RECENSIONE di Maria PACE al libro”I Racconti di nonno Alfonso”di Diego LICATA

 

 

contentIl nonno è da sempre la figura centrale della famiglia, il fulcro. Intorno a lui si raccolgono  nipoti e nipotini,  per dar vita ai  giochi dei perchè, per aprire interminabili filastrocche, ma  soprattutto  per ascoltare i suoi  racconti… racconti di favole. Una figura, quella del nonno, irrinunciabile. A lui si chiedono tante cose; a volte, perfino  di scegliere il nome da dare all’ultimo arrivato in famiglia,

Proprio come fece quel Sisifo di Corinto quando fu chiamato a dare il nome a suo nipote, che poi si chiamò Odisseo.  Ma perchè ho chiamato in causa nonno Sisifo?

Perchè, se nei racconti nonno Alfonso vi aspettate di leggere di bambini sperduti nel bosco,  di maghi e maghetti, di gnomi e draghi… vi sbagliate. Nonno Alfonso invita gli Dei a scendere dall’Olimpo e gli eroi ad inforcare i loro destrieri e li fa entrare nelle sue favole e nei suoi racconti.

Per allietare il  suo piccolo auditorio, che sicuramente ascolta estasiato e rapito,  le boccucce spalancate e gli sguardi strabiliati,  mentre lui legge oppure racconta, nonno Alfonso chiama in causa Giunone, Signora dell’Olimpo, o Diana, Glauco o anche Alcinoo… Chi sono costoro? Lo saprete leggendo!

In realtà, nonno Alfonso non si limita a raccontare le loro  vicende, ma vi  coinvolge il lettore… ed ogni occasiona è buona per il sogno,  la fantasia e l’immaginazione: una pausa dal lavoro, un momento di relax… il tutto  all’interno di una atmosfera bucolica, così come facevano gli antichi narratori.

E dove  li porta, nonno Alfonso, dopo aver messo sui loro tenui omeri le ali della fantasia?

Avanti e indietro nel tempo!

Li fa salire a bordo di navi pirate, poi  fa fare loro la  scalata dell’Olimpo, per raggiungere gli Dei… e se il lettore è fortunato,  potrà sorprendere  la gelosissima Giunone che medita la rovina di Cartagine per fa dispetto al fedifrago, divino consorte.

Scendendo dall’Olimpo, non è detto, però,  che il lettore  debba ritrovarsi ancora  in Grecia! No! Perchè i racconti di nonno Alfonso mandano il lettore da un capo all’altro del mondo, da una situazione ad un’altra.

Ed eccoci approdato in un’antica  “masseria”,  come ai  tempi del’Antica Roma ed al’inizio di una rivolta di schiavi;  di nuovo, però, con una sorta di “macchina del  tempo”, il lettore farà rotta verso il suo tempo con racconti e fiabe di nostri giorni.

Fino all’ultimo racconto, di un Giovedì Santo.

Ma il libro continua con altri racconti, altre storie e altre leggende. La narrazione è trascinante, il linguaggio è semplice e accattivante. Tante sono le storie e nonno Alfonso è il nonno che ogni bambino sogna di avere.

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ANTICO EGITTO – TRADIZIONI E CURIOSITA’

LA SCHIAVITU’  IN EGITTO
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Il falso storico più eccellente della Storia dell’uomo è senza dubbio la schiavitù in Egitto. La schiavitù degli Ebrei. Si legge nella Bibbia – Esodo
“Torme di schiavi assetati muovono giganteschi blocchi di pietra e schiene annerite dal sole e piagate dalle fruste si curvano nello sforzo immane; talvolta qualcuno cade sfinito dalla fatica per non rialzarsi mai più, mentre le gigantesche piramidi vengono innalzate lentamente…” e ancora:
“Vi sottrarrò ai duri lavori di cui vi gravano gli Egiziani, vi emanciperò dalla loro schiavitù”
Per secoli e generazioni si è prestato fede a questi “equivoci” E come sottrarsi a questa “verità”? Sulla Bibbia si giurava e da qualche parte si giura ancora. Da sempre si è creduto ed è stato fatto credere che la società egizia fosse una società schiavista: proveniva da libri, testi scolastici, incontri religiosi e da qualunque altra fonte.
I nostri occhi si sono riempiti di scene di sadismo e crudeltà, quelle riportate dalle illustrazioni di libri, da quadri di famosi pittori, film hollywoodiani e i nostri cuori si sono riempiti di compassione e di furore. Sprecata la prima, ingiusto il secondo.
Ma su che cosa ha fatto affidamento l’uomo comune, ma soprattutto lo storico e lo studioso, per così lungo tempo, nel sostenere questa affermazione? Su un libro che racconta che l’uomo è stato creato con un pugno di terra e che parla di un certo Giosué che ferma il sole con un gesto e un ordine.
Si riuscirà mai a rendere giustizia ad uno dei popoli antichi più civili, ma vilipeso ? Sono in molti a credere ancora che davvero Giosuè abbia comandato al Sole di fermarsi e che in Egitto davvero esistesse la schiavitù.
Oppure non sappiamo che cosa significa il termine schiavitù? Ecco cosa recita il dizionario: ” Condizione di chi è giuridicamente considerato come proprietà privata e quindi privo di ogni diritto umano e completamente soggetto alla volontà e all’arbitrio del proprietario.”
Senza addentrarci nella questione sotto l’aspetto antropologico o giuridico, una cosa la possiamo affermare, riguardo gli schiavi ebrei in Egitto: se uno schiavo forniva il lavoro senza trarne compenso alcuno, come potevano possedere… e ne possedevano, dice la Bibbia… beni e perfino servi?
Forse la risposta c’è! Forse perchè il lavoro di quegli “schiavi” era compensato da una retribuzione, un salario. Non solo. Quel lavoro era anche “tutelato” da un contratto: un contratto di lavoro. Non certo come quello dei giorni nostri. Diverso.Come diverso è il nostro concetto di “schiavo” rispetto a quello dell’antichità.
Mai, nell’Antico Egitto, proprio in quello più remoto, gli uomini furono considerati e trattati come merce che si potesse acquistare o vendere. Per indicarli, il termine era “hem”, che significa servo. I lavoratori, semplici operai oppure personale qualificato, beneficiavano perfino di assistenza medica.
C’erano, poi, altri lavoratori, nella qualità di prigionieri di guerra o di altra condizione che pestavano gratuitamente il loro lavoro  e questi sono fatti assodati. Ma non era di certo una condizione che potesse chiamarsi schiavitù e la società non era certo schiavista. Si sa, invece, che questa seconda categoria di lavoratori, i servi., finivano sempre per integrarsi nella società stessa.
 Che fossero mano d’opera o tecnici qualificati, gli operai beneficiavano di un contratto di lavoro e di un salario corrispondente alle loro competenze.
Varia la documentazione che riporta lamentele per mancato pagamento della retribuzione, per la richiesta di permessi e altro ancora, tutte situazioni assolutamente incompatibili con uno stato o condizione di schiavitù. In un papiro si parla addirittura di un operaio che chiede un permesso per curare l’asino ammalato e di un altro che chiede un alloggio più confortevole per la moglie che ha appena partorito.
A diffondere la diceria che la costruzione  delle Piramidi si deve solo al lavoro degli schiavi, furono, soprattutto storici greci, come Erodoto…che però parlavano di qualcosa accaduto due mila anni prima. Oggi sappiamo che a costruire templi e palazzi non furono schiavi, ma lavoratori regolari, artigiani e contadini e personale qualificato, che percepiva un salario in natura corrispondente al lavoro ed alla qualifica.
Quanto agli ebrei costretti a lavorare sotto la sferza di capomastri sadici ed aguzzini, mentre alle spalle la Piramide lentamente si innalzava, è assolutamente falso: gli ebrei sono entrati in Egitto in epoca assai posteriore. Presumibilmente durante la XII Dinastia, come molti Asiatici,. Entrarono in massa, e come gli altri asiatici,  inizialmente lavorarono come manodopera a buon mercato;  in seguito riuscirono anche ad occupare mansioni di responsabilità. L’episodio di Giuseppe ne è uno degli esempi più lampanti.
A causa della loro mentalità e religione, assai diverse da quella degli egizi,  non si inserirono mai nella società del paese che li ospitava. Erano arrivati bisognosi e quando non ci fu più bisogno, decisero di lasciare il Paese che li aveva ospitati.  Probabilmente  non onorando quei contratti di lavoro che avevano stipulato,  che li faceva sentire schiavi perchè costretti ad un lavoro che non desideravano più fare. Questo ai tempi del faraone Ramesse II  e di suo figlio Merempthha,.
E allora, chi erano  i lavoratori “ebrei” citati nella Bibbia, costretti a lavorare alle Piramidi? Probabilmente popolazioni nomadi asiatiche che si spostavano lungo i confini egizi e che talvolta sconfinavano prestando occasionalmente la loro opera. Non è a questo tipo di prestazione, però, che si riferisce la documentazione egizia che ci è pervenuta, dove non si fa mai cenno a “schiavi” nella costruzione di templi e palazzi e monumenti, bensì ad una prestazione volontaria  della popolazione, soprattutto contadini, durante il periodo di inondazione. Tre mesi, per la verità. Un obbligo per tutta la popolazione.
Assodato che la schiavitù, intesa come assenza totale di diritti legali, non esisteva in Egitto, quale era la condizione di coloro che occupavano l’ultimo grado della piramide sociale? Erano uomini e donne, spesso prigionieri di guerra o persone estremamente indigenti, privati della libertà, che si occupavano dei lavori più umili, ma che si vedevano riconosciuti i diritti più elementari.
Il loro status naturalmente mutò con il tempo. Così, nell’antico Regno, nell’epoca della costruzione delle piramidi, il lavoro era volontario, fatta eccezione dei pochi prigionieri di guerra, di razza libica e nubiana.
I primi “schiavi”comparvero durante il primo Periodo Intermedio, in arrivo dai mercato asiatici di schiavi, ma si dovette aspettare il Medio Impero per vedere le prime leggi in favore degli schiavi:con la disgregazione dello Stato Faraonico e il potere quasi illimitato dei funzionari di stato, sicuramente si verificarono degli abusi.Si comincia a parlare apertamente di schiavi, solo con la fine di questo periodo, ma un vero concetto di schiavitù lo si accettò solo con il Nuovo Impero. In questo periodo, infatti, affluì nel Paese una massa di prigionieri i quali col tempo si integrarono divenendo ad ogni effetto membri della società del Paese che li ospitava.
In quest’epoca, tutte le classi sociali potevano avere schiavi.

Mitologia nordica – Sigfrido

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E’ l’eroe per eccellenza della mitologia germanica e “La Canzone dei Nibelunghi”, di cui è protagonista, é il più ricco e il più bello dei  poemi epici germanici. Ispirato da forti sentimenti, quali la vendetta, la ferocia, il coraggio, fu scritto nel duecento, ma si perse nel  sedicesimo secolo, fino a giungere a noi in diversi manoscritti che presentano, però, numerose varianti, delle quali .gli studiosi non sono ancora riusciti a stabilire  quella che si avvicini maggiormente all’originale.  Si può, però, dividere il poema in due parti: nella prima  sono narrate le vicende dell’eroe fino alla sua morte e nella seconda, invece, quelle riguardanti la sua sposa e la sua spietata vendetta.

Figlio  dell’eroe Sigmund,  morto nella battaglia contro Odino,  Padre degli dèi, e della bellissima Hjordis, Sigfrido  ebbe in eredità dal padre la spada che Odino gli aveva ridotto in frantumi;  morendo, Sigmund preannunciò alla sposa che avrebbero avuto un figlio.

La bella Hjördís, rimasta vedova, sposa Re Álfr  e il piccolo Sigfrido viene affidato  a Reggin,  fabbro di corte del re  Hjalprek ed appartenente ad una stirpe di semi-immortali.

Nel giovane, Sigfrido, diventato forte e coraggioso, Reginn, vede soprattutto la possibilità di attuare una vendetta personale, ma anche di  venire in  possesso del tesoro dei Nibelunghi, il mitico popolo dei Nani. di cui faceva parte un giorno egli stesso.
Questo tesoro era appartenuto a Hreidhmar, padre di Raggin, che Fafner, l’altro figlio, aveva ucciso per impadronirsene e dividerlo con il fratello. Al momento della spartizione, però, Fafner si era rifiutato di consegnare al fratello la sua parte ed  era andato a vivere in una grotta, ponendosi a guardia del tesoro, nelle sembianze di drago. Sul tesoro, però, pesava una grande maledizione: quella scagliata da  Hreidhmar contro i  suoi due figli.

 

Ignaro dei propositi di Raggin, il giovane Sigfrido, sollecitato dal suo maestro,   va a procurarsi un cavallo;  sul cammino si imbatte in un vecchio  verso cui dimostra grande generosità e disponibilità…. Ignorando che sotto quelle spoglie si cela Odino in persona, Sigfrido  si fa indicare un cavallo nobile e generoso, un cavallo di nome Grano, discendente del destriero dello  stesso Odino.Quando l’eroe torna da Reggin, montando un cavallo  così  nobile e fiero, questi gli parla di un grande tesoro custodito da un drago e lo spinge ad affrontare il drago ed impadronirsi del tesoro.

L’eroe  accetta e il fabbro reale forgia  per lui una spada per affrontare il drago. Al momento di provarne la resistenza, colpendo sull’incudine, l’arma si frantuma in mille pezzi. Così Reginn gliene fabbrica  un’altra, ma anche questa si rompe all’urto con l’incudine. Sigfrido, a questo punto, chiede a Reggin di fabbricargliene una  con i frammenti di quella avuta in eredità dal padre ,Sigmundr, la celeberrima Noatung. Sottoposta alla prova dell’incudine, la spada taglia l’incudine a metà.

Questa  magica spada era stata conficcata da Odino in un ceppo e nessuno era riuscito mai ad estrarla , fino a quando non era giunto Voldung, padre di Sigmund,  il quale la ricevette da lui, ma se la vide, in seguito, ridurre in frammenti dallo stesso Odino.  Reggin la rese imbattibile e Sigfrido non se ne separò fino alla fine dei suoi giorni.

Convincendolo con l’inganno, che da quella impresa, cioè,  sarebbe diventato un eroe immortale  e nella speranza che nella lotta Sigfrido rimanesse ucciso, Reginn,  sollecitò l’eroe ad affrontare il drago; quando, però, lo vide tornare  vincitore, il nano progettò di ucciderlo per impadronirsi del tesoro e prese ad indagare per scoprire se davvero l’eroe ne fosse in possesso.

Uccidere Sigfrdo, però, era  impresa quasi impossibile. Dopo aver  ucciso il drago, infatti, l’eroe si era reso invulnerabile  bagnandosi nel suo sangue. Una foglia, però, gli si era posata sulla spalla sinistra, facendone il punto vulnerabile di tutto  il corpo. Inoltre, .bruciando il cuore del drago, Sigfrido, si scottò due dita che si mise in bocca, acquisendo così  anche altri poteri del drago, tra cui la conoscenza dei linguaggi degli uccelli. Fu proprio ascoltando le cince sui rami di un alberto che  venne a conoscenza delle intenzioni di Reginn. Per cui sarà lui ad uccidere Reginn  e non viceversa.

L’eroe nascose il tesoro in un posto sicuro lungo il corso del Reno, poi si pose in cammino per affrontare un’altra impresa. Da un falco, aveva appreso che Brunilde, una delle più belle Valchirie, era stata relegata da Odino, sulla vetta di un monte circondato di fiamme.

Sigfrido riuscì a liberarla e si innamorò perdutamente di lei, ma anche Brunilde s’era profondamente innamorata del bellissimo eroe.

Per la bella Valchiria, però, ardeva d’amore anche Gunther, Re dei Burgundi, un popolo guerriero di stirpe Vichinga, il quale invitò l’eroe a corte per una partita di caccia.
Gunther, però, mirava anche ad impadronirsi del tesoro e chiese al mago Hagen
di aiutarlo nell’impresa.
Il mago preparò un filtro magico che fece accendere d’amore il cuore di Sigfrido per la bella Crimildde, sorella di Gunther e Sigfrido abbandonò Brunilde che convinse a sposare Gunther, poi convolò a nozze con Crimilde.
La bella Valchiria, però, umiliata e tradita, mise ben presto in atto la sua vendetta: rivelò al mago Hagen il punto vulnerabile dell’eroe e questi durante una partita di caccia lo colpì a morte.

Venuta a conoscenza della verità, Brunilde, sopraffatta dal dolore e dal rimorso, si gettò sulla pira che Crimilde aveva fatto preparare per Sigfrido.

Spietata, invece, fu la vendetta di Crimilde nei confronti degli assassini dell’amatissimo marito.Diventata la sposa di Attila, re degli Unni, Crimilde invitò ad un banchetto suo fratello e il suo seguito e anche il mago Hagen poi chiese ad Attila, il quale non aspettava altro, di farne strage.

 

“LA PAROLA E L’ IMMAGINE – OTTAVIA TAURINA MINORE” di Lia JONESCU

 

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Ottavia Taurina, meglio conosciuta come Ottavia Minore, sorella di Ottaviano Augusto, nasce a Nola nel 69 e muore nell’ 11 a.C. a Roma. Va sposa, a 15 anni, a Gaio Claudio Marcello, discendente da quel Marco Claudio Marcello che fu eroico combattente nella seconda Guerra Punica.

Ottavia amò suo marito e con lui ebbe tre figli; purtroppo nel 41 a.C. rimase vedova ed era incinta del suo quarto figlio. Nello stesso periodo, anche Marco Antonio era rimasto vedovo della moglie Fulvia; Ottaviano Augusto, che era stato in serio contrasto con Marco Antonio ,essendosi con lui riappacificato, volle consolidare questa amicizia creando una parentela e facendo quindi unire in matrimonio sua sorella Ottavia e l’ amico ritrovato. Per questo matrimonio fu abolita la legge per la quale una donna incinta non poteva contrarre matrimonio con un uomo diverso dal padre del nascituro.
Ottavia ebbe altri due figli con Antonio e crebbe anche quelli che lui aveva avuto da Fulvia. Nella campagna contro i Parti, Antonio aveva purtroppo riallacciato i rapporti con Cleopatra, che era stata la causa della discordia con Antonio. Nel 32 a.C. Antonio mandò dall’ Egitto ad Ottavia la lettera di divorzio con la quale dava fine legale al matrimonio ( a quei tempi era assai più facile e meno formale bastava una piccola formula).

Ottavia non accettò l’ aiuto del fratello , ormai nemico dichiarato di Marco Antonio; un figlio di Antonio e Fulvia, Marco Antonio Antillo, fu fatto giustiziare da Ottaviano come, in seguito, quelli avuti da Cleopatra e Ottavia rimase fedele alla memoria del marito.
Augusto adottò il figlio di Ottavia e di Gaio Claudio Marcello che però morì prematuramente.  Lo zio, affranto dal dolore, fece erigere in suo ricordo il Teatro di Marcello.
Si racconta che, allorché Virgilio ( con un gesto piuttosto furbo) ,dedicando al giovane alcuni versi dell’ Eneide, declamò davanti ad Ottavia ed Augusto ” Tu sarai Marcello…..” la madre rimase talmente colpita che regalò al poeta una gran quantità di sesterzi.
Ottavia morì nell’ 11 a.C. e Augusto le tributò molteplici onori e il popolo tutto partecipò.
Ottavia Taurina Minore, donna grandissima, rimane ad esempio dell’ amore coniugale e materno .

ANTICO EGITTO – Le Origini…

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Per Genesi, in ogni cultura, si intende il complesso dei miti sulle origini dell’Universo e il tentativo di spiegare come LUCE e FORMA siano scaturite o emerse dal Liquido Caos che gli Antichi Egizi chiamavano NUN.

Caos Liquido, Acque Primeve, Abisso, Caos Primordiale…. o come lo si vuol chiamare, il NUN  era sconfinato e senza forma, privo di dimensione e di direzione. Tenebra informe. Senz’aria e senza luce.
Il NUN,  però, non è il Nulla, poiché esiste ed è la materia che successivamente darà la vita al Cosmo o Universo, cioè è la bolla creata da Atum in mezzo aquesto  Nulla

In verità, gli Antichi Egizi consideravano troppo misteriosa la Cosmogonia, ossia “l’inizio delle cose”, per attribuirle un canone fisso o un unico mito, come avverrà successivamente per la Genesi  ebraica.
Gli Antichi Egizi non fissarono mai un unico mito; così, se ad Eliopoli era RA il Dio-Creatore, ad Hermopoli era THOT,  a Memfi era PTHA….

Gli elementi necessari alla Creazione per emergere dal NUN sono: Luce – Vita – Terra – Intelletto e i miti della cosmologia cambieranno ogni volta che sarà messo in rilievo uno di questi elementi, secondo le varie culture locali.
I miti riguardano:
– la comparsa della LUCE, che coincide con l’Alba Primeva e il primo sorgere del Sole.
– la creazione della VITA
– l’emersione della prima TERRA, (Tumulo Primevo)
– l’istituzione dell’INTELLETTO

Mentre alla base della Teologia Eliopolitana, ci sono soprattutto i primi tre elementi, l’ultimo costituisce il fondamento della Teologia Memfitica, conosciuta anche come “Dottrina del Logos”.

Ad Eliopoli il mito fondamentale è quello di Atum-Ra Dio-Autocreatore, che all’interno del NUN procrea (masturbandosi) la prima coppia, che a loro volta genereranno (sessualmente) una seconda coppia.
A Memfi, all’interno del NUN troviamo Ptha-Taten,   Dio-Autocreatore che crea  la VITA attraverso :
– la LINGUA  (PAROLA o LOGOS)
– il CUORE  (INTELLETTO)

(nota: per gli Antichi Egizi il Cuore-IB era la sede dell’Intelletto, della Rettitudine, delle Emozioni…)

PTHA è anche HE-KA, cioè Parola-Divina, perché la LINGUA o PAROLA o LOGOS, fa parte di Dio ed è Dio stesso: la LINGUA o PAROLA o LOGOS, dunque, è DIO-CREATORE.
Ma non è tutto: quello della Creazione, secondo la Dottrina Menfitica, non è un ATTO casuale, ma è un”Progetto”, poiché implica il coinvolgimento di  MENTE (Pensiero Divino),  e VOLONTA’  (Comando Divino) che la HE-KA  (Parola-Divina o Lingua o Logos, come diranno i greci di Alessandria d’Egitto), ha concretizzato.

Questi concetti astratti: Pensiero, Comando, Ordine, Intelletto, perché siano comprensibili, vengono personificati, per permettere loro di agire.
Diventano “funzioni” del DIO-Creatore e vengono dati loro dei nomi: Maat, sarà l’Ordine Cosmico, Thot, l’Intelletto e la Conoscenza, ecc…

Si legge nei Testi delle Piramidi, una sorta di raccolta di scritti di carattere religioso:
“E così furono fatti tutti gli Dei. E così ogni HE-KA, Parola di Dio viene da quello che il Cuore ha pensato e la Lingua ha comandato.
Come tutti gli Dei furono fatti e l’intera Compagnia Divina fu creata, così ogni He-Ka, Parola di Dio, viene da quello che il Cuore ha pensato e che la Lingua ha comandato.
Così furono fatti i Kau (spiriti) e gli Hemsut (Geni) che producono tutto il cibo e il nutrimento mediante quella stessa He-Ka, Parola Divina, la quale dichiara anche ciò che deve essere amato e ciò che deve essere odiato…”

Quelli che sembrano, dunque, momenti diversi della Creazione e cioè, Comparsa della Luce, Emersione della prima Terra, creazione della Vita, espressione dell’Intelletto, non sono atti consecutivi, ma aspetti diversi di un solo evento che si concretizza attraverso la He-Ka, cioè la Parola-Divina, la Lingua, il LOGOS.

 

I  “Testi delle Piramidi” riportano:

     “Salute a Te, Atum, Salute a te.
Salute a Te, il Divenente, che avesti origine da te stesso…”

Atum  vive nel NUN; vive in completa inerzia in mezzo a tanto tenebrore e si sa che ozio e solitudine, prima o poi, finiscono per fiaccare lo spirito… anche quello di un Padre Eterno.
Così, un bel giorno, Atum decide di porre fine alla propria solitudine e procurarsi compagnia.  Lo fa autoprocreando, poiché Egli è il “Grande Lui-Lei, un Essere bisessuale: un maschio ed una femmina. Ci sono due versioni del fatto: lo fece attraverso la masturbazione o il Verbo, la Parola-Divina. La prima è una visione primitiva e fisica della Creazione e la seconda, invece, è una concezione più intellettuale o spirituale.
In realtà, i due aspetti sano complementari, poiché la masturbazione spiega l’aspetto riproduttivo della Vita mentre il Verbo, ossia il “Soffio Divino” alitato attraverso le narici, ne spiega l’aspetto spirituale .

Ed eccoci giunti  al mito della “Creazione della Luce e della Prima Alba”.
Shu e Tefnut,  sono i Figli Divini così concepiti.
Shu è lo “Spazio” in mezzo alla “Tenebra Primordiale”, è Luce e Aria.
Tefnut è Umidità e Vapore. Insieme i due costituiscono la “Prima Coppia” in grado di procreare sessualmente.
ATUM è stanco della propria inerzia; vuole mettervi fine. Allora chiede al NUN come procurarsi un luogo su cui posare e l’ABISSO gli dice di baciare sua figlia Tefnut : la collocazione dell’Universo o Mondo-Creato all’interno del Nun è, dunque,  un atto d’amore di ATUM,  Il Supremo.

Creato l’Universo non resta che creare l’Ank, la VITA.
SHU e TEFNUT  accontentano subito ATUM  e procreano due figli: NUT e GEB, i quali costituiscono la Prima Coppia creata sessualmente.
I due all’origine sono una sola cosa: due divine   entità sessualmente avvinte.
Ma SHU è geloso di NUT e la separa con forza dallo Sposo, sollevandola in alto e sorreggendola con le braccia: i Pilastri che sorreggono il Cielo, ossia NUT… GEB è invece, la Terra. (interessante notare come in questa cultura la Terra non sia FEMMINILE).
Quell’atto del dramma della Creazione Cosmica, però, sarà causa e origine della Creazione della Vita: GEB e NUT potranno generare i loro quattro figli.
I loro nomi sono: Iside, Osiride, Seth e Nefty..
Dove andranno a vivere?

Ecco come è descritta nei “Testi di Shu” la comparsa della Luce e della Vita fuori del CAOS:

“quel soffio di vita che sgorgò dalla gola dell’uccello BENU,
in cui ATUM apparve nel Nulla: l’Infinito e la Tenebra
e il Mistero Premevo…”

Possiamo, dunque, immaginare una Terra emersa dall’Abisso (fu un monte a forma di piramide ad ON, nome egizio di Eliopoli), su cui andò a posarsi la Fenice, l’Uccello-BENU, Araldo della Vita. Possiamo immaginarlo nell’atto di aprire il becco e rompere il “Silenzio”  per annunciare la Vita.
Il BENU, La Fenice, dall’aspetto di un grande airone grigio, è  la incarnazione del LOGOS, ossia il Verbo,    che annuncia la Vita.
Il BENU, la Fenice, è  Simbolo e  Principio della Vita: è l’ANGELO DELL’ANNUNCIAZIONE.

 

RECENSIONE di Maria Pace al libro “TACCUINO LIBANESE”di Simonetta ANGELO-COMNENO

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Taccuino è un quaderno dove annotiamo pensieri ed emozioni che poi, riordinati, chiamiamo Diario. “Taccuino Libanese” è il diario, ossia,  la storiografia di Simonetta Angelo-Comneno.

E’ la storia di un periodo particolare della sua vita .  Non si tratta, però, solo della narrazione di eventi ed episodi più o meno importanti della sua vita, ma della cronaca del contesto familiare, sociale, culturale e storico di quegli eventi e  degli effetti che tali eventi hanno avuto su di lei.
E ciò fa di questo “Taccuino”, un “libro di storia e di costume”, che  meriterebbe uno studio ed un’indagine più approfondita di una semplice recensione.

Ecco cosa dice l’ autrice, nel definire  il suo diario: “… questo “taccuino libanese”, altro non è che  un  lungo “viaggio” intorno a me e dentro di me”

Un lungo viaggio intorno a me!…  Simonetta parla di un Paese, il Libano,   dove,  giovanissima sposa, è andata a vivere. Un Paese che già amava e conosceva, ma solo con lo sguardo e l’entusiasmo del turista.  Andarci a vivere sarebbe stata un’altra cosa. Andare a vivere in un  Paese assai diverso da quello in cui sei nata ed hai vissuto, è un’altra cosa. Ma lei amava quel mondo. Da bambina  giocare alla “principessa araba” era uno dei suoi divertimenti preferiti.                                                                    

Il Libano è un Paese bellissimo. Simonetta lo descrive con accenti poetici:  “C’è il sole oggi nel cielo. Tutta la città  e la campagna vicina  risplendono di mille colori…”

ma poi aggiunge: “I muri delle case, neri di fumo, vecchi di tanti anni di incuria e di abbandono sembrano quasi lavati dai raggi del sole e le finestre… i vetri delle finestre hanno i bagliori del cristallo iridescente…”                                                                                              Sì, perché questo bellissimo Paese,: il Libano, questa splendida terra, vive  eventi drammatici: la guerra, la pace infranta, i morti, la distruzione… le vite spezzate da granate e mortai, le granate,  i colpi dei cecchini …

Ma dice anche: “Un lungo viaggio dentro di me”.  E  ci emoziona  il  tenero ed affettuoso rapporto con la famiglia: i genitori e le sorelle cui è legatissima.  Ci commuovono i ricordi personali e familiari che l’autrice condivide con il lettore, ricordi  di bambina, ragazza e donna, sposa e madre felice.

In una intervista, ecco che cosa dice del suo “Taccuino libanese”

“…nasce da una vita vissuta felicemente e drammaticamente in una terra che non era la mia. Parla della vita mia quotidiana di donna e madre e di quella dei libanesi, del loro modo di vedere le cose, delle loro abitudini e dei loro costumi. Parlo della trasformazione che ha subito il paese quando è sprofondato nella guerra civile, delle difficoltà e del pericolo che incontravo quando mi recavo al lavoro, parlo degli orrori vissuti… che dire di più?”

Che dire di più? Aggiungiamo che  si tratta di una lettura piacevolissima.  Che sia  interessante lo scopriamo fin dalle prime parole “E’ il mio primo Natale a Beirut. Mentre preparo il cenone di Natale…”,  che è anche piacevolissima è una splendida scoperta che si fa proseguendo nella lettura.
C’è nel linguaggio di questa bravissima scrittrice,  una  proprietà, una scioltezza  ed una vivacità d’espressione,  sì da rendere  semplici e immediati anche gli accenti più drammatici e dolorosi. Simonetta Angelo.Comneno, la scrittrice Simonetta AngeloComneno, ha una  capacità di comunicazione veramente notevole, uno stile   tutto personale di utilizzare vocaboli o intere frasi, di legarli fra loro, amalgamarli,  in modo da rendere il discorso non solo fluido e vivace, ma anche, come si è detto, piacevolissimo.

 

Dall’Antica Roma… con Amore – Milos e Livilla”

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Livilla restò a guardare nel vuoto anche quando  Fabio ebbe lasciato la casa. Immobile, là dove si trovava. Le mani sui fianchi e il piede sinistro che batteva nervosamente per terra, continuò a guardare l’uscio oltre cui  era scomparso. Le aveva parlato come si parla ad una bambina. Alla “sorellina”, come l’aveva chiamata. L’onda di ribellione le salì dentro, ma quel feroce senso di orgoglio   le impedì la “vergogna” di corrergli dietro. Una metà di lei sentiva di detestarlo, ma l’altra metà, inspiegabilmente, era felice. Felice per la “sua” felicità.

Un velo di tristezza le scese sul cuore: aveva perso l’amico fraterno amato oltre ogni misura? Un velo di tristezza andava frapponendosi tra lei e l’antico compagno di giochi. Fra lei e il mondo intero. Il mondo intero?… No! Forse non il mondo intero… Milos! C’era Milos, adesso, che aveva svegliato in lei nuovi desideri,…. Milos, il cui pensiero la turbava e raggiungeva profondità del suo essere, sconosciute perfino a se stessa. Milos, il cui volto, d’un tratto, adombrò quello di Fabio, quasi che l’immagine dell’antico compagno non fosse più abbastanza forte da reggerne il confronto.

Era questo l’amore che intendeva Fabio? Se era così, il tempo era già arrivato!

Livilla si trovò poco più tardi e quasi suo malgrado nei pressi del Ludus Gladiatorius. Molte donne stazionavano da quelle parti; qualcuna riusciva perfino a corrompere i guardiani e ad entrare. Lei non l’avrebbe mai fatto, naturalmente. Non era entrata neppure quando Milos l’aveva invitata ad assistere agli allenamenti.

Ebbe un sorriso: forse aveva agito frettolosamente; forse non doveva venire lì. Sorridendo di se stessa e scuotendo il capo, fece l’atto di allontanarsi, ma proprio nello stesso istante, nel vano del grande portale d’ingresso, come evocata dai suoi pensieri, si stagliò la figura di Milos.  Non era da solo; con lui c’era una donna.

“Decisamente vecchia! – sussurrò, guardandola e storcendo il naso – Una vecchia agghindata come una puella…” pensò, astiosa ed impietosa, continuando a fissare quella donna che osava tenere la mano appoggiata al petto del “suo” Milos.

Il “suo” Milos! Quel possesso la turbò un poco: non aveva mai pensato a un uomo come “suo”, all’infuori di Fabio, prima.

Quella donna, avanzo di una gioventù lontana, che di vivo sulla faccia aveva soltanto gli occhi, la indispettiva molto. Occhi vistosamente truccati. Come vistosa era l’acconciatura bionda, vistoso il trucco della faccia, vistosa la veste: tutta la persona grondava oro, ricchezza e lussuria.

“Ma perché certe donne quando invecchiano si combinano così? – continuò nell’impietoso soliloquio – Per sembrare più giovani?… E quand’anche riuscissero a sembrar giovani, che cosa cambierebbe alla loro natura? Spero di non diventare anch’io come questo vecchio gallinaccio, un giorno…”

Si girò per allontanarsi da lì, confusa e irritata. Anche Milos con un’altra donna. Tutti uguali gli uomini!

Fabio e Milos, oltre tutto, si somigliavano anche fisicamente… Ma no!  No, anche se la prima volta che aveva visto il principe dei Traci era proprio questo che aveva pensato. Poi non ne era stata più sicura. In realtà le somiglianze erano poche. L’altezza, forse… Ma no! Milos era più alto di Fabio di più di mezza spanna e la struttura del suo fisico era più possente e sviluppata. Era biondo di capelli mentre Fabio era castano; aveva occhi di un azzurro intenso e profondo mentre quelli di Fabio erano color nocciola. No! Non si somigliavano per niente! Non più di quanto una statua di Apollo somigliasse a una statua di Mercurio! E dietro quella somiglianza fisica, suggestiva e immaginaria, naturalmente, c’era sicuramente una diversità di carattere. Fabio riservato e tranquillo, Milos esuberante e irrequieto. Pacato il rapporto col primo, eccitante con il secondo… ma tutti e due dei traditori!

Notava sempre i particolari fisici delle persone, le fisionomie, ma non giudicava mai a prima vista. Lasciava che il giudizio arrivasse da sé e con distacco. Ma quando si formava un’idea o un’opinione su qualcuno, niente e nessuno riusciva più a farla recedere dal suo giudizio.

Milos era stata l’unica eccezione. Fin dal primo incontro non si era limitata a notare il fisico dalle straordinarie proporzioni, la capigliatura bionda   trattenuta da un cordino di pelle, l’aspetto quasi selvaggio:   quella consapevolezza del proprio aspetto fisico che il bellissimo gladiatore imponeva a tutti a prima vista. Lei, al contrario degli altri, aveva afferrato anche l’interiorità dello sguardo d’aquila del principe dei Traci,   la forte consapevolezza di chi possiede il governo delle proprie emozioni, ma soprattutto l’irrequietezza dello spirito.

“Tutti uguali, gli uomini!” ripeté e con una scrollatina di spalle si allontanò, giurando che non vi avrebbe mai più messo piede. Fatti pochi passi, però, ebbe un sussulto: qualcuno le aveva posato una mano sulla spalla. Una mano calda, grande, protettiva. Capì subito, prima ancora di voltarsi, a chi apparteneva quella mano.

“Livilla!… Ehi, Livilla!”

“Milos!” si voltò fingendo stupore.

“Ma che cosa ci fai da queste parti??… Sei venuta a cercarmi?” sorrise con tenera sfrontatezza il ragazzo.

“Non sei un po’ presuntuoso, suspiria puellarum?” fece sarcastica.

“Oh – rise lui – Non credi che le donne vengono a cercarmi?”

“Ci credo! Ci credo! L’ho vista poco fa quella gran domina tutta dipinta e colorata, farti gli occhi da pesce lessato”

“Sei gelosa, eh?!…” rise il giovane.

“E tu sei presuntuoso come tutti gli uomini. Oh, no! Non sei presuntuoso – ghignò con tenera ironia – Tu sei il suspiria puellarum! Non sei tu, che nell’arena le donne invocano e chiamano suspiria puellarum?”

Lui rise ancora, sonoramente, poi la prese per un braccio e la sospinse delicatamente lungo la strada; lei si lasciò condurre. Un lieve rossore le coprì il volto perchè lui non smetteva di guardarla e sorriderle e quando anche lei sollevava lo sguardo per guardarlo a sua volta, si sentiva come presa da vetigini. Non poteva non notare che aveva smesso di confrontarlo con Fabio e che, se in passato qualche pretendente non era stato all’altezza di reggere il confronto con l’antico compagno, Milos non solo ne reggeva il paragone ma, pareva fare di tutto finanche per superarlo.(continua)

 

brano tratto  LA DECIM LEGIONE –  Panem et Circenses ” di Maria Pace

per informazioni   mariapace2010@gmail.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO   XV

 

La Fonte Egeria, nel bosco delle Ninfe Camene, sul Celio, cantava vaticinando responsi e consigli attraverso lo scorrere musicale delle acque e tutte le ragazze si recavano ad ascoltare quel canto almeno una volta nella vita.

Pure Livilla volle andarci per sciogliere un dubbio: Milos o Fabio?

Stupori e smarrimenti si succedevano dentro di lei e le immagini si alternavano davanti agli occhi della mente. Forse Milos, che aveva attraversato la propria esistenza plasmandola con la sofferenza, l’orgoglio, la ribellione…. l’arena! O forse Fabio con la sua sensibilità, la generosità, la comprensione! Fabio era sempre stato ai suoi occhi come un placido campo da attraversare in tutta sicurezza, un porto sicuro e pacifico, un nido caldo e tranquillo. Senza sorprese. L?incontro con Milos, invece, con la sua irrequietezza e lo splendore dei suoi occhi verdi, aveva svegliato in lei l’asprezza di nuovi desideri.

In cosa erano uguali e in cosa differenti? E quale dei due era l’amore. Quello vero. Quale dei due celava dentro di sè quel mondo straordinario di cui parlano i poeti. A quale dei due avrebbe consegnato per sempre il cuore? E, quello, tra i due, che l’avesse ricevuto, l’avrebbe saputo custodire?

A tutto questo pensava mentre con aria assorta e passo veloce si avvicinava al Bosco delle Camene; sopra di lei tondeggiavano le vette delle colline ricoperte di ulivi, aranci e vigne. Spingendo un po’ oltre lo sguardo, si riusciva già a vedere le grotte, naturali e non, che screpolavano le pareti del colle, capricciose e .inconsuete, come se qualche estrosa divinità si fosse divertita a graffiarle quando erano ancora tenera argilla.

Nell’attraversare uno degli impraticabili itinera in prossimità delle Mura Serviane, sulla quale si affacciavano le ultime case del sudicio quartiere, Livilla si sentiva come spinta da una irrequietezza interna. Lei non era e non si sentiva come le altre ragazze della sua età. La sua ragione era sempre stata sottoposta all’impeto della passione e le passioni, alimentate da fantasia e curiosità. Per non parlare dell’energia! Apparentemente fragile, era come un fiore di campo fiorito in una serra: delicato e pallido, ma dal profumo intenso e dalla forma armoniosa: capelli setosi e lucidi, pelle levigata e sana, fisico longilineo.

Scorse in fondo alla strada le prime querce del bosco delle Camene, la parte sacra della collina e il terreno intorno, convulso e irregolare, devastato dall’azione dei terremoti.

Apparve anche il ponte sotto cui scorrevano le acque dell’Aniene, che proprio nell’antro avevano le sorgenti e che congiungeva la strada all’altro ciglio.

Livilla cominciò ad attraversarlo. A metà percorso, però, vide venirle incontro due vecchie conoscenze che si era augurata di non rivedere mai più: quelle due Arpie dei fornici, Ulpia e Lollia. Inseparabili come la peste e la guerra.

“Ehi!… Guarda chi c’è qui! – l’apostrofò da lontano la prima e quando l’ebbero raggiunta – E guarda come è vestita bene!” fece subito eco l’altra, toccandole la spalla con la mano sudicia.

Livilla si ritrasse con un moto più di fastidio che di paura.

“Che cosa volete?” domandò.

“Ehi!… Ma si trattano così le amiche?”

“Non siete mie amiche, voi due! Lasciatemi andare.” protestò.

“Dove vuoi andare? – continuò Ulpia, poi chiamò – Ehi, Tirso! Guarda chi c’è!”

Tirso, uno di quei “gentiluomini” frequentatori di fogne, seduto ad un tavolo davanti ad una bettolaccia, che Livilla riconobbe subito, si avvicinò, il braccio destro avvinghiato intorno ad un nodoso e polveroso ramo a mò di stampella.

“La nostra piccola ninfa credeva che tu volessi davvero azzopparla o renderla guercia…ah,ah,ah!” rise sguaiatamente Lollia, mentre lo zoppo la scrutava, così come aveva fatto nei sotterranei; la sua voce le scrosciò addosso come una doccia fredda.

“Non era una cattiva idea, Per Giove Tonante! – disse continuandola a fissare – Una bella benda nera su un occhio.. qualcuno potrebbe anche impietosirsi e darti qualche denarius. Anche solo un asse da giocare a dadi. Per Dionisio!”

“Ubriacone! Ora che l’hai rivista puoi anche andartene.” tentò di allontanarlo Ulpia, spingendolo all’indietro con il suo pancione.

“Prima dammi un asse, donna… Un misero triens, per Plutone!” insisteva quello, indietreggiando, pressato dalla montagna di carne.

“Via! Via!” continuava l’altra.

“Allora dammi il ciondolo che hai al collo. Te l’ho dato io e lo rivoglio!” lo zoppo allungò una mano verso il collo taurino della donna e dall’interno della scollatura della sudicia tunica estrasse un gioiello, una armilla legata ad una cordicella. Ulpia la difese con uno strattone e tirandosi indietro di un passo.