronunciare al di fuori dei  Misteri Eleusini, ma che fu presro identificata con Core o  la Proserpina romana.
Fu proprio da una vicenda legata alla figlia Core che nacque il mito costituente il cuore dei  riti dei Misteri Eleusini.
La fonte principale da cui conosciamo questo mito è l’ Inno a Demetra.  Inizia con il rapimento di  Core che  gioca con le Ninfe presso la fontana Aretusa. Sta raccogliendo  un bellissimo fiore, un narciso, quando Demetra  vede la terra aprirsi  e dal  baratro   balzar  fuori con il suo  carro, Ade, Signore degli Inferi, rapire la bella fanciulla e condurla con sé negli Inferi.
Disperata, Demetra  non mancò di punire le Ninfe per non  aver saputo proteggerla da  Ade, trasformandole nelle Sirene, poi si pose alla ricerca  della figlia  e per nove gioni non  assaggiò nettare nè ambrosia ed andò riempendo l’aria di sospiri.. Giunta ad Eleusi,   nell’Attica, Demetra si rivelò e chiese che  venisse costruito un tempio in suo onore, dove poter insegnare alla gente i suoi riti speciali.
Nel suo cercare, la Dea incontrò gli unici due testimoni del rapimento, Ecate ed Helios  e questi, impietosito, le spiegò ciò che era accaduto  e le rivelò il posto dove Ade teneva confinata la sua figliola, ma la esortò a rasegnarsi. Demetra, però non si rassegnò e si precipitò immediatamente nell’oltretomba, ma le fu negato l’accesso alla reggia di Ade.  Disperata ed indignata, la dea colpì la terra con una maledione che  inaridì le zolle, bruciò il raccolto, uccise il bestiame.  Temendo che la razza dei mortali potesse perire per sempre e scomparire dalla terra, Zeus  invia al diodell’ Erebo  prima Iride,  la mesggera degli Dei , poi  Hermes, con l’ordine di lasciare andare la figlia di Demetra.
Ade non può rifiutarsi, ma prima di lasciar andare  la fanciulla, che ad onor del vero si era ambientata assai bene e pareva a suo agio nei panni di regina dell’Ade, ricorre ad uno stratagemma: la spinge  a mangiare sei magici semi di melograno, che la costringeranno a tornare nel  Regno dei Mort per un terzo dell’anno all’anno,  in inverno.
Demetra accetta; madre e figlia potranno finalmente riunirsi  e  la terra  tornare a coprirsi di piante e fiori. Però,  Persefone doveva tornare al tempo stabilito nel mondo sotterraneo e durante quel tempo la terra languiva, spoglia e  nuda.
Quale ricompensa,  per l’aiuto ricevuto dal re di Eleusi, la dea decise di insegnare a Trittolemo, uno dei figli del Re, l’arte e i segreti dell’aratura e  della semina e lo  mandò per il mondo,  a bordo di un carro alato tirato da dragoni,  ad  istruire  gli uomini nell’arte della agricoltura.  Fu così che Trittolemo istituì ad Eleusi  un culto in onore di Demetra e sua figlia, con feste e rituali sacri, che celebravano il  mistero della  fertilità e dell’agricoltura e che presero il nome dalla città di Eleusi: Misteri Eleusini.

Ricchi di simbologia, i Misteri Eleusini celebrano i misteri della nascita e della morte, della fertilità, del rinnovamento e non solo in relazione all’agricoltura, ma anche come speranza di una vita migliore oltre la morte. In origine  la divinità oggetto del culto era di natura agraria: patrona, potente  ed era sempre la  Terra, la Grande Madre, che dà la vita, e sperimenta la morte per poi tornare in vita.Tutti i culti di fecondità si basano su un racconto “mitico”,  sulle vicende, cioé, di  qualche divinità: Osiride, Attis… il Cristo. La vicenda su cui si basano i Misteri Eleusini è il racconto del ratto di Proserpina strappata alla madre, Demetra.

Le celebrazioni si dividono in due  livelli: Piccoli Misteri  e Grandi Misteri.  I  Piccoli Misteri o  la  Purificazione, un rito preparatorio che aveva luogo in Primavera  e i Grandi Misteri o la Consacrazione, un rito di trasformazione che aveva luogo in autunno . I primi miravano al raggiungimento della perfezione umana, i secondi, invece, che contemplavano le varie trsformazioni   della terra, immobilità, risceglio, nascita, morte, rinascita,  mirano alla pura spiritualità, al quella parte divina, cioè,   che è nell’uomo.

I primi si celebravano nel mese di Antesterione (dalla metà di febbraio alla metà di marzo),  il mese che apriva la primavera  ed i secondi, nel mese di  Boedromione,  settembre-ottobre e rappresentava il riposo e il risveglio della vita delle campagne e l’alternarsi delle stagioni ricordava l’alternarsi dei periodi che Vore trascorreva sulla terra oppure nell’Ade.

Si passava, in sostanza, per tre tappe:
– la morte, rappresentata dal buio, dalla macerazione del seme nella terra durante l’inverno;
– la rinascita, rappresentata dalle fiaccole, dalla spiga di grano nata dal seme in letargo.
– il raccolto, ovvero il vivere con nuova consapevolezza .I misteri, infatti, assicuravano la continuità dell’esistenza, ma non più attraverso le esperienze del corpo, bensì dell’anima.

Ai misteri, tutti  potevano prendervi partem Vi partecipavano, infatti,  anche le  classi tenute ai margini della società, le donne, gli schiavi, ecc. che videro in tali culti la possibilità di un riscatto che spezzasse la logica dell’appartenenza sociale. Diventava, invece, una opportunità  per entrare a far parte di una  comunità: quella degli iniziati.

Riti, cerimonie e  credenze,forule sacre,ecc.. erano rigorosamente segrete; il rituale, assai suggestivo.

Il giorno precedente  la festa, gli Hiera, o oggetti scri, venivano trasportati solennementi nel Eleusinion di Atene e il giorno dopo la processione degli iniziati, accompagnati dai tutori, si dirigeva verso il mare portando le vittime da purificare nelle acque e sacrificare al ritorno. Seguiva il digiuno. La cerimonia raggiungeva il culmine al quinto giorno con il sacrificio. Una lunga processione  partiva all’alba per riporta gli Hiera al Santuario, dove si arrivava al calar della sera e dove  si trascorreva lanotte tra canti e danze, mentre gli iniziandi, in testa corone di mirto ed edera, le piante sacre di Demetra,  si aggiravano con  fiaccole in mano, in commemzione delle ricerche di Demetra per trovare la figlia .Al Pozzo Sacro, lo stesso presso cui Demetra si  era fermata per dissetarsi, si fermavano; questo  pozzo era situato in prossimità del sacro recinto, dove solo gli iniziati, per  gli  altri pena la morte, avevano accesso.

Molti i personaggi di queste queste celebrazioni oltre agli Iniziati: lo Jerofante o  Sommo Sacerdote, l’unico a poter accedere alla stanza segreta, dove erano custoditi gli oggetti sacri, le Sacerdotessa, il Dadouchos o portatore della fiaccola, lo  Hieorokeryx  o Araldo, che invitava al silenzio,  il sacerdot al sacrifici; la rappresentazione ed il digiuno terminavano con l’assunzione del Kykeon, ossia ciceone, la bevanda di Demetra,  a base di acqua, farina e foglie di menta.

Seguiva il rituale di secondo grado, riservato a pochi eletti  che, con le fiaccole spente e  in religioso  silenzio  aspettavano. Aspettavano che il Sommo Sacerdote e la Gran Sacerdotessa, che si erano appartati, a testimoniare l’unione tra Demetra e Zeus,  riapparissero. Quando i due ritornavno, il sacerdote aveva una  spiga nella mano, che stava ad indicare il Figlio di quell’unione, ossia la rinascita dell’iniziato.