IL PRESEPE di Maria Pace

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E’ il simbolo più antico ed importante  del Natale  e rappresenta la Natività di Gesù.
Letteralmente la parola presepe o presepio  deriva dal latino praesaepe, che significa davanti alla siepe, termine che in seguito fu esteso anche a: grotta o  a  mangiatoia all’interno di grotta o stalla.
Secondo la  tradizione,  il  presepe fu realizzato per la prima  volta  nel 1223  da  San Francesco d’Assisi  il quale voleva ricordare la Natività di Gesù. Sempre secondo la tradizione, il  Santo, che si trovava  a Betlemme  in pellegrinaggio, rimase  affascinato e commosso nell’assistere  ad una funzione  liturgica sulla natività del Cristo.
Tornato in Italia, Francesco chiese al Papa  il permesso di poterla rappresentare.
Il Papa, Onorio III, però, gli concesse soltanto  il  permesso di celebrare la Messa  all’interno  di una grotta  invece che in chiesa. Il santo, allora,  riempì di paglia una mangiatoia, vi pose accanto un asinello ed un bue, anche se nel racconto della Natività da parte  degli  apostoli Luca e Matteo  non se ne fa alcun cenno, e celebrò la sua Messa  alla presenza di una grandissima folla.
Non c’era ancora la Sacra Famiglia, ma la Messa ebbe un enorme successo perché il Santo raccontò tutta la storia  della Sacra Famiglia e della Natività in modo semplice ,per quella  gente dai semplici costumi, molti dei quali,  analfabeti, non avano mai letto quella storia, ma  a cui piacque molto  anche  il particolare dell’asino e del bue.
Fu così  che il presepio etrò nella tradizione popolare.
I personaggi presenti nei primi presepi  erano limitati alle figure della Sacra Famiglia: Maria,Giuseppe e Gesù, ma,  ben presto, la rappresentazione si arricchì di altre figure. Per primi, comparvero gli Angeli dell’Annunciazione e i tre  Re Magi.
Si dovrà aspettare l’800, però, per veder comparire nel presepio altri personaggi oltre a quelli presenti nella storia della natività e cioè angeli e pastori. Furono aggiunti, dunque,  personaggi della vita quotidiana, soprattutto nell’esercizio del proprio mestiere.
Uno sviluppo notevole si ebbe durante l’epoca barocca  quando, cioé,  alcuni gesuiti  fecero del presepio un mezzo di “muto”  catechismo e di insegnamento  cristiano: vi si narrava la storia del Cristo attraverso la   rappresentazione e non più, soltanto attraverso la predicazione e le Chiese di tutta Europa si dotarono di presepi.
Fu un successo: una passione collettiva che contagiò  non solo Chiese e  Cattedrali ma anche Castelli, Conventi  e case private.
Ne nacque una industria che produsse presepi di   grande pregio e valore artistico, oltre che di valore commerciale, preziosi e costosi. Oggi li troviamo custoditi in varie Chiese e Musei.
Fu una passione che contagiò tutti  i Paesi d’Europa,  ma che nel XVIII  secolo ebbe  una brusca  frenata cui seguì  pian piano un lungo periodo di scarso interesse.
In alcuni Paesi,come la Germania, forse  a causa di un Illuminismo dilagante, furono addirittura vietati  e  alcune Chiese, per evitarne la distruzione, li consegnarono a privati e contadini, che li custodirono e si appassionarono a questa  arte.
Oggi il presepe è  tornato in molte case e  assieme all’albero di Natale contribuisce  a recar gioia a questi giorni di pace.

 


 

 

 
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INTERVISTA rilasciata dallo scrittore e giornalista Luca SCIORTINO a Maria PACE

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Abbiamo incontrato Luca Sciortino,  scrittore, filosofo della scienza e giornalista di Panorama, che ci ha gentilmente rilasciato  questa intervista.
Partire all’improvviso e andare dall’isola di Skye, in Scozia, fino al Giappone attraverso le steppe dell’Asia Centrale senza mai prendere un aereo. Luca Sciortino,  lo ha fatto nell’arco di circa quattro mesi. Il suo libro appena uscito per Sperling & Kupfer intitolato “Oltre e un cielo in più. Da una parte all’altra del mondo senza aereo”, già acquistabile su Amazon ( https://www.amazon.it/Oltre-cielo-pi%C3%B9-Luca-Sciortino/dp/8820063379 ), e in libreria il 23 gennaio, racconta la storia affascinante di quel viaggio, un lungo cammino da Occidente a Oriente nelle zone più remote del pianeta, al cuore di culture poco conosciute.

Può spiegarci il titolo del suo libro “Oltre e un cielo in più”?

Sì, il titolo allude all’idea di voler andare sempre più in là in quel viaggio da un estremo all’altro del continente euroasiatico per conoscere nuovi luoghi e nuove culture. “Oltre” riflette un’ansia di conoscenza; “Un cielo in più” allude a un nuovo Paese da visitare, un nuovo luogo, un altro cielo, appunto…. E in senso lato forse anche un’altra cultura, un nuovo essere umano… perché  ogni uomo è un universo e il viaggio ti porta sempre a nuovi incontri.

 

Di cosa parla il libro?

Racconta un lungo viaggio, quello che ho fatto nella seconda parte del 2016 da Occidente verso Oriente attraverso 14 paesi tra i quali Ucraina, Kazakhstan, Mongolia e Siberia. In fondo, il libro è la storia di un uomo che si mette in cammino senza piani precisi sperando di raggiungere la sua meta, il Giappone.

 

Perché sei partito?

Perché ho provato quello che tutti provano: noia, insoddisfazione, desiderio di cambiamento, ma anche desiderio di conoscenza. Ci sono anche altre ragioni, naturalmente.

 

Cioè?

Curiosità di vedere cambiare le culture. Oggi si viaggia molto in aereo e si perde il senso del tutto. Parliamo di Asia, Europa, Russia… ma cosa davvero definiscono questi nomi? Quando cominciano queste entità geografiche se ci mettiamo in viaggio dall’Europa? Cosa vediamo se ci mettiamo in cammino verso Oriente? Ecco queste erano alcune domande che mi ponevo.

 

Perché un lettore dovrebbe comprare il tuo libro?

Perché può fare il mio stesso viaggio. Perché può mettersi in cammino. Perché può partire dall’Europa e andare sempre avanti chiedendosi cosa ci sarà dopo e dopo ancora sulla strada per l’Oriente.

 

E poi un giorno arriverà?

Non è detto (e ride ndr) Bisogna comprare il libro per vedere se raggiungerò alla fine il Giappone.

 

Quindi descrivi cosa vedi intorno a te?

Sì, le cose, le persone… ma anche le sensazioni che provavo… penso che il libro sia una storia interiore ed esteriore nel contempo. C’è il processo intimo che porta un uomo a mettersi in cammino e andare sempre avanti.

 

Il posto più bello dove sei stato?

Ce ne sono tanti…

 

Uno per esempio…

L’isola di Olkhon sul lago Baikal, in Siberia. Una sorta di paradiso in terra ancora incontaminato.

 

Perché ti è piaciuto così tanto?

Comprare il libro per scoprirlo… (e sorride)

 

Quella della scrittura è una passione che hai sempre avuto?

Leggere libri, più che altro, è stata una passione da sempre e quindi, di riflesso, scrivere: quando leggi i grandi romanzieri o i grandi filosofi o i grandi divulgatori della scienza non puoi non ammirare il loro lavoro. Tuttavia per me scrivere è stata anche una necessità. Per molteplici ragioni ho dovuto scrivere, e con registri molto differenti, perché i pubblici erano diversi.

 

Ci fai qualche esempio?

Scrivere articoli per i giornali o reportage di viaggio richiede un certo stile di scrittura, certamente differente da quello che devi usare in un articolo accademico in filosofia o nella comunicazione della scienza. Tutte cose che faccio per lavoro o per passione. E’ anche vero che tutti gli stili di scrittura non possono prescindere dal dovere nei confronti del lettore di essere chiari.

 

La chiarezza è una qualità rara negli scrittori…

La chiarezza è uno sforzo continuo e un ideale mai completamente raggiunto. Credo che ogni scrittore, ogni volta che rilegge il suo testo, senta sempre il bisogno di migliorarlo, soprattutto a distanza di tempo.

 

E non ti sembra di migliorare in questo sforzo?

Mi è parso così a un certo punto della mia vita… Le sembrerà strano, ma io credo che dopo la mia laurea in fisica, quando mi sono rimesso a scrivere, il mio stile era molto più chiaro.

 

Come mai?

La matematica e la fisica ti abituano al rigore, a strutturare gli argomenti, a dare un senso logico al testo. Io avevo studiato latino già alle scuole medie e fin da allora avevo consapevolezza delle proposizioni principali e secondarie e del loro ruolo. Penso che l’abitudine all’uso ferreo della logica si è innestato su quella consapevolezza. Praticare la scienza aiuta a scrivere. Non è un caso che grandi scienziati e divulgatori come Galileo Galilei siano stati anche grandi scrittori. Lo stesso vale per filosofi della scienza come Bertrand Russel, premio Nobel per la letteratura.

 

Scienza, filosofia, viaggi… quanti interessi… ma chi è veramente Luca Sciortino?

Bella domanda, me la sono posta spesso anche io… (e ride). Tutti i mei interessi sono solo apparentemente differenti. Tra i filosofi della scienza sono in molti ad aver studiato fisica. D’altra parte i fisici teorici e, in generale, molti scienziati sono molto attratti dalla filosofia della scienza. Teorie come la meccanica quantistica o la teoria dell’evoluzione aprono questioni di carattere epistemologico, questioni che hanno a che fare con che cosa davvero significa avere conoscenza di qualcosa.

Penso che esistano prima di tutto le domande, le curiosità intellettuali. Poi, ci sono sempre molte prospettive dalle quali cercare le risposte. Ogni metodo o stile di pensiero ci fa cogliere un aspetto delle cose. Oggi viviamo nell’epoca della specializzazione: spesso una persona sa tutto di una singola cosa ma non riesce a entrare nella prospettiva di studio di un’altra. Perdiamo così il senso del tutto e la possibilità di accedere a livelli differenti della realtà.  

 

Come nasce l’idea di un libro? Da dove trai ispirazione?

“Oltre e un cielo più in là” è il racconto di un viaggio, una storia che  non è romanzata. In generale, direi che ogni scrittore attinge dalla realtà. Per qualche motivo, ci sono alcuni fatti che sono fertili per la sua immaginazione e da quelli costruisce una storia.

 

Quali sono i requisiti necessari per un buon libro?

Dipende dal suo genere. In generale dovrebbe suscitare domande e aprire mondi sconosciuti al lettore: un punto di vista non considerato, un concetto sconosciuto, il significato di una parola ignota, una prospettiva interamente nuova, una critica costruttiva, un sogno. Ogni libro che ti dà una di queste cose vale la spesa.

 

Nella tua pagina Facebook accosti fotografie di viaggio a pensieri o storie. Da cosa nasce questa idea?

Penso che sia bello condividere ciò che ho scoperto. Ciò che non  condivido è perso: vive e muore in me. In generale, in quella pagina cerco di dire qualunque cosa mi sembri interessante.

 

Progetti futuri?

Semplicemente continuare a fare ricerca in filosofia e continuare a visitare altre parti del mondo. Sono due modi di viaggiare che voglio perseguire e raccontare.  

 

 

VICENDE di: Iside – Osiride – Horo

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Le vicende di:   OSIRIDE – ISIDE  – HORO

 

La Triade… ossia Sacra Famiglia
Il concetto di Triade o Trinità nella Teologia egizia fu presente prima ancora delle epoche Dinastiche.

Tutti i centri e le città più importanti dell’epoca avevano la propria Triade, ma vediamo un po’ da vicino il Mito di questa “Sacra Famiglia” e le sue vicende quasi umane.
Nut e Geb,  Signora del Cielo e Signore della Terra, avevano quattro figli: Osiride, Iside, Seth   e Nefty.  Iside ed Osiride, narra il mito, erano innamorati ancora già nel grembo materno. Belli, generosi ed operosi, costituivano la coppia perfetta.  Al contrario degli altri due figli della coppia divina, Seth e Nefty, che si detestavano cordialmente ed erano irresistibilmente attratti l’uno da Iside e l’altra da Osiride.

I Testi, gli Inni, le Litanie che raccontano questo Mito, però, non hanno i toni e gli accenti del dramma e della tragedia; però, sono pervasi dal dolore profondo della “Passione” e dalla esultanza della “Resurrezione”:  Osiride è Fondatore di una “Epoca d’Oro” raggiunta attraverso la instaurazione della Giustizia e dell’Ordine.
Recita un Inno del Nuovo Regno:
“Egli stabilì la Giustizia su tutte e due le sponde
Mise il Figlio al posto del Padre…”

Ma Osiride ha un grande nemico. Si chiama Seth ed è suo fratello minore.
Seth è litigioso, violento e irascibile. In una parola: Tempestoso. Seth è la personificazione della Violenza e della Forza Cieca.  Perfino la sua nascita fu una esplosione di forza a violenza.
“Tu, che la Dea pregnante, Nut, Signora del Cielo, partorì
quando spaccasti il Cielo in due,
Tu sei investito con la forma di Seth,
che proruppe fuori con violenza…!”
Fu Seth a distruggere l’Ordine  Precostituito delle Cose e lo fece uccidendo Osiride.

Come avvenne il fattaccio?
Varie le versioni di questo delitto.
Il mito più recente é quello riportato da Plutarco (II° secolo d.C.) che parla di una festa durante la quale Seth convinse l’ingenuo Osiride a stendersi in una cassa per vedere se riusciva a contenerlo, dopo di che, gettò la cassa nel Nilo.
La cassa, continua il mito, fu spinta dalla corrente fino a Biblos e finì su un albero che,  crescendo a dismisura, attirò l’attenzione del Re di quella città il quale fece tagliare il tronco per farne la colonna portante del suo Palazzo.

Iside, giunta a Biblos, si fa consegnare il corpo dell’amato Osiride intrappolato in quel tronco e lo riporta in Egitto; qui, però, Seth, approfittando di un suo momento di disattenzione, riesce a trafugare la salma, tagliarla a pezzi ( 7 oppure 14) ed a gettarli in diverse zone del Paese.
Il mito più antico e primitivo, appartenente alla Teologia Memfitica, parla, invece, di annegamento nelle acque del Nilo e descrive così l’evento.
“Nefty ed Iside accorsero subito perché Osiride stava annegando.
Esse lo guardarono, lo videro e inorridirono.
Horo comandò a Iside e Nefty di afferrare Osiride per impedirgli di annegare…”

Altra versione, di Testi delle Piramidi ancora più antichi, indica un luogo chiamato Nedit, dove Osiride sarebbe stato ucciso, il corpo fatto a pezzi e i pezzi sparpagliati per tutto il Paese.
Ma ecco accorrere Iside in aiuto dell’amato sposo ed insieme alla sorella Nefty, andare alla ricerca dei pezzi e ricomporli attraverso una prima forma di imbalsamazione, con l’aiuto di Anubi, il figlio che Osiride aveva avuto da Nefty.
E’ la prima “mummia”, ma non è ancora la “Rinascita… per questo bisognerà aspettare che il dramma si compia per intero.
“Benefica Iside che protesse il fratello e andò in cerca di lui
né volle prendere riposo finché non l’ebbe trovato…”

Alla ricerca dei pezzi del corpo di Osiride, attraverso le paludi e le rive del fiume, Iside si era recata assieme alla sorella Nefty; li recuperarono in varie località: a Philae, a Letopolis, ad Abidos, ecc…. eccetto il fallo, ingoiato da un pesce.
Iside, però, voleva dare un erede al suo sposo amatissimo, affinché da grande potesse vendicarne la morte. Cosa che fece, prima di dargli sepoltura.
Ecco come recita l’Inno:
“Ella ravvivò la stanchezza dell’Inanimato
e ne prese il seme nel suo corpo, dandogli un erede.
Allattò il fanciullo in segreto,
il luogo ove egli stava essendo sconosciuto…”
Quel luogo segreto, quel nascondiglio, era il Chemmis o Cespugli-Sacro e si trovava nelle paludi del Delta, nei pressi della cittadina di Buto.

Con la morte di Osiride anche la vita di Iside e quella del figlioletto Horo erano in pericolo: Seth si sentiva minacciato da quel figlio che crescendo avrebbe sicuramente vendicato la morte del padre, poiché, il rapporto scambievole fra il Figlio-vivente e il Padre-morto, fu sempre  alla base del pensiero etico-filosofico-religioso dell’antico egizio.

Seth, infatti, racconta una tarda leggenda, catturata Iside, la rinchiuse  in una filanda con le sue ancelle, ma la Dea con l’aiuto di Thot riuscì a fuggire e raggiungere la Palude del Delta e il Chemmis, dove, per l’appunto, dette alla luce il figlio di Osiride.
Qui, però, il piccolo era  esposto ai molti pericoli della palude, come il veleno di serpenti e scorpioni, ma, soprattutto,  il rischio di cadere nelle mani del malvagio zio Seth.  Questi, infatti, assumendo la forma di serpente, strisciava nelle acque di quei pantani  ed un giorno attaccò     il piccolo Horo il quale, però, come recita l’Inno, riuscì a sconfiggerlo:
“… io ero un bimbetto lattante
e sebbene fossi ancora debole
abbattei Seth e lo intrappolai sulla riva…”

A vegliare sul pargolo divino, in verità, erano in tanti oltre al saggio, onnipresente ed innamorato Thot.  Tante Divinità minori, tutte impegnate a giocare con lui e distrarlo: Bes, il Deforme Dispensatore delle Sabbie del Sonno, che per tenerlo quieto improvvisava grotteschi passi di danza con le sue gambette sgraziate; le Divinità della Palude, Pehut, Sechet ed altre, che cantavano per coprire il suo pianto onde non arrivasse alle orecchie di Seth.
Iside infatti era costretta ad allontanarsi dal Cespuglio-Sacro per andare in giro a mendicare per provvedere a se stessa ed al piccolo.
Durante il suo peregrinare, racconta il mito, seguita da 7 Scorpioni che le facevano da scorta, la Dea capitò in un piccolo villaggio. Qui, nel vederla  da lontano,  una donna molto ricca ma  molto avara,  senza riconoscerla, le chiuse la porta in faccia. Fu, invece, una fanciulla molto povera, figlia di pescatori, ad aprile la porta della sua casa e lasciarla entrare.
La cosa dispiacque molto ai 7 Scorpioni che decisero di dare una bella lezione alla donna ricca e ingenerosa. I 7 raccolsero tutto il loro veleno e lo misero in Tefen, il più malvagio di loro e questi strisciò sotto la porta di casa della donna e punse il figlioletto  che  stava giocando, ma che cominciò ad urlare dal dolore.
Disperata, la donna uscì dalla casa con il bimbo in braccio,  correndo attraverso tutte le strade dl villaggio in cerca di soccorso; nessuno, però,  ma poteva aiutarla.
Fu la stessa Iside, mossa a pietà del piccolo innocente, ad intervenire e ad ordinare al veleno di lasciare il corpo del bambino.
Pentita della propria ingenerosità, la donna ricca  divise tutti i suoi averi con la fanciulla povera.

Di ritorno alle paludi ed al Chemmis, però, Iside trovò che anche il piccolo Horo era rimasto vittima del veleno di un serpente, opera del malvagio  Seth e le sue grida di dolore  l’accolsero insieme alle disperate invocazioni d’aiuto al Padre degli Dei, di Nefty, Selkhet e delle altre Divinità delle Paludi.
In quel momento la Barca di Ra stava transitando nel Cielo con a bordo l’intera Divina Compagnia e Nefty  la invitò a richiamare la loro attenzione. Cosa che Iside fece immediatamente levando al cielo alti lamenti.
Quando la arca di Ra   arrivò, spinta dal Vento Cosmico, ne discese Thot, Signore delle Scienze e della Magia, armato, dice il Mito
“… di potenza e di suprema autorità per mettere le cose a posto.”
Dopo aver confortato e rassicurato sia Iside che la sorella Nefty e tutte le  Divinità della Plude, Il Grande Mago mise in atto il suo esorcismo e scacciò il veleno.
“Indietro, oh Veleno!
Tu sei esorcizzato dall’incantesimo delle stesso Ra.
E’ la parola del più grande degli Dei che ti caccia via.
La Barca di Ra resterà ferma e il Sole resterà al posto di ieri
finché Horo guarirà, per la gioia di sua madre!”
E Thot continua, con il suo incantesimo enumerando tutte le sciagure che  avrebbero colpito  la Terra e l’umanità se Horo fosse morto:
“… le Tenebre coprirebbero ogni cosa
Non ci sarà più distinzione di tempo.
Le Sorgenti saranno chiuse e il grano appassirà
e non ci sarà più cibo…”
E termina così:
“Giù! A terra, oh Veleno!
Il Veleno è morto.
La febbre non tormenterà più il Figlio dell Signora…
Horus vive di nuovo, per la gioia di sua madre.”

Horo, dunque, nacque, visse e crebbe fra i pantani del Delta e quando ebbe raggiunto la maggiore età si accinse a rispondere al richiamo di Osiride, sempre immobile ed impotente nel Mondo Sotterraneo ed ad affrontare il suo  nemico: Seth il Perturbatore.
Il Giovane-Horo calzò i “sandali bianchi” che sua madre Iside gli aveva consegnato e si accinse ad attraversare la Terra per andare in soccorso del padre, Osiride.
Sposo e padre amato, viene soccorso dalla sposa Iside e dal figlio Horo…

ANTICA GRECIA – DEE e REGINE… PENELOPE

PENELOPE: fu davvero così casta?

PENELOPE: fu davvero così casta?

La figura di Penelope, casta e fedele, che aspetta trepidante il ritorno dello sposo vagabondo per il mondo con la scusa della guerra, che imbroglia i pretendenti con una tela interminabile, piace molto agli uomini.
Li rassicura.
Piace molto questa figura di donna in eterna attesa: è rassicurante. Viene presa come esempio anche in culture assai, ma proprio assai, posteriori.
Perfino oggi.
Ma era davvero così casta e fedele, la cara Penelope?
L’epoca in cui visse era quella di un Matriarcato in declino e un nascente Patriarcato. Lo testimoniano le vicende legate alle sue nozze con Odisseo, meglio conosciuto come Ulisse.
Questi conquistò la sua mano all’antica maniera matriarcale, vincendo, cioè, una gara di corsa.
(secondo altre versioni, di tiro con l’arco)
Penelope era figlia di Icario, re di Sparta, e della ninfa Peribea e, secondo le antiche usanze, era la sposa che accoglieva lo sposo nella sua casa e non il contrario. (Menelao era diventato Re di Sparta per averne sposato la principessa ereditaria, Elena).
Ulisse, invece, infranse le regole e si portò via la sposa contro la volontà del padre di lei.
Re Icario, infatti, li fece subito inseguire e Ulisse costrinse  Penelope a scegliere fra lui e suo padre.
Penelope scelse Odisseo: senza una parola si calò il velo nuziale sul volto e lo seguì ad Itaca, lasciando la casa paterna e la terra di Sparta.
La figura di Penelope, in realtà, non è solamente emblematica, ma anche un po’ enigmatica, per quello che fu in seguito il suo comportamento.
Omero (ma sarà stato proprio Omero a scrivere l’Odissea? Ormai sono in molti a nutrire dei dubbi) ci parla di lei in tono brillante, bucolico ed un po’ ingenuo. Ben diverso dal tono ruvido e tagliente che si riscontra nell’Iliade, la cui paternità di Omero è indiscutibilmente accettata.
Omero ci lascia con Penelope ed Ulisse riuniti dopo venti anni di separazione: dieci di guerra a Troia e dieci di peripezie attraverso il Mediterraneo.
Penelope, però, si rivela donna prudente e diffidente, oltre che paziente e fedele: prima di concedersi al marito, vuole certezze e per questo lo sottopone alla prova del talamo nuziale e della sua posizione nella loro casa. Dopo, lo premierà generandogli un altro figlio: Polipartide; il primo era Telemaco, poco più che ventenne al ritorno a casa del padre.
Penelope è anche una donna forte e di infinite risorse. Lo ha dimostrato tenendo a freno i suoi pretendenti con vari espedienti prima del ritorno di Ulisse e lo dimostrerà pure dopo la morte di questi.
Sia Ulisse che suo figlio Telemaco, infatti, subito dopo la strage dei Proci (i pretendenti) erano stati esiliati.
Ulisse partì per la Tesprozia, per espiare la sua colpa; qui, però, sposò la regina Callidice che gli diede un altro figlio, Polirete.
Telemaco, invece, raggiunse Cefallenia, poiché, secondo un oracolo, Ulisse sarebbe morto per mano di suo figlio.
Così fu!
L’eroe fu ucciso proprio da uno dei suoi figli, ma non era Telemaco, bensì Telegono, il figlio avuto dalla maga Circe durante il viaggio di ritorno da Troia.
Telegono, che dal padre aveva ereditato lo spirito d’avventura, andava scorrazzando per i mari e finì per raggiungere Itaca.
Ulisse si preparò a respingere l’attacco, ma Telegono lo uccise.
Proprio come aveva predetto l’oracolo: in riva al mare e con l’aculeo di una razza, un aculeo di razza infilato sulla punta della lancia di Telegono.
E ancora una volta Penelope ci sorprende: trascorso l’anno di lutto previsto dalla tradizione, la Regina di Itaca sposa Telegono… proprio così! Sposa l’uccisore di suo marito, figlio della rivale, la maga Circe.
E non è tutto. Raggiunta l’isola di Circe, madre del fratellastro Telegono, Telemaco, a sua volta, impalma la rivale di sua madre.
Edificante!

Maggiori informazioni http://storia-e-mito.webnode.it/products/penelope%3a-fu-davvero-cos%c3%ac-casta-/

ANTICO EGITTO – LA RELIGIONE


INNO ad OSIRIDE il GRANO-DIVINIZZATO

INNO  ad OSIRIDE il  GRANO-DIVINIZZATO

OSIRIDE e il GRANO DIVINIZZATO

Che io viva o muoia, io sono Osiride.
Io entro dentro e riappaio attraverso te,
mi decompongo in te, creo in te,
cado in te, cado sul fianco.
Gli Dei vivono in me perché io vivo e cresco nel Grano
che sostiene gli Onorati.
Io ricopro la terra.
Che io viva o io muoia, io sono Frumento,
non vengo mai distrutto.
Io sono entrato nell’Ordine,
confindo nell’Ordine,
divengo Padrone dell’Ordine,
emergo dall’Ordine,
rendo distinta la mia forma.
Sono il Signore di Chennet,
sono entrato nell’Ordine
ho raggiunto i suoi limiti…

 

nota: epoca “Testi dei Sarcofagi” – l’identità del defunto è associata all’anima di  Osiride, che è il Grano in tutte le sue trasformazioni: viene sparso per terra, entra nel sottosuolo, si decompone e germoglia per rivivere attraverso la vegetazione che ricopre la terra, secondo  l’Ordine naturale e precostituito delle cose: la MAA’T.  L’anima, dunque,  si identificava con lo spirito della natura universale, anche se tendeva a perdere la propria individualità.
Contrariamente, all’epoca dei “Testi delle Piramidi”, l’anima del defunto si identificava con l’Anima del Dio destinata a rinascere come  stella.

Maggiori informazioni http://storia-e-mito.webnode.it/products/inno-ad-osiride-il-grano-divinizzato/

ANTICO EGITTO – LA RELIGIONE

ANTICO EGITTO – Magia e Religione

 ANTICO EGITTO - Magia  e Religione

Conosciamo tutti la grande religiosità che caratterizzava l’esistenza dell’antico popolo egizio. Sappiamo che Religione e Magia guidavano
ogni atto o pensiero del quotidiano. Ciò che forse non si conosce a fondo è il carattere di tale religiosità: utilitaristico e non (come nelle moderne Religioni) esclusivamente trascendentale. In parole più esplicite, per gli Antichi Egizi, la Religione rappresentava uno strumento con cui rendere più facile, o almeno più semplice, l’esistenza umana.
Un esempio chiarificatore: il fedele, oggi, prega il suo Dio nella speranza che gli venga concessa la grazia richiesta, l’antico egizio, invece, disponeva di “strumenti” con cui costringeva la Divinità a concedere quanto richiesto.
Rew ed he-kau ossia Incantesimi e Formule Magiche: questi, gli strumenti. Erano, però, “strumenti” da usare con le dovute precauzioni, se si voleva raggiungere lo scopo ed attirare l’attenzione divina, altrimenti, irritare o solamente distrarre la Divinità dalle sue occupazioni, poteva essere pericoloso o addirittura letale.
Comunicare con la Divinità non era facile. Bisognava farlo con la giusta intonazione di voce: quel tono di voce capace di indurre la Divinità a lasciare ogni altra occupazione e ad intervenire… ( la voce del muezzin dall’alto di un minareto o il Salmo recitato da un rabbino oppure la preghiera intonata da un prete cristiano durante la celebrazione della Messa, non sono, forse, retaggio di un così antico rituale per invocare Dio?)
Chery-vebb, ossia “Puro di voce”, così si chiamava il sacerdote che conosceva la giusta intonazione di voce, necessaria per recitare le he-kau, Formule Magiche; sem, era invece il nome del sacerdote-esorcista, dotato di urre-kau, strumenti magici; il primo riconoscibile per la lunga stola di lino appoggiata sulla spalla destra e l’altro per la pelle di leopardo in spalla.

Queste e molte altre curiosità, aneddoti, notizie, ecc… scoprirete nella lettura degli ultimi libri di Maria PACE:

DJOSER e lo Scettro di Anubi”

DJOSER e i Libri di Thot

Maggiori informazioni http://storia-e-mito.webnode.it/products/magia-religione/

ANTICO EGITTO – POLITEISTI O MONOTEISTI?

ANTICO EGITTO – Politeisti o Monoteisti?

ANTICO EGITTO  -  Politeisti  o  Monoteisti?

Non è facile districarsi nell’affollato Olimpo delle Divinità egizie. E ciò, soprattutto a causa della proliferazione di un certo tipo di cinema e letteratura. Proveremo a semplificare l’argomento ed a renderlo meno ostico, partendo dal presupposto che la Religione dell’Antico Egitto non fu affatto immobile e statica (come spesso si tende ad equivocare), ma dinamica ed in continua evoluzione. Per meglio rendere l’idea, faremo un confronto con le moderne Religioni.

Le attuali grandi Religioni monoteiste hanno tutte e tre una medesima radice: risalgono al patriarca Abramo, fondatore dell’Ebraismo.
Già da subito, però, (leggendo la Bibbia), scopriamo l’apertura al suo interno di varie correnti: ai tempi della dominazione romana ve n’erano molte. Ne cito alcune: Esseni, Farisei, Sadducei, Zeloti e molte altre.

La prima grande svolta, però, circa duemila anni or sono, la impresse Cristo, fondatore del Cristianesimo: Dio, però, era sempre lo stesso, anche se si preferì chiamarlo Padre Eterno, piuttosto che Yeowa.

Neppure il Cristianesimo fu un pensiero statico: già nel secondo secolo si contavano varie dottrine e più tardi, come sappiamo, i cambiamenti che si verificarono furono radicali: citerò solo il fenomeno del Protestantesimo, ma ancora oggi, sette e tendenze, continuano a spuntare come funghi dopo la pioggia., soprattutto in presenza di eventi straordinari. (vedi l’approssimarsi dei “millenni”).

Una seconda grande svolta, tra il VII e l’VIII secolo d.C. la dette Maometto; non era un “figlio di Dio” come Cristo, ma solo un Profeta… Dio, però, era, sia pur con il nuovo nome di Allah, ancora il medesimo e anche l’Islamismo fu percorso da correnti varie.

La stessa cosa accadde in seno alla cultura filosofica religiosa dell’Antico Egitto e ciò, qualche millennio prima della nascita dell’Ebraismo.

A questo punto viene spontanea una domanda: gli Antichi Egizi erano monoteisti o politeisti?
Per buona pace di coloro che hanno sempre creduto in un politeismo egizio… ebbene, no!
Gli Antichi Egizi, alle origini, erano monoteisti ed adoravano il Neter-wa, ossia il Dio-Uno, che identificavano nel Sole o, più precisamente, credevano che il Sole fosse la “manifestazione” della Divinità., come “manifestazioni divine” fossero molti fenomeni della natura. Soltanto in seguito, durante il lungo percorso della loro civiltà e il contatto con altre culture, quelle “manifestazioni” divennero Dei o Figli di Dio.

A questo punto è utile qualche cenno sulla “Genesi” egizia, i cui canoni vennero fissati in un “Concilio”, nel Tempio di Ra ad  On,  la Heliopolis dei greci, prima ancora dell’epoca della costruzione delle Piramidi.

In verità, gli Antichi Egizi consideravano troppo misteriosa la Cosmogonia, ossia “l’inizio delle cose”, per attribuirle un canone fisso o un unico mito.Gli Antichi Egizi, infatti, non fissarono mai un unico mito; così, se ad Eliopoli era RA il Dio-Creatore,(Dottrina Eliopolitana) ad Hermopoli era THOT(Enneade Hermopolitana)  a Memfi era PTHA.(Teologia Memfitica). Quando la Teologia Eliopolitana, imperniata su ATUM divenne la più popolare, i sacerdoti di Memfi cercarono il modo di inserirvi anche Ptha, (Verbo e Intelletto)identificandolo con il NUN da cui era emerso Atum.

All’inizio c’era il NUN: il Caos Primordiale, nelle cui Acque, Atum il Creatore, viveva in totale immobilità.

Stanco di quella solitudine, Egli procreò due figli: Tefnut, l’Umidità, e Shu, l’Aria. Questi, a loro volta, generarono due figli: Geb, la Terra, e Nut, il Cielo.
Strettamente e sessualmente avvinghiati,  queste due Divinità giacevano immobili nel Nun, fino a quando Shu, geloso della figlia, non li separò.
Quell’atto dette inizio al fenomeno della “Vita” che fu annunciata dal Bennu, la Fenice, l’Uccello dell’Annunciazione, che, dall’alto del Ben-Ben, la prima Terra Emersa, annunciò la Creazione della Vita.
Geb e Nut ebbero quattro figli: Osiride, Iside, Seth e Nefty e qui termina la cosiddetta “Dottrina Eliopolitna”, professata ad On o Eliopoli, (proprio come un Vecchio Testamento) e si apre la “Dottrina Osiriaca , professata ad Abidos (come un Nuovo Testamento).

In questa Dottrina fa la comparsa il dio Horo,  figlio di Osiride e Iside,  ma conosciamo anche Anubi,  figlio di Osiride e Nefty,.
In seguito arrivarono nuove Divinità e altre del passato, invece, si persero o si potevano ancora incontrare solo nei famosi “Testi delle Piramidi”.

Maggiori informazioni http://storia-e-mito.webnode.it/products/politeisti-o-monoteisti-/