“Le donne dei Cesari – CALPURNIA PISONE, moglie di GIULIO CESARE” Maria Pace

calpurnia moglie di cesare

18  anni,  lei…   41, lui.

Di ottima famiglia, lei… di buona famiglia lui, più un ego gigantesco.

Calpurnia Pisone è il nome di lei. Gaio Giulio Cesare, quello di lui ed è l’anno 59 a.C.

Lei  ha l’età di sua figlia Giulia.  La dolce, tenera Giulia.  La più bella e la più amata delle donne della casa Giulia, rimasta orfana di madre in tenera età ed educata dalla nonna, donna integerrima e di sani principii. Amatissima da papà che,  però, ne fa una pedina nelle manovre politiche per raggiungere il Regnum e il potere: Cesare la dà in sposa a Pompeo. Una pedina nella grande scacchiera della politica, dunque.  Come, d’altronde, è anche la bella e  giovane Calpurnia.

Chissà se le due ragazze  hanno simpatizzato mai,  se hanno  creato mai  un rapporto di solidarietà… Sicuramente no!

Il destino di Giulia è segnato: morirà di parto; Calpurnia, invece diventerà presto la first lady di Roma, ma sempre restando nell’ombra, discreta e riservata.

Lei è una giovane sposa, consapevole  e  decisa.. L’eco dello scandalo dell’altra moglie di Cesare, quella che lui  ha  ripudiato, è ancora presente.

“La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto.”

Chi non ricorda questa celeberrima frase che ha attraversato i secoli? Certamente non la dimenticherà mai la bella Calpurnia, la quale ne farà tesoro per tutta la sua esistenza.

Di che cosa si trattava? Di uno scandalo dai risvolti grotteschi. Durante un rituale per sole donne, in onore della dea Bona,  che si svolgeva nella casa di Cesare, Clodio, l’amante di Pompea, moglie di Cesare, si introdusse furtivamente in casa, travestito da flautista, per raggiungere la donna. Scoperto, riuscì  fuggire, ma la notizia fece subito il giro della città. La reazione di Cesare fu immediata: ripudiò la moglie. Al processo, però,  non volle deporre contro Clodio e dichiarò di essere convinto della innocenza della moglie.   Ai giudici che gli chiesero perché, allora, avesse divorziato, rispose con la famosa frase  che abbiamo riportato.

Già quello stesso giorno, però, il giorno del suo matrimonio, la giovane sposina prendeva coscienza di quello che sarebbe stato il suo ruolo al fianco dell’uomo più potente di Roma.  Proprio quel giorno, infatti, Cesare aveva inviato a Servilia, l’amante storica, una preziosissima perla dal valore inestimabile, per compensarla della rinuncia  o, forse, per rassicurarla.

Dopo il divorzio da Pompea,  Cesare deve essersi guardato intorno alla ricerca di una moglie adeguata e questa  non poteva essere Servilia che, con i suoi quaranta anni non poteva dargli il figlio maschio tanto desiderato.

Già!  Cesare, più di ogni cosa, in quel momento, desiderava un erede e  Servilia non poteva accontentarlo, ma la giovane Calpurnia Pisone, su cui era caduta la sua scelta, invece, sì!.

Chi era Calpurnia Pisone?

Era la figlia del  senatore Calpurnio Pisone,  uomo potente,  a cui, quando concesse sua figlia al grande condottiero,  mancava solo il Consolato per completare l’intero cursus honorum e il  Consolato  arrivò puntuale l’anno seguente. I Pisone erano una delle famiglie più potenti e antiche dell’aristocrazia romana: la gens Calpurnia rivendicava la discendenza addirittura da Numa Pompilio.

Di Calpurnia, del suo aspetto fisico, poco si sa; non ci sono statue, né monete, né altre immagini. Che, però, fosse di bell’aspetto lo si deduce da un ritratto giunto fortunatamente fino a noi. Bella, giovane, dolce , discreta e riservata e, come tutte le ragazze della buona società romana, pienamente consapevole che il solo scopo della sua vita dovesse essere la cura della casa e dei figli.

E sapeva bene, Calpurnia, come lo sapevano tutte le donne dell’epoca, che, in caso di mancanza di figli, era sempre la donna quella sterile e mai il marito che, per quella “mancanza”, poteva chiedere il divorzio.

Nei quindici anni in cui fu la moglie dell’uomo più potente di Roma, Calpurnia  non riuscì a dargli quel figlio tanto desiderato, ma  Cesare non chiese mai il divorzio.

In tanti, invece, probabilmente   se l’spettavano: quello non era stato davvero un matrimonio d’amore, e forse, la stessa Calpurnia  si aspettava, un giorno o l’altro,  di ricevere il  libello del divorzio.

Ciò non accadde mai.

Qualcosa, forse, era subentrato nel  loro rapporto: il rispetto e l’affetto.

Calpurnia era una donna virtuosa e fedele e Cesare di questo era  consapevole.  Se così non fosse stato,  l’avrebbe certamente ripudiata, come aveva fatto con  Pompea. Cesare lo sapeva perfettamente  e  sapeva che  tale sarebbe rimasta,  nei lunghissimi periodi di assenza…. in attesa, nella loro casa, la Domus Publica, che era la casa del Pontefice Massimo, carica che egli ricopriva dal 63 a.C. In una Roma in cui le donne… proprio quelle sposate…esibivano amanti, lei restava fedele al marito e questa era davvero una cosa rara ed apprezzabile.

Se Calpurnia era donna fedele,  non altrettanto poteva dirsi di suo marito. Cesare doveva farsi perdonare davvero tanto  e Calpurnia doveva essere  una donna quanto mai piena di pazienza per resistere accanto ad un uomo la cui reputazione , secondo Svetonio , era quella di un libertino. Ecco quello che riporta: due versi che i suoi soldati cantavano durante il suo Trionfo a Roma

“Cittadini occhio alle mogli.

Viene il calvo adultero;

Ha fottuto l’oro in Gallia,

qui lo prendi a prestito”

Una reputazione che Cesare si era guadagnato in dieci anni di  vita di accampamento.

Numerose furono le relazioni extra coniugali di Cesare; molte le donne per cui Calpurnia doveva perdonarlo e Svetonio fa i nomi di alcune nobildonne già sposate: Postumia, moglie di Servio Sulpicio, Lolla, moglie di Aulo Gabinio,  e molte altre e soprattutto Servilia, madre di Marco Bruto.

La relazione che dovette maggiormente  ferirla, però, dove essere stata  quella con la regina Cleopatra che Cesare fece venire a Roma.

Una relazione, in verità,  su cui  Dione Cassio deve aver  esagerato, essendo, in fondo, Cleopatra, un ostaggio di Roma. Cesare la frequentava, è vero, ma con molta discrezione e non lo faceva di certo per l’opinione pubblica, bensì per rispetto nei confronti della moglie  e questo non doveva di certo piacere alla ambiziosa regina egiziana.

Si dice che da quella relazione nacque un figlio e che Cesare acconsentì che portasse il suo nome: Cesarione, ma si sa anche  che egli non lo riconobbe mai come suo.

Calpurnia accettò, dunque, di dividere il marito con le numerose amanti, come facevano tutte le mogli della  nobiltà dell’epoca. Senza lamentarsi. E forse, senza neppure darvi troppo peso…. Forse!

Era la consuetudine. Erano le tradizioni. La moglie era una cosa seria… per il divertimento c’erano le altre.

Una vita, quella di Calpurnia,  trascorsa con discrezione. Quasi nell’ombra. Per questo, forse, dopo la morte di Cesare,  l’accolse  il silenzio dell’oblio.

La morte di Cesare!

L’unica volta, forse, in cui questa donna, ombra silenziosa del marito, fa sentire la sua voce. Più precisamente si tratta di un sogno e Plutarco così scrive:

“… mentre riposava accanto alla moglie, porte e finestre si spalancarono  e il pinnacolo che sormontava la casa crollava, proprio quando Calpurnia stava sognando di tenerlo fra le braccia con la gola squarciata. Fatto giorno, pregò il marito di non uscire di casa. Di fronte all’atteggiamento deciso di lei, anche Cesare si scosse e pensò che dovesse congedare il Senato, ma Decimo Bruto, di cui egli si fidava molto, lo convinse a non lasciarsi impressionare dai sogni di una donna e di recarsi all’appuntamento… Cosa avrebbero pensato di lui? disse e ripeté, fino a quando non riuscì a convincerlo ad uscire.”

Calpurnia fece di tutto per convincerlo, invece, a restare; giunse perfino ad inventarsi un malore e Cesare fu tentato di darle ascolto. E  le avrebbe dato ascolto, se Decimo Bruto non fosse stato ancora più convincente.  Cesare lo seguì. Seguì l’uomo di cui si fidava ciecamente, ignorando che fosse uno dei congiurati.

Dopo la morte di Cesare,  di Calpurnia si perdono le tracce. E’ alquanto naturale per lei, vissuta nell’ombra, rientrarvi e restarci per sempre. Di lei non si sa più nulla, neppure quale  sia stata  la reazione di fronte a quella morte.

Si sa che cercò appoggio in Marco Antonio, ma forse,  quella non fu una  buona idea. L’operato di Marco Antonio  doveva essere calcolato, dal momento che riuscì a farsi consegnare non solo tutti gli incartamenti e documenti di Cesare, ma anche tutto il suo denaro: 4  mila talenti. Una vera fortuna.

Plutarco dirà apertamente che Calpurnia si era mostrata poco accorta:

“… non mostrando certamente molto giudizio!”

Appiano si spinge ancora oltre, dicendo apertamente che Antonio si è appropriato di tutto, approfittando della:

“debolezza di una vedova straziata dalla perdita del marito riportato a casa ucciso”

 

 

 

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“ALLA CORTE di NERONE”

 

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Tornò a guardare Cesare.

La voce era bassa, ben modulata ed a tratti tragica e drammatica.

Recitava con speditezza, ma non di corsa. Con pause e interruzioni ben studiate, capaci di allentare o aumentare  la stretta della dialettica; gesti e mimica erano calcolati e dosati, come un  artista di professione. Scuoteva la testa per raccogliere fiato e si sollevava sulla punta dei piedi per accompagnare il ritmo delle note.

La folla applaudiva e l’entusiasmo pareva sincero. E se così non fosse stato, se così non fosse apparso, c’erano gli Augustiani, sempre vigili e sempre in piedi, a prendere nota degli applausi o degli sbadigli.  C’erano perfino i perfezionisti dell’applauso, fatti arrivare da Corinto e da Alessandria d’Egitto.

Marco continuò a fissare il suo imperatore. Guardava il suo volto dal sembiante pacato, quasi disposto alla bonomia: come sempre, quando si esibiva.  Quei piccoli scatti, però, mal trattenuti e quasi regolari, quei gesti spigolosi e rigidi, per chi lo conosceva bene, erano indizi di carattere irascibile e con attitudine alla finzione.

Marco Valerio conosceva bene Cesare.

“Finzione scenica!” pensava, con indulgenza.

Sapeva che Cesare era rientrato da poco a Roma dal suo viaggio in Grecia e a Napoli, dove s’era esibito come un vero artista e dove lo avevano raggiunto le notizie della rivolta di Giulio Vindice, il Legato della Gallia, che lo aveva costretto a rientrare precipitosamente  a Roma.

“Finzione scenica!” continuava a ripetersi, ma anch’egli applaudiva e cercava su quel sembiante eccitato d’estasi, le tristi inclinazioni di cui lo sapeva accusato: voci, giunte in Giudea, di stravaganze e dissolutezze.

Egli ricordava, invece, il principe inviso a Senato e Ceto Equestre per la predilezione verso il popolo. Di lui ricordava il sovrano che il giorno dell’incoronazione aveva fatto distribuire grano alla plebe, abolire o diminuire tasse, assegnare appannaggi.

 

Cercò il corteggio di filosofi e poeti che era stata la sua corte: gli animatori delle Neroniae, le feste quinquennali di musica e poesia.

Non c’era quasi più nessuno. Le facce conosciute, fra quelle che lo circondavano, ora, erano poche. Molte, invece, quelle nuove, assurte da chissà quali gradi, pensò, ai favori della corte.

Invano cercò la figura severa di Seneca, quella elegante di Petronio. Non c’era Burro e nemmeno Trasea. Non c’era Poppea.

Non mancava, invece, quell’anima nera di Caio Ofonio Tigellino, Prefetto dei Pretoriani, la potente e temibile Guardia Imperiale.

Elegante e togato, Tigellino portava sul volto l’impronta della tendenza alla corruzione e al malcostume, vizi che ne avevano fatto il personaggio più chiacchierato della corte, che pur era  frequentata da gente priva di ogni morale. Nerone lo aveva imposto alle Coorti Pretoriae, nel 61, come comandante assieme a Rufo, in sostituzione di Seneca e Burro. Una vita politica assai tempestosa, quella di Tigellino, agrigentino di bassa estrazione, arrivato, però, a ricoprire le cariche più importanti.

Al suo fianco Marco vide Annio Fausto.

Piccolo e grasso, viso rubicondo ed espressione innocente, nessuno gli avrebbe dato mai del delatore, se non fosse che era proprio quella l’attività cui si dedicava con maggior fortuna; l’altra attività era farsi invitare a banchetti da amici e conoscenti. Di lui si diceva che, terminato il pranzo da Tizio, era pronto a buttarsi sulla cena  di Caio, intanto che da Sempronio si spremeva le meningi  su come fregare tutti e tre!

 

Vicino ai due sedeva Silone, centurione esente dal servizio per meriti di denaro: una categoria che, da buon legionario combattente, Marco disprezzava con tutte le forze.

L’esenzione dal servizio era riconosciuta per meriti e come tale anche apprezzata, ma negli ultimi tempi quel privilegio era concesso anche contro pagamento di somme raccolte taglieggiando i soldati: troppo, per l’innato senso di giustizia e lo spirito di disciplina che caratterizzavano il tribuno Flaviano.

Al fianco di Silone, Marco  vide il mago Tolomeo, che riconobbe dalla veste prima ancora che dal nome. Era l’unico a non indossare tunica e clamide, ma uno schebiu intorno al collo, tipico collare egizio, e una schendit: triangolo trattenuto intorno ai fianchi da un complicato nodo. In testa esibiva una nemes, il copricapo triangolare, a fasce gialle e blu; lunghi orecchini ai lobi forati delle orecchie e larghi bracciali ai polsi completavano il suo abbigliamento. Gli occhi, infine, erano bistrati di nero e allungati verso le tempia e le palpebre erano colorate di verde malachite.

Marco lo vedeva   per la prima volta,    ma sapeva     che Cesare ne aveva fatto la sua ombra e lo teneva in grande considerazione. Tolomeo era diventato il suo vates preferito e Cesare non avrebbe fatto un sol passo né mosso un dito senza prima consultarlo.

Nerone era molto superstizioso. Come la quasi totalità dei suoi contemporanei.

Anche Marco Valerio, in una certa misura, lo era.

 

Fra i volti che invece conosceva bene, Marco riconobbe quelli di Faone, Egialo ed Epafrodito: tutti affidabili, competenti ed efficienti Amministratori Pubblici.

Accanto ad Epafrodito scorse una donna dalla giunonica bellezza. Stava  appoggiata ad una balaustra, ammantata di seta trasparente che nulla lasciava all’immaginazione. La bocca sensuale era ingrandita e accesa dal rosso del minio e gli occhi erano truccati col nero dell’antimonio e allungati verso le tempie. Era letteralmente coperta di gioielli. In testa portava una parrucca di capelli veri. Biondi. Tagliati, forse,  a qualche schiava germanica. Composti in treccine raccolte a crocchia, erano trattenuti sulla nuca; una ghirlanda di foglioline d’oro faceva risaltare i riccioli sapientemente disposti sulla fronte.

Anche alcuni di quei gioielli erano stati sicuramente predati a qualche regina lontana. Erano preziosi e di squisita fattura. Soprattutto il collier, lungo ben oltre i due metri e mezzo, che le avvolgeva collo, busto e vita. Altre collane le appesantivano braccia e caviglie: maglie d’oro che la facevano assomigliare a un idolo luccicante che mandava bagliori al più piccolo movimento. Un idolo annoiato, a giudicare dalla piega delle labbra e dallo sguardo assente e svagato.

Quella donna era Statilia Messalina, ultima moglie di Cesare, e più di ogni altra, incarnava il concetto di emancipazione della donna romana. Di nobile famiglia, era cresciuta a corte. Bella e spregiudicata, era subito entrata a far parte della cerchia ristretta ed intima di Nerone, di cui era diventata l’amante fin dai tempi in cui questi brigava per disfarsi della moglie, l’infelice Ottavia.

Non era stata la travolgente passione che lo  aveva legato alla bella Poppea, ma, alla morte di questa,  aveva finito per sposarla.

Quasi nell’ombra, Marco vide un’altra delle donne che tanto avevano contato nella vita di Nerone: la liberta Atte, che lui conosceva assai bene e che era stata il grande amore di Cesare prima della comparsa di Poppea.

Nerone n’era stato così innamorato che c’era mancato poco la impalmasse ed elevasse al rango di imperatrice. Finita la passione, però, non l’aveva “gettata via” come aveva fatto con le altre donne, ma tenuta a corte.

Neppure Poppea era riuscita  ad allontanarla.

Atte era sempre lì: ombra discreta ma onnipresente.

Era bella come la ricordava, pensò il giovane: la figura slanciata e aggraziata, il volto bello e sensuale e il portamento quasi regale. Sulla stola verde smeraldo, raccolta in vita da una cintura dorata, portava una mantella dello stesso colore che le copriva il capo e parte del volto, ma le esaltava lo sguardo: due occhi di un nero africano ancora intenso e fiammeggiante, lo stesso che aveva ammaliato e soggiogato Cesare.

Lo stesso che, forse, ancora continuava a soggiogarlo.

Scorrendo lo sguardo dall’una all’altra, appariva evidente l’abisso sociale delle due donne: se Messalina rappresentava l’emancipazione femminile più di fatto che di diritto, poiché sul codice restava sempre sotto tutela maschile, nella sua condizione di liberta, Atte, invece, incarnava la vera e sola indipendenza.

 

Ma ecco un altro volto distrarlo dalle sue riflessioni: Calvia Crispinilla, venticinque anni e tre matrimoni alle spalle.

Calvia era una vecchia conoscenza di Marco quando era ancora ragazzo e lo era dello stesso Cesare, fin dai tempi delle bravate al Ponte Milvio. Era lì che, all’epoca, si incontravano i giovani gaudenti della buona società. La “banda” arrivava tutte le sere attraverso i Giardini di Sallustio, tra il Pincio e il Quirinale e si aggirava tra banchi e tavole, saccheggiando e rubacchiando.

Quando a Roma si seppe che a guidare quella banda di teppisti era Cesare in persona, furono molti i delinquenti che si organizzarono per emularne le prodezze e spacciarsi per la teppa imperiale.

Erano i primi anni di regno e Cesare tornava spesso da quelle scorribande notturne con la faccia tumefatta.

 

Una figura ancora più appariscente di Calvia e Messalina dirottò l’attenzione di Marco verso la zona più riservata del salone.

“Sporo!” pensò sottovoce il tribuno.

Sporo era il ragazzo che Cesare aveva fatto evirare per farne la sua concubina; accanto a lui sedeva anche Pitagora, a cui Nerone s’era unito in matrimonio con in testa il flammeum, il velo nuziale, come una vera sposa; circostanza che fece dire allo storico Orosio: “Cesare si prese un uomo in moglie e fu moglie di un uomo!”

In verità, Marco lo sapeva accusato di ben altri crimini: aver fatto uccidere amici e vecchi compagni, perfino sua madre e forse anche Poppea… d’un tratto Marco sentì il suo sguardo su di sé.

“Ave Cesare.” salutò togliendosi l’elmo e mettendolo sotto il braccio; l’elsa della spada spuntò da sotto il mantello trattenuto da una borchia sulle spalle,

“Salute, Marco Valerio Flavio. Salute al guerriero valoroso.”

Marco avanzò a lunghi passi e Nerone lo attese con le braccia allargate e quando incrociò con lui sguardo e braccia, sotto la sua stretta poderosa gli  parve che la figura di Cesare si fosse appesantita: la carne era flaccida e il ventre prominente.

Si sciolse dall’abbraccio e lo guardò in volto.

L’occhio azzurro un po’ vacuo, quelle due tristi e gonfie protuberanze carnose che circoscrivevano una bocca un tempo sempre sorridente, erano indizi di sensi di colpa? Di tardivi pentimenti… di nascente pazzia? Quelli che lo accusavano di aver provocato l’incendio di Roma, giuravano anche di averlo visto cantare sulle rovine come davanti alle mura di Troia.

“Ti porto, o Divino, gli omaggi e i saluti del mio generale.” salutò e Cesare parlò con lui amabilmente.

I DODICI CESARI – VITELLIO

 

vitellio“Un ingordo al potere”  Questo lo sprezzante giudizio di Tacito, ma anche del popolo romano.

Questo Princes sperperò, per soddisfare la sua insaziabile voracità di cibo, milioni di sesterzi in banchetti  nel corso di pochi mesi. Sette mesi e sette giorni, per la precisione. Tanto durò il suo regno.

Come fu possibile?

Lo fu perché il Principato era un potere assoluto con un’apparenza di Repubblica. Lo fu perché egli era la  ”Legge vivente”, comandava, cioè,  su tutti ed aveva potere decisionale su ogni cosa.  Lo fu perché la Potestà Tribunizia gli riconosceva l’immunità e  l’Imperium Proconsolare gli assicurava tutti i poteri militari.  Lo fu perché  a sostenerlo era  un Senato costretto all’adulazione e condizionato dalla paura.

Un Senato, in verità,  diceva Tacito, che  adulava  Vitellio, il Princes   in carica, cercando, però, di non irritare Vespasiano, il generale appena acclamato  dai suoi eserciti. Era lo stesso Senato che aveva accordato poteri  ad Otone, dopo aver decretato la fine di Galba e che ora  sosteneva Vitellio,  senza  perdere di vista  l’altro generale,  acclamato anche questi dai suoi soldati: Vespasiano, per l’appunto.

Se Nerone doveva la sua nomina  alla madre Agrippina, Aulo Vitellio lo dovette, invece ai favori di cui godeva a corte il padre, Lucio. Lucio Vitellio, infatti, era stato intimo di Claudio e prima ancora di Caligola.

Questo il parere di Tacito.

Secondo Svetonio, invece, era stato lo  stesso Aulo a guadagnarsi il favore non di uno, ma di ben cinque imperatori. Da Tiberio, che da ragazzo aveva seguito nel suo ritiro, a Galba, cui dovette la prima nomina a Generale, passando per Caligola e Nerone, con i quali condivideva la passione per le corse dei cavalli, al punto da far loro da servente quando erano alla guida dei carri.

Il difetto principale di questo Princes, primo e dopo  la sua nomina, fu il totale disordine che regnava nella sua vita e soprattutto a tavola.

Gli storici lo descrivono come un Princes che trascurava ogni altro impegno a favore di quello della tavola e non c’è ragione per dubitarne,  a guardare i suoi ritratti che sono quelli di una persona gaudente: ventre prominente e faccia paonazza, proprio di chi ha un certo trasporto per il vino e il cibo.

Un’attività continua, però. Quasi ininterrotta. Di giorno come di notte.

“… uomo di gola non solo vorace, ma anche sconveniente e sozzo.” sottolineava Svetonio.

“… fin dall’inizio frequentava le osterie e passò la maggior parte  a far baldoria e ingozzarsi vomitando…” annotava Dione Cassio.

Anche i predecessori, in verità,  avevano sperperato grosse risorse  nei loro lunghissimi banchetti, ma l’inclinazione di questo Princes per il cibo era davvero eccessiva: più di un miliardo di sesterzi nei soli 7 mesi di regno. Dione Cassio così la definisce:

“Il tempo del regno di Vitellio fu solo un’ebrezza e un’euforia continua”

Un’ebbrezza ed una “frenesia sconcia e insaziabile”  la definiva a sua volta Tacito, che non si esauriva  a Palazzo, ma che si moltiplicava  durante il suo passaggio attraverso le città,  dove, per fargli piacere ed ottenere favori,  gli venivano  imbanditi sontuosi  banchetti.   Carri carichi di cibo, inoltre, arrivano in città per soddisfare gli interminabili banchetti  a Palazzo, ma anche quelli delle Legioni acquartierate  in periferia, così da allestire  un unico infinito banchetto.

Con amarezza, Tacito riporta:

“Se le truppe avevano in sé qualche favilla guerriera, la vanno spegnendo nelle orge e nelle bettole sull’esempio del Princes.”

Già prima dell’avvento al Principato, Vitellio aveva vissuto al di sopra delle sue possibilità, costantemente inseguito dai creditori;  Dione Cassio riferisce della sua difficoltà a reperire denaro per raggiungere il comando in Germania e di come sua madre si fosse  venduto i pochi gioielli di famiglia.

Se a tavola era così smodato, nella vita intima non dovette esserlo da meno, se Vespasiano ebbe a dire:

“E’ schiavo delle meretrici e nondimeno insidia le donne maritate dicendo che l’amore è più dolce se accompagnato dal pericolo.”

Si sposò due volte e da entrambe le mogli ebbe due figli minorati.

L’unica ambizione di questo Princes era, dunque, la tavola. Al potere non ci aveva mai pensato prima. Prima, cioè, del momento in cui Galba non gli affidò il comando delle Legioni della Germania Inferiore.

Galba disprezzava profondamente Aulo Vitellio.

E allora, perché gli  affidò  il comando di un esercito così potente,  commettendo  il più grande errore della sua vita?  Lo fece proprio perché spinto dal suo disprezzo:  non si aspettava alcun pericolo  da “un uomo senza ambizioni che pensava solo a mangiare.”

In realtà, altri imperatori avevano avuto quello stesso difetto: Caligola,  sempre gonfio di vino e cibo, Claudio, inebetito dal cibo… lo stesso Galba, dall’appetito insaziabile. Vitellio, però, aveva esteso la sua prodigalità all’intero esercito.

I legionari avevano accolto con entusiasmo questo generale così prodigo,  tollerante e comprensivo,  tanto comprensivo  da cancellare  le loro note negative e accordare  tutto quanto  richiesto.

Fu così che, non passò un mese ed eccolo acclamato  Princes   a furor di…  di legionario.

Svetonio racconta che fu letteralmente “rapito” dai suoi soldati che lo prelevarono dalla sua tenda in pieno notte,  dopo un breve confabulare.  Dopo averlo acclamato Imperatore,  lo sollevarono sulle spalle, e lo portarono in  giro come fosse una statua.

Il suo ingresso a Roma, più tardi,  per la presa del potere, avvenne da gran trionfatore: addosso il mantello militare  e al fianco il gladio,  circondato e seguito dai suoi  soldati che avanzavano  con le armi in pugno e  spinti da enorme  entusiasmo.

Egli, però, subì quell’entusiasmo senza eccessiva partecipazione,  trascinato dall’ambizione di altri. Di Fabio Valente,  uomo ambiziosissimo,  Legato della Germania Superiore e generale della IV e XXII Legione, i cui comandanti  avevano distrutto le immagini di Galba e offerto a lui la porpora imperiale.  A sostenerlo, dunque, aveva due eserciti potentissimi: quelli della Germania Inferiore e della Germania Superiore.

Le sue decisioni militari, però, non furono felici e il suo comportamento fu talvolta addirittura discutibile, come nel caso della sconfitta di Cremona, di cui cercò di ritardarne la notizia, lasciandosi mal consigliare.

Negli ultimi giorni di regno pare che Sabino, il Prefetto del Pretorio, gli avesse offerto una somma ingente affinché si ritirasse dalle scene, ma ancora una volta, fu malconsigliato.

Sicuramente Vitellio commise degli errori, per la sua incertezza, per l’incapacità e soprattutto per  i  cattivi consigli.  Non sempre, però, gli storici contemporanei  riuscirono a restare obiettivi fino in fondo, finendo per evidenziarne l’immagine negativa,  al fine di esaltare quella del successore, Vespasiano, che era riuscito a chiudere uno dei periodi più travagliati della storia di Roma.

I romani non gli perdonarono l’orrore della guerra civile, così come avevano fatto, d’altronde,  con Galba e Otone. Soprattutto, però, non gli perdonarono due cose:  il  gozzovigliare a dismisura e la totale sudditanza ai suoi consiglieri, i Legati Cecina e Valente e il liberto  Asiatico.

In realtà, più volte Vitellio fu tentato di restituire la porpora imperiale, ma sempre, i tre riuscirono a dissuaderlo.

Apatico ed indeciso, incapace di sottrarsi agli eventi, si guadagnò il l disprezzo del popolo, che simpatizzava invece per il suo antagonista,  il generale Vespasiano e  non  avvertì  la percezione dei pericoli che lo minacciavano.  Se ne rese conto solo quando le truppe di Vespasiano erano ormai vicine. Ma era già tardi.

Un uomo senza carattere, indeciso, incapace ed incoerente, che, come diceva Dione Cassio:

“… teneva discorsi contradditori esortando i suoi a combattere e nello stesso tempo a fare la pace… ”

La sua fu una morte ignominiosa e infamante, in uno scenario di orrore e crudeltà estrema.

Ecco come  Tacito descrive  l‘avvenimento:

“… il popolo si godeva lo spettacolo dei combattimenti come ad una gara al circo… laghi di sangue e mucchi di cadaveri… o ogni altra simile lordura…”

Un abbruttimento assoluto. Un’abiezione.

Al contrario di Galba, che si presentò nel Foro vestito da generale,  e come , invece, già Nerone,   Vitellio tentò di sottrarsi  alla cattiva sorte fuggendo da una porta secondaria travestito da  schiavo. Vitellio, però, tornò indietro e si barricò in una stanzetta come un comune delinquente. Coperto di stracci, andò a nascondersi in un canile, per essere poi tratto fuori malconcio e sanguinante.

La totale cancellazione finanche dell’ultimo residuo di dignità, Vitellio la raggiunse quando negò di essere chi era.  Non gli servì, però, a risparmiargli il supplizio. Con una corda al collo, fu trascinato per strada fino al Foro e sottoposto a pubblico ludibrio come un comune malfattore. Lazzi e oltraggi di ogni sorta,  lo accompagnarono lungo tutta quella penosa marcia verso la morte.  Lazzi e oltraggi  non ad opera di soldati avversari, bensì di un popolo disgustato e indignato, che, a calci e frustate,  lo spinse fino alle Gemonie, dove lo fece a pezzi e con un uncino lo gettò nelle acque del Tevere.

Era il 21 dicembre del 69 dell’era cristiana.

I DODICI CESARI – OTONE

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Correva l’anno 69 dell’era cristiana, un anno di estrema confusione.  L’imperatore Galba era morto e i Princes non si eleggevano più  in Senato,  ma sui  campi militari per acclamazione dei soldati. La procedura era sempre la medesima per tutti. Lo fu anche per  Salvio Otone, 37 anni, della Gens Salvia, una delle  famiglie più antiche d’Etruria. Il suo fu  il regno più breve: 95 giorni .

La questione dell’erede era sempre aperta, anche se ugioGalba aveva tentato di risolverla con l’adozione:

“Spenta la Casa Giulia e Claudia – aveva detto – provvederà l’adozione alla scelta del più degno.”

Ma Galba non aveva fatto i conti con gli intrighi, gli interessi privati, i rancori sociali, le gelosie e le sfrenate ambizioni  personali.

Regnavano disordine e confusione, perché contemporaneamente, le Legioni di Germania e Giudea, avevano eletto sul campo i loro generali: Aulo Vitellio e Tito Vespasiano.

La presa di potere di Otone fu un vero colpo di Stato, favorito dall’indugio di Galba, tormentato dal peso di una decisione importante da prendere: uscire dal Palazzo per guidare personalmente la repressione  oppure inviare truppe e contare sulla loro efficienza e fedeltà. Sappiamo che la decisione presa da Galba lo condusse alla disfatta.

Ma anche Otone si mostrò indeciso. Non era lui a prendere le decisioni, soprattutto quelle militari. Egli non era in grado di farlo., al contrario del suo antagonista, Vitellio, valente generale di un potente esercito. Non avendo la pur minima  formazione militare, egli aveva conquistato i pretoriani non con la guerra, bensì con  donativi generosi e molta prodigalità. Ed aveva nominato Proculo suo consigliere e Prefetto del Pretorio, ma, neppure questi sapeva nulla di guerre e strategie militari.

Stessa prodigalità mostrò al popolo appena fu eletto e inizialmente il popolo lo accolse abbastanza favorevolmente. Per varie ragioni: la condanna di Tigellino, inviso a tutti, il reintegro nei ranghi di molti sostenitori di Nerone, la ripresa dei lavori della Domus Aurea, ma soprattutto l’aver colmato il vuoto che la morte di Nerone aveva lasciato nel popolo. Dopo la vecchiezza e l’avarizia di cui Galba era accusato, la giovinezza e la prodigalità dell’antico compagno di bagordi di  Nerone, faceva ben sperare. La plebe e non solo: l’ascesa al trono era avvenuta a furor di pretoriani, che vedevano nel giovane e gaudente compagno di Nerone, una continuazione del regno di questi.. Era stato amico e favorito di Nerone fin dall’adolescenza poiché frequentava la corte e la famiglia imperiale e con lui aveva perfino diviso, per un certo tempo, la stessa donna, Poppea, che alla fine Nerone aveva tenuto per sé spedendolo in Lusitania. Proprio a causa di questo suo rapporto con Nerone,, gli fu dato il nome di Nerone, come dice Svetonio:

“… tra le feste fattegli, fu dal popolaccio chiamato Nerone, né egli diede segno di rifiutare”

In realtà, dopo un buon inizio, il favore della plebe andò sempre più scemando, fino a restringersi a poche persone, anche perchè la prodigalità del Princes si faceva sempre  più ristretta.

Sull’esempio del suo predecessore, prodigo e dissipatore,  cui si era accompagnato per quasi una vita intera e  condividendone gli eccessi,  si aspettavano tutti che egli continuasse ad imitarlo ed invece, egli adottò una condotta di vita austera. Ecco come si esprime Tacito:

“Contro ogni previsione… rinviati gli svaghi, messa al bando ogni dissolutezza tutto egli improntò alla maestà del potere.”

Qual era il suo aspetto?

Di  aspetto effeminato,  così si  pronuncia Svetonio:

“… basso di statura e sbilenco era di femminea ricercatezza nelle cure del corpo…”

Se Galba gli aveva preferito Pisone nell’adozione, la ragione era stata proprio a causa di questo  suo comportamento effeminato. Un  aspetto che indicava anche una tendenza per l’omosessualità. Non ci sono dubbi che egli fosse omosessuale e che fosse stato tra i favoriti di Nerone.

La sua vita sentimentale, però, ruotò intorno ad una sola donna:Poppea, per la quale provò un vero amore e vera passione. Nonostante le intemperanze giovanili, egli non ebbe comportamenti scandalosi o sregolati.

Tutto ciò per dire che forse, il carattere  di Otone era parsimonioso per natura? Svetonio assicura di no, riferendo addirittura che

“fin dalla adolescenza fu sì prodigo che  spesso fu ben picchiato da suo padre”.

Se non era di carattere parsimonioso come si spiega il suo comportamento?

Forse Svetonio e Tacito dicono il vero quando affermano che più che dall’ambizione, Otone fu spinto verso il trono dalla necessità e dal bisogno, essendo  oberato di debito. Le sue tante manovre, dunque, avevano questo solo scopo e la loro riuscita fu certamente casuale, favorita dalla guerra civile e sostenuta dal rancore verso Galba che gli aveva preferito Pisone.

Che non avesse cercato il potere per ambizione,  ma si sia trovato  ad affrontare una certa situazione  lo si capisce anche da una frase riportata da Svetonio:

“Che cosa ho io a che fare con grossi flauti?”

Otone riconosceva, dunque, di non essere adatto a ricoprire quel ruolo, incapace com’era  di fronteggiare le avversità e anche la paura,  E Vitellio, il suo  avversario, pare proprio che conoscesse questa sua debolezza e non si preoccupava troppo delle sue azioni.

Pavido e indeciso: due difetti che un Princes non doveva e non poteva avere. Pavido e indeciso per tutto il corso della vita e in quasi tutte le situazionii.

Non nel momento supremo.

Otone seppe morire con grande dignità. Morì suicida. Era il 4 aprile del 69. La sua morte  fu definita sublime,   e di certo non fu una esagerazione, conoscendo le cause, i fatti e i particolari.

Che cosa era accaduto?

Le truppe otoniane erano state  sconfitte a Bedriaco e ancora una volta per la sua  incertezza nel prendere una decisione e finendo per prendere quella sbagliata.

L’entusiasmo dei soldati,  però, per nulla demoralizzati dalla sconfitta, insorse più forte che mai: erano pronti a riprendere i combattimenti. Quasi un delirio. Un delirio che, però, non coinvolse il Princes il quale non desiderava un nuovo spargimento di sangue e così scrisse:

“Potrei io sopportare che tanto fiore di romana gioventù, tanti eccellenti eserciti vengano ancora una volta schiantati?”

Furono molti gli storici che riportarono questi fatti e tutti concordano: non ci fu un minimo segno di paura o cedimento. Cominciò  con  un discorso sugli effetti disastrosi delle guerre civili poi si ritirò nella sua tenda per prendere  tutti i provvedimenti necessari per la salvezza dei familiari e dei sostenitori; saggiò la lama di due spade per scegliere quella più tagliente e distribuì ai servi il suo denaro,

Una domanda che ancora oggi  si fanno storici e psicologi: come è possibile che un uomo possa cambiare così drasticamente nel giro di  poche ore… le ultime… della sua vita.

Lo stesso Dione Cassio scrive:

Dopo aver condotto una vita il più infame possibile, morì nel modo più glorioso. Dopo essersi appropriato dell’impero con i mezzi più criminali, vi rinunciò nella maniera più nobile.”

Come spiegare tanta determinazione di fronte alla morte in un uomo sempre preda della paura? E come spiegare tanto altruismo verso il prossimo? Egli, infatti, fece scorrere la tutta la notte prima di suicidarsi per assicurarsi che  i suoi sostenitori fossero al sicuro.

Nel momento supremo non ha tentennato come Nerone, che si è fatto aiutare da un liberto a conficcarsi il pugnale in gola, ma si è gettato eroicamente sulla spada procurandosi una ferita tale che morirà poco dopo. Senza tentennamenti e con stoico coraggio.

Un enigma che continua ancora oggi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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I DODICI CESARI – GALBA

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Anarchia Imperiale. Anno 882/883, il 68/69 dell’era cristiana: l’anno più lungo  di tutta la storia di Roma, che vide la morte cruenta di ben quattro imperatori: Servio Sulpicio Galba fu uno di questi.

L’imperatore Nerone era morto e l’impero stava lacerandosi. Più che di una rivolta esterna, però, la morte del Princes  era stata opera di intrighi di Palazzo, anche se le lacerazioni venivano da fuori. Venivano dal mondo militare, avido ed indisciplinato, che faceva saltare i Cesari come fossero birilli.

Roma stava vivendo un periodo di estrema confusione: le Legioni di stanza nella Germania Superiore avevano eletto Imperatore il loro generale, Aulo Vitellio e lo stesso avevano fatto  in Giudea i legionari al comando del generale Tito Flavio Vespasiano. Due generali, quindi, al comando di potenti eserciti e con l’appoggio dei pretoriani.

Galba prese il potere con l’assoluta e sincera convinzione di operare per la salvezza dell’impero. Egli fu sempre fedele alle Istituzioni  e non fece nulla per rovesciare Nerone, che cadde soprattutto per il tradimento del Prefetto del Pretorio, Ninfidio Sabino, il quale aveva promesso un donativum  a nome suo, senza però consultarsi prima con lui.. Galba prese il potere solo dopo aver saputo della morte di Nerone e si mise in viaggio per Roma ancora vestito da generale,

Non si può dire che questo generale fosse assetato di potere; egli aveva già rifiutato il Principato alla morte di Caligola, cogliendo con quel gesto il favore di Claudio.

Ma chi era Servio Sulpicio Galba?

Fu un grande generale. Caligola gli  affidò il comando delle Legione della Germania e Nerone lo nominò Governatore di Africa e Spagna.

Fisicamente se ne ha un ritratto soprattutto in età avanzata, quando, cioè, prese il potere e precisamente a 72 anni. Piuttosto impietoso il ritratto che ne fa Svetonio, che lo descrive calvo, espressione dura del volto e statura regolare, ma, dagli arti, mani e piedi, devastati dalla gotta.

E’, dunque, un uomo vecchio e debole, dal volto coperto di rughe, che, però ostenta un atteggiamento, rigido e marziale. Stride tanto, però, quel fiero cipiglio, con la persona dall’aspetto miserando ed avvizzito, da   diventare subito oggetto di derisione e canzonatura.   E poi, quel suo andare in giro con un’enorme spada al fianco era davvero una esagerazione inevitabilmente destinata a diventare caricatura.

Una nomina, quella di Galba, accolta dal popolo con grande avversione a causa proprio di questo suo decadente  aspetto.

Come mai, ci si chiede, per Claudio, anch’egli anziano quando fu nominato imperatore, non ci fu tanta avversione  come per Galba?

Forse perché dopo l’immagine brillante ed opulenta del  predecessore, Nerone, artista ed esteta,  quella da lui offerta,  austera e miseranda,  appariva sgradevole ed inaccettabile.

Lo compresero tutti. Lo comprese lo stesso Galba, quanto la sua vecchiaia fosse sgradita e per questo, così affermò:

“Non altro può offrire al popolo romano la mia vecchiezza se non un buon successore”

Ma subito, però, aggiunse,  pungente ed arguto::

“Appena si saprà di una adozione, io cesserò di essere vecchio, che è la sola accusa che mi si fa”

L’adozione! Galba pensava di risolvere il problema della successione attraverso il sistema dell’adozione, che non prevedeva legami di parentela, ma solamente capacità personali

La sua scelta cadde sul rampollo di una  nobile famiglia, Lucio Calpurnio Pisone, di cui apprezzava molto la sobrietà e la semplicità dei costumi. Quella scelta, però, gli guadagnò l’inimicizia e il rancore di Marcoo Salvio Otone, deluso per non essere lui il prescelto. Otone, infatti, lo aveva sostenuto contro Vitellio.

Otone non perse tempo e prese a cospirare conto di lui servendosi del malcontento dei pretoriani i quali  lo accusavano di avarizia per aver rifiutato loro il donativo promesso  a nome suo da Sabino.

In realtà, tutto era stato fatto a sua insaputa, ma,  l’accusa di avarizia arrivò ugualmente, immediata e precisa, appena assunto il potere.

Galba, come sappiamo, rifiutò sdegnosamente di concedere donativum ai soldati ma anche ai pretoriani di Sabino. Celebre la sua frase:

“Io li scelgo i miei soldati, non li compro”

In realtà, il comportamento di Galba indicava le sue intenzioni, che erano quelle di chiudere con il passato regime,  i suoi fasti  e i suo eccessi. E ad Otone, proprio questo rimproverava,  la sua  prodigalità di noto gaudente fin dalla nomina di Nerone, di cui era stato compagno d bagordi..

La sua austerità, però, non raccolse consensi.

E come poteva essere altrimenti? Il popolo romano, poco propenso verso il lavoro, sotto il governo di Nerone aveva avuto quello che cercava: Panem et Circenses.

Il governo di Galba durò poco. Solo  sette mesi, durante i quali subì la pressione di tre personaggi che contribuirono parecchio alla cattiva reputazione che accompagnò quel periodo e cioè  Tito Vinio, Cornelio Lacone e il liberto Icelo che, peraltro si  contendevano i suoi favori, annientandosi tra loro.

In realtà, Galba non aveva desiderato mai il potere, lo aveva accettato, si è detto, perché sinceramente convinto di poter salvare l’impero dall’anarchia.  Era un ottimo soldato e un grande generale e il ritratto che ne fa Tacito a tale proposito è proprio quello di un grande generale e di un uomo di grande austerità.

Soprattutto Plutarco sottolinea questo suo condurre  la vita  con rigore e sobrietà, sul modello degli “antichi romani”

Al contrario dei predecessori, infatti,  fu austero anche nel matrimonio e si sposò una sola volta. Si sa che Agrippina, rimasta vedova, gli fece pervenire una proposta di matrimonio, ma lui la rifiutò.

Si preoccupò, invece, di dimostrare la nobiltà dei natali e fece affiggere nel Foro il suo albero genealogico in cui faceva risalire le sue origini per via paterna a Giove e per via materna alla regina Pasifae di Creta.

Nemmeno questo riuscì a conquistargli la simpatia e l’apprezzamento del popolo romano e nemmeno i disagi affrontati e stoicamente sopportati durante il  lungo viaggio dalla Spagna, viaggio che, al contrario, aveva finito per fiaccarlo ancora di più.

Vecchio e fiacco, incapace di sottrarsi alla cattiva influenza dei suoi tre consiglieri,  ai loro eccessi ed ai  lori disastrosi consigli, finì per non essere più ingrado di prendere decisioni da solo.

Questa passività gli fu fatale. A lungo indeciso sui pareri contrastanti dei tre, l’infelice scelta finale lo condusse alla morte.

Cosa era accaduto?

Alla falsa notizia della morte di Vitellio, Galba espresse la decisione di unirsi alla truppa. Vinio suggerì di restare a Palazzo in attesa degli eventi, menre Icelo e Lacone  suggerivano di uscire. La scelta di uscire, però, lo condusse alla morte.

Fu una morte spettacolare e ignominiosa e gli storici, che di lui e delle sue imprese hanno fornito poche notizie, sono stavi invece  piuttosto prodighi nel narrare questa morte. Una morte pubblica.

Galba lasciò il palazzo, ma non riuscì a raggiungere  i suoi soldati. Incontrò, invece, i sostenitori di Otone che gli tagliarono la strada e lo spinsero verso il Foro.

Galba si rese immediatamente conto di andare incontro alla morte, ma, la sua condotta  di fronte a tale evento fu di grande dignità: degna degli  antichi romani, ch’egli ammirava profondamente e da cui  era orgoglioso di discendere.

Cadde dalla lettiga – racconta Plutarco- e rotolò per terra, ma, invece di cercare scampo, egli tese la gola ai rivoltosi dicendo:

“Fate. Se questo vuole il popolo romano.”

Un comportamento che conferma il carattere freddo e distaccato di queso Princes ,  una vita condotta in maniera coerente e la ferrea  educazione  militare.

Appartenente ad una delle famiglie più illustri di Roma, Galba, che dopo una brillante carriera militare era salito al trono per meriti e non per intrighi come alcuni dei Cesari,  di fronte alla morte si conservò fedele agli  ideali che per tutta la vita aveva perseguito. Un comportamento che  conferma il giudizio espresso  da Tacito:

“Energico nel reprimere gli eccessi dei soldati, impavido di fronte alla morte, inflessibile davanti alle lusinghe…”

Forse… forse la sola “colpa” di questo Princes fu quella di essere arrivato al potere dopo un lungo periodo in cui i romani avevano goduto di una prodigalità mai vista  prima.

LA FATTUCCHIERA di NERONE

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Magia e superstizione hanno condizionato la vita dell’uomo in ogni epoc

Nell’ antica Roma Imperiale, ai tempi di Claudio e Nerone, un nome faceva tremare la corte: Locusta ( o Locustra).

Era una giovane di grande avvenenza e dal potere e prestigio quasi illimitati ed era l’unica persona con libero accesso, notte e giorno, agli appartamenti privati di Nerone, perché era la sua fattucchiera personale.Nerone, come tutti i suoi contemporanei, era profondamente superstizioso.

Come dargli torto se ancor oggi così tanta gente si fa prosciugare il portafoglio da maghi e fattucchiere?

Nerone non muoveva un dito senza prima consultare quella stupenda creatura la quale era anche assai esperta di veleni.

Fu proprio dei veleni da lei preparati che Nerone si servì per sbaragliare la concorrenza.

(oggi si usano altri mezzi, per fortuna)

Per primo, fece fuori l’imperatore Claudio, suo patrigno, facendogli servire una gustosa pietanza a base di funghi… corretti da Locusta, naturalmente. Fu la stessa Agrippina, sua madre,  donna   dalla smodata  ambizione, che servì personalmente il pasto al marito, assistendolo amorevolmente fino alla fine.

Toccò poi al fratellastro Britannico, il quale aveva qualche diritto in più di sedere sul trono dei “figli della lupa”. La morte del povero ragazzo fu spettacolare e gli storici ne danno risalto nei loro scritti.

Britannico era stato invitato ad un banchetto e stava tracannando vino da una coppa da cui aveva già bevuto un assaggiatore. Il ragazzo chiese dell’acqua per annacquarlo, ignorando che il veleno preparato da Locusta si trovasse proprio là dentro.

 

Gli effetti però erano troppo lenti e allora Locusta preparò una mistura in polvere che Nerone riuscì con uno stratagemma a far assumere al fratellastro.

Narra Tacito

“… si ricorse a questo trucco. Si servì a Britannico una bevanda ancora innocua ma caldissima, che subì l’assaggio di verifica. Quando Britannico la respinse, poichè troppo calda, gli fu versato in acqua fredda il veleno, che si diffuse in tutte le membra.”

Morì, tra spasmi atroci, sotto gli occhi di Nerone e della corte atterrita, che, però non ebbe sospetti poiché ill ragazzo soffriva di epilessia., .

A quella morte, naturalmente, ne seguirono altre, sempre sperimentando nuove pozioni e nuovi veleni che resero Locusta una delle donne più ricche di Roma, e anche la qualifica di prima donna killer della storia.

Ma chi era questa donna?

A parlarci di lei sono stati soprattutto Tacito e Svetonio. Originaria della Gallia, dove aveva appreso tutti i segreti delle piante e l’arte di  creare elisir ed unguenti, partì per Roma. Particolarmente dotata in quest’arte, Locusta fece subito fortuna ed apre una bottega  sul Palatino, assai frequentata.  La sua specialità erano soprattutto veleni che non provocavano la morte immediata, facendola invece, apparire naturale.

A lei ricorrevano davvero tutti,  nobili e plebei.  A lei ricorreranno Messalina prima ed Agrippina dopo, per liberarsi dell’amante la prima e del marito la seconda.

Diventato  Imperatore, Nerone la rese una delle donne più ricche dell’urbe e le permise di aprire una scuola per insegnare i segreti delle piante.

Giunse, però, anche per lei il tempo della resa dei conti, della condanna e della pena.

Morto Nerone, l’imperatore Galba la fece pubblicamente giustiziare e la gente poté trarre un sospiro di sollievo.

I DODICI  CESARI – OTONE

 

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I DODICI  CESARI  –  OTONE

Correva l’anno 69 dell’era cristiana, un anno di estrema confusione.  L’imperatore Galba era morto e i Princes non si eleggevano più  in Senato,  ma sui  campi militari per acclamazione dei soldati. La procedura era sempre la medesima per tutti. Lo fu anche per  Salvio Otone, 37 anni, della Gens Salvia, una delle  famiglie più antiche d’Etruria. Il suo fu  il regno più breve: 95 giorni .

La questione dell’erede era sempre aperta, anche se ugioGalba aveva tentato di risolverla con l’adozione:

“Spenta la Casa Giulia e Claudia – aveva detto – provvederà l’adozione alla scelta del più degno.”

Ma Galba non aveva fatto i conti con gli intrighi, gli interessi privati, i rancori sociali, le gelosie e le sfrenate ambizioni  personali.

Regnavano disordine e confusione, perché contemporaneamente, le Legioni di Germania e Giudea, avevano eletto sul campo i loro generali: Aulo Vitellio e Tito Vespasiano.

 

 

La presa di potere di Otone fu un vero colpo di Stato, favorito dall’indugio di Galba, tormentato dal peso di una decisione importante da prendere: uscire dal Palazzo per guidare personalmente la repressione  oppure inviare truppe e contare sulla loro efficienza e fedeltà. Sappiamo che la decisione presa da Galba lo condusse alla disfatta.

Ma anche Otone si mostrò indeciso. Non era lui a prendere le decisioni, soprattutto quelle militari. Egli non era in grado di farlo., al contrario del suo antagonista, Vitellio, valente generale di un potente esercito. Non avendo la pur minima  formazione militare, egli aveva conquistato i pretoriani non con la guerra, bensì con  donativi generosi e molta prodigalità. Ed aveva nominato Proculo suo consigliere e Prefetto del Pretorio, ma, neppure questi sapeva nulla di guerre e strategie militari.

Stessa prodigalità mostrò al popolo appena fu eletto e inizialmente il popolo lo accolse abbastanza favorevolmente. Per varie ragioni: la condanna di Tigellino, inviso a tutti, il reintegro nei ranghi di molti sostenitori di Nerone, la ripresa dei lavori della Domus Aurea, ma soprattutto l’aver colmato il vuoto che la morte di Nerone aveva lasciato nel popolo. Dopo la vecchiezza e l’avarizia di cui Galba era accusato, la giovinezza e la prodigalità dell’antico compagno di bagordi di  Nerone, faceva ben sperare. La plebe e non solo: l’ascesa al trono era avvenuta a furor di pretoriani, che vedevano nel giovane e gaudente compagno di Nerone, una continuazione del regno di questi.. Era stato amico e favorito di Nerone fin dall’adolescenza poiché frequentava la corte e la famiglia imperiale e con lui aveva perfino diviso, per un certo tempo, la stessa donna, Poppea, che alla fine Nerone aveva tenuto per sé spedendolo in Lusitania. Proprio a causa di questo suo rapporto con Nerone,, gli fu dato il nome di Nerone, come dice Svetonio:

“… tra le feste fattegli, fu dal popolaccio chiamato Nerone, né egli diede segno di rifiutare”

In realtà, dopo un buon inizio, il favore della plebe andò sempre più scemando, fino a restringersi a poche persone, anche perchè la prodigalità del Princes si faceva sempre  più ristretta.

Sull’esempio del suo predecessore, prodigo e dissipatore,  cui si era accompagnato per quasi una vita intera e  condividendone gli eccessi,  si aspettavano tutti che egli continuasse ad imitarlo ed invece, egli adottò una condotta di vita austera. Ecco come si esprime Tacito:

“Contro ogni previsione… rinviati gli svaghi, messa al bando ogni dissolutezza tutto egli improntò alla maestà del potere.”

Qual era il suo aspetto?

Di  aspetto effeminato,  così si  pronuncia Svetonio:

“… basso di statura e sbilenco era di femminea ricercatezza nelle cure del corpo…”

Se Galba gli aveva preferito Pisone nell’adozione, la ragione era stata proprio a causa di questo  suo comportamento effeminato. Un  aspetto che indicava anche una tendenza per l’omosessualità. Non ci sono dubbi che egli fosse omosessuale e che fosse stato tra i favoriti di Nerone.

La sua vita sentimentale, però, ruotò intorno ad una sola donna:Poppea, per la quale provò un vero amore e vera passione. Nonostante le intemperanze giovanili, egli non ebbe comportamenti scandalosi o sregolati.

Tutto ciò per dire che forse, il carattere  di Otone era parsimonioso per natura? Svetonio assicura di no, riferendo addirittura che

“fin dalla adolescenza fu sì prodigo che  spesso fu ben picchiato da suo padre”.

Se non era di carattere parsimonioso come si spiega il suo comportamento?

Forse Svetonio e Tacito dicono il vero quando affermano che più che dall’ambizione, Otone fu spinto verso il trono dalla necessità e dal bisogno, essendo  oberato di debito. Le sue tante manovre, dunque, avevano questo solo scopo e la loro riuscita fu certamente casuale, favorita dalla guerra civile e sostenuta dal rancore verso Galba che gli aveva preferito Pisone.

Che non avesse cercato il potere per ambizione,  ma si sia trovato  ad affrontare una certa situazione  lo si capisce anche da una frase riportata da Svetonio:

“Che cosa ho io a che fare con grossi flauti?”

Otone riconosceva, dunque, di non essere adatto a ricoprire quel ruolo, incapace com’era  di fronteggiare le avversità e anche la paura,  E Vitellio, il suo  avversario, pare proprio che conoscesse questa sua debolezza e non si preoccupava troppo delle sue azioni.

Pavido e indeciso: due difetti che un Princes non doveva e non poteva avere. Pavido e indeciso per tutto il corso della vita e in quasi tutte le situazionii.

Non nel momento supremo.

Otone seppe morire con grande dignità. Morì suicida. Era il 4 aprile del 69. La sua morte  fu definita sublime,   e di certo non fu una esagerazione, conoscendo le cause, i fatti e i particolari.

Che cosa era accaduto?

Le truppe otoniane erano state  sconfitte a Bedriaco e ancora una volta per la sua  incertezza nel prendere una decisione e finendo per prendere quella sbagliata.

L’entusiasmo dei soldati,  però, per nulla demoralizzati dalla sconfitta, insorse più forte che mai: erano pronti a riprendere i combattimenti. Quasi un delirio. Un delirio che, però, non coinvolse il Princes il quale non desiderava un nuovo spargimento di sangue e così scrisse:

“Potrei io sopportare che tanto fiore di romana gioventù, tanti eccellenti eserciti vengano ancora una volta schiantati?”

Furono molti gli storici che riportarono questi fatti e tutti concordano: non ci fu un minimo segno di paura o cedimento. Cominciò  con  un discorso sugli effetti disastrosi delle guerre civili poi si ritirò nella sua tenda per prendere  tutti i provvedimenti necessari per la salvezza dei familiari e dei sostenitori; saggiò la lama di due spade per scegliere quella più tagliente e distribuì ai servi il suo denaro,

Una domanda che ancora oggi  si fanno storici e psicologi: come è possibile che un uomo possa cambiare così drasticamente nel giro di  poche ore… le ultime… della sua vita.

Lo stesso Dione Cassio scrive:

Dopo aver condotto una vita il più infame possibile, morì nel modo più glorioso. Dopo essersi appropriato dell’impero con i mezzi più criminali, vi rinunciò nella maniera più nobile.”

Come spiegare tanta determinazione di fronte alla morte in un uomo sempre preda della paura? E come spiegare tanto altruismo verso il prossimo? Egli, infatti, fece scorrere la tutta la notte prima di suicidarsi per assicurarsi che  i suoi sostenitori fossero al sicuro.

Nel momento supremo non ha tentennato come Nerone, che si è fatto aiutare da un liberto a conficcarsi il pugnale in gola, ma si è gettato eroicamente sulla spada procurandosi una ferita tale che morirà poco dopo. Senza tentennamenti e con stoico coraggio.

Un enigma che continua ancora oggi.