Lo sapevate che… da dove arriva il termine eroe?

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Durante l’età del matriarcato, il Re Sacro,  Paredro della Regina, alla fine del tempo concessogli dalla consuetudine, veniva sacrificato alla dea Era, il cui nome significa Signora,  da Herwa,  ossia  Protettrice.

Il corpo del Re Sacro, il cui sangue veniva sparso sui prati per renderli fecondi,  riposava sotto terra, ma la sua anima cavalcava il Vento-del-Nord, in viaggio per il Paradiso.

ANTICA ROMA – LE SEPOLTE VIVE

IL CAMPO SCELLERATO... ovvero, la tomba delle "sepolte vive"

Era un luogo lungo la strada selciata di Porta Collina dove le Vestali ree di inadempienza al proprio voto di castità venivano sepolte vive. Si trattava di un seminterrato provvisto di un pagliericcio e di una porticina che veniva sprangata dall’esterno ed in cui la sventurata doveva vivere la sua angosciosa e lunga agonia, con solo un bricco di latte, una pagnotta ed una lampada ad olio .

La prima di queste sventurate, sotto re Tarquinio Prisco, accusata di aver attentato alla propria virtù, fu la nobile Pinaria, figlia di Publio. Seguì Minuzia, la quale attirò i sospetti su di sé per la cura eccessiva che dedicava alla propria persona. Ad accusarla fu uno schiavo e non le fu possibile dimostrare la propria innocenza.

Nella guerra di Roma repubblicana contro i Volsci, la sorte era decisamente sfavorevole a Roma e si disse che gli Dei erano insoddisfatti e corrucciati ed esigevano sacrifici.
Si pensò subito alla condotta delle sacerdotesse di Vesta: molte delle disgrazie che piovevano sulla città venivano loro attribuite. Qualcuno mise in giro la voce che la responsabilità era proprio di una delle Vestali: Oppia, colpevole di aver oltraggiato la sua virtù con due uomini. Sottoposta a giudizio e condannata, la ragazza fu sepolta viva e i due presunti colpevoli, uccisi a colpi di verghe.

Stessa sorte toccò ad un’altra Vestale, la giovane Urbinia, questa volta durante la guerra di Roma contro Veio. Poiché in città e nelle campagne  donne e bambini si ammalavano e morivano di morti sospette, la pubblica attenzione si concentrò una volta ancora sulla Casa di Vesta e sul comportamento delle sue Sante Figlie. Ad essere accusata di non aver rispettato il giuramento di verginità fu, questa volta, la povera Urbinia ed anche lei conobbe l’orribile sorte di essere sepolta viva in quella fossa infame.
Anche per i due presunti colpevoli non ci fu scampo: processo e condanna a morte.

 

Altre quattro Vestali furono riconosciute colpevoli e condannate, ma tutte preferirono darsi morte piuttosto che affrontare il ludibrio di un processo e una morte orribile: Lanuzia, accusata da Caracalla, che si gettò dal tetto della sua casa; Tuzia che, accusata di aver avuto rapporti con uno schiavo, si trafisse con un pugnale; Gapronia che si strangolò e Opimia che scelse il veleno; Florania, invece, non riuscì a sfuggire alla terribile sorte.

Non mancarono casi di Vestali condannate nonostante la comprovata innocenza, come nel caso della bella e giovane Clodia Leta e la nobile Aurelia, le quali preferirono affrontare il martirio piuttosto che cedere alle profferte libidinose del loro accusatore: l’imperatore Caracalla.

Innocente era anche la bella Cornelia, ai tempi di Domiziano il quale, respinto, l’aveva accusata di aver attentato alla propria virtù con un certo Celere. Non potendo sostenere le accuse in Senato, l’Imperatore l’accusò in un improvvisato tribunale allestito in una casa di campagna senza dare alla povera ragazza possibilità alcuna di discolparsi e difendersi.
Riconosciuta colpevole, l’infelice Cornelia fu condannata e condotta sul luogo del supplizio.
Qui, mentre scendeva i gradini che la portavano in fondo alla fossa, il mantello si impigliò. Il Littore fece l’atto di tendere una mano per aiutarla, ma Cornelia lo respinse per non contaminarsi e dimostrare di possedere ancora la propria virtù e purezza.
Non ancora soddisfatto da questa condanna, Domiziano fece uccidere con le verghe anche il povero Celere, del tutto estraneo a quei fatti.

Singolare é la storia di altre tre infelici: Marzia, Licinia ed Emilia, Vestali ai tempi della Repubblica.
Marzia aveva una relazione amorosa con un giovane di buona famiglia che durava già da qualche tempo quando fu accusata; Lucio Metello, il Pontefice Massimo, si lasciò impietosire dalla loro storia d’amore e graziò la ragazza.
Sempre sotto il suo Pontificato, altre due Vestali, Licinia ed Emilia, vennero meno ai loro voti di castità concedendosi l’una al fratello dell’altra. Scoperte e accusate da uno schiavo, un certo Manius, comparirono davanti al tribunale, ma solo Emilia fu condannata, perché accusata anche di aver intrattenuto relazione illecita con alcuni schiavi per evitare denuncia da parte di quelli.
Il popolo romano, però, assai “bigotto” avremmo detto oggi, riguardo la virtù delle proprie Vestali, si mostrò assai scontento di quelle assoluzioni e pretese un nuovo processo.
Questa volta le tre infelici ragazze vennero tutte condannate e con esse anche quelli che le avevano protette e in qualche modo sostenute.

IL MUSEO EGIZIO di TORINO

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I racconti dei viaggiatori, i tanti reperti che continuavano ad arrivare  nelle ricche dimore di  collezionisti e studiosi, quel fenomeno culturale conosciuto con il nome di Orientalismo e la spedizione napoleonica in Egitto, crearono un eccezionale interesse per questa cultura. Napoleone, grande estimatore di antichità, si prefiggeva lo studio e la catalogazione di tutti i monumenti distribuiti sul territorio.

Inizialmente fu solo la ricerca e la caccia all’oggetto bello, raro e prezioso, ma all’inizio del nostro secolo la ricerca divenne più consapevole:un vero studio di  quella straordinaria civiltà attraverso le testimonianze del suo passato.

Il Museo di Torino ebbe una parte importantissima in quella ricerca. Fu il primo Museo di egittologia al mondo; seguirono poi quello del Louvre, Berlino, Londra e  anche de Il Cairo.

Nacque nel 1824 , per merito di Carlo Felice di Savoia , grande studioso ed estimatore di reperti antichi , il quale acquistò una prestigiosa collezione di reperti dal console di Francia in Egitto, Bernardino Drovetti. Altri reperti, donati sempre dalla Casa Savoia arricchirono presto quella collezione , poi arrivarono  altre collezioni. Importanti quelle dell’archeologo Ernesto Schiapparelli, direttore del Museo, tra il 1900 -1920, provenienti dai materiali dei suoi stessi scavi in Egitto.

Importantissimo anche il dono, da parte  dell’Egitto al Museo di Torino, del Tempietto di Ellesiia, in riconoscimento dello straordinario lavoro di salvataggio dei monumenti, da parte della equipe italiana, dopo la costruzione della diga di Assuan che minacciavano di sommergere con le sue acque quelle meraviglie del passato.

La ricchezza e l’importanza dei tanti reperti presenti al Museo  di Torino è tale da costituire con la loro esposizione, una straordinaria lettura  della storia e degli usi e costumi di questo popolo unico e particolare.

“AQUILINUS”

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Come sempre, c’era grande animazione in giro a quell’ora del mattino. Marco Valerio, l’indomani, stava tornando a casa dal Campo Marzio dopo una visita ai suoi uomini.

Sciami di ragazzini si muovevano in gruppi di cinque o sei, come stormi di uccelli in migrazione, spostandosi qua e là per i vicoli.

Uno di loro lo fissò con insistenza e lo urtò all’altezza della spalla, proprio mentre smontava di sella, davanti a casa. Si accorse subito che la phalera  attaccata al petto sul lato sinistro della lorica era sparita. Affidate le redini del cavallo a uno schiavo, si girò; il ladruncolo andava  per la sua strada, ostentando  tranquillità.

Marco lo raggiunse e l’afferrò per il cordino di pelle che gli assicurava al collo la bulla  infantile e gli fece fare una piroetta.

“No! No! – disse in tono ironico – Non è la tattica giusta! Il tocco è leggero e veloce, sì… ma va perfezionato con un po’ più di morbidezza. E sorridi. Un sorriso distoglie sempre l’attenzione…”

L’altro ascoltava impassibile.

“Guarda in faccia la preda, ma non portare mai lo sguardo su ciò che vuoi portarle via…- riprese – Ed ora, tira fuori la mia phalera.”

“Quale  phalera?” fece il piccolo, per tutta risposta, abbozzando un’espressione smarrita e innocente.

“Quella che nascondi sotto gli stracci. Quella borchia mi è costata questa ferita. – Marco, che in altra circostanza lo avrebbe mandato a gambe levate, si limitò a mostrargli la vistosa cicatrice al braccio sinistro – Come ti chiami?” chiese.

“Mi chiamo Vinicio. – rispose quello con una scrollatina di spalle e due occhietti furbi sulla faccia sporca, accesi come faretti – Ma anche Valerio o Giulio… perciò, tribuno, chiamami come ti pare.”

Marco lo ascoltava esterrefatto e ammirato insieme: quella piccola canaglia non mostrava il minimo segno di rispetto o timore, il timbro della voce era sfacciato e lo sguardo disincantato.

“… ma gli amici mi chiamano Aquilinus – lo sentì riprendere – e ti concedo di chiamarmi così! Tra uccelli di rapina ci si comprende.”

“Ah.ah.ah… – Marco non riuscì proprio a trattenere una sonora risata – Non sono tuo amico e…”

“Vuoi consegnarmi alle guardie?” l’interruppe quello.

“E’ quello che meriteresti, insieme ad una buona dose di frustate… ma oggi sono magnanimo e mi basta riavere la mia phalera… Uccelli di rapina… Che mi tocca sentire… – l’altro tese la borchia d’oro – Vai, ora. Corri… prima che ci ripensi… Uccelli di rapina!”

Aquilinus si dileguò immediatamente.

“Uccelli di rapina! – continuava a ripetere sottovoce il giovane –Ah.ah.ah… se è vero! Quella piccola canaglia ha proprio ragione! Quella volta tra i Rostri…”

Quanto tempo era passato? Quanti anni? Era ancora ragazzo e il tempo per lasciare la bulla infantile era ancora lontano. Si aggiravano, ricordò, tra le viuzze del mercato, lui e quella banda di oziosi e prepotenti, vestiti come servi, ghignando e sbeffeggiando. Chi erano i compagni di quelle scorribande? Otone, Silio, Metello e… e Cesare, naturalmente. Sua madre, ricordò, gli aveva proibito quella licenziosa compagnia. Si lasciò andare in un sospiro, poi si girò verso lo schiavo atriense.

(continua)

brano tratto da “LA DECIMA LEGIONE”

IGINO ANGELETTI – AUTORE

 

Biografia di Igino Angeletti

 

 

 

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Igino Angeletti nasce il 19 dicembre del 1962 a Poli, piccolo paese medievale a pochi chilometri da Roma, e si trasferisce nella Capitale ancora bambino.

All’inizio del 1980 inizia ad avventurarsi tra i versi, ma, soprattutto, a ricercare il senso nascosto tra gli spazi, apparentemente vuoti, che circolano tra le parole. Ha sempre visto nelle pause, e nei silenzi, le urla più potenti, quelle che emergono da gioie e dolori profondi, quelle che sfuggono dalle cicatrici dell’anima … l’essenza delle cose, e delle relazioni, sta nella potenza dei sentimenti e delle emozioni, spesso sottintese, che le permeano o le generano!

Conseguita la maturità e la formazione militare alla Scuola di Fanteria, parte alla volta di Trieste come Ufficiale dell’Esercito nel momento “caldo” del dopo Tito, con le problematiche che una zona di confine può generare in un momento di forte instabilità. La preparazione specifica ricevuta per il conflitto nel Libano e il dramma del terremoto di Sulmona, si sommano al bagaglio di emozioni che troveranno, nella sua innata empatia, una cassa di risonanza accogliente.

Esperienze e tragedie che lasceranno segni indelebili nell’anima di chi le vive con la porta del cuore aperta, con la consapevolezza che diverranno fedeli compagni di viaggio e, nel tempo, si trasformeranno in strumenti e cardini con i quali cogliere e veicolare le emozioni che, recepite dall’ambiente circostante, si radicano e fermentano nel tino accogliente della sua sensibilità.

Dopo l’esperienza nell’Esercito, torna a Roma e si dedica a numerose e variegate attività lavorative, con una forte prevalenza nell’ambito della Security aziendale che lo porteranno, ormai da qualche decennio, ad operare, come Security Manager, in una primaria multinazionale chimica tedesca.

Dopo un paio di periodi di pausa, più o meno lunghi, nell’ambito poetico, durante i quali ha curato la propria formazione ed evoluzione professionale, dal 2010 è tornato a scrivere con fertile e costante assiduità.

L’antologia “Navigare 78”, curata e pubblicata, nel mese di marzo 2017, dalla Casa Editrice Pagine (Poeti Poesia), è il primo volume edito, seguito dall’uscita, sia in formato e-book che cartaceo, di una sua silloge poetica dal titolo “Le chiavi di pietra”, edita da Youcanprint. Alcune sue poesie sono state selezionate ed inserite nell’antologia poetica “Dipthycha 4”, la cui uscita è prevista entro fine anno, ideata e curata dallo scrittore e poeta Emanuele Marcuccio, il cui ricavato sarà devoluto in beneficienza a favore delle vittime della serie di terremoti che si sono succeduti, da quello di Amatrice in poi, nel nostro martoriato centro Italia. Il ricavato dei primi tre volumi della collana “Dipthycha” è stato devoluto all’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla). Per “Dipthycha 5”, in programmazione per il 2018, sono già state selezionate altre sue poesie.

Attualmente, insieme alla cara amica ed eccellente fotografa Roberta Musino, è impegnato nella progettazione di una mostra foto-poetica che si terrà, probabilmente, nel mese di settembre 2017 a Tivoli, cittadina a forte connotazione storico-culturale nei pressi di Roma. Nella mostra, fotografie e poesie si uniranno trovando ragione le une nelle altre, tentando di chiudere il cerchio emotivo-sensoriale che è strumento di lettura e scrittura, sia in immagini che in versi, per chi ha occhi e cuore per vedere ed elaborare.

Attualmente sta lavorando alla sua undicesima silloge poetica, è presente su alcuni social network: su LinkedIn, come membro di alcuni Gruppi di scrittura creativa, mentre su Facebook con tre sue pagine di poesie, in alcuni gruppi culturali e, come Editor, nella pagina ufficiale dell’Empatismo – Nuovo Movimento Poetico, gruppo nato dalla splendida visione di due notevoli poetesse e amiche, Giusy Tolomeo e Hoseki Vannini, per condividere, esplorare e divulgare ogni aspetto della vita, nel nostro pensare ed agire, che si possa ricondurre all’empatia fra le genti. Il manifesto dell’Empatismo è stato realizzato, con maestria impeccabile e logica di cuore ineccepibile, dal caro amico e grande poeta Emanuele Marcuccio.

È felicemente sposato e padre di un fantastico ragazzo; è appassionato di poesia, lettura, musica, disegno, interior designer, bricolage, restauro di mobili, cucina … e, soprattutto, rapporti umani.

 

Intervista rilasciata dallo scrittore Marco Parisi a Maria Pace

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  • Raccontaci qualcosa di te. Chi è…

Salve a tutti…o meglio salve omnes…così esordisco con la mia prima pubblicazione Hiperionidi, una tetralogia sui miti greci. Nasco ad Avellino il 5 settembre del 1984, mi diplomo all’istituto tecnico per ragionieri programmatori “Giustino Fortunato” di Avellino e mi laureo in Economia aziendale a Salerno. Attualmente collaboro con una nota commercialista di Avellino.

 

  • Quella della scrittura è una passione che hai sempre avuto oppure la stai coltivando solo da qualche tempo?

Ho sempre avuto la passione per la scrittura, sin da bambino desideravo sempre mettere nero su bianco i miei pensieri più profondi ed inquieti. Essendo un ragazzo molto introverso, immaginavo (ed immagino tuttora) di comunicare con un interlocutore invisibile che mi potesse accompagnare nel mio vivere quotidiano, e quindi penso e pensavo di trascrivere su carta tutte le nostre conversazioni: poesie, racconti, romanzi e soprattutto testi teatrali dove si intensificano sempre di più i nostri fantastici dialoghi.

 

  • Cosa rappresenta per te la scrittura?

E’ la mia àncora di salvezza! Scrivere mi dà la forza di combattere contro una realtà che fatico ad accettare. La mancanza di un lavoro stabile e giustamente retribuito al giorno d’oggi è un qualcosa che la nostra generazione fatica molto ad accettare, anch’io purtroppo vivo questa situazione e la scrittura mi fa immaginare di vivere in un mondo dove la realtà la puoi plasmare a tuo piacimento.

 

  • Come nasce l’idea di un libro? Da dove prendi ispirazione? Cosa ti ha indotto a scrivere questo libro?

L’idea del libro, e quindi di questa tetralogia, è nata attraverso l’analisi di molte variabili: proporre al lettore qualcosa di nuovo, una sorta di “ponte” tra il passato ed il presente, dargli la possibilità di riflettere su alcuni questioni sociali (omosessualità, aborto, discriminazione, famiglia ecc.) attualmente discusse attraverso i media in un’atmosfera da “pollaio”, e dare la giusta visibilità alle divinità greche quasi (o totalmente) sconosciute. In questa tetralogia, rendo protagonisti i figli del titano Hiperione, gli dei del giorno, Aurora, Elio e Selene, facendo così “retrocedere” a divinità di secondo livello i vari Zeus, Poseidone, Atena, ecc.

 

  • Quali sono secondo te i requisiti necessari per un buon libro?

Da laureato in Economia Aziendale, io dico la novità! Oggigiorno le case editrici producono una miriade di libri dove, bene o male, le trame, a seconda del genere, girano tutte su una medesima argomentazione creando così nei lettori ridondanze nei contenuti dove cambiano solo ambiente, nomi di protagonisti ed azione. Secondo me, questo è uno dei motivi per il quale non si legge più, perché i lettori non trovano più nei testi degli scrittori il “gusto” dell’opera, ovvero non assaporano più la bellezza di un libro per via delle argomentazioni ripetitive ed anche prive di morale.

 

  • Parlaci dei tuoi libri

Il libro Hiperionidi è edito dalla MonteCovello Edizioni e racconta le traversie di alcune divinità classiche al tempo della Grecia antica. Come già detto è una tetralogia (o quadrilogia), il primo libro è l’alba degli dei e racconta la traversata di queste divinità con una piccola schiera corinzia nel Mar Mediterraneo per arrivare al “Meridiano Zero” dove i genitori dei protagonisti sono tenuti prigionieri da Crono, il capo della titani. L’ambiente si svolge nell’ultimo “Grande Anno” della Titanomachia. Faranno molti naufragi, scopriranno nuove terre e civiltà con cui stringeranno rapporti molti spesso tumultuosi. Il secondo libro “alla conquista dei troni perduti – amore, destino e nemesis –” è in stesura.

 

  • I tuoi libri hanno riscosso successo? Vuoi parlarci dei Premi e dei Riconoscimenti?

Ora è troppo presto per fare un bilancio sull’opera, ma posso soltanto dire che le prime copie vendute stanno riscontrato un ottimo successo di critica. Le persone che stanno dando giudizi positivi sono perlopiù docenti e personalità impegnate nel mondo della cultura, ed alcune di loro mi hanno già fatto delle proposte per presentare il mio libro negli istituti classici della Campania dove la mitologia e la Grecia sono ben studiate dagli alunni. Prima della pubblicazione, la mia opera ha avuto due riconoscimenti importanti: il primo al concorso “Pabulum” tenutosi a Monteforte Irpino, il secondo una menzione speciale in un concorso a Patti in provincia di Messina, nonché ha gareggiato con altre opere al Premio Letterario Rai La Giara nel 2015.

 

  • Quali sono i generi letterari che preferisci?

Avere più di cinquanta libri di mitologia greca a casa, può far capire a chiunque il genere che preferisco J … scherzi a parte, io leggo tutto, però non datemi mai delle riviste di cronache rosa altrimenti le brucio, infatti ogni qual volta che vado o dal medico o da qualche altra parte, porto sempre con me o il libro che sto leggendo oppure delle riviste di cultura, ad esempio Voyager.

 

  • A chi non ha ancora letto il tuo libro, quale consiglio daresti per indurlo a farlo?

Di non giudicare il libro dalla copertina, perché, a primo impatto, questo libro può dare l’impressione che sia rivolto solo ad una nicchia di persone, io dico che non è per nulla vero! Il libro è scritto in maniera tale che tutti, quindi anche chi non conosce il mito classico, possano vivere in prima persona quest’avventura tra mito e modernità.

 

  • Potresti darci un assaggio del tuo libro?

 

Avevo parlato prima dei temi sociali particolarmente discussi ed importanti parlati nel libro, vorrei riprendere il tema della discriminazione:

 

Tutta la ciurma, dei compresi, si ritrovano insieme in un angolo del ponte per raccontare qualche storiella per ammazzare il tempo prima di andare a dormire. All’allegra compagnia mancano ovviamente i rematori, Selene e Pan, i quali restano in disparte a prua.

“Tesoro, perché sei qui tutta sola? Gli altri sono sul ponte che si divertono, perché non andiamo anche noi?” così esordisce Pan, il fidanzato di Selene.

Il dio è un tipo veramente strano, nel senso che non è un uomo normale, ma solo per metà: il tronco è villoso, le spalle, le braccia e la testa sono umane però, al posto delle gambe, ha zampe caprine. I peli coprono buona parte del suo corpo: il busto, le zampe, le parti intime, le braccia e la faccia. Dai lati della testa poi escono due corna caprine arrotondate all’indietro a forma di “C” come quelle di un ariete. Il viso è incavato, gli occhi azzurri, baffi e basette talmente lunghe tali da unirsi sino ai lati del mento.

“Perché noi siamo diversi e non meritiamo di stare in mezzo a gente che discrimina” sentenzia Selene.

Il dio-capro la guarda preoccupato negli occhi e dice: “Sei arrabbiata? È successo qualcosa?”

“Perché la gente è così cattiva? Che male abbiamo fatto? Abbiamo forse mai mancato di rispetto a qualcuno per meritare questo trattamento?” dice Selene affranta.

“No, nessuno, purtroppo siamo giudicati non dalle nostre azioni, ma dal nostro aspetto” dice Pan intuendo quel che la compagna vuole intendere: “Mi sono talmente abituato all’idea di vivere da emarginato che non ci faccio più caso”.

“Ti dò una notizia, nessuno ci vede di buon occhio anche su quest’imbarcazione, quindi dato che le cose stanno così, io direi di rinunciare a questa missione. Appena ci fermiamo, ce ne andremo via e vivremo la nostra vita altrove”.

 

  • Quali progetti hai per il futuro?

Non lo dico per scaramanzia, ma spero davvero tante cose belle.

L’antro della Sibilla a Marsala (antica Lilybeo) di Alberto di Girolamo

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Nel XIV secolo i Gesuiti costruirono appena fuori città, su capo Boeo, la chiesa (foto 1) dedicata a San Giovanni Battista, compatrono della città. La costruirono in quel punto per inglobare una grotta, scavata nella roccia sottostante, che i primi cristiani lilybetani avevano utilizzato come battistero.
La grotta si trova a m.4,80 sotto il pavimento della chiesa e vi si accede tramite gradini scolpiti nel tufo (foto 2). La scalinata porta in un ambiente circolare sormontato da una bassa cupola(foto 3) il cui lucernaio è radente al pavimento della chiesa. Al centro dello spazio circolare c’è una piccola vasca quadrata (foto 4) sempre piena d’acqua perché alimentata, attraverso una canaletta, da una sorgente che si trova in un vano laterale. La fonte è nascosta al visitatore da un altarino in pietra sul quale poggia una statua di alabastro di scuola gaginesca raffigurante S. Giovanni Battista (foto 4). Sul vano centrale circolare, si affaccia anche un secondo ambiente irregolare che presenta una parete absidata e una sorta di gradino (foto 5). Le pareti della grotta erano decorate con pitture, quasi tutte scomparse e il pavimento aveva dei mosaici del III secolo di cui rimangono poche tracce.
Probabilmente l’antro fu, in epoca romana, un ninfeo o “specus aestivus” per la sua frescura, successivamente utilizzato dai primi cristiani come fonte battesimale per la presenza della sorgente. Questa ipotesi è confermata dagli affreschi, appartenenti alla simbologia cristiana, che adornavano le pareti.
Questo è quello che dice la storia, poi ci sono le leggende.
Secondo la tradizione la grotta fu nel periodo precristiano dimora della Sibilla Cumana o Sicula, da qui il nome “Grotta della Sibilla”. Secondo questa leggenda la Sibilla non lasciava mai la grotta e il gradino entro l’incavo orientato a ovest costituiva il suo lettuccio (foto 5). Chi chiedeva il vaticinio alla profetessa calava nel pozzo, attraverso il lucernario, delle offerte assieme alla richiesta del responso.
Un’altra leggenda vuole che Ulisse si sia dissetato alla fonte della Sibilla e che questa gli abbia predetto il futuro.
Altre remote leggende narrano che la Sibilla fosse in realtà una sposa, caduta all’interno del pozzo e lì rimasta imprigionata.
L’antica grotta è segnalata da Diodoro Siculo (90 – 27 a.C.) e poi da Gaio Giulio Solino (III SEC.). Stranamente non ne parla Cicerone che venne a Lilybeo come questore tra il 76 e il 75.
Comunque dell’uso pagano della grotta non si ha alcuna testimonianza archeologica.
NOTA PER IL VISITATORE: la chiesa rimane sempre chiusa eccetto il 24 giugno quando si festeggia la natività di San Giovanni Battista (foto 6). Per visitarla negli altri giorni dell’anno bisogna rivolgersi alla parrocchia della Chiesa Madre.