MITI e LEGGENDE – MITO UCRAINO… La Freccia di Fuoco

La Freccia di Fuoco   -  Mito Ucraino

Narra la leggenda che Boyatyr, un uomo forte, saggio e coraggioso, possedesse una freccia magica la quale,  tra gli altri poteri,  aveva quello di mandare l’acqua in ebollizione.  Il saggio sapeva che se la freccia fosse finita in mani sbagliate, avrebbe potuto provocare morte e distruzione.
Quando sentì prossimo per lui il momento di morire, decise di gettare la freccia di fuoco  in fondo al Mar Nero ed affidò l’impresa ai suoi figli. Questi, però disubbidirono e nascosero la freccia in montagna.
Quando il saggio ne venne a conoscenza, li costrinse a recuperla ed a  gettarla in mare come aveva comandato loro. Questa volta i figli gli ubbidirono.
Appena, però, la freccia toccò la superficie dell’acqua, questa si tinse di nero e cominciò a ribollire.
La leggenda vuole che , il fenomeno delle acque  in ebollizione, presente  in alcuni punti del Mar Nero,  sia dovuto al fatto che queste cerchino proprio di liberarsi della Freccia di Fuoco.

Maggiori informazioni http://storia-e-mito.webnode.it/products/la-freccia-di-fuoco-mito-ucraino/

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EGITTO – ALCHIMIA… che cosa hanno in comune?

EGITTO - ALCHIMIA... che cosa hanno in comune?

EGITTO: é  la traduzione italiana del teemine greco Ae-gi-Pthos, che a sua volta traduce l’antico termine egizio: Hut-Ka-Ptha.

Il significato letterale è:

DIMORA (Hut) dello SPIRITO (Ka) di PTHA.

E’ la III Dinastia e PTHA è IL Dio Dinastico di MEMFI.

In precedenza il territorio era indicato con altro nome: “Il Paese delle Due Terre”.
Le Due Terre erano: – KEM  o  “Terra Nera”  e
– DESHRET  o “Terra Rossa”.
L’unificazione delle Due Terre avvenne dopo varie ed alterne vicende, militari e diplomatiche, e un “Concilio”, in cui si decise di dare quel nome a tutto il territorio, in onore di PTHA, IL DIO CREATORE.

Curiosità: la parola ALCHIMIA deriva proprio da KEM (terra nera), che i tanti sognatori cercavano di manipolare chimicamente per trasformare in oro il materiale vile.

Fin dai  tempi pre-dinastici (Dinastia “O” – Re Scorpione) gli Antichi Egizi erano famosi per la loro abilità  nella lavorazione dei metalli e per la capacità di trasformarli.
Per separare l’oro e l’argento dal minerale originario  utilizzavano “l’argento vivo” (mercurio).
Il residuo che veniva fuori  da questa operazione  era la “polvere nera”, chiamata “khem”,   una sostanza scura  che si  riteneva  avesse poteri magici e  contenesse le proprietà dei vari metalli, considerata anche “principio attivo” nel processo di lavorazione.
Gli Antichi Egizi, inoltre, in  tale sostanza riconoscevano il “Corpo di Gloria” di Osiride, il Dio Morto e Risorto e le attribuivano potere magico, fonte di vita e di energia.
Man mano che i metodi di estrazione e lavorazione del metallo andavano perfezionando,  cresceva anche l’interesse per la ricerca e lo studio relativo ai “poteri magici” di leghe e fusioni.  Ne nacque una Scienza,  che contemplava l’arte della lavorazione, ma anche le conoscenze chimiche dei metalli  e che fu chiamata “Khemeia”,  preparazione del “metallo nero”.
Gli Arabi vi aggiunsero l’articolo  “El”  e  Khemeia diventò “El-Khemeia”  da cui Alchimia.

“Khem”,  ossia “Terra Nera”,  a causa del colore del fango,  era  uno dei nomi con cui era chiamato in origine l’Egitto.

 

Il linguaggio della NATURA – I FUNGHI

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Una prelibatezza, questi meravigliosi “frutti di bosco”, conosciuti ed apprezzati fin dall’antichità.    Le prime testimonianze sulla raccolta e il consumo dei funghi risalgono alla Preistoria, quando, però, il loro impiego non era solo alimentare.  Per via delle proprietà curative, ma anche  per quelle allucinogene,  i funghi venivano utilizzati soprattutto come medicamento e come strumento nei rituali magici.

La prima testimonianza documentata del suo consumo alimentare, in realtà, risale al 2000  a.C. ed alla civiltà mesopotamica, i cui Sovrani, pare, ne fossero assai golosi, ma erano apprezzati anche in Cina, dove erano erano chiamati “Cibo degli Dei” ed in Egitto, dove avevano un posto d’onore  sulle tavole. Così anche sulla tavola dei Greci prima e dei Romani poi, presso cui questo frutto meraviglioso, era diventato “simbolo di vita”.  Pausania, scrittore greco, racconta, infatti che l’eroe  Perseo, dopo essersi dissetato con l’acqua raccolta nel cappello di un fungo, decise di fondare la potente città di Micene. A classifiicarli e descriverne per primo le caratterisiche, pare sia stato Teofrasto, un discepolo di Aristotele.

I Romani apprezzavano così tanto questo frutto, da dargli il nome di “Amanita caesarea”, un cibo, dunque,  degno di un Cesare. Avevano perfino dei “raccoglitori” espertissimi e fidatissimi;  di sicuro, i primi raccoglitori devono aver fatto delle spiacevoli esperienze prima di stabilire  quali fossero i funghi “buoni” e quali,  quelli “cattivi”.  Apprezzato dai buongustai, ed esaltato da poeti e scrittori, come Giovenale, Plutarco, Apicio o Plinio il Vecchio, nella sua opera “Naturalis Historia”, questa meraviglia della natura cominciò a coprirsi di miti e leggende.

Fu proprio in questa epoca, infatti,  che i funghi,  da simbolo di vita, presero pian piano a diventare simbolo di morte, complici anche tutte le nefaste esperienze di avvelenamento con tutte quelle specie  velenose.  Famoso, il piatto servito da Agrippina al marito, l’imperatore Claudio, a base di funghi. Funghi velenosi naturalmente .

Risalgono proprio  all’epoca,  e si sono tramandate fino ad oggi, fantastiche e improbabili interpretazioni sulla loro origine,  a causa delle loro proprietà e soprattutto  della loro tossicità: origine diabolica, si diceva, oppure divina.

Per una classificazione più scientifica bisogna aspettare  il XVI secolo e per sfatare l’alone negativo di miti e leggende creatosi intorno a questo meraviglioso e gustosissimo frutto della natura, dovranno passare altri secoli ancora.

Nel Medio Evo, nonostante il grande utilizzo della cacciagione. i funghi erano largamente consumati sulle tavole dei nobili,  ma, grazie anche alle conoscenze acquisite ed alle ricette preparate nei conventi,  il suo uso divenne sempre più popolare. Così popolare e così comune come peccato di gola e prodotto afrodisiaco, da  indurre il Santo Uffizio a proibirne il consumo, perché distoglieva il fedele dall’idea della penitenza.

Dopo il Medioevo,  ritroviamo i funghi in tutti i grandi pranzi delle corti europee, soprattutto sulla tavola di  Re Sole; sempre presente anche nelle grandi cene di rappresentanza di  madame Pompadour, come, più tardi, in quelle  galanti della  spia più famosa  al mondo,  la  danzatrice Mata Hari.

Un prodotto ricercato, dunque,  chetroviamo su tavole insospettabili, come quella  di un grande della  musica italiana, Gioacchino Rossini, il quale definì il tartufo: “Il Mozart dei funghi”;  in verità, troviamo perfino nel menu del pranzo servito a Vienna alla fine del  Congresso del 1815.

Questi fantastici frutti di bosco, si sa,  nascono spontaneamente ovunque. Ciò, però, non significa che  siano da tutti apprezzati: in America,ad esempio, i funghi coltivati sono preferiti a quelli freschi, mentre in Russia e in  Estremo Oriente,  il consumo è davvero assai ridotto; in Inghilterra, infine, i funghi freschi sono quasi ignorati, sostituiti fa quelli coltivati.  Da qui, l’abitudine di coltivarli, sia pur con molte difficoltà. Ultimamente, però, è nata l’abitudine di surgelare i funghi spontanei, benché, sapore e gusto  finiscano per  risentirne.

Tanti i perché senza risposta, riguardo questa meraviglia della natura. Ad esempio,  un ottimo e commestibile fungo spontaneo delle Alpi, può essere velenoso  se cresce sugli Urali; e ancora: uno stesso fungo può assumere forma e sapore diverso, a seconda del posto, dell’altitudine e dell’humus in cui cresce. E tanti altri interrogativi ancor.

Nello studio di questi strani organismi si è sempre occupati più delle loro proprietà terapeutiche,  che della vita e crescita. Bisognerà attendere l’800  e la nascita di una moderna ricerca scientifica  per scoprire molti dei misteri che li circondavano e giungere ad una sicura classificazione.

Purtroppo, nonostante tali progressi e l’esistenza di ottimi libri scientifici, molte sono ancora le persone che continuano  a dare credito alle antiche dicerie… dicerie risalenti addirittura ad epoca romana, con le conseguenze che possiamo immaginare.

 

 

 

 

 

IL MUSEO EGIZIO di TORINO

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I racconti dei viaggiatori, i tanti reperti che continuavano ad arrivare  nelle ricche dimore di  collezionisti e studiosi, quel fenomeno culturale conosciuto con il nome di Orientalismo e la spedizione napoleonica in Egitto, crearono un eccezionale interesse per questa cultura. Napoleone, grande estimatore di antichità, si prefiggeva lo studio e la catalogazione di tutti i monumenti distribuiti sul territorio.

Inizialmente fu solo la ricerca e la caccia all’oggetto bello, raro e prezioso, ma all’inizio del nostro secolo la ricerca divenne più consapevole:un vero studio di  quella straordinaria civiltà attraverso le testimonianze del suo passato.

Il Museo di Torino ebbe una parte importantissima in quella ricerca. Fu il primo Museo di egittologia al mondo; seguirono poi quello del Louvre, Berlino, Londra e  anche de Il Cairo.

Nacque nel 1824 , per merito di Carlo Felice di Savoia , grande studioso ed estimatore di reperti antichi , il quale acquistò una prestigiosa collezione di reperti dal console di Francia in Egitto, Bernardino Drovetti. Altri reperti, donati sempre dalla Casa Savoia arricchirono presto quella collezione , poi arrivarono  altre collezioni. Importanti quelle dell’archeologo Ernesto Schiapparelli, direttore del Museo, tra il 1900 -1920, provenienti dai materiali dei suoi stessi scavi in Egitto.

Importantissimo anche il dono, da parte  dell’Egitto al Museo di Torino, del Tempietto di Ellesiia, in riconoscimento dello straordinario lavoro di salvataggio dei monumenti, da parte della equipe italiana, dopo la costruzione della diga di Assuan che minacciavano di sommergere con le sue acque quelle meraviglie del passato.

La ricchezza e l’importanza dei tanti reperti presenti al Museo  di Torino è tale da costituire con la loro esposizione, una straordinaria lettura  della storia e degli usi e costumi di questo popolo unico e particolare.

” TESORI E SAPORI DELLA MIA SICILIA ” di Tiziana Misseri

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” TESORI E SAPORI DELLA MIA SICILIA ”
Quando a causa del lavoro viviamo in una grande metropoli, lontani dalla propria terra, la nostalgia fa capolino nei nostri cuori, ed
anche le piccole cose diventano ricordi importanti, quelli che io chiamo ricordi del cuore : il profumo, i sapori ,i colori e perfino i rumori !
Quando sono lontana dalla mia Palermo,la cosa che mi manca di piú, é passeggiare al centro storico , all’ora di pranzo tutto sembra rallentare,le voci nei cortili iniziano ad affievolirsi, e arriva la sigla del tgs ,le mamme che sollecitano i bambini a sedere a tavola, il rumore delle stoviglie,e un odore dolcissimo pervade i vicoli : la salsa di pomodoro fresco e melenzane fritte,un profumo che ti ricorda che sei a casa.
Per questa nostalgia, oggi vi propongo ” vicoli e pasta alla norma”.
La pasta alla norma, un delizioso primo piatto, pasta ( di solito maccheroni) con pomodoro fresco,melenzane fritte , ricotta salata e basilico, un tripudio di sapori.
Questo piatto ha origini catanesi, si pensa abbia preso il nome da un’esclamazione fatta da un famoso commediografo ( Nino Martoglio ), che assaggiando questo piatto disse : chista é na vera norma ! Paragonando il piatto alla famosa opera di Bellini. ☀️

L’antro della Sibilla a Marsala (antica Lilybeo) di Alberto di Girolamo

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Nel XIV secolo i Gesuiti costruirono appena fuori città, su capo Boeo, la chiesa (foto 1) dedicata a San Giovanni Battista, compatrono della città. La costruirono in quel punto per inglobare una grotta, scavata nella roccia sottostante, che i primi cristiani lilybetani avevano utilizzato come battistero.
La grotta si trova a m.4,80 sotto il pavimento della chiesa e vi si accede tramite gradini scolpiti nel tufo (foto 2). La scalinata porta in un ambiente circolare sormontato da una bassa cupola(foto 3) il cui lucernaio è radente al pavimento della chiesa. Al centro dello spazio circolare c’è una piccola vasca quadrata (foto 4) sempre piena d’acqua perché alimentata, attraverso una canaletta, da una sorgente che si trova in un vano laterale. La fonte è nascosta al visitatore da un altarino in pietra sul quale poggia una statua di alabastro di scuola gaginesca raffigurante S. Giovanni Battista (foto 4). Sul vano centrale circolare, si affaccia anche un secondo ambiente irregolare che presenta una parete absidata e una sorta di gradino (foto 5). Le pareti della grotta erano decorate con pitture, quasi tutte scomparse e il pavimento aveva dei mosaici del III secolo di cui rimangono poche tracce.
Probabilmente l’antro fu, in epoca romana, un ninfeo o “specus aestivus” per la sua frescura, successivamente utilizzato dai primi cristiani come fonte battesimale per la presenza della sorgente. Questa ipotesi è confermata dagli affreschi, appartenenti alla simbologia cristiana, che adornavano le pareti.
Questo è quello che dice la storia, poi ci sono le leggende.
Secondo la tradizione la grotta fu nel periodo precristiano dimora della Sibilla Cumana o Sicula, da qui il nome “Grotta della Sibilla”. Secondo questa leggenda la Sibilla non lasciava mai la grotta e il gradino entro l’incavo orientato a ovest costituiva il suo lettuccio (foto 5). Chi chiedeva il vaticinio alla profetessa calava nel pozzo, attraverso il lucernario, delle offerte assieme alla richiesta del responso.
Un’altra leggenda vuole che Ulisse si sia dissetato alla fonte della Sibilla e che questa gli abbia predetto il futuro.
Altre remote leggende narrano che la Sibilla fosse in realtà una sposa, caduta all’interno del pozzo e lì rimasta imprigionata.
L’antica grotta è segnalata da Diodoro Siculo (90 – 27 a.C.) e poi da Gaio Giulio Solino (III SEC.). Stranamente non ne parla Cicerone che venne a Lilybeo come questore tra il 76 e il 75.
Comunque dell’uso pagano della grotta non si ha alcuna testimonianza archeologica.
NOTA PER IL VISITATORE: la chiesa rimane sempre chiusa eccetto il 24 giugno quando si festeggia la natività di San Giovanni Battista (foto 6). Per visitarla negli altri giorni dell’anno bisogna rivolgersi alla parrocchia della Chiesa Madre.

IL LINGUAGGIO delle PIETRE – Pietre bianche o incolori

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Un mondo senza i colori dell’arcobaleno sarebbe  un mondo senza fascino  nè magia e  le pietre racchiudono in sè tutta la magia dell’arcobalemo ed ognuno di quei colori custodisce  energia e messaggi.  Il bianco è il colore della purezza, ma anche della luce e le gemme bianche o, più esattamente, incolori. esprimono trasparenza e purezza dell’animo e dello spirito.

IL DIAMANTE  – la pietra più celebrata in tutti i tempi. La pietra dalla  luminosità unica e dall’unico ed intenso fuoco. Il Diamante, la gemma dei Re. Nel 1200,  Luigi IX di Francia, emanava un decreto in cui riservava ai reali l’uso esclusivo di questa gemma ,  decreto che sarà ben presto ignorato.

Gemma dalla trasparenza e purezza inimitabile, attorno al Diamante si sono formate mille leggende.  Secondo la tradizione induista, queste meravigliose gemme si formavano  dall’impatto di un fulmine contro la roccia, mentre nell’antica Grecia  si credeva che fossero abitate da spiriti provenienti da altre dimensioni. Per  gli antichi Romani, invece, erano schegge di stelle cadute sulla Terra e sempre nell’Antica Roma, i Diamanti altro non erano che  lacrime divine.

Noto anche  il “giudizio del diamante”,  nella tradizione ebraica, secondo il quale, alla presenza di un colpevole, la gemma  si sarebbe oscurata e invece avrebbe aumentato di lucentezza,  alla presenza di un innocente.

Pietra durissima e cristallina, il Diamante diventa schermo  protettivo per eccellenza:  chi porta su di sè questa pietra, riesce con facilità a controllare le emozioni, ma anche a  placare l’irrequietezza degli animali, anche  delle belve più feroci. Per questo  è considerata anche la gemma del coraggio,  della forza e dell’invincibilità. Ottimi talismani, dunque, contro pericoli ed avversità, dai fulmini alle disgrazie.

 

 

ZAFFIRO  BIANCO  –   Lo zaffiro, è risaputo,  è un  eccezionale stimolatore della mente: favorisce l’intuizione, apporta chiarezza  e, di conseguenza,  contribuisce  alla serenità ed all’equilibrio della persona. Utilissimo, dunque per   aumentare l’autodisciplina ,  accrescere l’applicazione  e stimolare l’ingegno. Ottimo anche per  mantenere  il  buon senso non solo nello svolgimento della proprie attività, ma in ogni frangente.

Simbolo di sincerità e fedeltà, questa splendida pietra abbagliante  è  considerata  un pegno d’amore e di fedeltà   nello cambio di anelli fra fidanzati , spesso  al posto del diamante,  ma  risulta molto efficace anche nella risoluzione positiva di questioni legali.

 

 

TOPAZIO  BIANCO  –  secondo la tradizione, il nome del Topazio deriva dal sanscrito  topas che significa fuoco   ed   è considerato il simbolo  per eccellenza della  forza energetica solare e maschile. Pietra maschile, dunque, anche il topazio bianco, che  dona l’energia necessaria  per  condurre l’ esistenza secondo le proprie aspirazioni.

Raccomandata contro lo stress, é ottima anche contro la depressione, ma efficace soprattutto  nelle pratiche meditative, essendo considerata la pietra  la pace r della serenità. Al contempo, però, il Topazio,  soprattutto  quello bianco, risveglia il guerriero  che è in noi, donandoci la forza per sostenere i nostri ideali…anche quelli di pace.

Particolare virtù  si attribuisce a questa splendida pietra: elevare i sani principi e cioè, la capacità di frenare lussuria, assecondare la castità, alleggerire la  frenesia.

 

PIETRA  DI  LUNA  – é, forse, la pietra attorno   alla quale  si sono raccolte più leggende in tutti i tempi ed a tutte le latitudini. Nell’antichità si credeva che la Pietradi Luna fosse composta di  piccoli frammenti provenienti dalla Luna stessa e che, a causa della sua lucentezza,  che brillasse della luce di una divinità chiusa al suo interno, lucentezza che cambiava  swcondo le fasi lunari..  Nell’Antica Roma era il simbolo della dea Diana.

Se  il Topazio è considerato una pietra  maschile, la Pietra di Luna  é da sempre gemma squisitamente femminile  e, in quanto tale,  con qualità divinatorie. Tradizionalmente, infatti,  la divinazione é sempre stata ritenuta un’arte femminile.

Molte le  virtù di questa gemma, oltre all’arte divinaoria. Una soprattutto: il suo influsso sui sentimenti,  quali l’amore, l’affetto, l’amicizia.