Il linguaggio della NATURA – I FUNGHI

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Una prelibatezza, questi meravigliosi “frutti di bosco”, conosciuti ed apprezzati fin dall’antichità.    Le prime testimonianze sulla raccolta e il consumo dei funghi risalgono alla Preistoria, quando, però, il loro impiego non era solo alimentare.  Per via delle proprietà curative, ma anche  per quelle allucinogene,  i funghi venivano utilizzati soprattutto come medicamento e come strumento nei rituali magici.

La prima testimonianza documentata del suo consumo alimentare, in realtà, risale al 2000  a.C. ed alla civiltà mesopotamica, i cui Sovrani, pare, ne fossero assai golosi, ma erano apprezzati anche in Cina, dove erano erano chiamati “Cibo degli Dei” ed in Egitto, dove avevano un posto d’onore  sulle tavole. Così anche sulla tavola dei Greci prima e dei Romani poi, presso cui questo frutto meraviglioso, era diventato “simbolo di vita”.  Pausania, scrittore greco, racconta, infatti che l’eroe  Perseo, dopo essersi dissetato con l’acqua raccolta nel cappello di un fungo, decise di fondare la potente città di Micene. A classifiicarli e descriverne per primo le caratterisiche, pare sia stato Teofrasto, un discepolo di Aristotele.

I Romani apprezzavano così tanto questo frutto, da dargli il nome di “Amanita caesarea”, un cibo, dunque,  degno di un Cesare. Avevano perfino dei “raccoglitori” espertissimi e fidatissimi;  di sicuro, i primi raccoglitori devono aver fatto delle spiacevoli esperienze prima di stabilire  quali fossero i funghi “buoni” e quali,  quelli “cattivi”.  Apprezzato dai buongustai, ed esaltato da poeti e scrittori, come Giovenale, Plutarco, Apicio o Plinio il Vecchio, nella sua opera “Naturalis Historia”, questa meraviglia della natura cominciò a coprirsi di miti e leggende.

Fu proprio in questa epoca, infatti,  che i funghi,  da simbolo di vita, presero pian piano a diventare simbolo di morte, complici anche tutte le nefaste esperienze di avvelenamento con tutte quelle specie  velenose.  Famoso, il piatto servito da Agrippina al marito, l’imperatore Claudio, a base di funghi. Funghi velenosi naturalmente .

Risalgono proprio  all’epoca,  e si sono tramandate fino ad oggi, fantastiche e improbabili interpretazioni sulla loro origine,  a causa delle loro proprietà e soprattutto  della loro tossicità: origine diabolica, si diceva, oppure divina.

Per una classificazione più scientifica bisogna aspettare  il XVI secolo e per sfatare l’alone negativo di miti e leggende creatosi intorno a questo meraviglioso e gustosissimo frutto della natura, dovranno passare altri secoli ancora.

Nel Medio Evo, nonostante il grande utilizzo della cacciagione. i funghi erano largamente consumati sulle tavole dei nobili,  ma, grazie anche alle conoscenze acquisite ed alle ricette preparate nei conventi,  il suo uso divenne sempre più popolare. Così popolare e così comune come peccato di gola e prodotto afrodisiaco, da  indurre il Santo Uffizio a proibirne il consumo, perché distoglieva il fedele dall’idea della penitenza.

Dopo il Medioevo,  ritroviamo i funghi in tutti i grandi pranzi delle corti europee, soprattutto sulla tavola di  Re Sole; sempre presente anche nelle grandi cene di rappresentanza di  madame Pompadour, come, più tardi, in quelle  galanti della  spia più famosa  al mondo,  la  danzatrice Mata Hari.

Un prodotto ricercato, dunque,  chetroviamo su tavole insospettabili, come quella  di un grande della  musica italiana, Gioacchino Rossini, il quale definì il tartufo: “Il Mozart dei funghi”;  in verità, troviamo perfino nel menu del pranzo servito a Vienna alla fine del  Congresso del 1815.

Questi fantastici frutti di bosco, si sa,  nascono spontaneamente ovunque. Ciò, però, non significa che  siano da tutti apprezzati: in America,ad esempio, i funghi coltivati sono preferiti a quelli freschi, mentre in Russia e in  Estremo Oriente,  il consumo è davvero assai ridotto; in Inghilterra, infine, i funghi freschi sono quasi ignorati, sostituiti fa quelli coltivati.  Da qui, l’abitudine di coltivarli, sia pur con molte difficoltà. Ultimamente, però, è nata l’abitudine di surgelare i funghi spontanei, benché, sapore e gusto  finiscano per  risentirne.

Tanti i perché senza risposta, riguardo questa meraviglia della natura. Ad esempio,  un ottimo e commestibile fungo spontaneo delle Alpi, può essere velenoso  se cresce sugli Urali; e ancora: uno stesso fungo può assumere forma e sapore diverso, a seconda del posto, dell’altitudine e dell’humus in cui cresce. E tanti altri interrogativi ancor.

Nello studio di questi strani organismi si è sempre occupati più delle loro proprietà terapeutiche,  che della vita e crescita. Bisognerà attendere l’800  e la nascita di una moderna ricerca scientifica  per scoprire molti dei misteri che li circondavano e giungere ad una sicura classificazione.

Purtroppo, nonostante tali progressi e l’esistenza di ottimi libri scientifici, molte sono ancora le persone che continuano  a dare credito alle antiche dicerie… dicerie risalenti addirittura ad epoca romana, con le conseguenze che possiamo immaginare.

 

 

 

 

 

IL MUSEO EGIZIO di TORINO

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I racconti dei viaggiatori, i tanti reperti che continuavano ad arrivare  nelle ricche dimore di  collezionisti e studiosi, quel fenomeno culturale conosciuto con il nome di Orientalismo e la spedizione napoleonica in Egitto, crearono un eccezionale interesse per questa cultura. Napoleone, grande estimatore di antichità, si prefiggeva lo studio e la catalogazione di tutti i monumenti distribuiti sul territorio.

Inizialmente fu solo la ricerca e la caccia all’oggetto bello, raro e prezioso, ma all’inizio del nostro secolo la ricerca divenne più consapevole:un vero studio di  quella straordinaria civiltà attraverso le testimonianze del suo passato.

Il Museo di Torino ebbe una parte importantissima in quella ricerca. Fu il primo Museo di egittologia al mondo; seguirono poi quello del Louvre, Berlino, Londra e  anche de Il Cairo.

Nacque nel 1824 , per merito di Carlo Felice di Savoia , grande studioso ed estimatore di reperti antichi , il quale acquistò una prestigiosa collezione di reperti dal console di Francia in Egitto, Bernardino Drovetti. Altri reperti, donati sempre dalla Casa Savoia arricchirono presto quella collezione , poi arrivarono  altre collezioni. Importanti quelle dell’archeologo Ernesto Schiapparelli, direttore del Museo, tra il 1900 -1920, provenienti dai materiali dei suoi stessi scavi in Egitto.

Importantissimo anche il dono, da parte  dell’Egitto al Museo di Torino, del Tempietto di Ellesiia, in riconoscimento dello straordinario lavoro di salvataggio dei monumenti, da parte della equipe italiana, dopo la costruzione della diga di Assuan che minacciavano di sommergere con le sue acque quelle meraviglie del passato.

La ricchezza e l’importanza dei tanti reperti presenti al Museo  di Torino è tale da costituire con la loro esposizione, una straordinaria lettura  della storia e degli usi e costumi di questo popolo unico e particolare.

” TESORI E SAPORI DELLA MIA SICILIA ” di Tiziana Misseri

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” TESORI E SAPORI DELLA MIA SICILIA ”
Quando a causa del lavoro viviamo in una grande metropoli, lontani dalla propria terra, la nostalgia fa capolino nei nostri cuori, ed
anche le piccole cose diventano ricordi importanti, quelli che io chiamo ricordi del cuore : il profumo, i sapori ,i colori e perfino i rumori !
Quando sono lontana dalla mia Palermo,la cosa che mi manca di piú, é passeggiare al centro storico , all’ora di pranzo tutto sembra rallentare,le voci nei cortili iniziano ad affievolirsi, e arriva la sigla del tgs ,le mamme che sollecitano i bambini a sedere a tavola, il rumore delle stoviglie,e un odore dolcissimo pervade i vicoli : la salsa di pomodoro fresco e melenzane fritte,un profumo che ti ricorda che sei a casa.
Per questa nostalgia, oggi vi propongo ” vicoli e pasta alla norma”.
La pasta alla norma, un delizioso primo piatto, pasta ( di solito maccheroni) con pomodoro fresco,melenzane fritte , ricotta salata e basilico, un tripudio di sapori.
Questo piatto ha origini catanesi, si pensa abbia preso il nome da un’esclamazione fatta da un famoso commediografo ( Nino Martoglio ), che assaggiando questo piatto disse : chista é na vera norma ! Paragonando il piatto alla famosa opera di Bellini. ☀️

L’antro della Sibilla a Marsala (antica Lilybeo) di Alberto di Girolamo

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Nel XIV secolo i Gesuiti costruirono appena fuori città, su capo Boeo, la chiesa (foto 1) dedicata a San Giovanni Battista, compatrono della città. La costruirono in quel punto per inglobare una grotta, scavata nella roccia sottostante, che i primi cristiani lilybetani avevano utilizzato come battistero.
La grotta si trova a m.4,80 sotto il pavimento della chiesa e vi si accede tramite gradini scolpiti nel tufo (foto 2). La scalinata porta in un ambiente circolare sormontato da una bassa cupola(foto 3) il cui lucernaio è radente al pavimento della chiesa. Al centro dello spazio circolare c’è una piccola vasca quadrata (foto 4) sempre piena d’acqua perché alimentata, attraverso una canaletta, da una sorgente che si trova in un vano laterale. La fonte è nascosta al visitatore da un altarino in pietra sul quale poggia una statua di alabastro di scuola gaginesca raffigurante S. Giovanni Battista (foto 4). Sul vano centrale circolare, si affaccia anche un secondo ambiente irregolare che presenta una parete absidata e una sorta di gradino (foto 5). Le pareti della grotta erano decorate con pitture, quasi tutte scomparse e il pavimento aveva dei mosaici del III secolo di cui rimangono poche tracce.
Probabilmente l’antro fu, in epoca romana, un ninfeo o “specus aestivus” per la sua frescura, successivamente utilizzato dai primi cristiani come fonte battesimale per la presenza della sorgente. Questa ipotesi è confermata dagli affreschi, appartenenti alla simbologia cristiana, che adornavano le pareti.
Questo è quello che dice la storia, poi ci sono le leggende.
Secondo la tradizione la grotta fu nel periodo precristiano dimora della Sibilla Cumana o Sicula, da qui il nome “Grotta della Sibilla”. Secondo questa leggenda la Sibilla non lasciava mai la grotta e il gradino entro l’incavo orientato a ovest costituiva il suo lettuccio (foto 5). Chi chiedeva il vaticinio alla profetessa calava nel pozzo, attraverso il lucernario, delle offerte assieme alla richiesta del responso.
Un’altra leggenda vuole che Ulisse si sia dissetato alla fonte della Sibilla e che questa gli abbia predetto il futuro.
Altre remote leggende narrano che la Sibilla fosse in realtà una sposa, caduta all’interno del pozzo e lì rimasta imprigionata.
L’antica grotta è segnalata da Diodoro Siculo (90 – 27 a.C.) e poi da Gaio Giulio Solino (III SEC.). Stranamente non ne parla Cicerone che venne a Lilybeo come questore tra il 76 e il 75.
Comunque dell’uso pagano della grotta non si ha alcuna testimonianza archeologica.
NOTA PER IL VISITATORE: la chiesa rimane sempre chiusa eccetto il 24 giugno quando si festeggia la natività di San Giovanni Battista (foto 6). Per visitarla negli altri giorni dell’anno bisogna rivolgersi alla parrocchia della Chiesa Madre.

I FIORI e il loro linguaggio… il Ciclamino

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E’ un fiore tra i più generosi e facili da coltivare e, al contempo, bellissimo e velenoso. Ambiguo, dunque. Pericoloso per il veleno contenuto nel suo  tubero, ma utile, quello stesso veleno,  come antidoto contro i morsi di serpenti. Regalarlo, però è un omaggio alla sincerità… Il suo messaggio è proprio questo:  invito alla sincerità ed alla  schiettezza.

Per questo, forse, la sua origine  si perde nella leggenda . Che cosa raccontano le leggende?  La leggenda racconta del misterioso giardino di Ecate, di cui il ciclamino era la pianta regina.

Ecate, dea della Magia, degli Incantesimi e degli Spettri, in grado di attraversare il mondo dei vivi e  quello dei morti; a lei si ispirava la Sibilla Cumana per i suoi responsi.

Ecate, che presiedeva ai  sortilegi ed incantesimi d’amore , invocata con  canti e preghiere accompagnati da filtri e pozioni magiche.

Ecate, che, associata ai cicli lunari,  insieme a Diana ( luna crescente), ed a Selene ( luna piena), simboleggiante la luna calante, era Dea della Magia  della Stregoneria.
Ecate,  nel  cui misterioso giardino notturno, le sue sacerdotesse, le maghe Circe e Medea, custodivano il suo fiore preferito: il ciclamino,  talismano contro malefici e  potente simbolo di vitalità econcepimento.

Undici micrologie eteroclite sulle Lingue del Mare – III – Reperti n. 9, 10 e 11 (LAUREN, IL MONACHESIMO LAURINO, NINNA NANNA EPICA DI UN PUBERE MISTICO DISLESSICO)

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 ZONE INTERESSATE DAI REPERTI IN QUESTIONE

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IX – LAUREN

Da Breviario del Ecclesia monobasileica, del Logofante Eufemiostomo da Aghisoro

Nel novero degli uomini di Dio Basileo che hanno contribuito maggiormente a plasmare il volto della nostra civiltà e la sensibilità dell’Ecclesia Monobasileica della Carne e dello Spirito, Lauren occupa una posizione assai particolare e in un certo qual modo eccentrica.

Più peccatore che santo, più padre premuroso che fine esegeta della Parola del Padre Basileo, più contadino che sacerdote, più innamorato dell’esistenza terrena e delle creature che anelante l’eterna beatitudine della Reincarnazione Incorrotta nel Regno del Creatore; dedicò la sua lunga vita all’edificazione di una casa che accogliesse i pargoli che la società aveva abbandonato.

«Mille volte mille anni nel Paradiso della Reincarnazione Incorrotta non volgono la lacrima di un bambino abbandonato», era solito dire ai monaci suoi confratelli quando, ormai anziano, si alzava all’alba per andare a lavorare i campi e i novizi, assetati della sua dottrina gioiosa, lo interrogavano sui misteri della Carne e dello Spirito, durante la vangatura o la potatura. Insegnava infatti esclusivamente di mattina e dedicandosi alle fatiche agricole: «I concetti nati o trasmessi nell’ozio, a riposo, sono concetti nati o assimilati male: monchi, gli mancano le mani. A che può servire un concetto senza mani? Non può toccare né afferrare nulla. No, non va bene, è come lo Spirito orbato della Carne, inutile e perverso. Ogni cosa inutile è pericolosa e dannosa.»  […]

Si racconta che la vigna del suo monastero producesse il miglior vino dell’epoca e i suoi arelli ospitassero i suini più pingui di sempre.

Fu uomo semplice, dai semplici sentimenti, che aborriva ogni sofisticazione […]. Diceva che mai avrebbe permesso che qualcuno irretisse i suoi fanciulli con le bestemmie contro la vita, l’uomo e il creato che stanno scritte nei libri di Poldo e una sera scacciò con il forcone un pellegrino poldiano di passaggio che, alla sua mensa, s’era messo a discettare della Teoria della quadruplice scaturigine ontologica dello spiritus cogitans, tanto cara al Sommo Cattedreo di Castro Derardi.

Diceva anche: «Non credete mai, fratelli e figliuoli miei adorati, alla parola di chi predica e non si sporca mai le mani di nostra madre terra, non credete mai alla parola di chi predica senza calli sulle mani, non credete mai alla parola di chi predica dicendo d’amare l’umanità o perfino il Padre Basileo, ma non ama il prossimo suo e non gli tende la mano per aiutarlo a rialzarsi quando è caduto». Spiegava che le mani sono la sede della virtù e dell’anima, il punto di congiunzione tra la Carne e lo Spirito, e che solo con queste e con le loro opere si può rendere lode all’Unico.

Pregava cantando, soprattutto mentre curava la campagna, e rifiutò il Sacramento del Sarcopontificato, che, si dice, il Sarcopontefice Basileo Anastasio Fortunata gli offrì per due volte, anche se nessuna fonte ufficiale ne fa menzione. […]

Morì ultracentenario raccogliendo cavoli ed è tramandato che accudì più di trecento bambini derelicti, salvandoli dall’infanticidio, dall’inedia e dall’esposizione alle fiere e alle intemperie.

X – IL MONACHESIMO LAURINO

CLODEN: In realtà Cloden non è nemmeno il mio vero nome. Me lo sono inculcato tanto in profondità per paura di confondermi che ormai mi viene naturale usarlo anche parlando con me stesso –  in questo sono stato bravo.

I monaci mi battezzarono Baden. «Questo suffisso -en che contrassegna, per tradizione, chi non ha padre nella regione delle Città Gemelle, come sai, per molti è un marchio d’infamia, – mi disse fratello Mauren, il Bibliotecario. – Tanti bambini del monastero ne soffrono e ne hanno sofferto. Io stesso ne provavo vergogna da  fanciullo. Ma non c’è nulla di cui vergognarsi; al contrario per noi laurini è un simbolo positivo, il Simbolo fondamentale del nostro ordine, insieme alle mani. E non solo perché ci ricorda il valore dell’umiltà, quello è il meno, anche se è importante. Per un altro motivo: perché tanti secoli fa, prima di Lauren, il nome con -en era poco diffuso; solo i bastardi di Molone e Carione lo portavano. Ma non i trovatelli. E sai perché? Perché i trovatelli non c’erano! Chi non voleva il piccino che aveva messo al mondo lo lasciava morire o lo ammazzava. E ora? Non pensare solo a qui, al monastero, pensa alla Vulonia; hai visto quanto è grande la Vulonia? E pensa a Pamona, all’Impero. Sulla mappa geografica delle Lingue del Mare che c’è nel refettorio hai visto quante manine verdi ci sono disegnate? Ogni manina è un monastero laurino, lo sapevi, vero? Sai quante sono? Sono ottantasei. Quando io avevo la tua età ce n’erano settantanove. Allora, oggi, quanti bambini e bambine portano questo nome con -en? Quanti giovani e quante ragazze, quanti apicultori, mondine, studiosi, maestri, monache, verdurai e pescatori? E quanti vecchi come me? Tanti figliolo mio! Più delle foglie dell’acero fuori dalla finestra che guardi sempre quando vi spiego la grammatica. Ognuno di noi è un simbolo di Fede e di Speranza. Ma non la fede nelle dottrine dei Sarcopontefici, non la speranza nella Salvezza finale. No! Una Fede e una Speranza che vengono prima e senza le quali tutto il resto, ogni preghiera, ogni libro e ogni sacramento, non conta nulla. Nulla di nulla, figliolo mio. La Fede nel fatto che quest’esistenza terrena e fugace – che precede la Reincarnazione Incorrotta – non sia insensata; nel fatto che le azioni non siano indifferenti. La Speranza che il nostro agire non sia vano, non sia impotente, non si esaurisca nell’istante stesso in cui esiste, ma che sia efficace e si proietti sulla realtà, cambiandone l’andamento e dandole forma. Se Lauren non avesse fatto quello che ha fatto, cosa ne sarebbe stato di Baden? Forse sarebbe stato soppresso prima della nascita, forse soffocato come fanno i contadini con i gattini in eccesso o forse sarebbe morto di freddo, piangendo sotto la pioggia. Invece vive, mi sta qui davanti! Perché l’opera di Lauren ha avuto la forza di non permettere al nulla di divorarla e così ha migliorato il mondo. È per questo che Baden e che tutti gli altri bambini che hanno il nome che finisce in -en rappresentano il valore e l’importanza dei comportamenti umani e quindi della vita; di una vita operosa e tesa a fare il bene. Un bene che non è idea – di idee è cosparso il selciato dell’Antro Largo! tanto più fitte quanto più ci si avvicina alla Casa di Jacu; dove la morte è senza reincarnazione –, è azione efficace. Voi tutti piccoli monelli siete come le Mani di Lauren, appunto un simbolo. Il Simbolo che precede tutti gli altri. Il Simbolo che nega la vanità del mondo e la vanità del vivere in questo mondo».

Molte cose non le capii, altre le ascoltai a malapena. La lezioncina continuò ancora a lungo e smisi di starlo a sentire. Volevo andare a giocare a nasconderello e pigliatonda con gli altri; mentre parlava avevo finito il mio turno di pulizia dell’aula. Quel discorso non mi riguardava: mi pareva stolto vergognarsi delle proprie origini e non capivo come fosse possibile. Se il Bibliotecario s’era vergognato – e forse si vergognava ancora, altrimenti a che era dovuta tanta partecipata magniloquenza? – di non avere un padre, era uno stolto. Cavoli suoi. Come ci si può vergognare di qualcosa che non abbiamo fatto noi?

Cosa intendesse per «vanità del vivere nel mondo» l’ho intuito anni dopo, ma spesso mi sfugge; lo perdo, perché non mi appartiene, è estraneo. Lo stesso vale per «la forza di non permettere al nulla di divorare le nostre azioni»

XI – NINNA NANNA EPICA DI UN PUBERE MISTICO DISLESSICO

A) SAILAS: «Ello l’infinito non è peggio o meglio. È o non è. Il tuo non è. È altro. Io lo spiego ora rapido ma bene perché è mio dentro così forte che buca le parole bugiarde e bare. Io Sailas ora ti dico veloce del cerchio nella pensazione vera di Sailas senza i numeri. Te lo parlo facile, ma poi basta, ché mi sono annoiante e dopo voglio mangiare un po’ di divertimento. Il Verbo solare dice: “Basta soltanto considerare qualsiasi cerchio. I Soli sono cerchi, ogni universo è un cerchio. I cerchi sono recinti, qualunque cosa racchiudano e delimitino devono esporsi all’infinito”. Veloce: che significa? È significante che l’universo essendo un cerchio non è infinito, né l’infinito: è un cerchio esposto all’infinito. L’universo è l’essere, non l’infinito. Con l’infinito si hanno solo rapporti di esposizione. L’infinito non è essere. Io è un cerchio, Io non è l’infinito, Io è l’essere: Io è un cerchio esposto all’infinito. L’esposizione all’infinito sempre sussiste: non esiste altro modo di essere per l’universo e per Io che essere esposti all’infinito. Essere è esistere, essere è essere esposti, esistere è essere esposti. Che è l’esistenza se non esposizione? Essere esposti è entrare in contatto. Si entra in contatto solo con ciò che è esterno. Nel contratto tra Io e l’esterno si dipana il fenomeno. Il contatto con l’infinito è inesauribile – eccola l’inesauribilità! altro che la tua clodenesca – difatti il fenomeno è inesauribile. L’esterno è l’infinito-fuori-da-Io. Il contatto di Io con l’infinito-come-non-esterno-da-io è la cosa mistica. Cosa mistica è: Ciò-che-è-limitato-e-racchiuso-nel-e-dal-cerchio – ovvero Io – che viene esposto all’infinito-come-non-esterno. Altro che le tue vertigini fantasioseggianti. Ora basta. Se tu Cloden non hai capito bastauguale.»

B) SAILAS: «No, ma io Sailas non parlo così per presaperilculaggine. La mamma mia è aghisorese, parla l’Ecumenico fanoano meglio di tu Cloden molto, lo parla e lo dice come Lucio. Mica mi diverto a fare l’istrione. Io mi divertivo se Lucio mangiava l’amore con me. Quello è divertente. Parlo sempre malemoltopeggio e sempre inventato. Ogni volta che verbalizzo, verbalizzo spostando, figurando, stritolando e errorando diversamente e incoerentemente in base all’umore e alle maree della vasca mia del pensiero sopra al collo. Parlo sempre diverso perché ogni volta che parlo io Sailas devo ricostruire la lingua da capo a piedi tutta. Ella la lingua io la capisco ottimamente tutta nonpocobeneperniente ma non la dico mica come voi. Però, se sono più cheto, verbalizzo meglio, ora sono meno limpideggiante perché Lucio ha suonato la sveglia dentro io Sailas al turbamento dell’amore. In io Sailas la lingua è falsa. Non è vera come in voi. La lingua mia è infida e bugiarda e pigra e artefatta magna. Io nacqui così. Tu Cloden quando nascesti imparasti la lingua udita e poi ella la lingua fu come un dito tuo, lo muovi spontaneo: comandi e si stringe. Ma dentro di io Sailas non è micacosì. Io devo comandare alle parole di uscire dalle tonsille e dalla bocca ogni volta una per una, tirando le orecchie dei lessici. Le parole dentro io Sailas non sono mica un dito! Sono un carro. Ello il carro se vuoi che si muova mica basta che lo vuoi: devi attaccarci i cavalli e poi li devi convincere guidante. In io Sailas le parole e le grammatiche dei costruttifrasi si nascondono, io devo cercale sempre scrutatore. Come chi balbuzisce gli sfugge via la parola, ma lui ce l’ha già nella mano pronteggiante, così le parole mie quando provo a prenderle sguillano scappanti come capitoni appena pescati nella nassa se non ci butti crudele il sale e la cenere. Elle le parole e io Sailas giochiamo ogni giorno a nasconderello, ma elle  paroleanguilla barano continuamente. Io venni al modo così.»

C) «Sei la mia scimmietta», gli disse Cloden abbracciandolo, alla fine «E tu Cloden sei il tigrotto di Sailas. Ora dormi però. Dormi bene. Io Sailas ti parlo ninnatore la storia addormentate del tigrotto quello mio vero, peloso artigliante e striato, che è molto ludico e dispettoso. È amico mio fedele ello molto. È il cucciolo della tigre Filippa dell’Amore mio Eliarca, che lui me l’ha donato alle nozze nostre, perché io Sailas voglio bene tanto agli animali ognuno e ciascuno e menochemai gli faccio male o danno doloroso o li mangio inghiottitore. Ello il tigrotto mio vero si chiama Alessandro, come il condottiero di prima del Diluvio, il più magno di tutti in ogni tempo, più magno del Primo Eliarca e di Giulio Cesare Gallico e Pinco Quinto Zoppo e di Fann Pastori di popoli e di Jacurectabas antenato mio. A ello Macedone, Unificatore di tutti i greci luminosi, imparò il sapere Aristotele Peripatetico, che era più saggio ancora di Pitagora Odiatore di fave e fagioli e anche di Gerasa e di Jacurectabas antenato mio. Ello Magnissimo, che sconfisse Dario Achemenide di Persepoli, era figlio del Sole, che allora era appellato Ammone e stava nel deserto appresso alle piramidi faraoniche non tolemaiche, dove i gattini erano sacri, e fecondò in forma di serpente la moglie di Filippo, Olimpiade Epirota discendente di Neottolemo Tracotante ammazzatore di Priamo Signore di Ilio e Padrone equo dei domatori di cavalli. Il tigrotto mio Alessandro ha due anni e è furbo e svegliato nel pensiero come l’omonimo di ello amatore di Efestione valoroso. Ma il mio è bravo e non s’inebria di vino indiano come ello sgozzatore vergognoso piritoico di Clito commilitone e amico fraterno suo. La mamma mia bella narratrice notturna raccontava sempre a io Sailas piccino piccino queste storie più antiche di tutte. E ancora più antiche, come quando Achille fanciullo nolente partire in guerra era nascosto tra le bimbe e faceva la bambina lunghi capelli di grano tra le bimbe e ludava con loro e non era micaperniente il Piè veloce. Allora era prima di tutte le cose belliche e Scamandrio Poverino compassionevole – che io Sailas gli voglio bene tanto e lo lacrimo – ancora non era procreato, ché Andromaca doveva ancora conoscere la carne del marito suo ello glorioso, ello che mortostecchito fu dato in pasto alle cagne e agli uccelli dal Mirmidone irato luttuoso, ello Ettore Campione delle genti di Ilio dardanica che era fratello di Paride afroditico codardo Arciere, ladro di Elena eletta Regina pulcherrima dopo la Mela della discordia recante scritto alla più bella, lanciata cattivamente da Eris Dispensatrice di guai procellossi al banchetto divino delle nozze di Teti Nereide, ella scordatrice di intingere il tallone vulnerabile dell’Eroe degli eroi infante, che ello poi fu volente trapassare nell’Ade giovanegiovane per la fama imperitura, pentendosi poi solo seguitamente da già cadavere succhiatore di sangue nelle terre autunnali e invernali di Persefone Misterica eleusina, figlia di Flora. E allora però ogni cosa troiana doveva ancora succedere e il Fiume Xanto ancora era dolce e abbeveratore gentile degli animaletti selvaggi e casalinghi e il fratello suo fluviale Simoenta torrenziale scorreva non arrabbiato e Calipso la Ninfa nussunoperniente vedeva da tanti secoli lenti nonmai passanti e stava sola e triste ai confini del mondo e Polifemo Ciclope era ancora vedente e mungeva le pecore sue pacato e si sfamava di ricotte e latti cagliati e Nausiaca stava nella culla dondolante e ancora non era svezzata. Ma Ulisse lo disnascose, a ello bambino Achille Ettoricida, mettendo una spadagladio tra i giochi delle bimbe e ello Pelide, allevato da Chirone Centauro, afferratala subito la spada, ché già agognava le armi, si scoperse e dovette salpare per la pugna decennale assediante. Ello Re di Itaca e Re più di tutti nella furberia ingannatrice, più astuto di Rutran Proteiforme e più artefattore di Dedalo Costruttore di false vacche amatrici, ello portatore della cicatrice riconoscente sulla coscia – giapprima di ello l’altro l’amatore di Patroclo –  tentò di truffare, voleva frodare gli achei a sua volta, volente rimanere con Penelope Scucitrice Perenne sua, e così arante il campo della maggese, seminava il sale marino, volendo apparire folle, ma preso per un braccio Telemaco…»

*Illustrazione in copertina di Carl Gustav Jung (LIBRO ROSSO)

GLI ARABI E I NORMANNI A PALERMO- di ELISA MORO

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In seguito alla conquista da parte degli Arabi, avvenuta nel 831 d.C., dopo un lungo assedio, la città di Palermo in 243 anni di dominazione, raggiunse splendore e prosperità; fu sede degli Emiri e divenne simile alle maggiori città arabe. La città raggiunse proporzioni notevoli attraverso nuove espansioni che garantirono integrità all’antico tessuto urbanistico del Cassaro. L’antica Paleopoli che dal XI sec. verrà denominata Galca, cioè “la cinta” dall’arabo al-halquah, diverrà la sede del primo nucleo di quel complesso che poi sarà il Palazzo dei Nomanni. Prima tra le espansioni urbane della città in periodo Arabo fu la cosiddetta “Halisah”, cioè la Kalsa, una vera e propria cittadella fortificata che venne costruita nel 937 nell’area in prossimità della attuale Cala. Era munita di porte e serviva a fronteggiare gli eventuali attacchi dal mare.

Si tratta della prima espansione che abbia seguito un programma stabilito e che sia stata utile ad accogliere gli edifici della classe dominante dei fatimiti. Successivamente la città conobbe altre espansioni fuori le mura e, a nord e a sud, si costruirono nuovi quartieri… Uno di questi a Nord del Cassaro era chiamato “harat as Saqalibah”, meglio noto come il “quartiere degli schiavoni”, il quartiere più popolato della città. Mentre il Cassaro e la Kalsa erano destinati infatti a residenza dell’apparato dirigente e amministrativo oltre che militare, “harat as Saqalibah” era destinato ai commercianti e pertanto tendeva ad accogliere tutti coloro i quali giungevano per motivi commerciali.

Era un quartiere multietnico che risentiva dei contatti via mare. Il testo “Sicilia musulmana” di I. Peri (1961 -Edistampa), riporta: “Palermo divenne il centro preferito della immigrazione musulmana, richiamando non solo militari ma anche mercanti. Non mancarono gli isdraeliti; persiani, siriani, arabi, africani vi convennero in nutriti gruppi richiamati dal clima e soprattutto dal ruolo assunto dalla città, di emporio del commercio più redditizio fra l’oriente e l’Africa da una parte e i paesi dell”occidente cristiano dall’altra”.
Al mercante arabo Ibn Hawqal dobbiamo la descrizione di alcuni antichi mercati dell’antica città. In tal senso è interessante rilevare ancora oggi la insistenza negli stessi luoghi di alcuni mercati tradizionali della città come Ballarò, la Vucciria e Lattarini. Del resto, per fare un esempio, l’origine del termine “Lattarini” deriva da “‘attarin” che vuol dire gli “speziali”. Dalla via Calderai alla via Divisi, invece si estendeva il quartiere della moschea, testimoniato dalla presenza di un vicolo che ancora oggi riporta il nome meschita.

La mancanza di permanenze architettoniche relative alla presenza degli Arabi a Palermo è ancora oggi poco indagata. Le testimonianze di carattere religioso sono del tutto irrilevanti e analogamente può dirsi di quelli a carattere militare, tanto che si può affermare che gli unici resti di architettura islamica in Sicilia sono i bagni di Cefalà Diana, fuori Palermo. Eppure Palermo è decantata dai numerosi viaggiatori come una città ricca di moschee (si dice fossero ben trecento) e di bellissimi palazzi. Ibn Gubayr, viaggiatore andaluso in Sicilia tra il 1184 e il 1185, descriveva Palermo come una città ricca di meravigliosi palazzi, giardini e parchi che circondavano la città come “i monili cingono i colli delle belle dai seni ricolmi”. Descrive anche il “qasr Ga’far” come un castello nei pressi della città sede dell’Emiro Ga’far. Oggi noto come il Castello di Maredolce è stato recentemente restaurato. Possedeva un’ampia peschiera con un’isola al centro; tale lago era alimentato dalle acque provenienti dalla sorgente del maredolce. Ancora oggi sono visibili alcuni tratti degli argini del laghetto intonacati di rosso.

Recentemente i “giardini islamici” di Palermo sono stati portati all’attenzione dell’Unesco, dopo un seminario che ha riunito parecchi studiosi di giardini islamici. Questi giardini infatti riprendevano i modelli persiani e, essendo posti intorno alla città in posizione dominante, erano circondati da muri ed erano ripartiti in modo geometrico. Canalette d’acqua, circondate da aiuole fiorite, agli incroci recavano fontane e confluivano in bacini più ampi, i cosiddetti laghetti, che spesso avevano un’isola artificiale al centro. Intorno, spazi aperti erano appositamente dedicati all’esercizio della caccia e alla sperimentazione di tipo agronomico. Con la dominazione Araba giunsero infatti in Sicilia molte specie vegetali, tra cui i noti limoni e gli aranci. I giardini ne erano ricchi, come del resto erano ricchi di fiori profumati, come i gelsomini, e di palme. Possiamo immaginare i profumi che si spigionavano da questi campi, dove era uso degli islamici recarsi a disquisire di argomenti scientifici.

Anche l’edilizia minore della Palermo araba aveva dei lati caratteristici contrassegnati da una costante presenza di giardini che si frapponevano tra le varie unità edilizie.

Altre strutture inoltre arricchivano la città araba, come ad esempio i bagni. Con gi Arabi Palermo assunse la forma rettangolare che conosciamo e, per l’ipotesi di popolazione in circa 300.000 abitanti, venne messa al II posto dopo Costantinopoli. Nel periodo Arabo furono inoltre portate avanti delle tecniche agricole avanzate per un migliore sfruttamento del suolo e per la canalizzazione delle acque. Il commercio e l’evoluzione del mondo agricolo contribuiranno allo sviluppo della città che si confermerà una struttura di tipo multipolare in relazione con il paesaggio circostante.

Il I Gennaio del 1072, con un esercito al seguito, Roberto il Guiscardo e il Conte Ruggero entrarono a Palermo attraverso la porta della città, che si trovava nella zona della Kalsa, segnando la fine della dominazione Araba e l’inizio di quella Normanna.
Tale evento rimase impresso nella memoria della gente, così tanto, da ispirare l’arte popolare. L’argomento fu infatti narrato nei dipinti di molti carretti siciliani, e ispiratore delle storie narrate nell’opera dei pupi.
Al figlio del Conte Ruggero, Ruggero II, che venne incoronato re di Sicilia nel 1130 nella Cattedrale di Palermo, dobbiamo i maggiori monumenti di epoca normanna a Palermo; molte moschee, in questo periodo, vennero distrutte per far posto a chiese cattoliche la cui architettura risentiva fortemente delle precedenti costruzioni islamiche.

La Chiesa di St. Maria dell’Ammiraglio detta “la Martorana” rappresenta una delle chiese più belle ed emblematiche della Sicilia per l’armonia raggiunta dall’insieme dei diversi stili che nei secoli in essa si sono stratificati.

All’interno della Chiesa in una decorazione musiva è raffigurato in atto d’adorazione ai piedi della Vergine, Giorgio d’Antiochia, Ammiraglio di re Ruggero che fondò la chiesa nel 1143. La chiesa prese il nome di St. Maria dell’Ammiraglio in onore di Maria e del suo fondatore, ma tale nome mutò nel 1435, allorquando la chiesa fu ceduta alle monache del monastero benedettino fondato dalla moglie di Goffredo Martorana.
L’interno è a croce latina, le splendide decorazioni musive interessano le pareti, le absidi, il presbiterio, il tamburo e la cupola e si accostano meravigliosamente agli affreschi settecenteschi realizzati dal Borremans.
Il campanile e il nartece sono databili tra il 1146 ed il 1185. Al 1588 risale la demolizione della facciata originale che venne sostituita dalla facciata barocca che oggi ammiriamo. Accanto alla Martorana si trova la Cappella di San Cataldo di schietto gusto islamico, sormontata da tre cupole rosse. Nel 1844 la cappella fu restaurata secondo il progetto dell’architetto Patricolo che restituì a San Cataldo il suo aspetto originario.

La Cattedrale di Palermo, è stata l’ultima grande costruzione normanna della sicilia e fu edificata durante Guglielmo II nel 1166-1189 in luogo di una chiesa paleocristiana distrutta all’epoca delle invasioni vandaliche. Costituisce un esempio di come si siano sovrapposte e sintetizzate in un’unica opera architettonica molti linguaggi architettonici appartenenti a diverse epoche, dall’arabo-normanno al neoclassico. Accoglie le spoglie dei reali normanni e svevi: Ruggero II, la moglie Costanza e Enrico IV, oltre a FedericoII e Costanza d’Aragona. Nella cattedrale, si racchiude parte della storia stessa della città di Palermo. Vi furono incoronati Carlo III di Borbone e V.Amedeo di Savoia.

Uno dei simboli architettonici della città è la chiesa di San Giovanni degli Eremiti, edificata in epoca normanna e caratterizzata dalle note cupole rosse dall’aspetto arabo. La presenza dei Nomanni caratterizzò non poco l’immagine della città: atre testimonianze d’epoca normanna sono la Cuba e la Zisa.

La Cuba, di poco posteriore alla Zisa, fu eretta nel 1180 e destinata a residenza estiva della corte normanna. Faceva parte del parco di delizie dei re normanni e si specchiava in una enorme peschiera. L’imponente massa architettonica, coronata da un’iscrizione a caratteri cufici, consta di quattro geometrici avancorpi ed il rigore perfetto delle pareti è movimentato da un’ampia sagomatura di archi ciechi ogivali. All’interno, la copertura della sala centrale, che si elevava per tutta l’altezza dell’edificio, era decorata “a stalattiti”. Dopo 135 anni la Cuba è stata recentemente aperta al pubblico; la Soprintendenza di Palermo ha infatti ottenuta la cessione definitiva dell’area pertinente al laghetto che circondava l’edificio e che era stata occupata da alcune costruzioni, che avevano inglobata la costruzione araba per numerosi anni impedendone la visione al pubblico…. Durante la visita alla Cuba è possibile ammirare un plastico che mostra come doveva essere l’aspetto del maestoso edificio quando era circondato dalla peschiera, di cui oggi rimangono soltanto le tracce.

La Zisa, dall’arabo “Aziz”, la splendida, era una reggia circondata da giardini di delizie e da una grande Peschiera, che fungeva da specchio al meraviglioso palazzo. Recenti opere di restauro hanno restituito parte dell’antico splendore all’edificio … E’ così oggi possibile visitare l’interno dell’edificio dove è stato realizzato un museo dell’arte islamica in Sicilia; L’imponente massa muraria è ingentilita dalla presenza di monofore ricavate nei caratteristici archi ciechi ogivali.
All’interno la sala principale, dal vestibolo a pianta cruciforme, è ornata da esedre parietali e soffitti alveolati, qui originariamente, da una fontana fino al 1500 sgorgavano acque che attraversando l’ingresso raggiungevano poi un vivaio.

La cubula è invece un piccolo padiglione aperto nei 4 lati da arcate ogivali, ed è sormontato da una cupola rossa. Realizzata per far parte del noto Parco del Genoardo realizzato sotto GuglielmoII, è stata restaurata nel 2004 insieme al recupero dell’agrumeto circostante.

Tali monumenti rappresentano l’aspetto forse più diffuso della città di Palermo che viene così percepita come una città sospesa tra oriente e occidente, per la presenza di quelle componenti introdotte dalle maestranze arabe nelle architetture denominate arabo-normanne, e anche per il permanere di alcuni usi e costumi di carattere tipicamente arabo ancora talvolta perpetuati da parte della popolazione.