Le statue equestri… e il loro linguaggio.

Monumento_a_Giuseppe_Garibaldi_Roma_Gianicolo_76-2Alessandro MagnoMarcus.aurelius.horse.statue.rome.arp.jpg

Quante volte ci siamo soffermati a guardare una statua equestre… ad osservarne i particolari…  le zampe, ad esempio… La posizione  delle zampe ha un significato ben preciso, Vediamo quale.

  • Le due zampe anteriori alzate:  significa che il cavaliere è morto combattendo.
  • Una sola delle due zampe è alzata: vuol dire che  il cavaliere è morto per ferite riportate sul campo di battaglia.
  • Se tutte e quattro le zampe sono appoggiate al piedistallo:  significa che il cavaliere è morto per cause naturali.
Annunci

I SETTE VIZI CAPITALI – L’IRA

Charles Antoine Coypel - L'ira di Achille ©DDF

« Cantami, o Diva, del Pelide Achille
l’ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei…”

Chi  non conosce questi versi?

 

Quelli che seguono sono del faraone Akhenaton,  XVIII Dinastia. Sono meno noti, ma non meno riflessivi:

“Come il vortice nella sua furia sradica gli alberi, e deforma il volto della natura, o come il terremoto nelle sue scosse stravolge intere città; così la furia di un uomo arrabbiato getta rancore attorno a lui.”

 

Che cosa è l’Ira? Ecco come recita il dizionario:

“Movimento disordinato dell’animo onde siamo violentemente eccitati”

Ma che cosa la scatena e quali soggetti particolarmente ne sono affetti? L’iracondo è un individuo chiuso di carattere, in cui la collera  costituisce l’emozione predominante aggressivo, prepotente ed assai suscettibile.       A scatenare la sua ira, basta poco: basta anche solo una parola o un gesto di mancanza di rispetto. O che tale egli ritenga.

La collera   è un violento impulso capace di offuscare  la mente e il cuore; assale come un vento impetuoso, emerge improvviso dall’intimo e scatena un incendio. rimuovere i freni inibitori  e spingere l’individuo verso i più bassi istinti  e le azioni più  sconsiderate. E’  un bisogno violento di reagire contro chi ci fa torti o semplicemente ci contraria.  Scatena  in noi una forte emozione, un desiderio di rivalsa, vendetta, ecc contro quella che riteniamo una provocazione. L’ira è uno stato psichico che genera frustrazione e danneggia la nostra stessa salute.

Si tratta anche del vizio più facile da riconoscere perché giunge finanche  a cambiare i connotati della persona che ne è preda. Parte, improvvisa, dall’intimo più profondo, come una folgore ed esplode come un incendio, manifestazione di quel ribollire turbinoso di tutte le inquiete essenze che dimorano nell’animo umano.

Ma non sono tutte uguali, queste manifestazioni. Possono essere assai diverse.

C’è una collera fredda e calcolata e una collera calda e istintiva. Nella prima, le parole sono urlate, l’atteggiamento è scomposto e violento; nel secondo, invece,  le parole sono calcolate e i gesti  misurati.

La prima, chiamata anche collera attiva o aggressiva, si manifesta attraverso esplosione  improvvisa, sollecitata dall’istinto di conservazione, quando l’individuo si sente minacciato o in pericolo. Ma può essere collegata anche alla percezione di un torto o danno subito o semplicemente per predisposizioni caratteriali, in persone colleriche, aggressive, ecc.  Si tratta di un’ira furibonda che si manifesta attraverso atti violenti  contro gli altri e non raramente anche  contro se stessi, contro animali o  contro le cose. E non raramente contro persone innocenti ed estranei ai fatti:  picchiare, ad esempio, mogli e figli come sfogo per un torto subito sul lavoro o altrove.

La seconda, chiamata anche ira passiva, si manifesta attraverso un falso atteggiamento atto a  nascondere  quello che l’individuo prova realmente: falsa mitezza, falsa accondiscendenza, falsi sorrisi, ecc…

L ira aggressiva è un sentimento irrefrenabile e lo si legge chiaramente sulla faccia dell’individuo: paonazza ed alterata, come si è detto prima. In realtà,  è una passione che fa parte di noi ed è un indicatore di qualcosa di  irrisolto  che è in noi e ci fa perdere  il controllo.

Però esiste anche un’ira giusta e legittima, che mira a punire il colpevole con un giusto castigo adeguato  all’offesa arrecata; un’ira pacata, in grado di produrre qualcosa di positivo. Anche gli effetti visivi, sulla faccia dell’individuo sono diversi: non faccia alterata e sguardo lampeggiante, ma il contrario:l’individuo legittimamente irato è pallido in volto, ha il cuore serrato e la gola chiusa.

E’ errato, però, pensare che, a rispondere a slanci di collera siano solo persone dal temperamento collerico. L’ira può manifestarsi anche nel più pacifico degli  individui. Soprattutto se giusta e legittima; può manifestarsi perfino nel bambino, in cui non esistono ancora passioni, ma solo istinti.

E allora? Meglio reprimere o assecondare queste nostre intemperanze?

Non è facile controllare tali moti dell’animo. Di certo, l’ira è una pessima emozione da cui tenersi lontano, ma, come tutti i sentimenti  anche l’ira può avere qualche lato positivo.

Innanzitutto è sempre consigliabile non reprimere l’ira, ma affrontarne la causa . Se si riesce a mantenere un certo equilibrio, non è detto che un sentimento d’ira sia sempre da condannare. Esprimere la propria contrarietà a certe situazioni o prendere atto delle proprie frustrazioni  non è sempre negativo. Occorre, però, farlo nel  modo più giusto e pacato. Senza reprimere l’ira, ma tenendola sotto controllo.

Il consiglio di saggi e filosofi aiuta molto. Ecco cosa diceva Socrate: “Arrabbiarsi con la persona giusta, nel modo giusto e nella misura giusta.”

E ancora, il consiglio dei saggi egizi: “Se un saggio non è calmo, il suo comportamento non è pergetto.”

Infine il buonsenso: un sorriso ironico aumenta l’ira, mentre un sorriso dolce la smonta.

Sappiamo che gli effetti dell’ira possono essere devastanti e i danni, sia con parole che con atti compiuti  in un eccesso d’ira, possono  essere irreversibili. Sappiamo anche che in certe situazioni mantenersi calmi è davvero assai difficile:l’atteggiamento aggressivo oppure offensivo di certe persone é capaci di rimuovere nostri freni inibitori e far precipitare la nostra ira in un atto di intemperanza. Mantenersi calmi, dunque, è la forza dei saggi.

Ed a livello religioso come è contemplato questo vizio? Per la religione cristiana é uno dei vizi capitali e come tale, non si deve commettere.

Lo stesso per la religione ebraica, la quale, però, riconosce  “l’ira di Dio”o la “collera divina”  che è da intendersi come “Giustizia di Dio, però, restiamo sorpresi e  anche   scandalizzati da alcune affermazione o da alcuni fatti presenti nella Bibbia e Dio ci appare vendicativo e furente, diverso dal Dio misericordioso del Vangelo.

I SETTE VIZI CAPITALI – LA SUPERBIA

ob_e45e1b_tumblr-mum29km9ny1rv2dfko1-1280-jpg

Superbia, il primo dei 7 vizi capitali
Dal latino superbia, ossia, esagerata stima di sé e delle proprie qualità, come recita il dizionario.
Il superbo è una persona che si sente superiore agli altri e che come tale si comporta; ama se stesso e non considererà mai la superbia come un difetto, sono gli altri a riscontrarlo in lui e semmai, farglielo notare. Ma il superbo non teme le critiche, né i giudizi del suo prossimo. Essendo un perfezionista, egli tende ad acquistare la piena consapevolezza di sé assieme alla cognizione delle cose e non risparmia critiche a se stesso fino al raggiungimento dello scopo. Non scende mai a compromessi. Questo gli permette di conoscere perfettamente le proprie qualità e talenti e di metterli a frutto. Possiamo, dunque, affermare che non esiste superbo che non abbia un minimo di qualità.
Una persona con delle qualità, dunque, di cui è perfettamente consapevole e che lo rendono talmente sicuro di sé, da non fargli sentire la necessità di farne mostra. Non lo si sentirà mai vantarsi. Non gli occorre.
E’ brillante, possiede intuito; é sicuro e soddisfatto di sé; ama primeggiare.
Per tutte queste ragioni è assai invidiato, ma, a causa della sua irrefrenabile sincerità, che lo conduce spesso alla critica, è anche temuto ed evitato. Ma solo dalle persone permalose e troppo suscettibili, poiché tutti gli altri finiscono sempre per apprezzarne i giudizi sempre sinceri e mai dettati da invidia o malanimo, egli, infatti, non conosce sentimenti di invidia e spesso è disponibile verso gli altri.
Il superbo, in quanto tale, ama il sogno ed è un romantico, capace di conservare, però, un perfetto equilibrio tra realtà e fantasia, qualità che lo rendono bene accetto nella società.
Quando, però, la Superbia assume connotati negativi come l’arroganza o, peggio ancora , la presunzione, allora diventa un difetto. Un difetto grave ed intollerabile. Soprattutto la presunzione, che è, come dice il dizionario: opinione di chi pretende di sapere quel che non sa. In tal caso, la superbia può essere scambiata per una presunta, ma inesistente intelligenza che, però, è assai facile individuare e smascherare.
Da dove nasce questa Superbia dai connotati così negativi? Nasce da una esasperata ed illimitata considerazione di sé che spinge l’individuo a mettersi al centro dell’universo ed a pretendere di dominare sugli altri.
La Storia è piena di esempi di individui superbamente arroganti e tracotanti

I SETTE VIZI CAPITALI – L’AVARIZIA

2-avarizia-copia

Dal latino avaritia, ossia, scarsa disponibilità a spendere.
Recita il dizionario: Eccessivo ritegno nello spendere, a causa di smodato desiderio di possesso di denaro e averi.
“Crepi l’avarizia!”
Quante volte abbiamo pronunciato questa frase? Tutte le volte che ci siamo concessi un piccolo lusso. Questo perché l’avarizia è uno dei vizi più spregevoli ed intollerabili.
Non è difficile riconoscere l’avaro, ma è difficile che l’avaro si riconosca tale.
Egli è un individuo che non metterà mai mano al portafoglio, non regalerà mai nulla, non inviterà mai gli amici… se ne ha!
Riconoscere un individuo posseduto da questo vizio è assai facile: basta guardarlo negli occhi quando maneggia oro o denaro.
L’avaro prova un tale immisurabile piacere nel contemplare i suoi averi, che gli occhi gli brillano di una luce particolare: è l’irrefrenabile passione per il possesso
Un piacere fisico.
Non solamente accumulare ed accrescere quanto già si possiede, vizio riconducibile più al termine “Avidità”, ma piuttosto mantenere e conservare con la più grande cura, quello che già si possiede:
“Roba mia!… Che appartiene a me!… ”
Il possesso!
L’avaro è abituato a concentrare le proprie azioni e i propri sforzi unicamente nel soddisfare questo bisogno di possesso.. Egli ama possedere denaro, accumularlo, maneggiarlo, contemplarlo, contarlo e ricontarlo.
Ama sentirne il contatto.
Possedere denaro, ma non spenderlo. Separarsi da una sola delle sue “creature” è un sacrificio immane.
Per l’avaro, quel ritegno nello spendere non è per nulla un vizio, ma una virtù. Possedere,ma non utilizzare.
Egli considera peccato non il risparmio, ma l’uso del denaro. L’avaro è un egoista.
L’avaro è un individuo che nutre soverchio amore per se stesso e per le cose che gli appartengono e che non vuole dividere e non dividerà mai con alcuno.
Sospettoso ed egoista, l’avaro, soprattutto quello patologico, è anche ansioso. Ansia che gli viene dal timore di perdere quello che possiede. Ansia che altera le sue emozioni.
L’avaro vive assai male il suo vizio capitale
Ma, poiché egli non considera l’avarizia un difetto, ritiene che lo sia invece la generosità. Generosità ed l’altruismo sono per l’avaro forme di debolezza propria e di opportunismo altrui.
La generosità rende sospettoso un avaro.
Uscire da questa spirale non è facile. Anzi, è impossibile. Non perché l’avaro sia necessariamente una persona cattiva o meschina, ma perché egli non è consapevole del proprio stato, dal momento che non considera affatto l’avarizia come un difetto.
Esistono, però, due tipi di avarizia, quella misera e gretta, che è solo un principio di avarizia e che, pur restando un vizio, è meno grave ed esiste un’altra avarizia, quella sordida e misera, spinta all’estremo.
Quest’ultima, soprattutto, può risultare amorale e dannosa per la società, perché, sottrarre benessere agli altri, crea povertà e disuguaglianze sociali.

L'immagine può contenere: 1 persona, cappello

I SETTE VIZI CAPITALI – LA LUSSURIA

3. Cratere proveniente da una colonia pugliese della magna grecia. IV sec. British Museum

Dal latino luxuria, ossia, rigoglio, ma anche dissolutezza, incontrollato desiderio sessuale e abbandono ai piaceri dei sensi.

Comunemente la lussuria  è associata all’eros, la componente sessuale dell’amore. Non, però, quando l’individuo si lascia travolgere da smodata passione.

Il lussurioso, infatti, colloca  se stesso e  l’appagamento  delle proprie pulsazioni sessuali al di sopra di ogni altra cosa, avendo come fine unico, la sola soddisfazione personale, indipendentemente  da qualunque altra esigenza: sentimenti, procreazione, ecc. Il lussurioso, dunque, è un individuo che nutre un egoistico amore soltanto per sé, chiuso a qualsivoglia sentimento per gli altri.

Indifferente alle necessità altrui, dunque, ed alle sofferenze che il suo comportamento può arrecare, questo individuo mira a perseguire un unico  scopo che è solo quello di raggiungere il piacere fisico.

Un comportamento che è indice di scarsa considerazione nei confronti della persona oggetto delle sue attenzioni,  la quale  diventa “strumento” e “oggetto”.

Al contrario,  costui ha di sé  immensa considerazione . Considerazione così eccessiva, da procurargli talvolta scompensi mentali e alterazione della volontà,  così da renderlo incapace di controllare la propria libidine.

Disinibito e senza freni, schiavo del proprio vizio, il lussurioso  non prova  rimorsi, né sensi di colpa e cerca sempre una giustificazione ai suoi comportamenti.

L’esigenza ed il bisogno di appagare queste sue irrefrenabili pulsazioni, finiscono per disattivare ogni freno  inibitore: stupratori, pedofili, ecc  sono tutti lussuriosi.

Nessun sentimento, dunque, nessuna intesa affettiva o psicologica legherà mai il lussurioso  all’”oggetto” dei suoi desideri; nessuna emozione che non sia la ricerca spasmodica  di soddisfare il piacere della carne. Il corteggiamento non è contemplato, ma solo l’appagamento e il piacere personale, trascurando  l’appagamento e il piacere del partner, condotta che impedisce la costru di un rapporto solido e duraturo.

A livello generale, tale condotta non può che  svilire qualunque tipo di rapporto con l’altro sesso e sprofondarlo nel degrado: depravazione,  violenza, egoismo, infedeltà.

A livello morale, ed etico, l’emancipazione della donna  ha liberato una sessualità repressa ed   ha spostato i limiti del senso del pudore;  ha permesso ai sessi, assai distanti, di avvicinarsi, un tempo, invece,  la differenza dei sessi era assai marcata.

Tutto questo   ha  reso tollerabile quello che un tempo non lo era.

A livello religioso, nel cristianesimo il desiderio sessuale è contemplato e legittimato, ma se resa fine  a se stesso,  diventa vizio.

Cosa c’è, ci si chiede, alla base di questo vizio?  Innanzitutto insoddisfazione e vuoto interiore, che portano l’individuo alla ricerca di qualcosa che  riesca a colmarlo. Si cerca la felicità e la si cerca nel sesso. Soprattutto in un sesso sfrenato e continuativo.    Ad un’avventura ne segue un’altra e poi un’altra e un’altra ancora e poi si cerca la novità,  l’avventura  trasgressiva.

La sessualità, però, è un istinto naturale. Va vissuto osservando delle regole; uscire da queste regole ha degli effetti disastrosi, capaci di danneggiare la società e in primo luogo la famiglia. La sessualità è un istinto innato. E’ comune sia nell’uomo che nella donna. Diventa vizio solo in caso di pratica smodata del piacere fisico, poichè, l’appagamento degli istinti più bassi conduce inevitabilmente al degrado umano dell’individuo.

La sessualità è un istinto  indiscutibile.   Come dice Agostino: “Ciò che è il cibo per la conservazione dell’individuo, lo è la copula per la conservazione della specie”.

Ma, quando l’istinto alla sessualità è diventato un vizio? Ogni tipo di inclinazione, se eccessiva e smodata diventa dannosa per l’individuo. Ne risente la salute psichica e fisica e per questo a volte viene in parte represso. Soprattutto in passato. In particolare  questo tipo di inclinazione era condannato senza riserve. Basta citare gli esempi biblici di Sodoma,ecc…

Oggi, rispetto a ieri, la sessualità conosce una più ampia libertà. Soprattutto con l’ingresso della donna in questo scenario e il suo nuovo approccio  e partecipazione. Anche i giovani, oggi godono di maggior libertà nei confronti del sesso. Ci si approccia, oggi,  più con il  gioco della seduzione che con l’inclinazione alla lussuria:non solo fisicità, ma anche emotività psicologica.

“Di cosa parlavano i maschi alle terme di Roma?” di Maria Pace

 

an-exedra-1869

Recarsi alle Terme era per Marco  solo un pretesto per incontrare gli amici ma, all’infuori di Sabino, non avevano incontrato altri.

Dopo una breve sosta nel frigidarium, nelle cui acque si rinfrescarono, decisero di raggiungere il Gymnasium.

Ridiscesero in cortile e raggiunsero la Basilica, un grandioso edificio a forma di cupola che ospitava biblioteche e sale di conversazione. Si fermarono in una sala molto simile a un triclinio, con una via-vai di schiavi carichi di vassoi pieni di salsicce, pizze e focacce provenienti direttamente dai thermopolium.

Quello dei termopulai a Roma era uno dei mestieri più lucrosi!

Quattro colonne di marmo reggevano il soffitto decorato. Vicino alla terza colonna, sdraiato sul primo dei quattro lettini trovarono Cleonte il greco, impegnato con Metello Fabrio in una controversa conversazione sulla plebe e il suo “rancore sociale”.  Il suo gesticolare impediva a una spaurita e incauta Psiche, sulla parete alle sue spalle, di contemplare le splendide fattezze di Amore. Accanto alla pittura, una scritta dissacrante recitava: “Cornelio Lepido è il finocchio del suo schiavo Rodomonte.”

“Per Ercole! Mi piacerebbe veder nudo il focoso Rodomonte.” rise Sabino, trascinandosi dietro la risata degli altri, che si divisero subito nel giudizio come se si trattasse di un gioco combinato.

“Merito alla Legge Scantinia, senza la quale certe sfrontatezze porterebbero al degrado dell’Amore.” osservò Marco che, provenendo dall’ambiente militare, mal tollerava l’omosessualità.

La Lex Scantinia  era un insieme di norme che regolavano il dilagare delle pratiche omosessuali in Roma.

“Amore? – replicò Sabino – Ma quale Amore?”

“Chiediamolo al pedagogo Cleonte. – interloquì Metello – Chiediamogli se è Amore quello per una donna, necessario a perpetrare la specie o quello per un giovine, sollecitato da libido.”

“La Natura riesce sempre a far bene il suo mestiere.- esordì il

greco, chiamato in causa – L’Amore per donne e fanciulle?… La Natura suscita frenetiche passioni nei riguardi di donne e fanciulle,  ma accende anche irrefrenabili ardori verso altri uomini o fanciulli…. E’ un altro,  il richiamo da ignorare: quello che si prende nelle vesti o nel letto di qualcuno che ti è indifferente…. Quello il solo delitto in Amore!”

“L’intimità con un maschio è indecenza solo se la compiacenza fosse strappata con la violenza!”

“E Rodomonte? – domandò Sabino – Non mi pareva che approvassi il legame di Rodomonte con Cornelio.”

“E’ l’approccio che è disdicevole. – rettificò il filosofo – Per Cornelio Lepido è riprovevole subire gli appetiti del suo schiavo!”

“Soprattutto oggi che servi e schiavi accampano sempre nuove pretese. Parlano di giustizia e libertà… parole che hanno sempre ubriacato la gente!” fece osservare l’altro.

“Non ubriacato, ma dato la spinta a malumori apparentemente sonnacchiosi e pronti a sfociare in rivolta.” replicò Lucilio.

“Grano, spettacoli e robuste catene: così si tengono sopiti i malumori della plebe.” Silio Italico s’inserì nel dialogo fra il filosofo e il Prefetto.

“Malumori… rancori sociali! – interloquì Marco – Io sono un soldato e combatto con la spada, non con la parola, ma so che

esistono Leggi che danno regole alla società!”

“Leggi che  assicurano privilegi a chi ne hà già!” replicò Cleonte.

“Ecco cosa intendevo! – intervenne il filosofo – E’ giusto che alcuni sperperino senza misura e ad altri manchi il necessario? Che alcuni si prendano potenza, onore e ricchezze lasciando agli altri processi e condanne? – una pausa, ma solo per riprendere fiato, poi Lucilio continuò, con parole, gesti e pause ben dosati – Il malcostume scende dall’alto, ma è dal basso che il malumore si manifesta per primo: liberti arroganti, strozzini, senatori asserviti e… e dall’altro versante, contadini scacciati dalle terre, gente strozzata da debiti… ”

“Basta così! – lo interruppe Metello – Sei sapiente nell’affilare le tue parole, ma hai offeso tutti, qui! Siamo nobili e senatori e non siamo come ci dipingi tu.”

“Io non dico nulla che non sia già stato detto con i fatti. Svegliatevi! Solo un atto di coraggio può fermare questa cancrena e togliere il male alla radice. Molti la pensano così, ma pochi hanno il coraggio di affermarlo.”

“E’ l’ordine attuale, quello che tu contesti, Lucilio. – insinuò il Prefetto – E’ il sovvertimento delle regole.”

“Parole pericolose per te che le dici come per noi che le ascoltiamo. –  Silio serrò in una espressione minacciosa le gia strette fessure che erano i suoi occhi – Se continui a snocciolare il tuo “rancore sociale” con tanta sicumera, finirai male. Per cosa è che metti in gioco la tua vita, filosofo?”

“Metto in gioco la mia vita per qualcosa di molto prezioso!”

“E cosa sarebbe?” domandarono tutti in coro.

“La libertà di pensare! – rispose lapidario il filosofo – La capacità di liberarsi delle catene dello strozzino e del capestro degli interessi…. che poi è quello di cui avete bisogno voi tutti, se non sbaglio!… Per questo parlo di coraggio. Ci vuole coraggio per abbattere il malcostume. Il buon Seneca… gli Dei l’abbiano in gloria… diceva: Cum mori est nobis nullo auxilio sumus. E…”

“La tua lingua si muove troppo liberamente! – anche Metello lo ammonì, mentre continuava a battere nervosamente il coltello contro la coppa che gli stava davanti – Tienila a freno. Hai bevuto a troppe coppe imbevute di stoicismo: provvedi e non strozzarti!”

In fondo alla stanza, sull’uscio della grande porta d’accesso ai sotterranei, uomini sudati, sporchi di carbone, sepolti sotto carichi di legna, andavano e venivano gettando loro addosso stanche occhiate. Lucilio li additava di tanto in tanto, come a significare che era a gente come quella che si riferiva, ma quelli non si degnavano neppure di voltarsi a guardare.

“I fulmini della tua eloquenza vagano incontrollati – ancora Italico – e minacciano di incenerire questa allegra compagnia.”

“Le vostre sono solo pomposità verbali che servono a nascondere i vizi dei tempi in cui viviamo. – Lucilio era ormai lanciato – Parlate ma non dite! Spiegatemi… chi di voi ha scritto di Cornelio e del suo schiavo? E stato uno di voi… così, per ridere, ma non avete nemmeno il coraggio di attribuirvi ciò che dite per far ridere!”

“Lucilio mette sempre troppa passione nelle dispute.” intervenne a questo punto Marco, nel tentativo di allontanare l’amico dalla pericolosa logomachia in cui minacciava di affondare; dentro di sé, però, pensava che si commettevano più infamie là dentro nel giro di una giornata che in qualunque altro posto e temeva per l’amico.

Guardò l’abusiva giovialità di quella compagnia: l’enfasi di Lucilio, la rabbia di Silio, la bile di Metello, e si chiese se un soldato come lui  potesse raccapezzarsi in  quei discorsi ingolfati di “pomposità verbali” come diceva l’amico filosofo. Lui era un soldato e sapeva combattere solo con la spada! Ma forse c’era davvero una qualche necessità di cambiamento. Il solo rischio era che, come sempre, potesse risolversi tutto in una sanguinosa commedia. Era solo questione di tempo.  (continua)

brano tratto da  “LA DECIMA LEGIONE – Panem e Circenses”  di Maria Pace

 

Il linguaggio della NATURA – I FUNGHI

downloadfungo

Una prelibatezza, questi meravigliosi “frutti di bosco”, conosciuti ed apprezzati fin dall’antichità.    Le prime testimonianze sulla raccolta e il consumo dei funghi risalgono alla Preistoria, quando, però, il loro impiego non era solo alimentare.  Per via delle proprietà curative, ma anche  per quelle allucinogene,  i funghi venivano utilizzati soprattutto come medicamento e come strumento nei rituali magici.

La prima testimonianza documentata del suo consumo alimentare, in realtà, risale al 2000  a.C. ed alla civiltà mesopotamica, i cui Sovrani, pare, ne fossero assai golosi, ma erano apprezzati anche in Cina, dove erano erano chiamati “Cibo degli Dei” ed in Egitto, dove avevano un posto d’onore  sulle tavole. Così anche sulla tavola dei Greci prima e dei Romani poi, presso cui questo frutto meraviglioso, era diventato “simbolo di vita”.  Pausania, scrittore greco, racconta, infatti che l’eroe  Perseo, dopo essersi dissetato con l’acqua raccolta nel cappello di un fungo, decise di fondare la potente città di Micene. A classifiicarli e descriverne per primo le caratterisiche, pare sia stato Teofrasto, un discepolo di Aristotele.

I Romani apprezzavano così tanto questo frutto, da dargli il nome di “Amanita caesarea”, un cibo, dunque,  degno di un Cesare. Avevano perfino dei “raccoglitori” espertissimi e fidatissimi;  di sicuro, i primi raccoglitori devono aver fatto delle spiacevoli esperienze prima di stabilire  quali fossero i funghi “buoni” e quali,  quelli “cattivi”.  Apprezzato dai buongustai, ed esaltato da poeti e scrittori, come Giovenale, Plutarco, Apicio o Plinio il Vecchio, nella sua opera “Naturalis Historia”, questa meraviglia della natura cominciò a coprirsi di miti e leggende.

Fu proprio in questa epoca, infatti,  che i funghi,  da simbolo di vita, presero pian piano a diventare simbolo di morte, complici anche tutte le nefaste esperienze di avvelenamento con tutte quelle specie  velenose.  Famoso, il piatto servito da Agrippina al marito, l’imperatore Claudio, a base di funghi. Funghi velenosi naturalmente .

Risalgono proprio  all’epoca,  e si sono tramandate fino ad oggi, fantastiche e improbabili interpretazioni sulla loro origine,  a causa delle loro proprietà e soprattutto  della loro tossicità: origine diabolica, si diceva, oppure divina.

Per una classificazione più scientifica bisogna aspettare  il XVI secolo e per sfatare l’alone negativo di miti e leggende creatosi intorno a questo meraviglioso e gustosissimo frutto della natura, dovranno passare altri secoli ancora.

Nel Medio Evo, nonostante il grande utilizzo della cacciagione. i funghi erano largamente consumati sulle tavole dei nobili,  ma, grazie anche alle conoscenze acquisite ed alle ricette preparate nei conventi,  il suo uso divenne sempre più popolare. Così popolare e così comune come peccato di gola e prodotto afrodisiaco, da  indurre il Santo Uffizio a proibirne il consumo, perché distoglieva il fedele dall’idea della penitenza.

Dopo il Medioevo,  ritroviamo i funghi in tutti i grandi pranzi delle corti europee, soprattutto sulla tavola di  Re Sole; sempre presente anche nelle grandi cene di rappresentanza di  madame Pompadour, come, più tardi, in quelle  galanti della  spia più famosa  al mondo,  la  danzatrice Mata Hari.

Un prodotto ricercato, dunque,  chetroviamo su tavole insospettabili, come quella  di un grande della  musica italiana, Gioacchino Rossini, il quale definì il tartufo: “Il Mozart dei funghi”;  in verità, troviamo perfino nel menu del pranzo servito a Vienna alla fine del  Congresso del 1815.

Questi fantastici frutti di bosco, si sa,  nascono spontaneamente ovunque. Ciò, però, non significa che  siano da tutti apprezzati: in America,ad esempio, i funghi coltivati sono preferiti a quelli freschi, mentre in Russia e in  Estremo Oriente,  il consumo è davvero assai ridotto; in Inghilterra, infine, i funghi freschi sono quasi ignorati, sostituiti fa quelli coltivati.  Da qui, l’abitudine di coltivarli, sia pur con molte difficoltà. Ultimamente, però, è nata l’abitudine di surgelare i funghi spontanei, benché, sapore e gusto  finiscano per  risentirne.

Tanti i perché senza risposta, riguardo questa meraviglia della natura. Ad esempio,  un ottimo e commestibile fungo spontaneo delle Alpi, può essere velenoso  se cresce sugli Urali; e ancora: uno stesso fungo può assumere forma e sapore diverso, a seconda del posto, dell’altitudine e dell’humus in cui cresce. E tanti altri interrogativi ancor.

Nello studio di questi strani organismi si è sempre occupati più delle loro proprietà terapeutiche,  che della vita e crescita. Bisognerà attendere l’800  e la nascita di una moderna ricerca scientifica  per scoprire molti dei misteri che li circondavano e giungere ad una sicura classificazione.

Purtroppo, nonostante tali progressi e l’esistenza di ottimi libri scientifici, molte sono ancora le persone che continuano  a dare credito alle antiche dicerie… dicerie risalenti addirittura ad epoca romana, con le conseguenze che possiamo immaginare.