“ALLA CORTE di NERONE”

 

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Tornò a guardare Cesare.

La voce era bassa, ben modulata ed a tratti tragica e drammatica.

Recitava con speditezza, ma non di corsa. Con pause e interruzioni ben studiate, capaci di allentare o aumentare  la stretta della dialettica; gesti e mimica erano calcolati e dosati, come un  artista di professione. Scuoteva la testa per raccogliere fiato e si sollevava sulla punta dei piedi per accompagnare il ritmo delle note.

La folla applaudiva e l’entusiasmo pareva sincero. E se così non fosse stato, se così non fosse apparso, c’erano gli Augustiani, sempre vigili e sempre in piedi, a prendere nota degli applausi o degli sbadigli.  C’erano perfino i perfezionisti dell’applauso, fatti arrivare da Corinto e da Alessandria d’Egitto.

Marco continuò a fissare il suo imperatore. Guardava il suo volto dal sembiante pacato, quasi disposto alla bonomia: come sempre, quando si esibiva.  Quei piccoli scatti, però, mal trattenuti e quasi regolari, quei gesti spigolosi e rigidi, per chi lo conosceva bene, erano indizi di carattere irascibile e con attitudine alla finzione.

Marco Valerio conosceva bene Cesare.

“Finzione scenica!” pensava, con indulgenza.

Sapeva che Cesare era rientrato da poco a Roma dal suo viaggio in Grecia e a Napoli, dove s’era esibito come un vero artista e dove lo avevano raggiunto le notizie della rivolta di Giulio Vindice, il Legato della Gallia, che lo aveva costretto a rientrare precipitosamente  a Roma.

“Finzione scenica!” continuava a ripetersi, ma anch’egli applaudiva e cercava su quel sembiante eccitato d’estasi, le tristi inclinazioni di cui lo sapeva accusato: voci, giunte in Giudea, di stravaganze e dissolutezze.

Egli ricordava, invece, il principe inviso a Senato e Ceto Equestre per la predilezione verso il popolo. Di lui ricordava il sovrano che il giorno dell’incoronazione aveva fatto distribuire grano alla plebe, abolire o diminuire tasse, assegnare appannaggi.

 

Cercò il corteggio di filosofi e poeti che era stata la sua corte: gli animatori delle Neroniae, le feste quinquennali di musica e poesia.

Non c’era quasi più nessuno. Le facce conosciute, fra quelle che lo circondavano, ora, erano poche. Molte, invece, quelle nuove, assurte da chissà quali gradi, pensò, ai favori della corte.

Invano cercò la figura severa di Seneca, quella elegante di Petronio. Non c’era Burro e nemmeno Trasea. Non c’era Poppea.

Non mancava, invece, quell’anima nera di Caio Ofonio Tigellino, Prefetto dei Pretoriani, la potente e temibile Guardia Imperiale.

Elegante e togato, Tigellino portava sul volto l’impronta della tendenza alla corruzione e al malcostume, vizi che ne avevano fatto il personaggio più chiacchierato della corte, che pur era  frequentata da gente priva di ogni morale. Nerone lo aveva imposto alle Coorti Pretoriae, nel 61, come comandante assieme a Rufo, in sostituzione di Seneca e Burro. Una vita politica assai tempestosa, quella di Tigellino, agrigentino di bassa estrazione, arrivato, però, a ricoprire le cariche più importanti.

Al suo fianco Marco vide Annio Fausto.

Piccolo e grasso, viso rubicondo ed espressione innocente, nessuno gli avrebbe dato mai del delatore, se non fosse che era proprio quella l’attività cui si dedicava con maggior fortuna; l’altra attività era farsi invitare a banchetti da amici e conoscenti. Di lui si diceva che, terminato il pranzo da Tizio, era pronto a buttarsi sulla cena  di Caio, intanto che da Sempronio si spremeva le meningi  su come fregare tutti e tre!

 

Vicino ai due sedeva Silone, centurione esente dal servizio per meriti di denaro: una categoria che, da buon legionario combattente, Marco disprezzava con tutte le forze.

L’esenzione dal servizio era riconosciuta per meriti e come tale anche apprezzata, ma negli ultimi tempi quel privilegio era concesso anche contro pagamento di somme raccolte taglieggiando i soldati: troppo, per l’innato senso di giustizia e lo spirito di disciplina che caratterizzavano il tribuno Flaviano.

Al fianco di Silone, Marco  vide il mago Tolomeo, che riconobbe dalla veste prima ancora che dal nome. Era l’unico a non indossare tunica e clamide, ma uno schebiu intorno al collo, tipico collare egizio, e una schendit: triangolo trattenuto intorno ai fianchi da un complicato nodo. In testa esibiva una nemes, il copricapo triangolare, a fasce gialle e blu; lunghi orecchini ai lobi forati delle orecchie e larghi bracciali ai polsi completavano il suo abbigliamento. Gli occhi, infine, erano bistrati di nero e allungati verso le tempia e le palpebre erano colorate di verde malachite.

Marco lo vedeva   per la prima volta,    ma sapeva     che Cesare ne aveva fatto la sua ombra e lo teneva in grande considerazione. Tolomeo era diventato il suo vates preferito e Cesare non avrebbe fatto un sol passo né mosso un dito senza prima consultarlo.

Nerone era molto superstizioso. Come la quasi totalità dei suoi contemporanei.

Anche Marco Valerio, in una certa misura, lo era.

 

Fra i volti che invece conosceva bene, Marco riconobbe quelli di Faone, Egialo ed Epafrodito: tutti affidabili, competenti ed efficienti Amministratori Pubblici.

Accanto ad Epafrodito scorse una donna dalla giunonica bellezza. Stava  appoggiata ad una balaustra, ammantata di seta trasparente che nulla lasciava all’immaginazione. La bocca sensuale era ingrandita e accesa dal rosso del minio e gli occhi erano truccati col nero dell’antimonio e allungati verso le tempie. Era letteralmente coperta di gioielli. In testa portava una parrucca di capelli veri. Biondi. Tagliati, forse,  a qualche schiava germanica. Composti in treccine raccolte a crocchia, erano trattenuti sulla nuca; una ghirlanda di foglioline d’oro faceva risaltare i riccioli sapientemente disposti sulla fronte.

Anche alcuni di quei gioielli erano stati sicuramente predati a qualche regina lontana. Erano preziosi e di squisita fattura. Soprattutto il collier, lungo ben oltre i due metri e mezzo, che le avvolgeva collo, busto e vita. Altre collane le appesantivano braccia e caviglie: maglie d’oro che la facevano assomigliare a un idolo luccicante che mandava bagliori al più piccolo movimento. Un idolo annoiato, a giudicare dalla piega delle labbra e dallo sguardo assente e svagato.

Quella donna era Statilia Messalina, ultima moglie di Cesare, e più di ogni altra, incarnava il concetto di emancipazione della donna romana. Di nobile famiglia, era cresciuta a corte. Bella e spregiudicata, era subito entrata a far parte della cerchia ristretta ed intima di Nerone, di cui era diventata l’amante fin dai tempi in cui questi brigava per disfarsi della moglie, l’infelice Ottavia.

Non era stata la travolgente passione che lo  aveva legato alla bella Poppea, ma, alla morte di questa,  aveva finito per sposarla.

Quasi nell’ombra, Marco vide un’altra delle donne che tanto avevano contato nella vita di Nerone: la liberta Atte, che lui conosceva assai bene e che era stata il grande amore di Cesare prima della comparsa di Poppea.

Nerone n’era stato così innamorato che c’era mancato poco la impalmasse ed elevasse al rango di imperatrice. Finita la passione, però, non l’aveva “gettata via” come aveva fatto con le altre donne, ma tenuta a corte.

Neppure Poppea era riuscita  ad allontanarla.

Atte era sempre lì: ombra discreta ma onnipresente.

Era bella come la ricordava, pensò il giovane: la figura slanciata e aggraziata, il volto bello e sensuale e il portamento quasi regale. Sulla stola verde smeraldo, raccolta in vita da una cintura dorata, portava una mantella dello stesso colore che le copriva il capo e parte del volto, ma le esaltava lo sguardo: due occhi di un nero africano ancora intenso e fiammeggiante, lo stesso che aveva ammaliato e soggiogato Cesare.

Lo stesso che, forse, ancora continuava a soggiogarlo.

Scorrendo lo sguardo dall’una all’altra, appariva evidente l’abisso sociale delle due donne: se Messalina rappresentava l’emancipazione femminile più di fatto che di diritto, poiché sul codice restava sempre sotto tutela maschile, nella sua condizione di liberta, Atte, invece, incarnava la vera e sola indipendenza.

 

Ma ecco un altro volto distrarlo dalle sue riflessioni: Calvia Crispinilla, venticinque anni e tre matrimoni alle spalle.

Calvia era una vecchia conoscenza di Marco quando era ancora ragazzo e lo era dello stesso Cesare, fin dai tempi delle bravate al Ponte Milvio. Era lì che, all’epoca, si incontravano i giovani gaudenti della buona società. La “banda” arrivava tutte le sere attraverso i Giardini di Sallustio, tra il Pincio e il Quirinale e si aggirava tra banchi e tavole, saccheggiando e rubacchiando.

Quando a Roma si seppe che a guidare quella banda di teppisti era Cesare in persona, furono molti i delinquenti che si organizzarono per emularne le prodezze e spacciarsi per la teppa imperiale.

Erano i primi anni di regno e Cesare tornava spesso da quelle scorribande notturne con la faccia tumefatta.

 

Una figura ancora più appariscente di Calvia e Messalina dirottò l’attenzione di Marco verso la zona più riservata del salone.

“Sporo!” pensò sottovoce il tribuno.

Sporo era il ragazzo che Cesare aveva fatto evirare per farne la sua concubina; accanto a lui sedeva anche Pitagora, a cui Nerone s’era unito in matrimonio con in testa il flammeum, il velo nuziale, come una vera sposa; circostanza che fece dire allo storico Orosio: “Cesare si prese un uomo in moglie e fu moglie di un uomo!”

In verità, Marco lo sapeva accusato di ben altri crimini: aver fatto uccidere amici e vecchi compagni, perfino sua madre e forse anche Poppea… d’un tratto Marco sentì il suo sguardo su di sé.

“Ave Cesare.” salutò togliendosi l’elmo e mettendolo sotto il braccio; l’elsa della spada spuntò da sotto il mantello trattenuto da una borchia sulle spalle,

“Salute, Marco Valerio Flavio. Salute al guerriero valoroso.”

Marco avanzò a lunghi passi e Nerone lo attese con le braccia allargate e quando incrociò con lui sguardo e braccia, sotto la sua stretta poderosa gli  parve che la figura di Cesare si fosse appesantita: la carne era flaccida e il ventre prominente.

Si sciolse dall’abbraccio e lo guardò in volto.

L’occhio azzurro un po’ vacuo, quelle due tristi e gonfie protuberanze carnose che circoscrivevano una bocca un tempo sempre sorridente, erano indizi di sensi di colpa? Di tardivi pentimenti… di nascente pazzia? Quelli che lo accusavano di aver provocato l’incendio di Roma, giuravano anche di averlo visto cantare sulle rovine come davanti alle mura di Troia.

“Ti porto, o Divino, gli omaggi e i saluti del mio generale.” salutò e Cesare parlò con lui amabilmente.

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I DODICI CESARI – VITELLIO

 

vitellio“Un ingordo al potere”  Questo lo sprezzante giudizio di Tacito, ma anche del popolo romano.

Questo Princes sperperò, per soddisfare la sua insaziabile voracità di cibo, milioni di sesterzi in banchetti  nel corso di pochi mesi. Sette mesi e sette giorni, per la precisione. Tanto durò il suo regno.

Come fu possibile?

Lo fu perché il Principato era un potere assoluto con un’apparenza di Repubblica. Lo fu perché egli era la  ”Legge vivente”, comandava, cioè,  su tutti ed aveva potere decisionale su ogni cosa.  Lo fu perché la Potestà Tribunizia gli riconosceva l’immunità e  l’Imperium Proconsolare gli assicurava tutti i poteri militari.  Lo fu perché  a sostenerlo era  un Senato costretto all’adulazione e condizionato dalla paura.

Un Senato, in verità,  diceva Tacito, che  adulava  Vitellio, il Princes   in carica, cercando, però, di non irritare Vespasiano, il generale appena acclamato  dai suoi eserciti. Era lo stesso Senato che aveva accordato poteri  ad Otone, dopo aver decretato la fine di Galba e che ora  sosteneva Vitellio,  senza  perdere di vista  l’altro generale,  acclamato anche questi dai suoi soldati: Vespasiano, per l’appunto.

Se Nerone doveva la sua nomina  alla madre Agrippina, Aulo Vitellio lo dovette, invece ai favori di cui godeva a corte il padre, Lucio. Lucio Vitellio, infatti, era stato intimo di Claudio e prima ancora di Caligola.

Questo il parere di Tacito.

Secondo Svetonio, invece, era stato lo  stesso Aulo a guadagnarsi il favore non di uno, ma di ben cinque imperatori. Da Tiberio, che da ragazzo aveva seguito nel suo ritiro, a Galba, cui dovette la prima nomina a Generale, passando per Caligola e Nerone, con i quali condivideva la passione per le corse dei cavalli, al punto da far loro da servente quando erano alla guida dei carri.

Il difetto principale di questo Princes, primo e dopo  la sua nomina, fu il totale disordine che regnava nella sua vita e soprattutto a tavola.

Gli storici lo descrivono come un Princes che trascurava ogni altro impegno a favore di quello della tavola e non c’è ragione per dubitarne,  a guardare i suoi ritratti che sono quelli di una persona gaudente: ventre prominente e faccia paonazza, proprio di chi ha un certo trasporto per il vino e il cibo.

Un’attività continua, però. Quasi ininterrotta. Di giorno come di notte.

“… uomo di gola non solo vorace, ma anche sconveniente e sozzo.” sottolineava Svetonio.

“… fin dall’inizio frequentava le osterie e passò la maggior parte  a far baldoria e ingozzarsi vomitando…” annotava Dione Cassio.

Anche i predecessori, in verità,  avevano sperperato grosse risorse  nei loro lunghissimi banchetti, ma l’inclinazione di questo Princes per il cibo era davvero eccessiva: più di un miliardo di sesterzi nei soli 7 mesi di regno. Dione Cassio così la definisce:

“Il tempo del regno di Vitellio fu solo un’ebrezza e un’euforia continua”

Un’ebbrezza ed una “frenesia sconcia e insaziabile”  la definiva a sua volta Tacito, che non si esauriva  a Palazzo, ma che si moltiplicava  durante il suo passaggio attraverso le città,  dove, per fargli piacere ed ottenere favori,  gli venivano  imbanditi sontuosi  banchetti.   Carri carichi di cibo, inoltre, arrivano in città per soddisfare gli interminabili banchetti  a Palazzo, ma anche quelli delle Legioni acquartierate  in periferia, così da allestire  un unico infinito banchetto.

Con amarezza, Tacito riporta:

“Se le truppe avevano in sé qualche favilla guerriera, la vanno spegnendo nelle orge e nelle bettole sull’esempio del Princes.”

Già prima dell’avvento al Principato, Vitellio aveva vissuto al di sopra delle sue possibilità, costantemente inseguito dai creditori;  Dione Cassio riferisce della sua difficoltà a reperire denaro per raggiungere il comando in Germania e di come sua madre si fosse  venduto i pochi gioielli di famiglia.

Se a tavola era così smodato, nella vita intima non dovette esserlo da meno, se Vespasiano ebbe a dire:

“E’ schiavo delle meretrici e nondimeno insidia le donne maritate dicendo che l’amore è più dolce se accompagnato dal pericolo.”

Si sposò due volte e da entrambe le mogli ebbe due figli minorati.

L’unica ambizione di questo Princes era, dunque, la tavola. Al potere non ci aveva mai pensato prima. Prima, cioè, del momento in cui Galba non gli affidò il comando delle Legioni della Germania Inferiore.

Galba disprezzava profondamente Aulo Vitellio.

E allora, perché gli  affidò  il comando di un esercito così potente,  commettendo  il più grande errore della sua vita?  Lo fece proprio perché spinto dal suo disprezzo:  non si aspettava alcun pericolo  da “un uomo senza ambizioni che pensava solo a mangiare.”

In realtà, altri imperatori avevano avuto quello stesso difetto: Caligola,  sempre gonfio di vino e cibo, Claudio, inebetito dal cibo… lo stesso Galba, dall’appetito insaziabile. Vitellio, però, aveva esteso la sua prodigalità all’intero esercito.

I legionari avevano accolto con entusiasmo questo generale così prodigo,  tollerante e comprensivo,  tanto comprensivo  da cancellare  le loro note negative e accordare  tutto quanto  richiesto.

Fu così che, non passò un mese ed eccolo acclamato  Princes   a furor di…  di legionario.

Svetonio racconta che fu letteralmente “rapito” dai suoi soldati che lo prelevarono dalla sua tenda in pieno notte,  dopo un breve confabulare.  Dopo averlo acclamato Imperatore,  lo sollevarono sulle spalle, e lo portarono in  giro come fosse una statua.

Il suo ingresso a Roma, più tardi,  per la presa del potere, avvenne da gran trionfatore: addosso il mantello militare  e al fianco il gladio,  circondato e seguito dai suoi  soldati che avanzavano  con le armi in pugno e  spinti da enorme  entusiasmo.

Egli, però, subì quell’entusiasmo senza eccessiva partecipazione,  trascinato dall’ambizione di altri. Di Fabio Valente,  uomo ambiziosissimo,  Legato della Germania Superiore e generale della IV e XXII Legione, i cui comandanti  avevano distrutto le immagini di Galba e offerto a lui la porpora imperiale.  A sostenerlo, dunque, aveva due eserciti potentissimi: quelli della Germania Inferiore e della Germania Superiore.

Le sue decisioni militari, però, non furono felici e il suo comportamento fu talvolta addirittura discutibile, come nel caso della sconfitta di Cremona, di cui cercò di ritardarne la notizia, lasciandosi mal consigliare.

Negli ultimi giorni di regno pare che Sabino, il Prefetto del Pretorio, gli avesse offerto una somma ingente affinché si ritirasse dalle scene, ma ancora una volta, fu malconsigliato.

Sicuramente Vitellio commise degli errori, per la sua incertezza, per l’incapacità e soprattutto per  i  cattivi consigli.  Non sempre, però, gli storici contemporanei  riuscirono a restare obiettivi fino in fondo, finendo per evidenziarne l’immagine negativa,  al fine di esaltare quella del successore, Vespasiano, che era riuscito a chiudere uno dei periodi più travagliati della storia di Roma.

I romani non gli perdonarono l’orrore della guerra civile, così come avevano fatto, d’altronde,  con Galba e Otone. Soprattutto, però, non gli perdonarono due cose:  il  gozzovigliare a dismisura e la totale sudditanza ai suoi consiglieri, i Legati Cecina e Valente e il liberto  Asiatico.

In realtà, più volte Vitellio fu tentato di restituire la porpora imperiale, ma sempre, i tre riuscirono a dissuaderlo.

Apatico ed indeciso, incapace di sottrarsi agli eventi, si guadagnò il l disprezzo del popolo, che simpatizzava invece per il suo antagonista,  il generale Vespasiano e  non  avvertì  la percezione dei pericoli che lo minacciavano.  Se ne rese conto solo quando le truppe di Vespasiano erano ormai vicine. Ma era già tardi.

Un uomo senza carattere, indeciso, incapace ed incoerente, che, come diceva Dione Cassio:

“… teneva discorsi contradditori esortando i suoi a combattere e nello stesso tempo a fare la pace… ”

La sua fu una morte ignominiosa e infamante, in uno scenario di orrore e crudeltà estrema.

Ecco come  Tacito descrive  l‘avvenimento:

“… il popolo si godeva lo spettacolo dei combattimenti come ad una gara al circo… laghi di sangue e mucchi di cadaveri… o ogni altra simile lordura…”

Un abbruttimento assoluto. Un’abiezione.

Al contrario di Galba, che si presentò nel Foro vestito da generale,  e come , invece, già Nerone,   Vitellio tentò di sottrarsi  alla cattiva sorte fuggendo da una porta secondaria travestito da  schiavo. Vitellio, però, tornò indietro e si barricò in una stanzetta come un comune delinquente. Coperto di stracci, andò a nascondersi in un canile, per essere poi tratto fuori malconcio e sanguinante.

La totale cancellazione finanche dell’ultimo residuo di dignità, Vitellio la raggiunse quando negò di essere chi era.  Non gli servì, però, a risparmiargli il supplizio. Con una corda al collo, fu trascinato per strada fino al Foro e sottoposto a pubblico ludibrio come un comune malfattore. Lazzi e oltraggi di ogni sorta,  lo accompagnarono lungo tutta quella penosa marcia verso la morte.  Lazzi e oltraggi  non ad opera di soldati avversari, bensì di un popolo disgustato e indignato, che, a calci e frustate,  lo spinse fino alle Gemonie, dove lo fece a pezzi e con un uncino lo gettò nelle acque del Tevere.

Era il 21 dicembre del 69 dell’era cristiana.

I DODICI CESARI – OTONE

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Correva l’anno 69 dell’era cristiana, un anno di estrema confusione.  L’imperatore Galba era morto e i Princes non si eleggevano più  in Senato,  ma sui  campi militari per acclamazione dei soldati. La procedura era sempre la medesima per tutti. Lo fu anche per  Salvio Otone, 37 anni, della Gens Salvia, una delle  famiglie più antiche d’Etruria. Il suo fu  il regno più breve: 95 giorni .

La questione dell’erede era sempre aperta, anche se ugioGalba aveva tentato di risolverla con l’adozione:

“Spenta la Casa Giulia e Claudia – aveva detto – provvederà l’adozione alla scelta del più degno.”

Ma Galba non aveva fatto i conti con gli intrighi, gli interessi privati, i rancori sociali, le gelosie e le sfrenate ambizioni  personali.

Regnavano disordine e confusione, perché contemporaneamente, le Legioni di Germania e Giudea, avevano eletto sul campo i loro generali: Aulo Vitellio e Tito Vespasiano.

La presa di potere di Otone fu un vero colpo di Stato, favorito dall’indugio di Galba, tormentato dal peso di una decisione importante da prendere: uscire dal Palazzo per guidare personalmente la repressione  oppure inviare truppe e contare sulla loro efficienza e fedeltà. Sappiamo che la decisione presa da Galba lo condusse alla disfatta.

Ma anche Otone si mostrò indeciso. Non era lui a prendere le decisioni, soprattutto quelle militari. Egli non era in grado di farlo., al contrario del suo antagonista, Vitellio, valente generale di un potente esercito. Non avendo la pur minima  formazione militare, egli aveva conquistato i pretoriani non con la guerra, bensì con  donativi generosi e molta prodigalità. Ed aveva nominato Proculo suo consigliere e Prefetto del Pretorio, ma, neppure questi sapeva nulla di guerre e strategie militari.

Stessa prodigalità mostrò al popolo appena fu eletto e inizialmente il popolo lo accolse abbastanza favorevolmente. Per varie ragioni: la condanna di Tigellino, inviso a tutti, il reintegro nei ranghi di molti sostenitori di Nerone, la ripresa dei lavori della Domus Aurea, ma soprattutto l’aver colmato il vuoto che la morte di Nerone aveva lasciato nel popolo. Dopo la vecchiezza e l’avarizia di cui Galba era accusato, la giovinezza e la prodigalità dell’antico compagno di bagordi di  Nerone, faceva ben sperare. La plebe e non solo: l’ascesa al trono era avvenuta a furor di pretoriani, che vedevano nel giovane e gaudente compagno di Nerone, una continuazione del regno di questi.. Era stato amico e favorito di Nerone fin dall’adolescenza poiché frequentava la corte e la famiglia imperiale e con lui aveva perfino diviso, per un certo tempo, la stessa donna, Poppea, che alla fine Nerone aveva tenuto per sé spedendolo in Lusitania. Proprio a causa di questo suo rapporto con Nerone,, gli fu dato il nome di Nerone, come dice Svetonio:

“… tra le feste fattegli, fu dal popolaccio chiamato Nerone, né egli diede segno di rifiutare”

In realtà, dopo un buon inizio, il favore della plebe andò sempre più scemando, fino a restringersi a poche persone, anche perchè la prodigalità del Princes si faceva sempre  più ristretta.

Sull’esempio del suo predecessore, prodigo e dissipatore,  cui si era accompagnato per quasi una vita intera e  condividendone gli eccessi,  si aspettavano tutti che egli continuasse ad imitarlo ed invece, egli adottò una condotta di vita austera. Ecco come si esprime Tacito:

“Contro ogni previsione… rinviati gli svaghi, messa al bando ogni dissolutezza tutto egli improntò alla maestà del potere.”

Qual era il suo aspetto?

Di  aspetto effeminato,  così si  pronuncia Svetonio:

“… basso di statura e sbilenco era di femminea ricercatezza nelle cure del corpo…”

Se Galba gli aveva preferito Pisone nell’adozione, la ragione era stata proprio a causa di questo  suo comportamento effeminato. Un  aspetto che indicava anche una tendenza per l’omosessualità. Non ci sono dubbi che egli fosse omosessuale e che fosse stato tra i favoriti di Nerone.

La sua vita sentimentale, però, ruotò intorno ad una sola donna:Poppea, per la quale provò un vero amore e vera passione. Nonostante le intemperanze giovanili, egli non ebbe comportamenti scandalosi o sregolati.

Tutto ciò per dire che forse, il carattere  di Otone era parsimonioso per natura? Svetonio assicura di no, riferendo addirittura che

“fin dalla adolescenza fu sì prodigo che  spesso fu ben picchiato da suo padre”.

Se non era di carattere parsimonioso come si spiega il suo comportamento?

Forse Svetonio e Tacito dicono il vero quando affermano che più che dall’ambizione, Otone fu spinto verso il trono dalla necessità e dal bisogno, essendo  oberato di debito. Le sue tante manovre, dunque, avevano questo solo scopo e la loro riuscita fu certamente casuale, favorita dalla guerra civile e sostenuta dal rancore verso Galba che gli aveva preferito Pisone.

Che non avesse cercato il potere per ambizione,  ma si sia trovato  ad affrontare una certa situazione  lo si capisce anche da una frase riportata da Svetonio:

“Che cosa ho io a che fare con grossi flauti?”

Otone riconosceva, dunque, di non essere adatto a ricoprire quel ruolo, incapace com’era  di fronteggiare le avversità e anche la paura,  E Vitellio, il suo  avversario, pare proprio che conoscesse questa sua debolezza e non si preoccupava troppo delle sue azioni.

Pavido e indeciso: due difetti che un Princes non doveva e non poteva avere. Pavido e indeciso per tutto il corso della vita e in quasi tutte le situazionii.

Non nel momento supremo.

Otone seppe morire con grande dignità. Morì suicida. Era il 4 aprile del 69. La sua morte  fu definita sublime,   e di certo non fu una esagerazione, conoscendo le cause, i fatti e i particolari.

Che cosa era accaduto?

Le truppe otoniane erano state  sconfitte a Bedriaco e ancora una volta per la sua  incertezza nel prendere una decisione e finendo per prendere quella sbagliata.

L’entusiasmo dei soldati,  però, per nulla demoralizzati dalla sconfitta, insorse più forte che mai: erano pronti a riprendere i combattimenti. Quasi un delirio. Un delirio che, però, non coinvolse il Princes il quale non desiderava un nuovo spargimento di sangue e così scrisse:

“Potrei io sopportare che tanto fiore di romana gioventù, tanti eccellenti eserciti vengano ancora una volta schiantati?”

Furono molti gli storici che riportarono questi fatti e tutti concordano: non ci fu un minimo segno di paura o cedimento. Cominciò  con  un discorso sugli effetti disastrosi delle guerre civili poi si ritirò nella sua tenda per prendere  tutti i provvedimenti necessari per la salvezza dei familiari e dei sostenitori; saggiò la lama di due spade per scegliere quella più tagliente e distribuì ai servi il suo denaro,

Una domanda che ancora oggi  si fanno storici e psicologi: come è possibile che un uomo possa cambiare così drasticamente nel giro di  poche ore… le ultime… della sua vita.

Lo stesso Dione Cassio scrive:

Dopo aver condotto una vita il più infame possibile, morì nel modo più glorioso. Dopo essersi appropriato dell’impero con i mezzi più criminali, vi rinunciò nella maniera più nobile.”

Come spiegare tanta determinazione di fronte alla morte in un uomo sempre preda della paura? E come spiegare tanto altruismo verso il prossimo? Egli, infatti, fece scorrere la tutta la notte prima di suicidarsi per assicurarsi che  i suoi sostenitori fossero al sicuro.

Nel momento supremo non ha tentennato come Nerone, che si è fatto aiutare da un liberto a conficcarsi il pugnale in gola, ma si è gettato eroicamente sulla spada procurandosi una ferita tale che morirà poco dopo. Senza tentennamenti e con stoico coraggio.

Un enigma che continua ancora oggi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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I DODICI CESARI – GALBA

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Anarchia Imperiale. Anno 882/883, il 68/69 dell’era cristiana: l’anno più lungo  di tutta la storia di Roma, che vide la morte cruenta di ben quattro imperatori: Servio Sulpicio Galba fu uno di questi.

L’imperatore Nerone era morto e l’impero stava lacerandosi. Più che di una rivolta esterna, però, la morte del Princes  era stata opera di intrighi di Palazzo, anche se le lacerazioni venivano da fuori. Venivano dal mondo militare, avido ed indisciplinato, che faceva saltare i Cesari come fossero birilli.

Roma stava vivendo un periodo di estrema confusione: le Legioni di stanza nella Germania Superiore avevano eletto Imperatore il loro generale, Aulo Vitellio e lo stesso avevano fatto  in Giudea i legionari al comando del generale Tito Flavio Vespasiano. Due generali, quindi, al comando di potenti eserciti e con l’appoggio dei pretoriani.

Galba prese il potere con l’assoluta e sincera convinzione di operare per la salvezza dell’impero. Egli fu sempre fedele alle Istituzioni  e non fece nulla per rovesciare Nerone, che cadde soprattutto per il tradimento del Prefetto del Pretorio, Ninfidio Sabino, il quale aveva promesso un donativum  a nome suo, senza però consultarsi prima con lui.. Galba prese il potere solo dopo aver saputo della morte di Nerone e si mise in viaggio per Roma ancora vestito da generale,

Non si può dire che questo generale fosse assetato di potere; egli aveva già rifiutato il Principato alla morte di Caligola, cogliendo con quel gesto il favore di Claudio.

Ma chi era Servio Sulpicio Galba?

Fu un grande generale. Caligola gli  affidò il comando delle Legione della Germania e Nerone lo nominò Governatore di Africa e Spagna.

Fisicamente se ne ha un ritratto soprattutto in età avanzata, quando, cioè, prese il potere e precisamente a 72 anni. Piuttosto impietoso il ritratto che ne fa Svetonio, che lo descrive calvo, espressione dura del volto e statura regolare, ma, dagli arti, mani e piedi, devastati dalla gotta.

E’, dunque, un uomo vecchio e debole, dal volto coperto di rughe, che, però ostenta un atteggiamento, rigido e marziale. Stride tanto, però, quel fiero cipiglio, con la persona dall’aspetto miserando ed avvizzito, da   diventare subito oggetto di derisione e canzonatura.   E poi, quel suo andare in giro con un’enorme spada al fianco era davvero una esagerazione inevitabilmente destinata a diventare caricatura.

Una nomina, quella di Galba, accolta dal popolo con grande avversione a causa proprio di questo suo decadente  aspetto.

Come mai, ci si chiede, per Claudio, anch’egli anziano quando fu nominato imperatore, non ci fu tanta avversione  come per Galba?

Forse perché dopo l’immagine brillante ed opulenta del  predecessore, Nerone, artista ed esteta,  quella da lui offerta,  austera e miseranda,  appariva sgradevole ed inaccettabile.

Lo compresero tutti. Lo comprese lo stesso Galba, quanto la sua vecchiaia fosse sgradita e per questo, così affermò:

“Non altro può offrire al popolo romano la mia vecchiezza se non un buon successore”

Ma subito, però, aggiunse,  pungente ed arguto::

“Appena si saprà di una adozione, io cesserò di essere vecchio, che è la sola accusa che mi si fa”

L’adozione! Galba pensava di risolvere il problema della successione attraverso il sistema dell’adozione, che non prevedeva legami di parentela, ma solamente capacità personali

La sua scelta cadde sul rampollo di una  nobile famiglia, Lucio Calpurnio Pisone, di cui apprezzava molto la sobrietà e la semplicità dei costumi. Quella scelta, però, gli guadagnò l’inimicizia e il rancore di Marcoo Salvio Otone, deluso per non essere lui il prescelto. Otone, infatti, lo aveva sostenuto contro Vitellio.

Otone non perse tempo e prese a cospirare conto di lui servendosi del malcontento dei pretoriani i quali  lo accusavano di avarizia per aver rifiutato loro il donativo promesso  a nome suo da Sabino.

In realtà, tutto era stato fatto a sua insaputa, ma,  l’accusa di avarizia arrivò ugualmente, immediata e precisa, appena assunto il potere.

Galba, come sappiamo, rifiutò sdegnosamente di concedere donativum ai soldati ma anche ai pretoriani di Sabino. Celebre la sua frase:

“Io li scelgo i miei soldati, non li compro”

In realtà, il comportamento di Galba indicava le sue intenzioni, che erano quelle di chiudere con il passato regime,  i suoi fasti  e i suo eccessi. E ad Otone, proprio questo rimproverava,  la sua  prodigalità di noto gaudente fin dalla nomina di Nerone, di cui era stato compagno d bagordi..

La sua austerità, però, non raccolse consensi.

E come poteva essere altrimenti? Il popolo romano, poco propenso verso il lavoro, sotto il governo di Nerone aveva avuto quello che cercava: Panem et Circenses.

Il governo di Galba durò poco. Solo  sette mesi, durante i quali subì la pressione di tre personaggi che contribuirono parecchio alla cattiva reputazione che accompagnò quel periodo e cioè  Tito Vinio, Cornelio Lacone e il liberto Icelo che, peraltro si  contendevano i suoi favori, annientandosi tra loro.

In realtà, Galba non aveva desiderato mai il potere, lo aveva accettato, si è detto, perché sinceramente convinto di poter salvare l’impero dall’anarchia.  Era un ottimo soldato e un grande generale e il ritratto che ne fa Tacito a tale proposito è proprio quello di un grande generale e di un uomo di grande austerità.

Soprattutto Plutarco sottolinea questo suo condurre  la vita  con rigore e sobrietà, sul modello degli “antichi romani”

Al contrario dei predecessori, infatti,  fu austero anche nel matrimonio e si sposò una sola volta. Si sa che Agrippina, rimasta vedova, gli fece pervenire una proposta di matrimonio, ma lui la rifiutò.

Si preoccupò, invece, di dimostrare la nobiltà dei natali e fece affiggere nel Foro il suo albero genealogico in cui faceva risalire le sue origini per via paterna a Giove e per via materna alla regina Pasifae di Creta.

Nemmeno questo riuscì a conquistargli la simpatia e l’apprezzamento del popolo romano e nemmeno i disagi affrontati e stoicamente sopportati durante il  lungo viaggio dalla Spagna, viaggio che, al contrario, aveva finito per fiaccarlo ancora di più.

Vecchio e fiacco, incapace di sottrarsi alla cattiva influenza dei suoi tre consiglieri,  ai loro eccessi ed ai  lori disastrosi consigli, finì per non essere più ingrado di prendere decisioni da solo.

Questa passività gli fu fatale. A lungo indeciso sui pareri contrastanti dei tre, l’infelice scelta finale lo condusse alla morte.

Cosa era accaduto?

Alla falsa notizia della morte di Vitellio, Galba espresse la decisione di unirsi alla truppa. Vinio suggerì di restare a Palazzo in attesa degli eventi, menre Icelo e Lacone  suggerivano di uscire. La scelta di uscire, però, lo condusse alla morte.

Fu una morte spettacolare e ignominiosa e gli storici, che di lui e delle sue imprese hanno fornito poche notizie, sono stavi invece  piuttosto prodighi nel narrare questa morte. Una morte pubblica.

Galba lasciò il palazzo, ma non riuscì a raggiungere  i suoi soldati. Incontrò, invece, i sostenitori di Otone che gli tagliarono la strada e lo spinsero verso il Foro.

Galba si rese immediatamente conto di andare incontro alla morte, ma, la sua condotta  di fronte a tale evento fu di grande dignità: degna degli  antichi romani, ch’egli ammirava profondamente e da cui  era orgoglioso di discendere.

Cadde dalla lettiga – racconta Plutarco- e rotolò per terra, ma, invece di cercare scampo, egli tese la gola ai rivoltosi dicendo:

“Fate. Se questo vuole il popolo romano.”

Un comportamento che conferma il carattere freddo e distaccato di queso Princes ,  una vita condotta in maniera coerente e la ferrea  educazione  militare.

Appartenente ad una delle famiglie più illustri di Roma, Galba, che dopo una brillante carriera militare era salito al trono per meriti e non per intrighi come alcuni dei Cesari,  di fronte alla morte si conservò fedele agli  ideali che per tutta la vita aveva perseguito. Un comportamento che  conferma il giudizio espresso  da Tacito:

“Energico nel reprimere gli eccessi dei soldati, impavido di fronte alla morte, inflessibile davanti alle lusinghe…”

Forse… forse la sola “colpa” di questo Princes fu quella di essere arrivato al potere dopo un lungo periodo in cui i romani avevano goduto di una prodigalità mai vista  prima.

I DODICI  CESARI – OTONE

 

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I DODICI  CESARI  –  OTONE

Correva l’anno 69 dell’era cristiana, un anno di estrema confusione.  L’imperatore Galba era morto e i Princes non si eleggevano più  in Senato,  ma sui  campi militari per acclamazione dei soldati. La procedura era sempre la medesima per tutti. Lo fu anche per  Salvio Otone, 37 anni, della Gens Salvia, una delle  famiglie più antiche d’Etruria. Il suo fu  il regno più breve: 95 giorni .

La questione dell’erede era sempre aperta, anche se ugioGalba aveva tentato di risolverla con l’adozione:

“Spenta la Casa Giulia e Claudia – aveva detto – provvederà l’adozione alla scelta del più degno.”

Ma Galba non aveva fatto i conti con gli intrighi, gli interessi privati, i rancori sociali, le gelosie e le sfrenate ambizioni  personali.

Regnavano disordine e confusione, perché contemporaneamente, le Legioni di Germania e Giudea, avevano eletto sul campo i loro generali: Aulo Vitellio e Tito Vespasiano.

 

 

La presa di potere di Otone fu un vero colpo di Stato, favorito dall’indugio di Galba, tormentato dal peso di una decisione importante da prendere: uscire dal Palazzo per guidare personalmente la repressione  oppure inviare truppe e contare sulla loro efficienza e fedeltà. Sappiamo che la decisione presa da Galba lo condusse alla disfatta.

Ma anche Otone si mostrò indeciso. Non era lui a prendere le decisioni, soprattutto quelle militari. Egli non era in grado di farlo., al contrario del suo antagonista, Vitellio, valente generale di un potente esercito. Non avendo la pur minima  formazione militare, egli aveva conquistato i pretoriani non con la guerra, bensì con  donativi generosi e molta prodigalità. Ed aveva nominato Proculo suo consigliere e Prefetto del Pretorio, ma, neppure questi sapeva nulla di guerre e strategie militari.

Stessa prodigalità mostrò al popolo appena fu eletto e inizialmente il popolo lo accolse abbastanza favorevolmente. Per varie ragioni: la condanna di Tigellino, inviso a tutti, il reintegro nei ranghi di molti sostenitori di Nerone, la ripresa dei lavori della Domus Aurea, ma soprattutto l’aver colmato il vuoto che la morte di Nerone aveva lasciato nel popolo. Dopo la vecchiezza e l’avarizia di cui Galba era accusato, la giovinezza e la prodigalità dell’antico compagno di bagordi di  Nerone, faceva ben sperare. La plebe e non solo: l’ascesa al trono era avvenuta a furor di pretoriani, che vedevano nel giovane e gaudente compagno di Nerone, una continuazione del regno di questi.. Era stato amico e favorito di Nerone fin dall’adolescenza poiché frequentava la corte e la famiglia imperiale e con lui aveva perfino diviso, per un certo tempo, la stessa donna, Poppea, che alla fine Nerone aveva tenuto per sé spedendolo in Lusitania. Proprio a causa di questo suo rapporto con Nerone,, gli fu dato il nome di Nerone, come dice Svetonio:

“… tra le feste fattegli, fu dal popolaccio chiamato Nerone, né egli diede segno di rifiutare”

In realtà, dopo un buon inizio, il favore della plebe andò sempre più scemando, fino a restringersi a poche persone, anche perchè la prodigalità del Princes si faceva sempre  più ristretta.

Sull’esempio del suo predecessore, prodigo e dissipatore,  cui si era accompagnato per quasi una vita intera e  condividendone gli eccessi,  si aspettavano tutti che egli continuasse ad imitarlo ed invece, egli adottò una condotta di vita austera. Ecco come si esprime Tacito:

“Contro ogni previsione… rinviati gli svaghi, messa al bando ogni dissolutezza tutto egli improntò alla maestà del potere.”

Qual era il suo aspetto?

Di  aspetto effeminato,  così si  pronuncia Svetonio:

“… basso di statura e sbilenco era di femminea ricercatezza nelle cure del corpo…”

Se Galba gli aveva preferito Pisone nell’adozione, la ragione era stata proprio a causa di questo  suo comportamento effeminato. Un  aspetto che indicava anche una tendenza per l’omosessualità. Non ci sono dubbi che egli fosse omosessuale e che fosse stato tra i favoriti di Nerone.

La sua vita sentimentale, però, ruotò intorno ad una sola donna:Poppea, per la quale provò un vero amore e vera passione. Nonostante le intemperanze giovanili, egli non ebbe comportamenti scandalosi o sregolati.

Tutto ciò per dire che forse, il carattere  di Otone era parsimonioso per natura? Svetonio assicura di no, riferendo addirittura che

“fin dalla adolescenza fu sì prodigo che  spesso fu ben picchiato da suo padre”.

Se non era di carattere parsimonioso come si spiega il suo comportamento?

Forse Svetonio e Tacito dicono il vero quando affermano che più che dall’ambizione, Otone fu spinto verso il trono dalla necessità e dal bisogno, essendo  oberato di debito. Le sue tante manovre, dunque, avevano questo solo scopo e la loro riuscita fu certamente casuale, favorita dalla guerra civile e sostenuta dal rancore verso Galba che gli aveva preferito Pisone.

Che non avesse cercato il potere per ambizione,  ma si sia trovato  ad affrontare una certa situazione  lo si capisce anche da una frase riportata da Svetonio:

“Che cosa ho io a che fare con grossi flauti?”

Otone riconosceva, dunque, di non essere adatto a ricoprire quel ruolo, incapace com’era  di fronteggiare le avversità e anche la paura,  E Vitellio, il suo  avversario, pare proprio che conoscesse questa sua debolezza e non si preoccupava troppo delle sue azioni.

Pavido e indeciso: due difetti che un Princes non doveva e non poteva avere. Pavido e indeciso per tutto il corso della vita e in quasi tutte le situazionii.

Non nel momento supremo.

Otone seppe morire con grande dignità. Morì suicida. Era il 4 aprile del 69. La sua morte  fu definita sublime,   e di certo non fu una esagerazione, conoscendo le cause, i fatti e i particolari.

Che cosa era accaduto?

Le truppe otoniane erano state  sconfitte a Bedriaco e ancora una volta per la sua  incertezza nel prendere una decisione e finendo per prendere quella sbagliata.

L’entusiasmo dei soldati,  però, per nulla demoralizzati dalla sconfitta, insorse più forte che mai: erano pronti a riprendere i combattimenti. Quasi un delirio. Un delirio che, però, non coinvolse il Princes il quale non desiderava un nuovo spargimento di sangue e così scrisse:

“Potrei io sopportare che tanto fiore di romana gioventù, tanti eccellenti eserciti vengano ancora una volta schiantati?”

Furono molti gli storici che riportarono questi fatti e tutti concordano: non ci fu un minimo segno di paura o cedimento. Cominciò  con  un discorso sugli effetti disastrosi delle guerre civili poi si ritirò nella sua tenda per prendere  tutti i provvedimenti necessari per la salvezza dei familiari e dei sostenitori; saggiò la lama di due spade per scegliere quella più tagliente e distribuì ai servi il suo denaro,

Una domanda che ancora oggi  si fanno storici e psicologi: come è possibile che un uomo possa cambiare così drasticamente nel giro di  poche ore… le ultime… della sua vita.

Lo stesso Dione Cassio scrive:

Dopo aver condotto una vita il più infame possibile, morì nel modo più glorioso. Dopo essersi appropriato dell’impero con i mezzi più criminali, vi rinunciò nella maniera più nobile.”

Come spiegare tanta determinazione di fronte alla morte in un uomo sempre preda della paura? E come spiegare tanto altruismo verso il prossimo? Egli, infatti, fece scorrere la tutta la notte prima di suicidarsi per assicurarsi che  i suoi sostenitori fossero al sicuro.

Nel momento supremo non ha tentennato come Nerone, che si è fatto aiutare da un liberto a conficcarsi il pugnale in gola, ma si è gettato eroicamente sulla spada procurandosi una ferita tale che morirà poco dopo. Senza tentennamenti e con stoico coraggio.

Un enigma che continua ancora oggi.

I DODICI CESARI – CLAUDIO

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Gli storici contemporanei ci hanno consegnato di questo Princes il ritratto di un uomo assai pavido, corrotto e perfino un po’ ritardato, in un quadro politico degradato a causa dell’adulazione. Dice Tacito:

“Purtroppo l’età di cui io parlo fu a tal segno corrotta che non solo i cittadini di grado elevato… ma tutti i consolari… e molti pure fra i semplici senatori facevano a gara nell’acclamare ogni misura più vergognosa. Qualunque cosa facesse l’imperatore, non incontrava resistenza coraggiosa. In qualunque campo…. Così, ad esempio, i Senatori si precipitarono ad approvare il matrimonio di Claudio con la nipote Agrippina, che a Roma era considerato incesto…”

In realtà, Claudio fu un buon Princes, ma lo fu contro la sua stessa volontà: egli non aveva mai aspirato a ricoprire quella carica. Alla morte di Caligola, per mano di Cassio Cherea, ufficiale della Guardia Pretoriana,  appartenente alla corrente di nostalgici del regime Repubblicano, i quali brigavano per il ritorno della Repubblica, Claudio si vide, suo malgrado acclamato Imperatore; i rivoltosi, infatti, furono sopraffatti  dalle guardie di Palazzo, che volevano conservare l’attuale regime per non rinunciare ai molti privilegi acquisiti.

In quel frangente, Claudio diede effettivamente segno di debolezza e pavidità. Era  mezzogiorno quando, il 24 gennaio del 41, Caligola fu assassinato; convinto  che i congiurati volessero eliminare tutti i membri della famiglia imperiale,  si nascose dietro una tenda e proprio qui fu scovato ed acclamato imperatore dai Pretoriani, i quali non volevano affatto il ritorno alla Repubblica.

Claudio accettò il principato, ma con una certa riluttanza. Svetonio racconta così l’evento:

“Lo misero in una lettiga e poiché i suoi erano fuggiti, reggendolo in spalla un po’ gli uni e un po’ gli altri,  lo portarono all’accampamento fra la commiserazione della gente che lo incontrava, come se fosse tratto innocente al supplizio.”

Ma chi era Claudio?

Nipote di Marco Antonio e figlio di Druso e di Antonia Minore, nonché fratello di Germanico. Membro assai importante della famiglia imperiale, a causa  di gravi patologie, fu tenuto lontano da impegni e cariche pubbliche e  gli furono impedite uscite pubbliche di rilievo.

Infanzia e giovinezza furono molto infelici. Rifiutato e respinto, dalla famiglia in primo luogo e poi dagli altri,  era fatto oggetto di derisione, cosa che impensieriva e turbava lo stesso Augusto che, in una lettera a Livia, esprimeva la sua profonda preoccupazione per “quello strano ragazzo”.

Ma Claudio era davvero un ritardato mentale? Qual era il suo  aspetto?

Alto e massiccio, Claudio era afflitto da numerose patologie e tare fisiche che gli conferivano un aspetto alquanto ridicolo e strano. Balbuziente, aveva bocca bavosa e naso moccioso, voce rauca e risata sgradevole ed era perfino un po’ sordo. A questo si assommavano il tremito della testa,  un’andatura zoppicante e strascicante ed una mollezza alle membra inferiori. Tutti disturbi che si manifestavano soprattutto  quando era in azione ed in movimento. Quando, invece, era fermo o seduto, appariva perfino di bell’aspetto.

Secondo Svetonio i disturbi motori risalivano alla prima infanzia; successivamente,  nell’adolescenza, era stato colpito da varie malattie che gli avevano indebolito spirito e corpo, per cui era stato giudicato non idoneo a  ricoprire cariche pubbliche, che non gli vennero mai affidate,  come invece a Germanico, il fratello.

Più esplicito fu Dione Cassio che parla di malattie quali meningite o encefalite.  Gli antichi autori, però, non erano affatto in grado di identificare con sicurezza queste patologie e da qui l’equivoco.

Contrariamente a tutti gli altri Princes, Claudio non ebbe una preparazione culturale, né un vero Precettore che si curasse della sua formazione culturale e spirituale;  il giovane Claudio, però, era uno spirito curioso. Assai curioso. Ed appagò da sé quella sua grande curiosità intellettiva. Studiò da solo, Storia e Lettere. Soprattutto Greco, tanto da essere in grado di sostenere una conversazione con ambasciatori greci.

Screditato, per incapacità, sul piano intellettuale, in realtà,  egli era riuscito ad affinare le proprie qualità intellettive, sì da permettergli  una produzione letteraria  veramente notevole. Da vero erudita.

Scrisse “La Storia dei Tirrenici”,  opera composta da venti libri, cui seguì “La Storia dei Cartaginesi”, 8 libri. Iniziò anche una “Storia Romana” che abbandonò su pressione dei familiari, dopo aver scritto due libri. Sempre su Roma, però, scrisse una Storia a partire dal Principato di Augusto, composta di 4 libri  e infine, una Autobiografia di ben otto volumi. Ma non è tutto! Da perfetto erudita, introdusse nell’alfabeto tre nuove lettere, rendendo più spedito e preciso l’alfabeto. Gli fu riconosciuta, inoltre, per eleganza, l’arte dell’eloquenza, pur alterata dalla balbuzie.

Una grande opera letteraria, che, bisogna precisare, in parte di natura compilativa e, dunque, non propriamente originale, che indusse Seneca a sbeffeggiarlo, ma che dimostra la  forza di volontà e la  grande curiosità intellettiva  di questo studioso che non aveva avuto Precettori o Maestri , al contrario di altri… e dello stesso Seneca. Dimostra anche  che l’accusa di debolezza intellettuale è infondata e superficiale.

Claudio era, dunque, un uomo amante della cultura, esperto in Storia, tra cui quella etrusca; frequentava ambienti frequentati da storici e letterati, conosceva Testi Antichi e citava a memoria i versi di Omero.

Un uomo ritardato non poteva essere tutto questo!

Ma allora, quale può essere  stata la ragione di una così cattiva reputazione?

La sua disgrazia fu la malattia e soprattutto l’aspetto estetico che questa malattia conferisce al paziente: una malattia che, se ancora oggi viene accettata con molte remore, all’epoca era addirittura discriminante.  Per descrivere quelle patologie, di cui non avevano, però, alcuna cognizione, storici come Svetonio, Tacito e soprattutto Seneca, usarono termini particolari  e fuorvianti. E, cosa ancora più grave, le capacità intellettive del giovane Claudio, furono completamente sottovalutate. Accadde che, mentre Germanico viene affidato ad un eccellente Precettore, Claudio viene messo nelle mani, nientemeno che, di un ex mulattiere, al solo scopo di  essere sorvegliato.

Egli, dunque, provvide da solo alla propria formazione culturale, ma neppure questo bastò a convincere la famiglia imperiale che lo rifiutò totalmente. La madre Antonia giunse a definirlo “aborto” o “uomo incompiuto” e la nonna, Livia, si rifiutava di comunicare con lui direttamente. Solo Augusto dimostrava per lui un po’ di umana comprensione, ma, il timore che potesse fare qualche grosso errore che mettesse in imbarazzo la famiglia imperiale, lo convinse a tenerlo lontano dalla vita pubblica. Tiberio respinse le sue richieste di qualche carica pubblica con una grossa somma di denaro e Caligola, per primo gli offrì il Consolato, ma, solo per controbilanciare l’enorme popolarità del fratello Germanico.

Più che di stupidità, in realtà, Claudio era tacciato di smemoratezza,  distrazione e grossolani errori, ma tutto ciò,   tenendolo lontano dai pubblici uffici, lo condusse ad una  totale mancanza di fiducia in se stesso e ad una sempre crescente difficoltà di adattamento alle circostanze.

Dione Cassio dirà:

“… non furono tanto i suoi malanni, quanto i suoi liberti e le sue donne a danneggiarlo.  Poteva accadere perfino che egli non fosse al corrente  di decisioni presi dai liberti…”

Liberti e  donne.

I liberti erano Callisto, Narciso e infine Pallante, uomini capaci, da cui  si fece affiancare per svolgere al meglio il suo compito di Princes,  il cui apporto permise una amministrazione rigorosa ed efficiente, ma lo rese completamente succube dei tre e strumento dei loro intrighi. Facile, per un carattere molto influenzabile, impressionabile e pauroso. Paure ed angosce create ad arte da liberti e mogli, quando volevano sbarazzarsi di qualcuno. Come nel caso di Silano, fatto giustiziare solo perché il liberto Narciso gli aveva riferito di aver sognato che quegli lo stava sgozzando.

Di carattere debole, si prestava facilmente anche alle sottili manovre delle mogli. Due in particolare: Messalina e Agrippina.

Claudio ebbe  quattro mogli. I primi due furono matrimoni politici combinati dalla famiglia, ma gli altri due ebbero una grossa componente passionale.  Dalla terza moglie, Valeria Messalina, figlia di un cugino, ebbe due figli: Ottavia e Britannico. Donna di nobilissimi natali, Messalina era anche una donna dissoluta e priva di principi morali. Di lei si raccontano episodi  a tinte così forti da mettere in dubbio la loro veridicità, però,  la sua condotta da ninfomane è ampiamente comprovata.  La sua morte fu voluta soprattutto dal liberto Narciso, senza che Claudio, però, facesse nulla per impedirlo. Questo perchè la circostanza in cui maturò la decisione di condanna, fu considerata un vero “attentato alla sovranità di Stato” o un “colpo di stato”.

Era accaduto che, durante un’ assenza di Claudio, Messalina aveva sposato l’amante ufficiale,  Gaio Silio, uomo assai avvenente ed intrigante.  Claudio aveva temuto che si volesse attentare alla sua vita e consegnare il trono all’amante di lei e,  spaventato, si era rifugiato nell’accampamento, chiedendo a tutti se fosse ancora lui il Princes oppure no.

La quarta moglie fu Agrippina e, come sappiamo, questo matrimonio gli sarà fatale. Sorella di Caligola, Agrippina era sua nipote  ed era già sposata a Domizio Enobarbo. La parentela costituiva un ostacolo soprattutto legale: un tale matrimonio per la legge romana era incesto. Un Senato asservito, però, si affrettò a cambiare la legge per permettergli di convolare felicemente alle nuove nozze tanto agognate.  Agrippina era bellissima ed intrigante e si intratteneva spesso con lui in privato, in qualità di nipote affezionata.

Quali furono i rapporti  di questo Princes con il popolo? La passione per i giochi  e i numerosi donativi lo resero particolarmente gradito al popolo, ma la sua soggezione agli intrighi ed alle manovre di mogli e liberti, lo resero anche inviso nella stessa misura.

Oltre alla passione dei giochi, uno dei maggiori piaceri di questo Princes era la tavola: grosse bevute  e lauti banchetti. Il risultato, però, causa le sue patologie, era una continua sonnolenza e colpi di sonno che lo coglievano in ogni momento della giornata, anche durante lo svolgimento di compiti pubblici. I banchetti, riferisce Tacito, lo rendevano così inebetito, da non accorgersi che la moglie Messalina era stata uccisa.

Come fu il suo regno? Fra i più sereni e tranquilli.  Quattordici anni di regno durante i  quali, nonostante gli handicap, Claudio  conquistò la Bretagna, emise molti provvedimenti in favore del popolo romano e diede una nuova impronta al Principato  attraverso una eccellente organizzazione amministrativa. Affidando a persone competenti, precisi  compiti amministrativi, dimostrò non solo  di possedere tutti i requisiti del buon Princes, ma  che un uomo solo non poteva prendere tutte le decisioni.

Claudio morì avvelenato. Opinione comune è che ad avvelenarlo sia stata la moglie Agrippina con l’aiuto del suo stesso medico personale, Senofonte. Secondo il racconto di Tacito, Agrippina avrebbe servito funghi avvelenati, di cui Claudio era assai ghiotto. L’imperatore, però, non morì subito, nonostante fosse caduto  in uno stato di profondo torpore ed incoscienza e… sempre a quanto riferisce Tacito,  fu allora che Senofonte, fingendo di soccorrerlo, deve avergli somministrato dell’altro veleno.

Un uomo afflitto da patologie, Claudio, che, se fosse stato appoggiato e sostenuto dalla famiglia e gli si fosse data una preparazione adeguata all’ufficio che doveva ricoprire, averebbe potuto essere un  grande Princes.

I DODICI CESARI – CALIGOLA

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Sadico, eccentrico e privo di ogni freno morale.  Questo è il ritratto ormai cristallizzato di Caio Giulio Caligola, figlio del generale Germanico e di Agrippina Maggiore. I suoi primi mesi di regno furono esemplari, come se avesse voluto onorare la memoria di suo padre e seguirne l’esempio di grande magnanimità e correttezza.  Ma poi, la svolta.

Aveva 25 anni quando arrivò al potere, inesperto e privo della forza di carattere necessaria per operare per il bene di tutti. Ecco come si espresse Filone d’Alessandria:

“… sprovvisto di qualunque sentimento umano, innovatore, giovane, dotato di un potere assoluto privo di ogni controllo. Ora, quando la giovinezza è dotata di potere assoluto e segue inclinazioni incontrollate, è un male difficile da combattere.”

Il giudizio di Giuseppe  Flavio fu ancora più esplicito: “… difficile rimanere moderati quando non si ha nessuno a cui rispondere.”

In realtà, una istituzione a cui rispondere c’era ancor: il Senato, ma i senatori, invece di esercitare controlli, finirono, per  ambizioni personali e servilismo, per rafforzarne il potere e porre il Princes al di sopra della Legge. Questo, già ai tempi di Augusto. In realtà, Caligola, che la morte del padre, Germanico aveva profondamene turbato, nutriva un odio profondo contro il Senato.

Ed ecco la fatidica domanda: il potere rende folli? Molti dei Cesari hanno manifestato segni di follia. Ma davvero il potere trasforma il buon Princes in un folle  despota? Si è molto discusso su questa questione, alimentata dalla interpretazione di fatti riportati da Autori contemporanei e postumi: fatti sempre concordanti e interpretazioni, invece, no! Ci sono interpretazioni ambigue, incomplete o apertamente ostili e poi ci sono testimonianze che riferiscono di malattie mentali quali epilessia, schizofrenia, ecc..

La situazione, alla morte di Tiberio, era assai tesa e la successione avvenne in un clima di ambiguità e intrighi a causa del rifiuto dell’imperatore di nominare un erede, fin quando Macrone , non prendeva in mano la situazione: il Senato fu costretto dai pretoriani ad eleggere il nuovo  Imperatore.

L’accoglienza del popolo, quando Caligola giunse al potere, fu di grande esultanza: Roma acclamava il figlio di Germanico, amatissimo e stimatissimo, e il nuovo Princes rispose dando al proprio governo una spiccata impronta tollerante  e generosa, attraverso donativi ed elargizioni varie.  Caligola pareva davvero voler prendere il padre come modello da seguire.

Durò pochi mesi, poi tutto cambiò.   Correva l’anno 37.

Cosa  accadde in quell’anno?

Caligola si ammalò e la sua guarigione fu segnata, ancora una volta, da grande esultanza popolare. Tutto cambiò proprio dopo quella malattia.  Cominciò con l’ordine di darsi morte fatto arrivare a Gemello, cugino dell’imperatore e poi allo stesso Macrone; seguì il suocero.  Ricercatori e studiosi sostengono, oggi che quella malattia  sia sfociata in  una psicosi maniaco-depressiva. Fu proprio con quegli episodi che il popolo cominciò a  manifestare  la propria  contrarietà ed avversione nei confronti del  Princes.

Come tutti gli Imperatori della dinastia Claudia, anche Caligola godette di una ottima educazione culturale. Colto e  bravo nell’arte nell’eloquenza,  secondo Svetonio, Caligola  scriveva versi eccellenti con cui accompagnava le sue  eccentricità. Anche Tacito riconosce le sue qualità letterarie e scriverà che ” in Caligola la follia non aveva corrotto la virtù del dire…”  riconoscendolo  quale esperto nella lingua greca  e latina.

Ma chi era Caligola?

Pronipote di Augusto e  bis-bis nipote di  Cesare, sia per parte  paterna che materna. Perché mai,  di Caligola, figlio e nipote di persone cariche di fascino e forte personalità,  ci è arrivato  un ritratto dalle tinte così forti e fosche?

La prima infanzia, si è detto, la trascorse  in campi militari, ma,in seguito all’esilio di sua madre e fino ai 19 anni, visse con la nonna, Antonia, dopo di che, raggiunse  l’imperatore Tiberio a Capri nel suo ritiro ed è proprio da lì, sostiene Svetonio, che ebbe inizio la sua vita sregolata e piena di eccessi.  Ai tempi di Tiberio, il suo stile di vita era ancora regolato, ma poco tempo passò ed egli  lo mutò in un  regime esagerato ed esasperato: vino, cibo e divertimenti  smodati. Come il banchetto durato un giorno e una notte  sul ponte di una nave illuminato in maniera sfarzosa ed al temine del quale fece gettare in acqua buona parte dei commensali e dei soldati ubriachi. Eccessi che si trascinò per tutta la vita e che culminarono nella dissipazione di beni dello Stato che Tiberio aveva  così faticato a mettere insieme.

I suoi gusti erano orientati soprattutto verso tre passioni: Teatro, Giochi gladiatori e Corse di carri.   Liberatosi di Macronne , la cui cura principale era quella di  distoglierlo da un comportamento non degno di un imperatore e che, secondo Filone di Alessandria,  lo irritava sommamente, non c’era più nessuno che  potesse impedirgli di utilizzare .tutte le risorse imperiali per la soddisfazione di quelle passioni.

Negli spettacoli di danza e  canto,  la passione era tale da spingerlo a parteciparvi attivamente, cantando e danzando con gli artisti sul palcoscenico. Lo stesso faceva durante gli spettacoli gladiatori,  spingendo gli amici a scendere nell’arena e scendendo egli stesso nella specialità  di gladiatore trace. Né si risparmiava nelle  gare di corse di cavalli,  parteggiando per la Squadra dei Verdi ed invitando gli atleti alla sua tavola o mettendosi alla guida dei carri.

Era nota a tutti questa sua passione per le corse, come era nota la sua passione per i cavalli… per uno in particolare: Incitato, il suo cavallo, cui riservava cure ed attenzioni particolari, senza però spingersi, come  si vuole credere, al punto da conferirgli il Consolato.  Si tratta, naturalmente, di una leggenda nata da un equivoco ben orchestrato e precisamente da una frase riportata da Svetonio, che egli avrebbe pronunciato, riferendosi al suo cavallo e con la quale Caligola aveva probabilmente voluto esprimere il suo disprezzo verso la categoria.

Vediamo che cosa dice davvero questa frase:

Consolatus quoque traditur destinasse”  traduzione: ” Si dice che volesse assegnargli anche il Consolato”.  Non si tratta, dunque, di un fatto realmente accaduto, ma solo di una ipotesi… uno scherzo… una leggenda

Equivoco anche il modo di abbigliarsi di questo Imperatore, atteggiamento che  ha fatto versare tanto inchiostro: abbigliamento strano ed eccentrico che ricordava i fasti orientali di cui era grande ammiratore. All’inizio del principato, egli respinse ogni tentativo di divinizzazione da parte di popolo e Senato, ma cambiò ben presto opinione e cominciò a travestirsi, con l’intento di assimilarsi  agli Dei di Roma. Prese  ad indossare pelli di leone o a  mostrarsi reggendo in mano caducei, sandali ed altro. Giunse perfino a rivaleggiare con Giove, lanciandogli sfide o invettive ed appropriandosi delle sue statue. Provava ammirazione per i culti e le monarchie orientali. Quella egizia in particolare, sul cui modello voleva creare il proprio regno, emulandone l’abbigliamento e l’incesto: ebbe, infatti, rapporti incestuosi con tre sorelle, proprio sul modello della monarchia dell’Antico Egitto.

Forte di un potere illimitato e senza confini,  uomo in cui l’istinto prevale sulla ragione, egli amava spingersi sempre oltre quei confini, per sperimentare e provare nuove sensazioni e provare tutto il provabile fino a trasformare il Palazzo in una immensa casa di appuntamenti in cui far prostituire  mogli e figlie di cittadini più illustri.

Estremamente insolente e diffidente, non accettò mai consigli né ebbe consiglieri, se non per 3 o 4 mesi, all’inizio del principato, quando  al suo fianco  c’era Nevio Macrone… e prima di costringerlo a togliersi la vita.  Ogni decisione, dunque, fu del tutto personale e le contraddizioni furono assai evidenti e  ne mostrarono la doppia personalità e il disordine mentale.

Quale il suo aspetto fisico?

Il nonno paterno, il generale Druso, era notoriamente un uomo di grande fascino e bellezza; era forte ed atletico. Così anche la nonna Antonia.  Sia in  Druso che in Antonia non si riscontrarono  mai comportamenti che potessero ricondurre a qualche squilibrio mentale trasferibile al nipote.

Lo stesso si può dire dei nonni materni,  Vipsanio Agrippa e Giulia, figlia di Augusto. Quanto ai genitori, Germanico ed Agrippina Maggiore, il primo morì con ‘aureola dell’uomo dalle grandi qualità morali e fisiche… sebbene la sua morte non fosse naturale, ma  causata da veleno, alla seconda furono riconosciute qualità di forza morale e fisica;  accompagnava spesso il marito nelle sue campagne militari per cui,  Caligola trascorrerà la prima infanzia nei campi militari e saranno proprio i soldati di suo padre a dargli questo nomignolo, a causa delle piccole calighe,  stivali militari, che portava ai piedi.

A questo punto bisogna fare un breve premessa. I ritratti furono redatti tutti dopo la morte dell’imperatore e furono  inevitabilmente influenzati dalla cattiva fama che questi si era guadagnato. Sappiamo per certo che, a 29 anni, età che aveva quando verrà ucciso,  il suo aspetto era precocemente invecchiato  a causa della vita sregolata che aveva condotto fino  quel  momento.

Alto di statura, fisico sproporzionato, piedi enormi e gambe sottili, così lo descrive Svetonio ed aggiunge, impietoso, che una espressione volutamente truce, rendeva orrendo il volto già brutto. E Seneca non è più tenero e riferisce di un pallore cadaverico e di sguardo torvo. Ancora più drastico il parere di Plinio il Vecchio, che ci descrive soprattutto il suo sguardo carico di  crudeltà,  fisso e torvo.

In realtà, quello sguardo”torvo e fisso”  era  un difetto fisico e non un atteggiamento voluto e questi giudizi così furono sicuramente espressi  sotto l’impulso di proprie emozioni, dal momento che , soprattutto Seneca, odiava profondamente  l’imperatore e le sue descrizioni possono dirsi dunque,  anche di carattere caricaturale.

Afflitto da calvizie precoce,  nei banchetti e negli incontri orgiastici appariva con una parrucca, ma alla morte della sorella Drusilla, si lasciò crescere la barba in segno di lutto, però amava apparire in pubblico alternando un volto barbuto e  glabro e questo fu accolto come uno dei primi segni di squilibrio mentale.

Che il suo aspetto fosse sgradevole è innegabile, né si può negare che fosse  incoerente, di carattere instabile, perfido e crudele,   emotivo e soggetto a paure immotivate ma non si può dire che abbia agito, così come ha agito, a causa di un potere tanto straordinario da renderlo pazzo,  bensì a causa dell’ educazione,  della consanguineità delle origini,  della personalità e soprattutto della vita sregolata e di problemi psicologi che lo affliggevano. Lo affliggeva anche una insonnia patologica ed un sonno di poche ore,  disturbato da incubi che speso non gli faceva ben distinguere il giorno dalla notte.

Emotivo, soggetto a panico ed a paure immotivate, era anche una persona molto vendicativa e proprio su questo aspetto del suo carattere puntarono i primi processi di revisione di questo imperatore: patologie come la schizofrenia e  i suoi sintomi:  passeggiate notturne,  insonnia, pallore, agitazione, atteggiamenti incostanti e altro.

Diffidente e paranoico, aveva il terrore di una morte lenta e dolorosa, ma la sua morte fu, invece, violenta e rapida. Aveva 28 anni quando cadde vittima di un agguato e la morte fu davvero rapida, tanto furono violenti i colpi degli attentatori. Aveva appena lasciato i giochi palatini e stava attraversando un criptoportico del palazzo quando fu sorpreso dagli attentatori. Il soldato di sentinella chiese la parola d’ordine.
“Giove” rispose il Princes e l’altro:

“Abbilo per certo” rispose  e fece seguire un fendente sul collo che lo mandò steso per terra. Seguirono immediatamente  quelli degli altri cospiratori: risoluti, violenti e precisi, che non gli diedero alcuna possibilità di scampo, tanto più che era appesantito da una  brutta indigestione. Contro di lui, la sorpresa e il numero elevato dei congiurati.

Era mezzogiorno del  24 gennaio del 41.