ANTICO EGITTO… il Tempo e l’Anno Nuovo

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Grandi festeggiamenti, nell’Antico Egitto,  per l’arrivo del Nuovo Anno. La ricorrenza, però, non cadeva in inverno, come ai nostri giorni, ma con l’inizio dell’autunno e precisamente intorno al 19-20 luglio,  con il comparire della stella Sirio all’orizzonte e con l’arrivo della piena del Nilo.                                                                                                                           Nei tempi più antichi c’era, probabilmente, un calendario lunare, ma la scoperta del legame tra  la levata eliaca di Sirio (cioè il comparire della stella ad est prima dell’alba) e il periodo delle inondazioni del Nilo, determinò il passaggio da un calendario lunare ad un calendario lunare-stellare. C’erano, però, degli errori da correggere quando  la levata eliaca di Sirio avveniva dopo la Luna Nuova e allora fu  necessario inserire un mese intercalare; di solito avveniva ogni 2 o 3 anni e questo mese veniva dedicato a Thot.                                             Fu solo verso il 2770  che si introdusse l’anno solare-civile, diviso in 12 mesi di 30 giorni ciascuno, diviso in tre decadi, più 5 giorni epagomeni. Tutto ciò, in realtà è assai semplificativo, a causa della differenza tra i cicli del Sole e quelli di Sirio, per ovviare alla quale fu adottato, intorno al 2500 a.C., un nuovo tipo di calendario ad uso esclusivamente religioso, basato sull’osservazione astronomica dei movimenti della luna. Vari tentativi furono fatti nel tempo per correggere le varie discrepanze tra anno civile e anno solare, ma si continuarono a mantenere certi errori, anche perchè in effetti, gli Antichi Egizi non erano  quei grandi astronomi  che qualcuno suppone. .

RENEPET, ossia ANNO … o anche WEPET-RENEPET    ossia,  inizio dell’anno.   Ma  il termine “renepet” vuol dire anche alimentazione e anche giovane. A pensarci bene, però, sono parole che con l’anno nuovo, qualcosa in comune ce l’hanno veramente: un anno che inizia è come un giovane ed è anche come un germoglio di grano, l’elemento essenziale per l’alimentazione ed ecco che il geroglifico per rappresentare questi termini è lo stesso per indicare l’Anno, ossia un germoglio. Ma l’anno era diviso in 360 giorni,  si è detto,  più i 5 giorni epagomeni,  i  giorni, cioè,  che venivano aggiunti per avvicinare la durata dell’anno civile di 360 giorni a quella dell’anno solare.  Questo lasso di tempo, tra la fine dell’anno terminato e  quello non ancora iniziato, era, però,  un momento  infausto del tempo.

ABED ossia  MESE

L’anno era diviso in 12 mesi, ciascuno dei quali era di 30 giorni e il geroglifico con cui rappresentare il mese era formato da una stella e una luna.

Il mese iniziava nel primo giorno di Luna Nuovo e il giorno iniziava con l’alba.             Inizialmente i mesi si indicavano con un numero ma, a partire dal Medio Impero, fu assegnato loro un nome, ed eccoli i mesi:

THOT                     29 agosto – 27 settembre

PHAOPHI             28 settembre  –  27 ottobre

ATHIR                   28 ottobre  –  26 novembre

KHOIAK               27 novembre  –  26 dicembre

TYBI                       27 dicembre  –  25 gennaio

MESHIR               26 gennaio  –  24 febbraio

PHAMENOT        25 febbraio  –  26 marzo

PHARMOUTI      27 marzo  –  25 aprile

PACHON             26 aprile  –  25 maggio

PAYNI                  27 maggio  –  24 giugno

EPIPHI                 25  giugno  –  24 luglio

MESORE              25  luglio  –  23 agosto

MYKOYDJI UABOT  24 -28 agosto  (giorni epagomeni)

 

Le Stagioni, tutte legate alle condizioni del Nilo; erano tre e ciascuna era  di quattro mesi

AKHET         dal 29 agosto  al 26 dicembre   Era detta della  INONDAZIONE ed era il periodo delle inondazioni e anche  quello in cui spuntavano i germogli

PERET         dal 27 dicembre  al 25 aprile.    Era detta  della GERMINAZIONE ed era il perdiodo in cui germogliava il grano  ed in cui spuntava e cresceva tutto quello che era stato seminato.

SHEMU       dal  26 aprile al 23 agosto.         Era detta del RACCOLTO ed era la stagione   del raccolto, una stagione secca ed una terra che bisognava dissetare.

 

IL  GIORNO – lA  NOTTE

HERU…  ossia il  Giorno. Il geroglifico che lo rappresenta significa anche contentezza, gioia

GERER… ossia  la Notte. Il geroglifico che la rappresenta è una stella che cade dal cielo nel silenzio notturno.

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Concetti e preconcetti sull’uso del velo islamico

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 Concetti e preconcetti sull’uso del velo islamico

Innanzi tutto esistono diverse tipologie di veli usati dalle donne islamiche che riflettono la tradizione delle diverse regioni  e non sempre sono legati a precetti religiosi.  Nomi diversi per indicare i diversi usi e funzioni:

  • Hijab:  si tratta del foulard che copre solamente il capo, lasciando scoperto il volto. E’ il meno mortificante  ed é anche quello più in uso presso le donne musulmane sia nei paesi occidentali che in quelli islamici  più moderati.

Solitamente viene associato ad un abito ampio e lungo.

Possiamo dire che é il corrispondente al femminile del Mindil o della Keffiew maschile, trattenuta sul capo da un cordone. (portare il capo coperto non é prerogativa femminile)

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  • Chador:  si tratta di  un semplice fazzoletto che ricopre solamente il capo, ma può essere anche un  mantello che nasconde tutto il corpo, generalmente di colore nero. E’ in uso soprattutto in Iran.
  • Niqab: è un velo che copre il volto, lasciando scoperti solamente gli occhi. E’ in uso soprattutto  in Arabia Saudita e nello Yemen.

  • Abaya:  è un velo leggero che, però, ricopre interamente la figura, da capo a piedi, mortificandone la femminilità. E’ in uso soprattutto nel Golfo Persico.

  •   Haik:   Questo tipo di velo, in cotone, copre dalla testa ai piedi la figura femminile;  le donne più anziane lo usano anche per coprirsi il volto, tenendo uniti i due lembi con i denti.  E’ in uso soprattutto nei Paesi del Nord Africa, come Tunisia, Marocco, Algeria, ecc…

  • Burka:  é quello che maggiormente penalizza la figura femminile, perché la nasconde completamente, cancellandone anche l’identità. Generalmente é di colore azzurro ed é comune in Afganistan, ma ve ne sono anche di colore scuro in altre regioni.

E’ inevitabile che la vista di una donna nascosta, segregata, castigata in un tale abbigliamento possa far nascere pregiudizi nella cultura occidentale, più libera e tollerante.

La  concezione di una donna sottomessa, nel mondo islamico, costretta a coprirsi interamente é evidente ed innegabile, ma é una realtà assai variegata, come si é visto dalle varie fogge di veli in uso nei vari Paesi. Non in tutti, ma  in molti  di questi Paesi,  purtroppo,  esiste una  grande disparità tra la condizione maschile e quella femminile,  il cui simbolo, si ritiene, sia proprio il velo: velo come simbolo di sottomissione della donna all’uomo.

E’ proprio da qui, però, che nasce il pregiudizio occidentale su quello che si ritiene solamente un “simbolo” di sottomissione.

In realtà, per la donna islamica l’uso del velo può risultare addirittura liberatorio, poiché alla donna islamica, prima che la “segregazione” del proprio corpo e spesso del volto, sono stati negati molti diritti e molte libertà: l’apparire in pubblico da sole é uno di questi. Ed ecco che, quello che per la cultura occidentale é una forma di segregazione, per la donna islamica diventa invece una forma di “liberazione”:  “protetta” dal velo, la donna islamica può rivolgere pubblicamente la parola ad un uomo, stringere rapporti d’amicizia, lavorare, studiare ecc…  tutti diritti che le sono stati negati.

E questo fa, la donna islamica. Utilizza il velo per appropriarsi  delle libertà negate, che sono tante.

Per la cultura occidentale tutto ciò appare inconcepibile, ma solo perché la donna europea ed occidentale ha già condotto le sue battaglie (anche se non le ha propriamente vinte) per l’emancipazione e l’uguaglianza.

Per la donna araba, anche per quella  che ogni giorno combatte per la propria emancipazione, il velo non rappresenta, dunque,  uno strumento  ideologico o un simbolo di sottomissione all’uomo, ma un rispetto della tradizione e perfino un mezzo di riscatto.

E’  quasi sempre una convinzione personale  e, in quanto tale,  ha il pieno diritto di scegliere se indossarlo oppure no… solo se le venisse imposto contro la propria volontà, sarebbe una costrizione condannabile.  Soltanto là dove questo accade… e accade, purtroppo… l’uso del velo é da considerarsi una pratica restrittiva.

Le vere restrizioni, però, sono altre: la negazione all’istruzione, al lavoro, ecc… perfino quella di guidare un’auto… Quando la donna islamica avrà conquistato i diritti che le vengono negati, forse la vedremo a capo scoperto… o forse, no!… No, se é una sua scelta.

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“L’8 marzo e la donna… la donna degli Indiani d’America”

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In occasione di questa “festa” che non tutte le donne riescono ad accettare, io desidero ricordare una figura di donna assai considerata in seno alla sua società: la donna degli Indiani d’America.

La donna, all’interno della comunità, rivestiva un ruolo fondamentale. Nella maggior parte delle tribù vigeva il matriarcato e la sua condizione poteva dirsi di privilegio rispetto ad altre culture.

La donna degli Indiani d’America si occupava di tutto: dalla coltivazione della terra alla raccolta di frutta,  dal  confezionamento dei vestiti all’allevamento dei figli. Era compito suo quello di smontare e montare la tenda (topee), di procurare l’acqua e di occuparsi della cottura del cibo, come della conservazione

Il matrimonio era tento in grande considerazione e la cerimonia di nozze era piuttosto semplice ed aveva luogo dopo un lungo corteggiamento. Per la maggior parte delle volte era concordato dai parenti, ma sempre più spesso avveniva per scelta personale  nonraramente, a seguito di una fuga d’amore. Accadeva anche che il futuro sposo rapisse la ragazza, la quale era sempre consenziente.  L’uomo si recava nella tenda della futura sposa e dei  genitori, la portava nella loro tenda.dove si occupava del fuoco e sedeva alla destra del focolare.

Presso le tribù indiane non esistevano scuole, quindi i bambini attraverso il gioco apprendevano le tradizioni e la cultura della tribù.

L’uscita dal topee con i propri averi, sanciva la fine della vita matrimoniale. Alla donna spettava la tend,.un cavallo e le suppellettili; all’uomo, invece, le armi e i cavalli. I bambini rimanevano con la madre gli adolescenti con il padre

La Donna nella Storia… la donna nella cultura cinese

La donna nella cultura cinese

Indefinibile! E’ il solo termine per definire la donna cinese. Difficile per noi occidentali.
Ci è sempre apparsa semplice, forte e saggia: specchio della millenaria civiltà che l’ha sostenuta. Fragile, ma solo apparentemente;  misteriosa ed enigmatica, custode delle proprie tradizioni ed usanze. Nascosta dietro il trucco elaborato come dietro una maschera; l’acconciatura semplice oppure elaborata, ma quasi sempre ornata di fiori. La veste di  seta o di semplice cotone, ma sempre semplice, bella ed elegante.
Recita così un’antica poesia cinese:
“Come la liana abbraccia l’albero in ogni parte,
così tu abbracci me:
Sii la mia compagna e non lasciarmi mai più.
Come l’aquila nel lanciarsi in volo  batte il suolo con le ali,
così io batto alla tua porta:
Sii la mia compagna e non staccarti da me.”
Meravigliosi versi d’amore che non devono farci dimenticare i tanti aspetti per  noi sconcertanti. Come l’usanza antica di fasciare i piedi: un piedino infilato in una minuscola babbuccia ricamata, simbolo di fascino ed eleganza.
Un’usanza lontana risalente, sembra, al X secolo, per acquisire grazia, leggerezza e soprattutto quel “movimento” arioso ed inimitabile. Un’usanza, però, assai penosa e dolorosa,  che non teneva in nessun conto  la donna costretta a subirla.  Quei piedi strettamente fasciati condizionavano la sua vita e la  costringevano  a restare in casa, con il risultato di  trovarsi  relegata al solo ruolo che le si voleva  assegnare: quello di sposa.Quale, dunque, la condizione della donna nella cultura cinese?
In una società profondamente e particolarmente patriarcale e maschilista, la donna non poteva godere di privilegi: era l’uomo a perpetrare la specie e la donna ne era solo lo strumento.
In verità, sorte e considerazione non diversa era riservata anche alle donne di altre latitudini… compresa la nostra.Come tutti i Paesi di grandi contraddizioni, la Cina si presenta oggi con due facce: città ricche, industrializzate ed occidentalizzate e campagne povere, arretrate e tenacemente legate alle tradizioni.
La tradizione vuole la donna “ceduta” , attraverso il matrimonio, dalla famiglia del padre a quella del marito e vuole la donna relegata al ruolo subordinato di moglie e sposa.
Oggi le cose sono un po’ cambiate.
Oggi molte giovani donne cinesi partono per l’Occidente per studiare o lavorare; molte  di loro sono bene inserite nella società, nel lavoro, nella politica, ma molte ancora restano nelle campagne e nel proprio limbo di ignoranza, completamente sottoposte all’uomo, defraudate dei diritti più elementari e spogliate della dignità di essere umano,

L’aspetto più triste e drammatico, forse, della mancata considerazione nei riguardi della donna, è la vergognosa piaga del gendercidio, da attribuire alla politica del “figlio unico”, adottata per porre un freno all’esplosione demografica degli ultimi decenni.
Per avere un figlio maschio, infatti, si ricorre alla selezione genetica, pur vietata dalla legge,  con il risultato paradossale di un numero superiore di maschi rispetto alle femmine (eliminate allo stato di feto o addirittura di neonato).
Per di più,  per qualche ragione che andrebbe analizzata, i giovani europei sono sempre più attirati dal fascino dolce e discreto delle ragazze orientali ed il numero di unioni miste è sempre in crescita.
E’   forse il nuovo sogno?

“La primavera araba… e la donna musulmana”

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La Primavera araba del 2011 ha giovato alla donna musulmana ed al suo percorso di emancipazione?

E’ accaduto, dopo la primavera araba del 2011, quello che era accaduto già quando, in un passato recente, tutti quei regimi moderati o laicisti (Turchia, Iran, Libia Egitto, Tunisia..) tentarono di imporre ad una società fondamentalmente tradizionalista l’emancipazione della donna come strumento per sradicare quella mentalità.

Quando quei regimi crollarono, primo fra tutti l’Iran, si tornò ai vecchi sistemi:

  • repressione delle libertà riconosciute alla donna
  • reintroduzione della poligamia
  • reintroduzione dell’infibulazione (peraltro fuori legge dal 2008).

Si riscontra nei regimi post primavera araba, che i Capi di Stato   sono diventati religiosamente più intransigenti , che  il fenomeno terrorismo si é fatto più evidente, che scontri e guerre civili sono aumentati, che persecuzioni nei confronti di minoranze si sono inasprite e che la condizione della donna è peggiorata.

Così, ad esempio:

  • in Siria lo stupro pare diventato arma da guerra
  • In Libia, Marocco ed altri Paesi è stata reintrodotta la poligamia
  • nello Yemen, ma anche in altri Paesi) è lecito e permesso sposare bambine

  • che non è  permesso, invece, in Arabia Saudita ad una donna di mettersi al volante di un’auto o andare in giro da sola

  • che là dove questo é permesso, come in Egitto, le aggressioni sono di una frequenza impressionante, tanto da indurre le autorità a istituire, nelle metropolitane, vagoni per sole donne.

  • che molte delle donne che parteciparono alla Primavera del 2011 durante la repressione da parte dei regimi hanno subito soprusi, umiliazioni, aggressioni sessuali, visite ginecologiche ed altre inaudite vessazioni.

  • Da questi inasprimenti, però, è nata quella che è stata definita l’Intifada delle donne arabe:

    Intifadat  al-mar’ah’ah fi-l’alam  al-‘arabi  per il riconoscimento e la conquista più che di una parità, di una complementarietà fra uomo e donna, ossia di unione e completamento secondo l’antica tradizione islamica venuta in seguito a scontrarsi con l’attaccamento a vecchi costumi.

    La Primavera araba ha avuto effetti positivi sulla e nella donna musulmana: il  risveglio della coscienza ed una consapevolezza di sé mai avuta prima.

    Si tratta di un cambiamento non violento, lento, ma irreversibile che sta trasformando la società araba; una rivolta organizzata e condotta in maniera, forse, inusuale, ma efficace: attraverso i media.

    Facebook e Twitter.

    Non in tutti i Paesi, però, é stato possibile.

    Kuweit, Marocco, Egitto, Tunisia… sono Paesi in cui la donna ha visto migliorate le proprie  condizioni di vita, ma anche in Paesi come l’Arabia Saudita, lo Yemen, l’Iraq ecc…  notoriamente più intransigenti,  vi sono segnali pr una conquista di emancipazione.

    Si può affermare, dunque, che sì, la Primavera araba ha giovato alla donna araba nel suo percorso di emancipazione.

    Si può affermare che, quando si parla di donna araba, é sbagliato fare considerazioni  soltanto riguardo l’uso del velo o la sottomissione all’uomo, realtà innegabili in vari Paesi.

    Si può affermare che sono molte le altre realtà:

    • è realtà che il Pakistan abbia avuto per Primo Ministro una donna, al contrario dell’Italia
  • é realtà che in Marocco il 20% del Parlamento sia composto di donne. Esattamente come in Italia
  • é realtà che nel mondo arabo la percentuale delle donne laureate sia superiore a quello degli uomini

  • é realtà che in Kuweit  le donne abbiano raggiunto un traguardo che nella sostanza, forse,non c’é neppure in Occidente e questo in soli dieci anni… da quando, cioé, é stato riconosciuto loro il diritto di voto.

  • é realtà che ad una donna dello Yemen sia stato riconosciuto il Premio Nobel per la Pace

  • é realtà che in molti Paesi mediorientali siano state le donne ad emigrare per prime per poi essere raggiunte da congiunti in Europa e in Italia

  • Discriminazione esiste, ma non é uguale in tutti i Paesi, né su tutti i piani: religioso, politico, sociale.

    Nei Paesi più tradizionalisti o in quelli che rivogliono il rispetto per la tradizione e la  reintroduzione della Sharia, dove le norme del Corano sono interpretate ed applicate in modo più rigido, il percorso  sarà più lungo e faticoso. Lo sarà meno in quei Paesi meno tradizionalisti dove le donne si sono già viste riconoscere diritti un tempo riservati a soli uomini.

    “ISLAM – La MUTA’A… matrimonio a scadenza oppure…”

    ISLAM  E  MUTA'A...  matrimonio "usa e getta" oppure prostituzione legalizzata?

    E’ noto quanto importante e talvolta perfino ossessivo sia il senso del pudore nel mondo islamico.
    L’Islam, però, non é contrario al piacere del sesso. Arriva perfino ad esaltarlo: é un dono divino e come tale va coltivato e rispettato, afferma il Corano.   Significa  che va praticato, ma soltanto entro il “lecito consentito” e il  lecito consentito viene stabilito dalla shari’a, ossia dalla Legge Coranica.    E   la schari’a  stabilisce che  tale “lecito”,  sono i  confini  del matrimonio. Al di fuori dell’istituzione del matrimonio, infatti,  quel “dono divino”  é il più esecrabile dei peccati: é adulterio.
    Tutti virtuosi, dunque, gli uomini di fede islamica? Non proprio!
    Come conservare la “virtù” ed assecondare i propri appetiti sessuali al di fuori del matrimonio legale?
    Semplice: in passato lo si faceva attraverso l’istituto della poligamia, del concubinato, dell’harem (istituzioni pulsanti di vita davvero fino a pochissimo tempo fa)… e non ultima la “Muta’a sessuale”, che letteralmente potremmo tradurre:  nozze di piacere a scadenza fissata.

    Si tratta di un contratto matrimoniale “a tempo determinato” che vede come attori un uomo (quasi sempre sposato) ed una donna (assolutamente nubile)… e questo la dice lunga già da sè ed è   un contratto matrimoniale perfettamente  legale,   che prevede  perfino il versamento di una dote e il mantenimento di eventuali figli nati dall’unione.   Si  tratta, però, di una istituzione che mortifica la donna e soddisfa, invece, le voglie sessuali dell’uomo.

    In realtà, la Muta’a é una forma legalizzata di adulterio (farsi l’amante, diremmo noi occidentali) che mette l’amante al riparo dalla fustigazione: questa é la punizione per una donna riconosciuta adultera, anche quando l’adultero é l’uomo. Ma é anche una forma nascosta e subdola, ma perfettamente legale,   di prostituzione, la quale altro non é  che  prestazione a pagamento della propria sessualità.
    Qual é la posizione della donna in questo contesto?
    E’ considerata donna di serie B e non gode di alcuna delle tutele della donna regolarmente sposata.

    La Muta’a, però, non gode del favore di tutta la gente di fede islamica: ha i suoi detrattori ed i suoi sostenitori. E  così, se la corrente islamica degli sciiti ne fa largo ricorso, quella più puritana ed inflessibile dei Sunniti la osteggia apertamente ritenendola pratica immorale ed illecita..

    Esiste, però, un altro tipo di Muta’a: quella che esclude il sesso.
    Per gli occidentali si tratta di un’usanza non meno   incomprensibile   dell’altra, ma ad una approfondita riflessione si scopre che, in fondo, anche in Occidente é assai in uso.
    Di che cosa si tratta?
    Si tratta della figura dell'”accompagnatrice” ( e ricorda un po’ anche la geisha giapponese).
    Questo tipo di Muta’a permette all’uomo di frequentare una donna e godere semplicemente della sua compagnia, ma anche ad un fidanzato di conoscere (prima del matrimonio) la donna scelta per lui.
    A patto, naturalmente, di tener il sesso  fuori del  “gioco”.

     

    La Donna nella Storia… la donna nella società moderna

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    Il seme di un Movimento per l’emancipazione femminile fu gettato con la Rivoluzione francese e la ghigliottina: due attiviste ci lasciarono letteralmente la testa, sotto quella ghigliottina!
    La battaglia, però, è continuata.
    Anzi, le battaglie.
    Ma la guerra è stata vinta?
    Per una parte dell’universo femminile, parlerei di abbondante armistizio, sia pur con molti compromessi e forzature varie.  (sul lavoro, in famiglia, ecc..)

    E per l’altra parte? Una buona parte, direi!
    Per quella parte dell’universo femminile posso affermare senza timori di smentite che la risposta è assolutamente no e le ragioni sono varie:
    – violenza fisica al corpo femminile attraverso infibulazioni e atrocità simili.
    – costrizioni ed imposizioni quali matrimoni combinati, padri-padrone, ecc.
    –  annientamento della personalità attraverso un abbigliamento degradante (non mi riferisco al velo, ma a quello scafandro chiamato burca)

    La donna oggi è più sicura di sè e sa di essere chi è;  la donna oggi sa di poter essere chi vuole essere, senza più dover fuggire da se stessa, perchè ha acquisito consapevolezza di sè  attraverso l’istruzione. Ed é  per questo che nelle società maschiliste le viene ancora negato proprio il diritto all’istruzione.

    Emancipazione ed istruzione procedono di pari passo. L’una non può esserci senza l’altra e l’emancipazione richiama  l’ambizione, prerogativa assoluta del maschio e sempre negata alla donna.  Emancipazione è anche indipendenza. Oggi la donna guarda al proprio futuro con spirito nuovo: non più solo moglie di un uomo o compagna di un uomo, ma single. Non più dipendente di un uomo, ma indipendente.  Si dice che in America ci siano più donne  sole che accompagnate. Donne realizzate con il lavoro e la carriera. Donne che ricoprono ruoli considerati fino a ieri esclusivamente maschili, donne che comandano su uomini. E donne senza lo spauracchio dell’età, beneficio riservato fino a ieri solo al maschio: donne con uomini assai più giovani.

    Tutto questo disorienta l’uomo e lo spaventa; lo rende violento ed aggressivo. Insoddisfatto. Non tutti, naturalmente, ma quegli uomini che inconsciamente nutrono un timore reverenziale nei confronti della donna. Violenza sul lavoro e violenza domestica.Violenza fisica e psicologica: aperta e drammatica la prima, subdola e ugualmente drammatica la seconda.

    Un tipo di violenza assai odioso  è la piaga dello stupro (il quale fino a qualche anno fa non era neppure considerato reato), ma anche la violenza domestica, spesso sommersa e portata con vergogna.

    E poi c’è ancora, in molti Paesi, la negazione dei diritti più elementari: all’istruzione,come si è già detto, al lavoro, a mostrarsi da sole in pubblico e perfino a guidare un’auto.
    Esiste, poi, ancora un tipo di violenza: quella pubblicitaria. Quella, intendo, che per vendere un dentifricio o un tubetto di silicone, ricorre all’immagine di un nudo femminile… complice, in questo caso, la moralità del soggetto che a ciò si presta.
    Per chi guarda e subisce tale pubblicità, però, resta pur sempre un atto di violenza… e non lo dico per facili moralismi o falsi pudori, ma solo per quel diritto al rispetto che ogni donna dovrebbe pretendere e quel personale  stile e buongusto che differenzia una donna da qualcosa d’altro.