I DODICI CESARI – OTTAVIANO AUGUSTO

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Se l’immagine di Caio Giulio Cesare ha finito per rimanere come imprigionata nel concetto rigido ed astratto del Conquistatore  audace e ambizioso, quella di Augusto si è in qualche modo cristallizzata in quella dell’imperatore  moderato e clemente.  Più ad opera di storici ed autori, in realtà, che degli eventi stessi. Incontriamo Seneca, infatti, che propone a Nerone proprio il modello del principato di Augusto.

In realtà, Ottaviano Augusto, era ambizioso quanto Giulio Cesare e,  come Cesare, era un carattere dominante, capace di  esercitare il dominio sugli altri e di mutare il corso di eventi e situazioni. Proprio come accadde ad entrambi, Cesare ed Ottaviano, che riuscirono a rovesciare un regime politico (la Repubblica) per istituirne un’altra: il Principato.

Ma, che cosa era il “Principato”?  Dal temine Princes,  ossia,  Primo Cittadino, titolo che gli venne riconosciuto dal Senato nella famosa seduta del 13 settembre del 27 a.C. durante la  quale gli venne accordato il cognomen di Augusto.  Perché famosa? Perché  emerge, in quella circostanza, tutta l’ambiguità del comportamento del Princes.

Per  meglio comprendere,   dobbiamo fare un passo indietro  e tornare a Giulio Cesare ed al processo di divinizzazione messo in atto dal Dittatore con grande impegno.  Cesare, ambiva al potere assoluto, ma con il consenso del popolo e degli Dei; del consenso del popolo godeva già e di quello divino… anche… Affermava lui.  Asseriva, infatti, di discendere  da Venere e da Marte,  ragion  per  la quale gli furono istituiti centri di  culto mentre era ancora in vita: le sue statue furono collocate acanto a quelle di altre Divinità e gli furono consacrati  diversi altari.

Ad onor del vero, bisogna riconoscere che personalmente, nulla fece, Cesare, perché gli si tributassero onori divini, ma fu iniziativa ed opera del Senato  e Dione Cassio parla addirittura di una statua da cui Cesare fece cancellare la dicitura Semidio.

Alla morte del Dittatore, però, Ottaviano,  non solo non ferma questo processo, ma si affretta addirittura a consolidarlo.   Quale la ragione? Esaltando l’immagine di Cesare  ed elevandone  al massimo la figura, esaltava se stesso, quale suo erede.

Proprio in quella seduta del Senato, del 13 gennaio del  27 a.C.,  Ottaviano metteva ipoteca al suo potere. In quella circostanza,  infatti, il Senato, dopo lungo dibattito sulla scelta del  cognomen , tra Romolo oppure Augusto, sceglieva il secondo e lo consacrava Dio vivente in terra con culto nei templi assieme agli altri Dei.

Ottaviano rifiutò quella consacrazione. Per consiglio di Mecenate, afferma qualcuno… per propria convinzione, afferma qualcun altro. Però non fece nulla per impedire il sorgere di leggende intorno alla sua nascita. Una di queste leggende racconta che Azia, sua madre,  lo aveva concepito una notte, nel Tempio di Apollo, dove era stata avvicinata da un serpente, (una delle trasformazioni preferito del gaudente dio della Musica) che le si era andato a distendere accanto. A testimonianza del fatto, continua la leggenda, Azia, e anche il figlio così concepito, esibivano una macchia a forma di serpente.

In realtà, i genitori di Ottaviano erano persone comuni. Ottavio, il padre, Pretore, era morto  in giovane età, di morte improvvisa e la madre, Azia, figlia di Giulia, era nipote  dello stesso Cesare: origini divine, dunque. Ed ecco l’ambiguità: respingeva consacrazioni divine,  ma si riconosceva figlio di una madre di discendenza divina.

Quale tipo di “principato”, dunque, era quello di Augusto? Un Principato dal potere assoluto illimitato, simile a quello che quattordici anni prima si era costruito Cesare. Questa volta, però, con il consenso del Senato. Un potere assoluto illimitato e senza controllo.  Ambiguo: senza successione ereditaria, era destinato a finire. Il giudizio su di lui non fu mai negativo, però: egli aveva mostrato che bastava un sol  uomo capace, per assicurare un buon governo alla città

Fisicamente, non si può dire che Ottaviano fosse del tutto soddisfatto del proprio aspetto, che era: bassa statura, occhio glauco, dentatura rada, naso prominente  e sopracciglia congiunte sul naso. Soprattutto gli occhi:” animati – racconta sempre Svetonio – da divino fulgore.” Ostentando superiorità quasi divina,  egli desiderava che, colui il quale  gli stava di fronte, abbassasse lo sguardo, poiché  non sopportava che qualcuno reggesse il fulgore divino del suo.

Di salute cagionevole , si trovò più volte in punto di morte, tanto da sentirsi spinto a fare testamento o a prendere decisioni molto spesso dettate da quel suo carattere di superstizioso, che seguiva pratiche e rituali di natura irrazionale…  Superstizioso come tutti i contemporanei… e come moltissima gente ancora duemila anni dopo.

Un carattere, quello di Ottaviano, che non aveva davvero nulla da invidiare  al carattere di Cesare, di cui voleva essere l’erede: come Giulio Cesare era anch’egli ambizioso e determinato.

Aveva solo  anni  quando Cesare fu ucciso e già era  assetato di potere. Come lui, fu generoso nei donativi  e nelle promozioni; denaro ai soldati e alimenti al popolo: formula vincente per il consolidamento del potere. Al contrario di Cesare, però, che a prendere decisioni voleva essere da solo, Ottaviano si servì di due consiglieri: Agrippa e Mecenate .

Agrippa, compagno d’infanzia, lo affianco subito, fin dalla morte di Cesare e fu suo fidatissimo generale, fino al  12 a.C. quando morì.  Di lui gli storici hanno sempre tracciato un quadro assai lusinghiero, sia come uomo che come militare.  Come militare, era così capace, al contrario di Ottaviano, da dirigerne tutte le operazioni e come uomo era così apprezzato al punto che il princes  gli concesse la mano della figlia e lo designò suo successore. 

L’altro consigliere,  prezioso soprattutto per gli affari interni dell’Impero, fu Mecenate, quello stesso, assai noto, anche ai nostri tempi, per la sua attività a protezione di artisti e scrittori . Morì soltanto quattro anni dopo. Ma, mentre la morte di Cassio non ebbe conseguenze , poiché fu sostituito dal valente generale Tiberio (il futuro Imperatore), la morte di Mecenate, lo colpì assai profondamente. Il sodalizio dei due  Consuglieri con il loro princes, infatti,  era così perfetto da costituire quasi un Triumvirato. Questo, anche quando i pareri non erano del tutto concordi. Come nell’episodio riportato da Dione, in cui si parla dell’intenzione di Ottaviano di ritirarsi e rimettere gli affari di Stato nelle mani del Senato e del Popolo; mentre  l’opinione di Mecenate era mettere il potere in mano ad una sola persona,  quella di Agrippa era  di  una nuova Repubblica.

Di gusti semplici e privo di qualunque eccesso, Ottaviano condusse uno stile di vita assolutamente frugale,  sobrio e senza sprechi.  Più movimentata, la vita sentimentale. Si sposò tre volte.  Matrimoni politici, il primo e il secondo, con Claudia, figlia di Marco Antonio e con  Scribonia, da cui ebbe una figlia. Di grande passione, invece, il terzo, con  Livia, per la quale ripudia Scribonia.

Uomo passionale, Ottaviano mostrerà questo particolare del  suo carattere proprio in occasione di queste nozze.  La sposa, già incinta di cinque mesi, viene portata via al marito, Tiberio Claudio Nerone .

Figlia di Livio Druso Claudiano, Livia aveva sposato il cugino, Tiberio, avversario di Ottaviano,  sconfitto nella battaglia di Filippi. All’epoca del loro incontro, Livia aveva già avuto dal marito il primo figlio, Tiberio, ed era in attesa del secondo, Druso.  Preso da passione per la bella Livia, Ottaviano  divorziò dalla moglie lo stesso giorno in cui lei metteva al mondo la loro figlia, Livia e convinse… o costrinse… Nerone a divorziare da Livia. E ancora di più… il giorno del matrimonio,  tre giorni dopo, Nerone accompagnava la sposa, come fosse stato suo padre.

 

Sempre a proposito ella sua natura passionale, si raccontava che. pur innamoratissimo della moglie, non disdegnasse incontri al di fuori del matrimonio. Si raccontava che numerose lettighe coperte giungessero a palazzo e poi nei suoi appartamenti .E fu accusato di servirsi di mercanti di schiavi per procurarsi  donne e soprattutto fanciulle vergini, con il consenso della moglie Livia.

Molti storici, oggi come allora, però, si rifiutano di accettare queste fantasiose teorie, ritenendole soltanto maldicenze degli  oppositori e considerando anche la natura e la  personalità di moderato, che era tutt’altro che quella di un tiranno.

Uomo colto, si può tranquillamente affermare che Ottaviano possedesse anche qualità letterarie. Scrisse numerose opere odi Storia, Retorica e perfino una Tragedia che, non si sa per quale motivo, distrusse  subito dopo averla scritta.

Morì il  19 agosto del 14 mentre era a Napoli per assistere ai Giochi. Morì in soli due giorni.  Morte rapida. Troppo rapida, si disse in epoche successive, per essere naturale. E si pensò, al veleno. Oggi qualcuno discute su questo, ma allora si disse solamente: morto per malattia.

ANTICA ROMA – LE SEPOLTE VIVE

IL CAMPO SCELLERATO... ovvero, la tomba delle "sepolte vive"

Era un luogo lungo la strada selciata di Porta Collina dove le Vestali ree di inadempienza al proprio voto di castità venivano sepolte vive. Si trattava di un seminterrato provvisto di un pagliericcio e di una porticina che veniva sprangata dall’esterno ed in cui la sventurata doveva vivere la sua angosciosa e lunga agonia, con solo un bricco di latte, una pagnotta ed una lampada ad olio .

La prima di queste sventurate, sotto re Tarquinio Prisco, accusata di aver attentato alla propria virtù, fu la nobile Pinaria, figlia di Publio. Seguì Minuzia, la quale attirò i sospetti su di sé per la cura eccessiva che dedicava alla propria persona. Ad accusarla fu uno schiavo e non le fu possibile dimostrare la propria innocenza.

Nella guerra di Roma repubblicana contro i Volsci, la sorte era decisamente sfavorevole a Roma e si disse che gli Dei erano insoddisfatti e corrucciati ed esigevano sacrifici.
Si pensò subito alla condotta delle sacerdotesse di Vesta: molte delle disgrazie che piovevano sulla città venivano loro attribuite. Qualcuno mise in giro la voce che la responsabilità era proprio di una delle Vestali: Oppia, colpevole di aver oltraggiato la sua virtù con due uomini. Sottoposta a giudizio e condannata, la ragazza fu sepolta viva e i due presunti colpevoli, uccisi a colpi di verghe.

Stessa sorte toccò ad un’altra Vestale, la giovane Urbinia, questa volta durante la guerra di Roma contro Veio. Poiché in città e nelle campagne  donne e bambini si ammalavano e morivano di morti sospette, la pubblica attenzione si concentrò una volta ancora sulla Casa di Vesta e sul comportamento delle sue Sante Figlie. Ad essere accusata di non aver rispettato il giuramento di verginità fu, questa volta, la povera Urbinia ed anche lei conobbe l’orribile sorte di essere sepolta viva in quella fossa infame.
Anche per i due presunti colpevoli non ci fu scampo: processo e condanna a morte.

 

Altre quattro Vestali furono riconosciute colpevoli e condannate, ma tutte preferirono darsi morte piuttosto che affrontare il ludibrio di un processo e una morte orribile: Lanuzia, accusata da Caracalla, che si gettò dal tetto della sua casa; Tuzia che, accusata di aver avuto rapporti con uno schiavo, si trafisse con un pugnale; Gapronia che si strangolò e Opimia che scelse il veleno; Florania, invece, non riuscì a sfuggire alla terribile sorte.

Non mancarono casi di Vestali condannate nonostante la comprovata innocenza, come nel caso della bella e giovane Clodia Leta e la nobile Aurelia, le quali preferirono affrontare il martirio piuttosto che cedere alle profferte libidinose del loro accusatore: l’imperatore Caracalla.

Innocente era anche la bella Cornelia, ai tempi di Domiziano il quale, respinto, l’aveva accusata di aver attentato alla propria virtù con un certo Celere. Non potendo sostenere le accuse in Senato, l’Imperatore l’accusò in un improvvisato tribunale allestito in una casa di campagna senza dare alla povera ragazza possibilità alcuna di discolparsi e difendersi.
Riconosciuta colpevole, l’infelice Cornelia fu condannata e condotta sul luogo del supplizio.
Qui, mentre scendeva i gradini che la portavano in fondo alla fossa, il mantello si impigliò. Il Littore fece l’atto di tendere una mano per aiutarla, ma Cornelia lo respinse per non contaminarsi e dimostrare di possedere ancora la propria virtù e purezza.
Non ancora soddisfatto da questa condanna, Domiziano fece uccidere con le verghe anche il povero Celere, del tutto estraneo a quei fatti.

Singolare é la storia di altre tre infelici: Marzia, Licinia ed Emilia, Vestali ai tempi della Repubblica.
Marzia aveva una relazione amorosa con un giovane di buona famiglia che durava già da qualche tempo quando fu accusata; Lucio Metello, il Pontefice Massimo, si lasciò impietosire dalla loro storia d’amore e graziò la ragazza.
Sempre sotto il suo Pontificato, altre due Vestali, Licinia ed Emilia, vennero meno ai loro voti di castità concedendosi l’una al fratello dell’altra. Scoperte e accusate da uno schiavo, un certo Manius, comparirono davanti al tribunale, ma solo Emilia fu condannata, perché accusata anche di aver intrattenuto relazione illecita con alcuni schiavi per evitare denuncia da parte di quelli.
Il popolo romano, però, assai “bigotto” avremmo detto oggi, riguardo la virtù delle proprie Vestali, si mostrò assai scontento di quelle assoluzioni e pretese un nuovo processo.
Questa volta le tre infelici ragazze vennero tutte condannate e con esse anche quelli che le avevano protette e in qualche modo sostenute.

I dodici Cesari – CAIO GIULIO CESARE

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In quanti hanno scritto di Caio Giulio Cesare? Quanti libri, saggi, romanzi, biografie, tragedie, commedie ed altro?  Non farò il suo ritratto dettagliato, mi limiterò a riportare le mie impressioni e qualche cenno biografico e storico.

Chi era Caio Giulio Cesare? Un grande protagonista della storia con una sfrenata bramosia di onori e ricchezze e un ego gigantesco. Basta citare un esempio: catturato dai pirati, al riscatto di 20 talenti ne aggiunse  altri 30, perchè, disse, ne valeva di più, ma promise che li avrebbe catturati e giustiziati. E mantenne la parola.

Dinamico nelle decisioni e precoce nello sviluppo,  consumò le tappe con sorprendente rapidità.  A soli  sedici anni sposò Cossunzia,  l’anno successivo, a diciassette, divenne Flamine, ossia Sacerdote di Giove, carica assai prestigiosa.  Sempre in quell’anno ripudiò Cossunzia e sposò Cornelia, figlia di Cornelio Cinna, dalla quale ebbe Giulia, l’unica figlia.  Silla, che voleva che divorziasse da Cornelia per sposare la nipote,  ostacolò la sua nomina a  Flamine Diale, ma Cesare non cedette e lasciò Roma, cosicché, gli vennero confiscati tutti i beni, compresa la dote della moglie. Finì, però, per sposare Pompea, nipote di Silla, che ripudierà qualche anno dopo a seguito dello scandalo del fratello Clodio Pulcro, il quale si era furtivamente introdotto, travestito da donna, in un cerimonia religiosa, per sole  donne, in onore di Vesta.

“Sulla moglie di Cesare – disse – non deve essere esserci neppure il sospetto”.

Politicamente ricoprì tutte  le cariche: Flamine, Pontefice, Questore, Edile Curiale, Pontefice Massimo Pretore, Console e Triumviro, nel 60, insieme a Pompeo e Crasso e per rafforzarne legami,  fece sposare a Pompeo la figlia Giulia, ma, la morte  di questa, incrinò i rapporti fra i due.

Fra il 58 e il 51 conquistò le Gallie e nel 46 tornò definitivamente a Roma. Gli furono tributati quattro Trionfi, ma non celebrò quello su Pompeo, perché un romano non doveva mai celebrare  la vittoria su un altro romano.

Dotato di una intelligenza eccezionale, dimostrò di possedere altrettanta audacia, come quella di assumersi la totalità delle decisioni. Esempio, la decisione presa sul Rubicone… presa, come sempre, proprio da solo. Solitaria, veloce e strategica  Niente consiglieri influenti.  E Cesare  è grande stratega  e , come disse di lui Plinio il Vecchio: “…parlo solo dell’intelligenza, della rapidità del suo ingegno, veloce come il vento.”

Cesare aspirava alla Monarchia, ma non sul modello di quella di Roma, bensì sul modello ellenistico. Grande ammiratore ed estimatore di Alessandro, nella sua smisurata ambizione, sognava di emularlo. Sognava di conquistare la terra e diventarne il signore assoluto . Un progetto, però,  che travalica ogni ambizione: egli vuole il consenso popolare: la Vox populi, che lo riconosca come capo.

Egli già godeva  del consenso dei suoi soldati, che già gli riconoscevano suprema autorità; autorità quasi divina. Per discendenza divina.  Faceva risalire le proprie origini per parte della madre ad Anco Marzio e per parte di padre ad Ascanio, figlio di Enea, figlio di Venere.  Imperator! Così i soldati salutavano il loro capo e questo titolo gli attribuirà anche il Senato, quando ne otterrà i consensi.  Dopo ogni vittoria. Lo stesso titolo accordato nei Decreti per rivolgere suppliche agli Dei:  l’imperator che intercedendo presso gli Dei, concedeva benefici e  veniva innalzato sugli altri uomini.

Unico e solo!  In netto contrasto con le aspirazioni dei  repubblicani. Questi, invece, lo chiamavano “Tiranno” e consideravano intollerabile tanto potere nelle sue mani. Fino alla fine del III secolo a.C., uno  dei principi guida della Repubblica era stato quello di non concentrare troppo potere ed autorità nelle mani di un sola  persona,

A Cesare, però, interessava davvero il bene del popolo e voleva risollevare la plebe  dall’inerzia  e dalla povertà ed a tale scopo aveva dato inizio  a grandi opere pubbliche e  fondato colonie romane nei luoghi conquistati. Erano un po’ le idee repubblicane dei Gracchi che egli, pur appartenendo a famiglia nobile e di antica tradizione, aveva sempre sostenuto,  contro aristocrazia e Senato. Come allora, però, anche contro di lui  si levarono feroci opposizioni, sollecitate dal sospetto che  volesse ingraziarsi la plebe per farsi eleggere Re.

Si dedicò, dunque, ad una complessa opera di riforme  anche per controbilanciare la potenza di Pompeo ed appoggiò la Rivolta di Catilina. Durante il processo contro Catilina, pronunciò un discorso in cui sosteneva l’illegalità della pena di morte, proponendo invece  confisca dei beni  ed ergastolo, ossia detenzione  a vita, ma fu accusato di farne parte e per poco non finì giustiziato assieme ai congiurati, mentre Cicerone, che si era scagliato contro la congiura con la famosa Catilinaria, fu nominato “Padre della Patria.”

Dotato di un sicuro senso politico oltre che di insuperabili capacità militari,  Cesare mise in atto il suo progetto di conquiste.  Rivalità di Partiti, discordie tra  famiglie influenti, avevano scosso  la solidità della Repubblica; l’esempio di Silla, infine, insegnava che un capo militare appoggiato dall’esercito, poteva  diventare padrone di Roma. Cercò, dunque, ed ottenne il governo della Gallia  romana, con il preciso intento di conquistare l’intera regione.  Dotato anche di talento letterario, annoterà in un “diario”,  quelle sue imprese: il “De bello gallico” che ancora oggi si studia nelle scuole. Successi militari e successi letterari aumenteranno  il suo prestigio: militare e politico, ma gli guadagnarono la gelosia di Pompeo, rimasto a Roma.

Sia Cesare che Pompeo aspiravano agli stessi onori, ma  erano spinti da diverse aspirazioni e con una diversa concezione della politica: Pompeo, con una concezione repubblicana, che vedeva una alternanza di uomini al potere  e Cesare, invece, con una concezione monarchica che prevedeva  il potere nelle mani di un solo uomo, ma riconosciuto dal popolo e dagli Dei. E qui ricordiamo il discorso pronunciato  ai funerali della zia Giulia, in cui egli  si attribuiva la Maestà degli Dei da cui pretendeva di discendere. Inoltre, mentre Pompeo godeva dell’appoggio del Senato, Cesare godeva di quello dell’esercito.

Pompeo brigò molto contro di lui, riuscendo a mettergli contro il Senato, che gli tolse il governo della Gallia e gli ordinò lo scioglimento delle milizie ed un immediato ritorno a Roma. Cesare, come sappiamo, si rifiutò di ubbidire ed è qui che si inserisce l’episodio del Rubicone. Tornato in Italia con la XIII Legione, raggiunto il fiume Rubicone che segnava il confine della Repubblica e che non si poteva attraversare con le truppe, Cesare l’attraversò e puntò su Roma.  Pompeo fuggì in Grecia per preparare  un nuovo esercito, ma Cesare, rimesso ordine nel Senato, lo inseguì e sconfisse a  Farsalo. Pompeo cercò riparo in Egitto, ma Tolomeo, credendo di  fare cosa gradita a Cesare,  lo fece uccidere.

Tanto era ambizioso, però, quanto generoso, equilibrato e clemente.. Tornato a  Roma,  ne divenne l’unico arbitro  dei destini di tutti. Al  contrario dei predecessori e dei loro comportamenti, Cesare, incline al perdono, perdonò avversari ed oppositori,  molti dei quali richiamò dall’esilio  ed a cui affidò anche incarichi di prestigio. Un uomo equilibrato, Cesare, ma con nelle mani un potere a dismisura: la tribunicia potestas gli permetteva, con diritto di veto, di annullare i senato-consulti e, quindi, di eliminare ogni decisione  contraria alla propria.

Il Senato, però,  dice Dione Cassio, non solo non esercitò alcun controllo su di lui, ma ne rafforzò il potere con eccessive adulazioni e servili decreti.  Troppi decreti. Come quello, appena ricevuta la nomina di Imperator e Liberator, di estenderla ai suoi discendenti,  ponendo. così, le basi per una monarchia ereditaria.

La congiura delle Idi di marzo fu, dunque, una reazione per arrestare un processo che s’era messo in atto.  Congiura di stampo repubblicano, naturalmente. poiché gli innumerevoli onori riconosciuti all’Imperator,  dimostravano che in molti avevano già dimenticato i principi di quella democrazia.

Dictator perpetuus  fu l’ultimo titolo riconosciuto a Cesare. Troppo per  gli oppositori i quali tentarono di arrestarne la minaccia  con ventitrè pugnalate che spensero la vita di Cesare, ma  non impedirono ai suoi successori la creazione di un nuovo regime.

Anche nella morte, sono concordi i racconti, Cesare resta fedele a se stesso e al proprio  carattere: prima reazione è lo stupore, segue una strenua difesa e infine come disse Cassio, una dignitosa rassegnazione:

“Essendosi avvolto nella toga, si lasciò trafiggere dai pugnali. Questa è la versione più diffusa, tuttavia alcuni hanno aggiunto che alla vista di Bruto, che gli menava un gran fendente, gridò: anche tu, figlio mio?”

In molti si chiedono se Cesare si aspettasse quella morte. Pare non tenesse conto dei sogni premonitori della moglie, nè degli avvertimenti dell’indovino Spurinna , nè di altri segnali, come pare che avesse nella Fortuna una fede incondizionata.  Di certo non avrebbe voluto una morte come quella del suo idolo, Alessandro Magno, morto per un febbre malarica.

 

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“L’enigma di PORSENNA, re di Chiusi”

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I cambiamenti epocali non sono mai indolori e sono accompagnati spesso da confusione, incertezze e perfino equivoci ed a volte anche da  qualche enigma. L’opinione dei vincitori,  infine, é   sempre quella   corretta e,   se la vittoria arriva dopo una sconfitta,  giustificazioni non mancano mai, né tentativi di manipolazione.
Il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica, nella storia dell’Antica Roma,  fu un evento di cambiamento epocale: la Monarchia aveva fissato le fondamenta di quella che sarà una delle più grandi potenze del Mediterraneo, ma  la Repubblica, agli inizi,  faticherà un po’  a costruirvi sopra.
Porsenna, Re di Chiusi, città etrusca, sarà il grande enigma di questo cambiamento.

Di questo leggendario Re conosciamo troppo e troppo poco. Non sappiamo nemmeno se era davvero un etrusco: insigni studiosi ipotizzano che le sue origini fossero umbre.
Etrusco oppure umbro, fu proprio a lui che il deposto Tarquinio il Superbo si  rivolse per riprendersi il trono, invitandolo a prendere le armi contro Roma.
Cambiamento epocale, abbiamo detto: che anche gli Etruschi stavano tentando fi fare.  Fu  proprio durante questo delicato periodo della storia di Roma, infatti, che si verificò  la massima espansione etrusca verso il sud dell’Italia e il regno di Tarquinio il Superbo rappresentò  l’apice dell’egemonia  dell’elemento etrusco sul Lazio.
A spese di Latini e Sabini, precedentemente favoriti, invece, dalla politica di Servio Tullio.
Ecco cosa dice in proposito Dionigi:
“… egli (il Superbo)  volle rimescolare  e distruggere  costumi, leggi  e tutto l’ordinamento   tradizionale   con   cui   i Re precedenti avevano formato lo Stato, trasformando il suo potere in vera e propria tirannide.”
Il Superbo non aveva mai nominato Senatori, aveva assunto mercenari etruschi come Guardia personale e soprattutto, aveva dissanguato i suoi cittadini con numerose tasse “una tantum”, costringendoli,  praticamente, a lavorare gratis ai suoi grandiosi progetti: Circo Massimo, Templi, Fori, ecc… Esistevano, dunque, tutte le premesse per una insurrezione.
Una rivolta sollecitata da un atto di violenza contro una donna… Lucrezia Collatino, hanno cercato di far intendere storici come Dionigi e Livio.  La storia, però, ci ha  informati che quella fu solamente la miccia che innescò l’incendo, ma  che la vera causa era da ricercarsi nell’insofferenza della popolazione nei confronti della dittatura del Superbo.

Ma chi era Porsenna? Quali erano le sue vere intenzioni?
Egli sostenne e finanziò il Superbo sia economicamente che militarmente e lo stesso fecero città nemiche di Roma come Veio, Cere o Tarquinia. Ma davvero a re Porsenna importava rimettere il Superbo sul trono di Roma?  Davvero faceva differenza per lui  combattere contro una Roma monarchica o una Roma Repubblicana? E duque: quali interessi, oltre al fatto di essere un etrusco come il Superbo ( appartenenza in nome   della    quale il Superbo gli si era appellato fin dall’inizio),   potevano sollecitarlo a muovere guerra a Roma?
Quali altri interessi potevano spingere questo enitgmatico Sovrano a partire alla volta  di Roma e ad accamparsi col suo esercito alle Porte del Gianicolo?
Per scoprirlo occorre  conoscere i suoi disegni politici e di conquista oltre che la situazione generale del territorio.
La posizione di Roma era strategica e lo sapevano tutti: lo sapeva Roma, lo sapeva Porsenna e lo sapeva Aristodeo da Cuma, che degli etruschi cercava di ostacolare in tutti i modi  l’avanzata verso il sud.
Qual era la posta in gioco?  Erano tutte le strade di transito che collegavano l’Etruria alla Campania,  spingendosi  fino a Capua; Roma ne era il punto nevralgico e strategico.
E mentre Porsenna faceva guerra  a  Roma, Aristodemo cercava in tutti i modi di aiutarla a resistere.
L’impresa, però, era assai difficile: Roma, assediata, era destinata ad arrendersi per fame.
Fu proprio quello che accadde: Roma si arrese a Porsenna.
Porsenna, però, vincitore di quella battaglia, sappiamo bene,  non sarà il vincitore della guerra. Egli cadrà.
Sarà Roma la vincitrice, alla fine. Sarà Roma a cancellare definitivamente il disegno etrusco di espansione e sarà Roma ad avere l’ultima parola.
E Roma si comporterà come  tutti i vincitori:  esalterà se stessa anche nelle sconfitte. Metterà sotto silenzio le virtù del nemico ed esalterà le proprie virtù anche nelle sconfitte.
Non potrà negare, però, le proprie sconfitte. Sconfitte  pesanti.  Allora  le “infarcirà” di  piccoli   e grandi episodi di eroismo, coraggio ed abnegazione. Piccoli e grandi  eroi enfatizzati e circondati di un’aureola di immortalità,  che tutti abbiamo conosciuto sui banchi di scuola ed imparato ad amare. Eroi ed episodi enfatizzati dagli antichi storici, ma  anche da storici moderni, per coprire una “macchia” che per ben due anni  farà ombra  alla storia di Roma Antica
Due anni, infatti, durò l’occupazione di Porsenna sul territorio romano e  trasformò   valorosi  soldati   in  innocui contadini cui era proibito perfino usare la zappa perché di ferro;  proibito, infatti, l’uso di qualunque strumento di ferro: era questa una delle pesanti condizioni del Re di Chiusi.

Ma Porsenna  viene definitivamente sconfitto ad Aricia e la precedente sconfitta romana diventa esaltazione di  episodi di eroismo. Ed ecco comparire i nomi di Clelia, Orazio Coclite, Caio Muzio, Larcio ed Erminio,  capaci   di far dimenticare l’onta della sconfitta.
Ma vediamoli da vicino questi eroi che abbiamo conosciuto ed imparato ad amare fin dai banchi di scuola e  di cui siamo davvero molto fieri.
Cominciamo con Orazio Coclite.
Porsenna si appresta ad entrare in città attraverso il Ponte Sublicio, ma il  giovane  soldato romano, da solo, respinge l’attacco nemico, consentendo ai compagni, alle  sue spalle, di distruggere il ponte ed impedire al nemico  di avanzare.
La situazione in Roma, però, si fa sempre più pesante ed ecco un altro eroe affacciarsi   alla ribalta.
Il suo nome é Caio Muzio e notte tempo egli penetra nell’accampamento nemico con l’intenzione di uccidere re Porsenna.  Sbaglia persona. Condotto in presenza del Re, egli non aspetta   la punizione.   Si punisce    da sé: pone la mano su un braciere di carboni ardenti.
“Punisco la mano che ha sbagliato il colpo.” dirà e poi aggiungerà che altri 300 giovani sono pronti a prendere il duo posto. Da quel giorno lo conosceremo con il nome di Muzio Scevola.
L’episodio é raccontato sia da Livio che Dionigi, pur con qualche lieve discordanza.
L’esito finale é che Porsenna, impressionato, decide di restituire dei territori e di chiedere l’invio di  ostaggi.
Ed é qui che si inserisce un altro episodio, quello  di Clelia.
Clelia é una delle fanciulle di nobili famiglie che Porsenna ha richiesto come ostaggio.  La ragazza, però, intraprendente e coraggiosa, convince alcune compagne a fuggire con lei ed a  tornare a Roma attraversando  a nuoto il Tevere.  Le ragazze, però,  vengono  rimandate indietro, per tener fede ai patti.
Porsenna è  impressionato da tanta determinazione  e lealtà e  decide di  concedere  la libertà alla ragazza    ed   alle compagne.
Si potrebbe inserire fra questi anche un altro episodio: quello degli ufficiali Larcio ed Erminio,   accaduto   durante l’assedio, quando Roma pativa la fame; i due ufficiali, in una notte senza luna, riescono a far risalire il fiume, partendo dal mare,  ad un certo numero di barche cariche di viveri, sfidando i controlli nemici.

Il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica fu, dunque, epocale, ma gli inizi della nuova era furono bui ed oscuri: gli ultimi due secoli di  conquiste  e splendori, testimoniati dai Templi, Fori, Basiliche, Arene… per un breve tempo parvero essere stati cancellati.
Come un’Araba-Fenice, però, Roma era pronta a risorgere da lì a poco.